Polemose bene! – per una fenomenologia della frase critica

5 settembre 2009
Pubblicato da

escrime_002
di
Francesco Forlani

“Immediatamente mi sento il calore della comunità operaia e proletaria, tutte le volte che mi calo il passamontagna”.
Toni Negri, Dominio e sabotaggio

Qualche tempo fa riflettevo su come nell’immaginario collettivo, spesso, restino impresse poche cose dell’intera vita e opera di un intellettuale, e di come quelle “poche cose” possano diventare argomento a sostegno di una tesi e di una posizione generalmente contro corrente e a modo suo originale rispetto alle idee dominanti. L’immagine è ferma e per quanto ingiallita sembra precedere sempre di una spanna ogni nuova cosa, pensiero, opera che l’intellettuale in questione, lo scrittore, il personaggio pubblico disse o scrisse “quel famoso giorno”. Decontestualizzata dal momento storico e dalle circostanze che ne furono all’origine quella frase, dichiarazione era diventata ormai uno slogan il cui successo veniva testimoniato essenzialmente dal fatto che permanesse nella memoria. ” Il passamontagna di Toni Negri” sembrava inciso nella memoria collettiva allo stesso modo del “Lava più bianco del bianco” , “Gigante pensaci tu”, ” Peroni e sai cosa bevi”. ( immaginario collettivo pubblicitario anni settanta, ovviamente). La riflessione in realtà prende spunto da due polemiche che hanno coinvolto, negli anni settanta e ottanta, intellettuali che mi stanno molto a cuore, Pier Paolo Pasolini e Leonardo Sciascia e che ogni qualvolta se ne presenti l’occasione riaffiorano come una mauvaise conscience. Prima di entrare nel merito della questione vale forse la pena rileggere quelle parole che a distanza di diversi decenni ancora “disturbano” il sonno di molti, e si tratta da una parte, della poesia pasoliniana dedicata agli scontri studenti polizia, a Valle Giulia, e dall’altra dell’articolo sul Corriere della Sera che lo scrittore siciliano dedicò ai professionisti dell’antimafia.

1_rd_c

Il Pci ai giovani!!,
di Pier Paolo Pasolini

.
È triste. La polemica contro
il PCI andava fatta nella prima metà
del decennio passato. Siete in ritardo, figli.
E non ha nessuna importanza se allora non eravate ancora nati…
Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi
quelli delle televisioni)
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio
delle Università) il culo. Io no, amici.
Avete facce di figli di papà.
Buona razza non mente.
Avete lo stesso occhio cattivo.
Siete paurosi, incerti, disperati
(benissimo) ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera,
per qualche malattia, come un uccellino;
i tanti fratelli, la casupola
tra gli orti con la salvia rossa (in terreni
altrui, lottizzati); i bassi
sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, ecc. ecc.
E poi, guardateli come li vestono: come pagliacci,
con quella stoffa ruvida che puzza di rancio
fureria e popolo. Peggio di tutto, naturalmente,
e lo stato psicologico cui sono ridotti
(per una quarantina di mille lire al mese):
senza più sorriso,
senza più amicizia col mondo,
separati,
esclusi (in una esclusione che non ha uguali);
umiliati dalla perdita della qualità di uomini
per quella di poliziotti (l’essere odiati fa odiare).
Hanno vent’anni, la vostra età, cari e care.
Siamo ovviamente d’accordo contro l’istituzione della polizia.
Ma prendetevela contro la Magistratura, e vedrete!
I ragazzi poliziotti
che voi per sacro teppismo (di eletta tradizione
risorgimentale)
di figli di papà, avete bastonato,
appartengono all’altra classe sociale.
A Valle Giulia, ieri, si è cosi avuto un frammento
di lotta di classe: e voi, amici (benché dalla parte
della ragione) eravate i ricchi,
mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri. Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi,
ai poliziotti si danno i fiori, amici.
[…]

2

I professionisti dell’antimafia
di Leonardo Sciascia
da «Il Corriere della Sera» del 10 gennaio 1987

Autocitazioni, da servire a coloro che hanno corta memoria o/e lunga malafede e che appartengono prevalentemente a quella specie (molto diffusa in Italia) di persone dedite all’eroismo che non costa nulla e che i milanesi, dopo le cinque giornate, denominarono «eroi della sesta»:

1)
«Da questo stato d’animo sorse, improvvisa, la collera. Il capitano sentì l’angustia in cui la legge lo costringeva a muoversi; come i suoi sottufficiali vagheggiò un eccezionale potere, una eccezionale libertà di azione: e sempre questo vagheggiamento aveva condannato nei suoi marescialli. Una eccezionale sospensione delle garanzie costituzionali, in Sicilia e per qualche mese: e il male sarebbe stato estirpato per sempre. Ma gli vennero nella memoria le repressioni di Mori, il fascismo: e ritrovò la misura delle proprie idee, dei propri sentimenti… Qui bisognerebbe sorprendere la gente nel covo dell’inadempienza fiscale, come in America. Ma non soltanto le persone come Mariano Arena; e non soltanto qui in Sicilia. Bisognerebbe, di colpo, piombare sulle banche; mettere le mani esperte nelle contabilità, generalmente a doppio fondo, delle grandi e delle piccole aziende; revisionare i catasti. E tutte quelle volpi, vecchie e nuove, che stanno a sprecare il loro fiuto (…), sarebbe meglio se si mettessero ad annusare intorno alle ville, le automobili fuoriserie, le mogli, le amanti di certi funzionari e confrontare quei segni di ricchezza agli stipendi, e tirarne il giusto senso». (II giorno della civetta, Einaudi, Torino, 1961).

2)
«Ma il fatto è, mio caro amico, che l’Italia è un così felice Paese che quando si cominciano a combattere le mafie vernacole vuol dire che già se ne è stabilita una in lingua… Ho visto qualcosa di simile quarant’anni fa: ed è vero che un fatto, nella grande e nella piccola storia, se si ripete ha carattere di farsa, mentre nel primo verificarsi è tragedia; ma io sono ugualmente inquieto». (A ciascuno il suo, Einaudi, Torino, 1966).

Il punto focale

Esibite queste credenziali che, ripeto, non servono agli attenti e onesti lettori, e dichiarato che la penso esattamente come allora, e nei riguardi della mafia e nei riguardi dell’antimafia, voglio ora dire di un libro recentemente pubblicato da un editore di Soveria Mannelli, in provincia di Catanzaro: Rubbettino. Il libro s’intitola La mafia durante il fascismo, e ne è autore Christopher Duggan, giovane «ricercatore» dell’Università di Oxford e allievo dì Denis Mack Smith, che ha scritto una breve presentazione del libro soprattutto mettendone in luce la novità e utilità nel fatto che l’attenzione dell’autore è rivolta non tanto alla «mafia in sé» quanto a quel che «si pensava la mafia fosse e perché»: punto focale, ancora oggi, della questione: per chi – si capisce- sa vedere, meditare e preoccuparsi; per chi sa andare oltre le apparenze e non si lascia travolgere dalla retorica nazionale che in questo momento del problema della mafia si bea come prima si beava di ignorarlo o, al massimo, di assommarlo al pittoresco di un’isola pittoresca, al colore locale, alla particolarità folcloristica. Ed è curioso che nell’attuale consapevolezza (preferibile senz’altro – anche se alluvionata di retorica – all’effettuale indifferenza di prima) confluiscano elementi di un confuso risentimento razziale nei riguardi della Sicilia, dei siciliani: e si ha a volte l’impressione che alla Sicilia non si voglia perdonare non solo la mafia, ma anche Verga, Pirandello e Guttuso.

Ma tornando al discorso: non mi faccio nemmeno l’illusione che quei miei due libri, cui i passi che ho voluto ricordare, siano serviti – a parte i soliti venticinque lettori di manzoniana memoria (che non era una iperbole a rovescio, dettata dal cerimoniale della modestia poiché c’è da credere che non più di venticinque buoni lettori goda, ad ogni generazione un libro) – siano serviti ai tanti, tantissimi che l’hanno letto ad apprender loro dolorosa e in qualche modo attiva coscienza del problema: credo i più li abbiano letti, per così dire, «en touriste», allora; e non so come li leggano oggi. Tant’è che allora il «lieto fine» – e se non lieto edificante – era nell’aria, per trasmissione del potere a quella cultura che, anche se marginalmente, lo condivideva: come nel film In nome della legge, in cui letizia si annunciava nel finale conciliarsi del fuorilegge alla legge.

Ed è esemplare la vicenda del dramma La mafia di Luigi Sturzo. Scritto, nel 1900, e rappresentato in un teatrino di Caltagirone, non si trovò, tra le carte di Sturzo, dopo la sua morte, il quinto atto che lo, completava; e lo scrisse Diego Fabbri, volgarmente pirandelleggiando e, con edificante conclusione. Ritrovati più tardi gli abboni di Sturzo per, il quinto atto, si scopriva la ragione per cui la «pièce» era stata dal, suo autore chiamata dramma (il che avrebbe dovuto essere per Fabbri, avvertimento e non a concluderla col trionfo del bene): andava a finir, male e nel male, coerentemente a quel che don Luigi Sturzo sapeva e, vedeva. Siciliano di Caltagirone, paese in cui la mafia allora soltanto, sporadicamente sconfinava, bisogna dargli merito di aver avuto, chiarissima nozione del fenomeno nelle sue articolazioni, implicazioni e, complicità; e di averlo sentito come problema talmente vasto, urgente e, penoso da cimentarsi a darne un «esempio» (parola cara a san Bernardino), sulla scena del suo teatrino. E come poi dal suo Partito Popolare sia, venuta fuori una Democrazia Cristiana a dir poco indifferente al, problema, non è certo un mistero: ma richiederà, dagli storici, un’indagine e un’analisi di non poca difficoltà. E ci vorrà del tempo; almeno quanto ce n’è voluto per avere finalmente questa accurata, indagine e sensata analisi di Christopher Duggan su mafia e fascismo.

Nel primo fascismo

L’idea, e il conseguente comportamento, che il primo fascismo ebbe nei riguardi della mafia, si può riassumere in una specie di sillogismo: il fascismo stenta a sorgere là dove il socialismo è debole: in Sicilia la mafia è già fascismo. Idea non infondata, evidentemente: solo che occorreva incorporare la mafia nel fascismo vero e proprio. Ma la mafia era anche, come il fascismo, altre cose. E tra le altre cose che il fascismo era, un corso di un certo vigore aveva l’istanza rivoluzionaria degli ex combattenti dei giovani che dal Partito Nazionalista di Federzoni per osmosi quasi naturale passavano al fascismo o al fascismo trasmigravano non dismettendo del tutto vagheggiamenti socialisti ed anarchici: sparute minoranze, in Sicilia; ma che, prima facilmente conculcate, nell’invigorirsi del fascismo nelle regioni settentrionali e nella permissività e protezione di cui godeva da parte dei prefetti, dei questori, dei commissari di polizia e di quasi tutte le autorità dello Stato; nella paura che incuteva ai vecchi rappresentanti dell’ordine (a quel punto disordine) democratico, avevano assunto un ruolo del tutto sproporzionato al loro numero, un ruolo invadente e temibile. Temibile anche dal fascismo stesso che – nato nel Nord in rispondenza agli interessi degli agrari, industriali e imprenditori di quelle regioni e, almeno in questo, ponendosi in precisa continuità agli interessi «risorgimentali» – volentieri avrebbe fatto a meno di loro per più agevolmente patteggiare con gli agrari siciliani e quindi con la mafia. E se ne liberò, infatti, appena, dopo lì delitto Matteotti, consolidatosi nel potere: e ne fu segno definitivo l’arresto di Alfredo Cucco (figura del fascismo isolano, di linea radical-borghese e progressista, per come Duggan e Mack Smith lo definiscono, che da questo libro ottiene, credo giustamente, quella rivalutazione che vanamente sperò di ottenere dal fascismo, che soltanto durante la repubblica di Salò lo riprese e promosse nei suoi ranghi).

Nel fascismo arrivato al potere, ormai sicuro e spavaldo, non è che quella specie di sillogismo svanisse del tutto: ma come il fascismo doveva, in Sicilia, liberarsi delle frange «rivoluzionarie» per patteggiare con gli agrari e gli esercenti delle zolfare, costoro dovevano – garantire al fascismo almeno l’immagine di restauratore dell’ordine – liberarsi delle frange criminali più inquiete e appariscenti.

Le guardie del feudo

E non è senza significato che nella lotta condotta da Mori contro la mafia assumessero ruolo determinante i campieri (che Mori andava solennemente decorando al valor civile nei paesi “mafiosi”): che erano, i campieri, le guardie del feudo, prima insostituibili mediatori tra la proprietà fondiaria e la mafia e, al momento della repressione di Mori, insostituibile elemento a consentire l’efficienza e l’efficacia del patto.

Mori, dice Duggan, «era per natura autoritario e fortemente conservatore», aveva «forte fede nello Stato», «rigoroso senso del dovere». Tra il ’19 e il ’22 si era considerato in dovere di imporre anche ai fascisti il rispetto della legge: per cui subì un allontanamento dalle cariche nel primo affermarsi del fascismo, ma forse gli valse – quel periodo di ozio – a scrivere quei ricordi sulla sua lotta alla criminalità in Sicilia dal sentimentale titolo di Tra le zagare, oltre che la foschia che certamente contribuì a farlo apparire come l’uomo adatto, conferendogli poteri straordinari, a reprimere la virulenta criminalità siciliana.

Rimasto inalterato il suo senso del dovere nei riguardi dello Stato, che era ormai lo Stato fascista, e alimentato questo suo senso del dovere da una simpatia che un conservatore non liberale non poteva non sentire per il conservatorismo in cui il fascismo andava configurandosi, l’innegabile successo delle sue operazioni repressive (non c’è, nei miei ricordi, un solo arresto effettuato dalle squadre di Mori in provincia di Agrigento che riscuotesse dubbio o disapprovazione nell’opinione pubblica) nascondeva anche il giuoco di una fazione fascista conservatrice e di un vasto richiamo contro altra che approssimativamente si può dire progressista, e più debole.

Sicché se ne può concludere che l’antimafia è stata allora strumento di una fazione, internamente al fascismo, per il raggiungimento di un potere incontrastato e incontrastabile. E incontrastabile non perché assiomaticamente incontrastabile era il regime – o non solo: ma perché talmente innegabile appariva la restituzione all’ordine pubblico che il dissenso, per qualsiasi ragione e sotto qualsiasi forma, poteva essere facilmente etichettato come «mafioso». Morale che possiamo estrarre, per così dire, dalla favola (documentatissima) che Duggan ci racconta. E da tener presente: l’antimafia come strumento di potere. Che può benissimo accadere anche in un sistema democratico, retorica aiutando e spirito critico mancando.

E ne abbiamo qualche sintomo, qualche avvisaglia. Prendiamo, per esempio, un sindaco che per sentimento o per calcolo cominci ad esibirsi – in interviste televisive e scolastiche, in convegni, conferenze e cortei – come antimafioso: anche se dedicherà tutto il suo tempo a queste esibizioni e non ne troverà mai per occuparsi dei problemi del paese o della città che amministra (che sono tanti, in ogni paese, in ogni città: dall’acqua che manca all’immondizia che abbonda), si può considerare come in una botte di ferro. Magari qualcuno molto timidamente, oserà rimproverargli lo scarso impegno amministrativo; e dal di fuori. Ma dal di dentro, nel consiglio comunale e nel suo partito, chi mai oserà promuovere un voto di sfiducia, un’azione che lo metta in minoranza e ne provochi la sostituzione? Può darsi che, alla fine, qualcuno ci sia: ma correndo il rischio di essere marchiato come mafioso, e con lui tutti quelli che lo seguiranno. Ed è da dire che il senso di questo rischio, di questo pericolo, particolarmente aleggia dentro la Democrazia Cristiana: «et pour cause», come si è tentato prima dl spiegare. Questo è un esempio ipotetico.

Ma eccone uno attuale ed effettuato. Lo si trova nel «notiziario straordinario n. 17» (10 settembre 1986) del Consiglio Superiore della Magistratura. Vi si tratta dell’assegnazione del posto di Procuratore della Repubblica a Marsala al dottor Paolo Emanuele Borsellino e dalla motivazione con cui si fa proposta di assegnargliela salta agli occhi questo passo: “Rilevato, per altro, che per quanto concerne i candidati che in ordine di graduatoria precedono il dott. Borsellino, si impongono oggettive valutazioni che conducono a ritenere, sempre in considerazione della specificità del posto da ricoprire e alla conseguente esigenza che il prescelto possegga una specifica e particolarissima competenza professionale nel settore della delinquenza organizzata in generale e di quella di stampo mafioso in particolare, che gli stessi non siano, seppure in misura diversa, in possesso di tali requisiti con la conseguenza che, nonostante la diversa anzianità di carriera, se ne impone il “superamento” da pane del più giovane aspirante”.

Per far carriera

Passo che non si può dire un modello di prosa italiana, ma apprezzabile per certe delicatezze come «la diversa anzianità», che vuoi dire della minore anzianità del dottor Borsellino, e come quel «superamento», (pudicamente messo tra virgolette), che vuoi dire della bocciatura degli altri, più anziani e, per graduatoria, più in diritto di ottenere quel posto. Ed è impagabile la chiosa con cui il relatore interrompe la lettura della proposta, in cui spiega che il dottor Alcamo -che par di capire fosse il primo in graduatoria – è «magistrato di eccellenti doti», e lo si può senz’altro definire come «magistrato gentiluomo», anche perché con schiettezza e lealtà ha riconosciuto una sua lacuna «a lui assolutamente non imputabile»: quella di non essere stato finora incaricato di un processo di mafia. Circostanza «che comunque non può essere trascurata», anche se non si può pretendere che il dottor Alcamo «piatisse l’assegnazione di questo tipo di procedimenti, essendo questo modo di procedere tra l’altro risultato alieno dal suo carattere». E non sappiamo se il dottor Alcamo questi apprezzamenti li abbia quanto più graditi rispetto alta promozione che si aspettava.

I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso. In quanto poi alla definizione di «magistrato gentiluomo», c’è da restare esterrefatti: si vuol forse adombrare che possa esistere un solo magistrato che non lo sia?

Per gentile concessione dell’editore suquesto sito

3_gr

Dei due interventi cosa resta nell’immaginario collettivo, ovvero cosa è “passato” veramente?
Nel caso di Pasolini chi cita i versi

Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
coi poliziotti,
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.

lo fa in genere per smontare l’idée reçue (idea preconcetta) degli sbirri cattivi contro gli studenti buoni sia in senso ideologico (dalla parte giusta) sia antropologico (il bello e il brutto della classe) . E il più delle volte lo si usa dicendo nemmeno troppo tra le righe, sono i tuoi maestri (gauchistes) a dirlo, non i miei ! E così accade che ci si ricordi del Pasolini “reazionario” ignorando tutto il resto. Come se fosse possibile prendere a percentuali le opere e gli autori, e trovare normale, beh di Cèline prendo il trenta per cento, di Pound il 40 e di Pierre Drieu La Rochelle , mah, proprio non saprei. Ho citato provocatoriamente questi autori perché in qualche modo subiscono, al pari di Pasolini e Sciascia la stessa appropriazione indebita da parte dei sedicenti schieramenti di destra e sinistra. Ma per tornare a Valle Giulia, come spiegare il meccanismo “d’impressione” di quelle considerazioni. Sicuramente il successo dei versi si reggeva sull’autorevolezza della voce che li portava, ma anche l’immediatezza propagandistica dei propositi e dunque pubblicitaria, aveva avuto il suo peso, come del resto aveva intuito Franco Fortini quando scriveva, a proposito:

Se come critico letterario o ideologo posso sbagliarmi, vent’anni di esperienza di copywriting, cioè di testi pubblicitari, m’assicurano che codesta del Pasolini, come advertising copy, è ottima. È una riuscita carta acchiappamosche. Le mosche sono venute. Ora bisogna buttar via le mosche e la carta.”

In Sciascia accade lo stesso e riguarda proprio l’ultimo passaggio del suo articolo, ovvero quando scrive : I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso.

L’osservazione di Franco Fortini potrebbe valere anche per Leonardo Sciascia per quanto il suo testo abbia incrociato drammaticamente e inconsapevolmente la storia dal momento che cita il magistrato Paolo Borsellino, che avrebbe in seguito pagato con la vita proprio quelle capacità ed esperienze che venivano contestate dall’intellettuale.

A conclusione di queste riflessioni che non hanno nessuna pretesa di analisi compiuta e approfondita sul ruolo degli intellettuali, scrittori o semplici opinionisti che siano nel mondo reale, il suggerimento che mi viene da fare a chi per merito o per circostanza gode della possibilità di essere letto e ascoltato, sarà di non cedere al facile ricatto dell’asserzione polemica e pubblicitaria, di non raccogliere l’invito da parte dei committenti a pronunciarsi su quale detersivo usare per avere il bianco più bianco, cosa sia la letteratura e cosa no, solo per avere maggiore attenzione alla propria opera o far vendere più giornali. E senza rinunciare ad esprimere la propria visione del mondo riuscire a far sì che in nessuno immaginario, individuale o collettivo che sia, permanga una sola frase, quanto il senso di un’opera e il contributo che ciascuno, nel piccolo o grande, abbia tentato di portare a un’idea di progresso nel migliore dei mondi possibili. Perché non c’è nulla di più sbagliato che indossare un passamontagna, soprattutto mettendoselo nel verso sbagliato.

Tag: , , ,

117 Responses to Polemose bene! – per una fenomenologia della frase critica

  1. Robin Masters il 5 settembre 2009 alle 09:08

    “il suggerimento che mi viene da fare…”

    nel tuo piccolo, suggeriscitelo spesso…

  2. francesco forlani il 5 settembre 2009 alle 10:04

    très bien però devi farmi tu da suggeritore…
    effeffe

  3. Robin Masters il 5 settembre 2009 alle 10:09

    hai già una numerosa claque piena di gobbi

    loro sono perfetti all’uopo

    R.M

  4. francesco forlani il 5 settembre 2009 alle 10:13

    pochi amici juventini masters
    per lo più del toro
    effeffe
    ps
    comunque mi pare che tu condivida l’ipotesi del post

  5. Candide il 5 settembre 2009 alle 10:15

    Copi qui alla leggera, decontestualizzando scioccamente le occasioni in cui quelle parole furono scritte, due mattoni ( intesi in senso positivo come utili tasselli murari per l’edicazione di muri che stiano in piedi) della polemica, e li usi tu come slogan pubblicitari, due intellettuali che avevano lo spessore, il peso, il seguito, la grandezza intrinseca, il coraggio e anche il rispetto fra di loro e degli avversari, li scomodi per arrivare alla banalissima, ovvia conclusione che non si devono fare le polemiche per farsi pubblicità? Cos’è un promemoria? Qui non fate altro che fare polemiche per farvi un po’ di pubblicità.

  6. andrea inglese il 5 settembre 2009 alle 10:44

    caro Franzisko,

    il tuo pezzo provoca vari stimoli. Ed è davvero ben centrato.
    Partiamo da Sciascia. Ho letto recentemente:
    Salvatore Lupo, “Che cos’è la mafia. Sciascia e Andreotti, l’antimafia e la politica”, Donzelli, Roma, 2007. E’ il libro di uno storico, che s’interroga ormai a vent’anni e più di distanza sull’evoluzione che ha avuto la guerra alla mafia ma anche la concezione della stessa mafia nella mente degli italiani. Lupo costruisce le ragioni della presa di posizione di Sciascia, che non sono così assurde, ma nello stesso tempo dimostra anche che, nel caso di Borsellino, Sciascia prese un abbaglio. Non solo ma la sua posizione estremamente scettica nei confronti del pool che guidò il primo maxiprocesso, si venne poi modificando nel corso dello stesso.

    Rimane il fatto che, nell’ottica di uno storico, è interessante vedere come uno dei nostri più acuti scrittori possa, in una polemica legata all’attualità politica, sbagliarsi di grosso. Può essere una constatazione banale, ma non lo è. Direi persino che è semmai la loro condizione paradossale: più si vuole un intellettuale capace di coscienza critica e d’intervento aperto, di autonomia di giudizio e di combattività, più aumentano le sue chances di dire, prima o poi, cazzate. Come capiterebbe a tutti.

    Ma a ciò va aggiunta una riflessione. Il rischio maggiore lo corrono ovviamente quegli intellettuali che non sono organici. Negli anni Settanta né Sciascia né Pasolini sono organici al PCI, ed è infatti con il partito comunista che s’ingaggiano le maggiori polemiche. Ora questa indipendenza piace, ma rende ancora più vulnerabili le prese di posizione dei loro sostenitori. Tuttu quelli che hanno sparato cazzate all’ombra del partito, erano ogni volta, poi, sostenuti da esso, difesi, si faceva quadrato.

    Oggi che gli intellettuali organici sono quasi tutti sui media televisivi e tutti dalla parte del padrono, le cazzate a rotolo che dicono, passano inosservate, in quanto sopravanzate da altre cazzate di compari, il giorno dopo.

    Tirando le fila. Oggi, a molta gente, piace molto la verve di un Pasolini e di uno Sciascia, ma dimenticano l’inevitabile fragilità del loro punto di vista, proprio perché sganciato da protezioni istituzionali come il partito o l’accademia.

    D’altra parte, tu tocchi un altra importante questione, ben colta da Fortini: e che si potrebbe, nel loro caso, definire così: “quello che l’effetto di stile ruba al pensiero”.
    Ora, il problema è, per altro, che di stile – in tutti i sensi – Sciascia e Pasolini ne avevano da vendere. Per quello gli si perdonano, in quanto grandi talenti letterari, le cazzate intellettuali che possono aver detto.

  7. Gas Giaramita il 5 settembre 2009 alle 11:41

    penso che lo scritto di Pasolini sia stato influenzato da una forte, quanto eccessivo dosaggio di pacifismo e dall’altro lato dalla generalizzata visione romantica del “ragazzo di vita”, figura innalzata a martire di una società(la loro) a parte, come una sede distaccata di Roma, dell’Italia. Stona, di certo. Ne condivido, in parte, la reazione non violenta, comunque.

  8. girolamo il 5 settembre 2009 alle 15:44

    FF, perché non hai postato l’intero testo di Pasolini? In rete ne ho trovato una versione che mi pare integrale (non ho il libro sottomano adesso) qui. Della poesia fu pubblicato un estratto, e contro quello polemizzò il giovane Occhetto: e da allora si polemizza contro alcuni versi di Pasolini, non contro l’intera poesia (leggersi, ad esempio, cosa scrive del PCI), tanto meno contro lo scritto successivo nel quale PPP chiariva le proprie intenzioni. E viene fuori un Pasolini filo-poliziotti, dove invece la provocazione di PPP è quella di cominciare a parlare degli scontri di Valle Giulia per mettere in discussione il rapporto tra PCI e movimento studentesco.
    E lo stesso, per altri versi vale per la “provocazione” di Sciascia: leggerlo oggi (abbaglio o meno: credo sappiano tutti che Sciascia finì col diventare amico di Borsellino, che lo aiutò a cercare una possibile traccia di Majorana) senza avere in mente il contesto, quello che era la mafia all’epoca, quello che si sapeva, o si credeva di sapere non rende ragione all’intento di Sciascia e rischia di appiattirlo su un ruolo che oggi giocano gente come Cuffaro, Micicché, Lombardo, Schifani.
    Certo, è il rischio della provocazione: è troppo facile da decontestualizzare, e prima o poi, passati i tempi, decontestualizzata lo diventa comunque (e Pasolini e Sciascia diventano delle porte girevoli che chiunque attraversa convinto di poter arrivare dappertutto).
    Però: la provocazione ha anche il merito di rompere il muro del conformismo, o far passare un messaggio al di là dello schermo. Hai ragione a dire che nessun immaginario dovrebbe essere rinchiuso in una sola frase, peggio, in uno slogan (mi tengo per buona l’ipotesi di Canetti che “slogan” derivi dal grido notturno delle streghe scozzesi): ma se non hai la capacità di bucare il muro del conformismo, cosa te ne fai di un immaginario ben fatto?
    Te lo dico in altro modo: se il passamontagna (o il sottocasco, il fazzoletto, la sciarpa), infilato per il verso giusto, è utile a non farti soffocare dal lacrimogeno al CS che satura l’ambiente: non è il caso di ripensare il tuo ammonimento finale? Perché se ti soffocano, e mentre sei in terra che ansimi e rantoli ti inchiavicano di mazzate, non viene lesa anche la tua capacità di esprimere la tua visione del mondo?

  9. véronique vergé il 5 settembre 2009 alle 18:10

    In un’attualità scottante, la riflessione subisce scosse, emozione. Non c’è la distanza per analisare la situazione. Essere troppo vicino, inganna lo sguardo, come la luce che tu prendi come verità a in vece ti fa vedere un’illusione. Allora accade lo scoglio, la frase poco felice, anche se è scritta in uno stile luminoso, la frase che dopo anni, dopo la morte del suo autore continua a spuntare come ortica in mezzo dell’opera.

    Ma come lo commenta Andrea Inglese ” più si vuole un intelletuale cpace di conscienza crititica e d’intervento aperto, di autonomia di giudizio e di combattività, più aumentano le sue chances di dire cazzate. Come capiterebbe a tutti.”

    Final mente questo sbaglio mi rende più bello il racconto che preferisco di Sciscia “Il mare colore del vino”, in questo treno che porta i personaggi verso il mitico sud, si vede anche lo scrittore mezzo a loro, con la sua umanità e l’errore che rende un uomo più umano.
    Come il rigore della Scomparsa di Majorana, Ciascuno il suo, si trova più complessa con questa parola sbagliata, in questa margina d’errore, l’opera diventa più enigmatica.

  10. andrea inglese il 5 settembre 2009 alle 19:01

    a girolamo,

    si può ben contestualizzare, ma allora facciamolo: perché Sciascia era contro l’antimafia? Perché aveva assunto posizioni garantiste già all’epoca del fronte unito dc-pci contro le br, ed aveva criticato tutta la gestione del rapimento Moro, e le leggi d’emergenza… in qualche modo, contro la mafia sciascia vedeva riproporsi lo stesso schema utilizzato contro le br, schema che per altro gli ricordava quello del prefetto Mori sotto il fascismo. Ciò detto, Sciascia stesso dimostrò di essersi ricreduto in parte, capendo la novità del maxiprocesso e le conseguenze fondamentali a cui portò. Col senno di poi Sciascia si era mostrato per lo meno ingenuo, a rivendicare un burocratico principio d’anzianità, piuttosto che un meritocratico principio di competenza ed efficacia, quanto a Borsellino.

  11. Dario Borso il 5 settembre 2009 alle 19:57

    l’ultimissimo sciascia lavorava a riabilitare telesio: spiegateci, su.

  12. livio borriello il 5 settembre 2009 alle 21:42

    se domina un conformismo di color bianco, io credo sia compito dell’intellettuale – colui che intus legit – rivendicare il valore e i diritti del nero, e vicerevrsa. il significato di un’affermazione è sempre nel suo uso, nell’effetto che consegue in un certo luogo e momento. quindi non so se è il caso di dire che sciascia abbia detto cazzate…senza con ciò escludere che abbia potuto dirle…
    oggi naturalmente pasolini direbbe che i poliziotti di genova erano dei mezzi stronzi, sciascia che all’antimafia serve più forza e entrambi troverebbero ributtante il quadro politico, ne sono piuttosto certo…

  13. girolamo il 5 settembre 2009 alle 23:46

    @ Andrea Inglese
    Più che un’equiparazione tra la politica repressiva del compromesso storico e i metodi di lotta alla mafia, credo che in Sciascia pesasse un pessimismo di fondo sulla possibilità di mutare il destino della Sicilia e dell’Italia: un pessimismo che emerge in opere come Todo modo e Il contesto. Resta però che l’immagine che aveva della mafia Sciascia (come pure, in modo diverso, Arlacchi, grande disistimatore di Sciascia, all’epoca considerato un’autorità in materia) era molto lontana da quello che avevano intuito Boris Giuliano e Chinnici prima, Falcone e Borsellino poi. E questa errata rappresentazione condizionava le valutazioni sui mezzi della lotta alla mafia. Se la mafia fosse stata ancora quella del Giorno della civetta il principio di gerarchia, ossia il valore dell’esperienza, avrebbe avuto un suo senso. La nuova mafia richiedeva un cambiamento radicale di paradigma, e legittimava l’immissione di giovani magistrati come Borsellino o Falcone (che proveniva dalla magistratura contabile) privi di esperienza, e quindi privi di pre-giudizi fuorvianti.

  14. AMA il 6 settembre 2009 alle 00:01

    Non so, io ho appena riletto Il P.C.I. ai giovani!! di Pasolini. Gratta gratta, a me sembra che alla fine all’autore rodesse solo il fatto che una certa società fortemente gerarchizzata potesse essere sovvertita. Pasolini in fondo restava fortemente cattolico in questo.
    Non dimentichiamoci che la mafia stessa ha metodi organizzativi non difformi dalla chiesa cattolica. Ed ecco Sciascia… Di sicuro un cattolico come lui non avrebbe mai potuto tollerare la messa in discussione di una certa gerarchia. Da qualunque forza propulsiva giungesse.

  15. AMA il 6 settembre 2009 alle 00:36

    Pasolini restò tutta la vita legato allo spirito umanista e religioso del mondo arcaico. Mi ricordo che definì scandalosa la pubblicità che nel 1973 Jesus commissionò ad Oliviero Toscani. E come emblematica del declino della civiltà cattolica che gli stava in fondo così a cuore. Se non fosse morto due anni dopo, Pasolini oggi sarebbe forse stato un accanito difensore dell’azione delle gerarchie vaticane contro le pornografiche rivendicazioni borghesi di certi diritti civili.
    Mi spiace, ma sono convinto che Pasolini non abbia mai capito fino in fondo la rivoluzione del ’68 che si poteva invece già intuire, ad esempio, in Buñuel, per citare un autore contemporaneo al nostro cineasta italiano.

  16. effeffe il 6 settembre 2009 alle 03:38

    sciascia e pasolini non si sono fatti pubblicità sparando nel mucchio delle questioni sensibili, non lo dice fortini, non lo dico io.Il problema che pongo è nell’articolazione dei due messaggi che proprio per le loro caratteristiche si trasmettono a prescindere non solo dai contesti che li hanno generati ma addirittura dagli stessi testi.
    “professionisti dell’antimafia” in sciascia e il verso ” Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
    coi poliziotti,
    io simpatizzavo coi poliziotti!”
    se da una parte colpiscono (con o senza passamontagna) il lettore, dall’altra inducono il non lettore a un’appropriazione indebita, ovvero all’attribuzione sic et simpliciter di una posizione all’autore (Sciascia è contro i giudici, Pasolini è con i poliziotti) che non è ” vera “. Perché l’unico modo che hanno di essere vere è all’interno di un discorso, un’opera, un articolo e di un tempo o contesto storico dir si voglia. L’ipotesi paventata da girolamo di un uso ragionevole e politico della provocazione, della frase ad effetto, sicuramente praticata con successo in altri casi e tempi, oggi più che eccitare un pubblicitario o un leghista non fa.
    effeffe

  17. girolamo il 6 settembre 2009 alle 11:20

    @ AMA
    Pasolini era contro la commercializzazione della sessualità per ragioni oppose a quelle del moralismo cattolico: non perché ritenesse il sesso una cosa “sporca e degradante”, ma per il valore quasi “mitico” (nel senso del mito greco) che attribuiva alla sessualità. Per la Chiesa con la commercializzazione si insinua il sesso nella società dandogli importanza, per Pasolini lo si svilisce e gli si toglie importanza. Può darsi che oggi Pasolini si schiererebbe in favore di alcune posizioni del Vaticano (ad esempio: contro la guerra; per la dignità dei migranti; contro l’esaltazione della modernità come il migliore dei mondi possibili), e sono convinto che avrebbe apprezzato Wojtyla, ma non certo perché ideologicamente allineato.
    Quanto alla pubblicità di Toscani, col senno di poi PPP ci aveva preso, eccome: quel culo “chi mi ama mi segua” ha sdoganato un uso del corpo femminile come merce – meglio: come oggetto qualunque, dunque sezionabile in parti tra le quali scegliere quella che “attizza” di più – che fino a quel momento agiva sottotraccia, e che oggi è egemone.

  18. girolamo il 6 settembre 2009 alle 11:21

    Sorry: oppose=opposte

  19. francesco pecoraro il 6 settembre 2009 alle 11:37

    si faceva presto a simpatizzare coi poliziotti, quel giorno.
    ma in politica non importa chi sei, importa chi rappresenti, per chi lavori e persino da che parte stai.
    se sei un proletario che sta nel cappottone e puzza di caserma eccetera, ma SEI LI’ a guardia dello stato, sei lì perché ne costituisci il braccio armato, allora indipendentemente dal simpatizzare è il tuo ruolo in quella situazione che conta.
    questo lo sapevamo benissimo anche noi, coi nostri golfetti di cachemere (l’eskimo è venuto dopo), eccetera, noi figli di papà, borghesi e stronzissimi, ma in quel momento politicamente antagonisti in modo autentico.
    coi megafoni si disse ai poliziotti di levarsi di mezzo, si disse che non erano loro il nostro obbiettivo, ma quello di riprenderci la facoltà, si urlò ai poliziotti venite via, i nostri interessi sono i vostri interessi, lo stato sfrutta noi come sfrutta voi, eccetera.
    casomai, al postutto, si vide che forse a non essere vera era quest’ultima affermazione: voglio dire non le era storicamente: politicamente e in quel momento contò, come nel calcio, la verità del campo e la traccia che ne rimase in ciascuno di noi…

  20. AMA il 6 settembre 2009 alle 11:51

    @ girolamo

    Sì, Pasolini, come scrivevo, era un arcaico, quindi aveva, ma non solo del sesso, una visione mistica, quasi cristologica. Certo, ha messo mano anche al mito, ma certi suoi scritti risultano più grottescamente gnostici.

    Circa Toscani… Non banalizziamo con sguardo pruriginoso un manifesto che andò oltre il culo per affermare qualcos’altro. Lo sostengo da sempre, i fanatici di Pasolini sono spesso dei dilettanti. Non tu, non tu.

  21. AMA il 6 settembre 2009 alle 12:08

    @ pecoraro

    Premesso che in Italia il ’68 è stata solo una lontana eco, credo che anche l’arcaico popolino fosse contro le idee rivoluzionarie dei figli sessantottini dei borghesi, non solo le gerarchie istituzionalizzate.
    Comunque la poesia di Pasolini era una provocazione. Quello che lo spaventava era la messa in discussione di una società fortemente gerarchizzata ed arcaica a causa del crescente numero di persone che si erano emancipate dallo stato di fanciullezza per affermare una qualche loro forma di autorità sull’ordine precostituito. Come si evince da questi versi …
    Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte
    coi poliziotti,
    io simpatizzavo coi poliziotti!
    Perché i poliziotti sono figli di poveri.
    Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
    Quanto a me, conosco assai bene
    il loro modo di esser stati bambini e ragazzi,
    le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
    a causa della miseria, che non dà autorità.

  22. AMA il 6 settembre 2009 alle 12:13

    Il PC ai giovani!! fu una provocazione che però nascondeva paure autentiche di quella Italia ancora oggi vittoriosa, ma già morta da almeno 30 anni!

  23. Robin Masters il 6 settembre 2009 alle 12:35
  24. alcor il 6 settembre 2009 alle 12:58

    @ AMA

    per curiosità, il ’68 è stata una lontana eco di cosa?

  25. francesco pecoraro il 6 settembre 2009 alle 13:02

    “Premesso che in Italia il ’68 è stata solo una lontana eco”.
    premessa sbagliata e di molto dis-informata.
    ergo il resto lo sarà altrettanto, mi sono detto.

    che la poesia di pasolini fosse una provocazione non è sfuggito ai più.
    ma in quel momento era una provocazione stupida: tutti sapevano dove lo stato andasse a pescare i propri servitori.
    lo fa ancora oggi: sotto-proletariato del sud: sta scritto anche nei libri di scuola.

  26. AMA il 6 settembre 2009 alle 17:47

    @ alcor

    In Italia il ’68 è stata una lontana eco di ciò che accadeva altrove.
    In fondo i sessantottini italiani non misero mai in discussione ciò che in altri paesi fu fatto a pezzi. Si limitarono a fare tanto ma tanto casino, ed anche giustamente, nelle Università. Con delle vittorie storiche.

    Io trovo che oggi l’Italia sia ancora un paese grottescamente arcaico. E lo dimostra lo stesso Pecoraro quando parla di sotto-proletariato del sud.

    Sarebbe inutile continuare, fingereste di non capire.

  27. alcor il 6 settembre 2009 alle 18:04

    @AMA

    Non fingo di non capire, sono sempre sinceramente curiosa di sentire cosa pensano del ’68 e come lo raccontano quelli che allora avevano dieci anni o non erano ancora nati, cos’hanno hanno letto, quali testimoni e testimonianze si sono scelti, da chi e come gli arriva quello che raccontano a noi che allora avevamo vent’anni, e che anche noi abbiamo una nostra parziale e personale visione della cosa. Non è mica storia, “il ’68”, qualunque cosa questa patacca giornalistica voglia dire, è ancora cronaca, solo invecchiata. Tutto qua, pura narratologia.

  28. AMA il 6 settembre 2009 alle 19:27

    @ Alcor

    Credo che l’Italia non abbia mai maturato al suo interno significative rivoluzioni: arresa le ha spesso importate dall’estero, quando erano ormai diventate oggetto di consumo. Tendenze quasi caricaturali. Moda. Innocua. Come disinnescata.
    Ma tornando al 1968… Ho visto molti filmati Rai in bianco e nero di quell’anno. Ho letto quello che era in circolazione. Molta fuffa. Ho ascoltato i miei (poco più che ventenni allora). Ed ho avuto due confidenti privilegiati: un rigattiere di Milano, protagonista delle occupazioni studentesche, da cui compravo qualche libraccio a Missori, e la mia attuale vicina di casa. Si chiama Wendy, londinese dell’East End. In salotto, fra ciarpame e ricordi vari, ha un piccolo ritratto autografo che le fece Francis Bacon. Vale non poco, ma lei continua a vivere di benefit. Credo.
    Il ’68 non appartiene ad una generazione soltanto. Come i suoi effetti. Neanche il suo mito. Comunque da allora in poi ci furono diverse conquiste sociali che relativizzarono ogni visione arcaicamente “religiosa” del mondo e della società. Certo, tutto era partito qualche anno prima del ’68 che resta invece una data simbolica.
    Non so, quando penso a tutti i diritti civili di cui posso godere oggi, soprattutto all’estero, a tutte le conquiste sociali delle minoranze e delle donne, penso che debba ringraziare non solo gli operai ma anche e soprattutto gli studenti sessantottini: i figli di quelli che uscirono dalla fame nel dopoguerra. Certo la guerra al capitalismo non poteva che essere persa. Non quella sui diritti civili però. I sessantottini qui hanno vinto su tutto. Non dovunque, ovvio. Anche perché in Italia il ’68 acquistò connotazioni diverse, diventando soprattutto lotta operaia per la rivendicazione di uno statuto dei lavoratori. Grande conquista sociale, ma nessuna rivoluzione culturale però. Ed ancora oggi in Italia ci troviamo impreparati ad affrontare una società multietnica dove l’unica visione possibile è quella del pluralismo laico.

  29. Dario Borso il 6 settembre 2009 alle 20:51

    ben detto ama. a differenza della potemkin invece, il passamontagna di negri era e resta una bojata pazzesca.

  30. francesco pecoraro il 6 settembre 2009 alle 20:55

    “Ho visto molti filmati Rai in bianco e nero di quell’anno. Ho letto quello che era in circolazione. Molta fuffa. Ho ascoltato i miei (poco più che ventenni allora). Ed ho avuto due confidenti privilegiati: un rigattiere di Milano, protagonista delle occupazioni studentesche, da cui compravo qualche libraccio a Missori, e la mia attuale vicina di casa. Si chiama Wendy…”
    va bene.
    concordo sull’inutilità di continuare a interloquire con AMA sul sessantotto e pure su qualsiasi altro argomento.

  31. maria (v) il 6 settembre 2009 alle 21:38

    Alcor, santo cielo, io sono fuori da tutto, figurati che sono nata 2 giorni dopo la fine di Moro (ricordo che quand’ero ragazzina chiesi a mia madre incredula come le fosse venuto in testa di partorire in quei giorni…:-), quindi fuori ma proprio fuori da tutto e il ’68 può avere davvero i contorni di una figura mitologica, ma NON potrei mai definirla una “patacca giornalistica”. mi spezzi il cuore!
    la bibliografia adesso è veramente sterminata, in occasione dell’anniversario tanto è stato pubblicato, ce n’è per tutti i gusti, anche fascicoli allegati all’espresso, incredibile lavoro di divulgazione.. se mai c’è da chiedersi perché allora si riscontra un terrificante arretramento? come sia possibile negare l’evidenza? e ancora, perché tanta rassegnazione, tanta sfiducia, la mia generazione, io stessa (i pochissimi che si differenziano, sembrano alieni )e pure tu, Alcor, che parli di patacca!!!ma come si può, se neghiamo anche il poco che c’è rimasto -del tanto che allora è stato detto, fatto, si è tentato…allora siamo spacciati. Non resta che riporre ogni speranza nelle future generazioni, che almeno qualcuno, più di noi, meglio di noi, che si scampi!

    AMA, Alessandro, almeno tu… al contrario di quanto dice tashtego-francesco pecoraro è invece un vero piacere leggerti

    (Effeffe-Francé, sono convinta che sei spinto dalle migliori intenzioni, ma quel Pasolini là proprio non scende neanche, ma tvb uguale, come sempre, anche ad Alcor.
    A tutti, un abbraccio un po’ triste e desolato, come questi tempi :-(

  32. alcor il 6 settembre 2009 alle 22:59

    @maria:-)

    non ti voglio deprimere, mi chiedo sempre a cosa esattamente vi riferiate, voi giovani ( e anche parecchi ormai vecchi) quando parlate del “’68”.
    Io mi ricordo bene i due anni che lo hanno preceduto, soprattutto il ’67, e purtroppo benissimo il ’69.
    E un campo vasto, mi pare, e invece si dice “68” e si scatenano memorie, mitologie, odi e amori.
    Un decennio condensato in un anno mi è sempre parsa una sintesi pataccara. Sempre e da sempre.

  33. alcor il 6 settembre 2009 alle 23:28

    @AMA

    le date simboliche, le sintesi estreme, mah, sono comode ma fanno danni. I diritti delle donne (ma poi non ne parlerò più, non sono ancora abbastanza decrepita da abbandonarmi ai ricordi) non erano certo una priorità degli studenti “sessantottini”, per non parlare di quelli degli omosessuali. La politica nelle università non era così follemente interessata ai diritti civili. La fabbrica, quella sì, era la fabbrica il nostro interesse prevalente. Il conflitto di classe. E nel conflitto di classe non c’è spazio per le minoranze.
    Anche tu hai in mente un tuo ’68 ideale, civile. Ma gli studenti non c’entrano, era la società tutta intera che a un certo punto non ha più potuto permettersi una società patriarcale. Certo, da noi c’era e c’è ancora il Vaticano.

  34. no/made il 7 settembre 2009 alle 00:31

    la poesia di pasolini è da sottoscrivere in toto almeno come manifesto di teoria rivoluzionaria. Prima di mettersi contro i poliziotti qualcuno si è presa la briga di leggersi ” Che fare ? ” di Lenin? Poi, la critica di Pasolini era nei confronti del PCI, un partito controrivoluzionario che guardava solo alle riforme e non aveva alcuna intenzione di portatre avanti una lotta di classe ( Napolitano è l emblema di ciò che è stato in realtà il pci in Italia ). Pasolini veniva dalla resistenza, aveva montagne di morti sepolte nella memoria, e si ricordava a fianco di chi si era combattuto in quegli anni e contro chi. Che il 68 non lo hanno fatto i figli dei borghesi ma i loro padri è quanto si evince da tutta la sua opera teatrale. Le rivendicazioni di diritti universali è quanto da secoli affermava la sinistra, i comunisti e gli “gnostici”, il lascito di edonismo sfrenato nell assenza di diritti ( lavoro, casa, salute… ) nella attuale società dei consumi è il prezioso patrimonio di innovazione e il contributo di quegli anni. Per ritornare al discorso precedente, la rivolta dei sessantottini è equiparabile a ciò che lenin definiva economicismo o opportunismo, non c era nessuna avanguardia, nessuna capacità di farsi portavoce degli interessi di tutto il popolo, quindi anche dei sottoproletari poliziotti, ma semplicemente la vanagloria di mettersi alla testa di un movimento da cui si attendeva dovesse partire la rivoluzione. Erano sicuramente bravi nelle versioni di latino e di greco ma bastava questo per farne dei rivoluzionari? Erano in fondo dei bravi ragazzi, e così ce li ricordiamo…
    Pasolini non era arcaico, è l arcaico, il mito ad essere in ognuno di noi ( Eliade), ma ciò non ha nulla ache vedere con il cattolicesimo o con le gerarchie vaticane. Reazionario di sinistra? Va bè, continuiamo a dire le banalità… Amava l autorità? Nel 1945, coi suoi alunni era più sessantottino dei tanti maestri venuti dopo…

  35. AMA il 7 settembre 2009 alle 00:53

    Sì, Alcor, l’ho già detto che il ’68 è una data ideale e che in Italia l’interesse principale fu la fabbrica. Nulla di nuovo quindi. Altrove però, penso agli Stati Uniti, ad esempio, i diritti civili ebbero molta importanza. E comunque da quel grande momento di aggregazione e di consapevolezza che fu il ’68 nacquero tutte le successive proteste e rivendicazioni, in cui confluirono tante cose diverse. Tutte accomunate da una messa in discussione della società arcaica patriarcale. Certo, è una semplificazione …
    Sì, in Italia abbiamo il Vaticano. La chiesa però è molto forte anche altrove. Penso in Spagna. Quello che manca nel nostro paese è una cultura autenticamente laica capace di garantire cittadinanza al pluralismo dei modelli etici. Quello che manca in Italia è una forza politica capace di contrastare le intimidazioni mafiose di certe gerarchie. Quello che manca in Italia è un progetto di futuro. Paese ormai grottesco il nostro. Ripiegato su se stesso. Fobico, razzista, triviale. Vecchio, depresso. Rassegnato e tanto vilmente cinico. Il paese più annichilito e annichilente che conosca, immerso totalmente in un postmodernismo che non ha mai elaborato. E soprattutto di poveri. Futuri. Senza diritti e senza voce.
    Un caro saluto a Maria.

  36. AMA il 7 settembre 2009 alle 01:09

    @ no/made

    “Che il 68 non lo hanno fatto i figli dei borghesi ma i loro padri è quanto si evince da tutta la sua opera teatrale”.

    Mi spiace ma non sono d’accordo. Forse le madri. Non i padri. Soprattutto i figli. Non necessariamente di estrazione borghese.

    “Le rivendicazioni di diritti universali è quanto da secoli affermava la sinistra, i comunisti e gli “gnostici”, il lascito di edonismo sfrenato nell’ assenza di diritti ( lavoro, casa, salute… ) nella attuale società dei consumi è il prezioso patrimonio di innovazione e il contributo di quegli anni”.

    Certo, in Italia è come dici, probabilmente. Edonismo sfrenato nell’assenza di diritti. Anzi scriverei … Edonismo, a tratti caricaturale, innestatosi su una società rimasta sostanzialmente arcaica, fortemente gerarchizzata ed incapace di garantire diritto di cittadinanza alle nuove istanze sociali. Mica tanto nuove, a dire il vero! Altrove le cose sono andate e vanno diversamente …

  37. Dario Boffo il 7 settembre 2009 alle 01:13

    a proposito di 68, qualcuno ha letto Aa. Vv., Resexualizing the Desexualized, Giardini editore, Pisa 2007, pp. 276, € 225? e di Gilda si sa niente?

  38. AMA il 7 settembre 2009 alle 01:21

    “Pasolini non era arcaico, è l’arcaico, il mito ad essere in ognuno di noi ( Eliade), ma ciò non ha nulla a che vedere con il cattolicesimo o con le gerarchie vaticane”.

    Che Pasolini fosse a tratti grottescamente gnostico l’ho scritto qualche messaggio fa. Certo, in ognuno di noi sopravvive il mito arcaico, ma non è detto che dobbiamo dargli ascolto. Non necessariamente. Anzi. Pasolini comunque col cattolicesimo c’entra tanto: vi è invischiato fino al collo. Ed oggi starebbe con le gerarchie vaticane.

    “Reazionario di sinistra? Va bè, continuiamo a dire le banalità”…

    Banalità? Pasolini questo era!

  39. AMA il 7 settembre 2009 alle 01:24

    @ Dario Boffo

    “A proposito di 68, qualcuno ha letto Aa. Vv., Resexualizing the Desexualized, Giardini editore, Pisa 2007, pp. 276, € 225?”.

    No, non ne so niente! Dici che è grave, devo rimediare?

  40. Dario Boffo il 7 settembre 2009 alle 01:56

    Le carte segrete del generale Giorgio Manes, due valigie zeppe di buste ingiallite, riportano a galla vecchie notizie scandalistiche che nel 1967 descrissero il tentativo di ricattare Paolo VI per una sua presunta relazione omosessuale, come scrisse allora il francese Roger Peyrefitte, con l’ attore Paolo Carlini: «Il Papa preme su Moro… La Dc vorrebbe salvarlo ma S. è deciso».

  41. véronique vergé il 7 settembre 2009 alle 08:25

    Maria, che felicità ritrovare un commento tuo, anche velato di tristezza.
    Sono della genrazione sopra alla tua e capisco la disperazione in un mondo dove niente è aperto, tutto sembra chiuso, spietato, dove il talento non è riconsciuto come meriterebbe.

    Penso che in Francia gli anni 1970 erano bellissimi di speranza, di creazione. Che è acacduto? Ma so che la tristezza è venuta negli anni
    1980, anche se le considero con affetto.

    Un abbraccio Maria; :-) malgrato tutto il sorriso.

  42. Dario Boffo il 7 settembre 2009 alle 09:37

    Peyrefitte disse che quando Giovanni Battista Montini era l’Arcivescovo di Milano aveva amato l’attore Paolo Carlini (1922-1979), da cui prese in suo onore il nome quando fu eletto pontefice. Ed in effetti erano secoli che nessun papa assumeva tale nome. Seguì una manifestazione del FUORI in Piazza San Pietro, presto dispersa a causa dello slogan inalberato dai “diversi”: Paolo, combattiamo anche per te… La Domenica delle Palme, dal suo balcone, Paolo VI addolorato denunciò: “Le cose calunniose e orribili che sono state dette sulla mia santa persona…”.
    Manes, l’acerrimo nemico del golpista De Lorenzo, morì nel ’69 dopo aver ingurgitato un caffè a Montecitorio. La fonte di Manes era il socialdemocratico tanassi, e S. era Saragat.

  43. liviobo il 7 settembre 2009 alle 09:46

    “esiste ancora al mondo la bellezza?/oh no, non parlo dei lineamenti fini/ma alla stazione, carico di ebbezza/un giovane con gli occhi ai suoi lontani lidi” – cito, a memoria, arcaicamente, da Penna. io credo che è semplicemente questo sguardo ciò che è da rimpiagere del 68 o il 77, questo sguardo – questa tensione – che non è più in alcun lattiginoso occhio di “giovane”, o in alcuna collezione o collettività d’occhi, causa televisione o non so che. e ricordiamo – lo scriveva Merleau-Ponty – che non c’è visione, non c’è percezione, se non al termine di uno sguardo. al termine del nudo vedere non c’è nulla

  44. Dario Boffo il 7 settembre 2009 alle 10:06

    “Era una persona estremamente penetrante sotto tanti aspetti”, spiega Fausto Montini, nipote di Paolo VI.
    da PADOVAnews del 31 agosto 2009

  45. alcor il 7 settembre 2009 alle 10:14

    C’è però una cosa che è cambiata decisamente in meglio, il vino che beviamo.

  46. maria (v) il 7 settembre 2009 alle 10:18

    @ no/made, che scrive: Per ritornare al discorso precedente, la rivolta dei sessantottini è equiparabile a ciò che lenin definiva economicismo o opportunismo, non c era nessuna avanguardia, nessuna capacità di farsi portavoce degli interessi di tutto il popolo, quindi anche dei sottoproletari poliziotti, ma semplicemente la vanagloria di mettersi alla testa di un movimento da cui si attendeva dovesse partire la rivoluzione. Erano sicuramente bravi nelle versioni di latino e di greco ma bastava questo per farne dei rivoluzionari? Erano in fondo dei bravi ragazzi, e così ce li ricordiamo

    non concordo. non sono un esperto, figurati che la storia l’ho appresa da me, avendo avuto pessimi insegnanti a scuola, questo mi rende molto insicura in materia, quindi non mi azzarderò a proseguire il discorso, però non ho dubbi che il ’68 sia stato molto altro, mi pare, se non le sparo grosse, che fosse Althusser a paragonare il maggio francese all’ evento più importante dopo la Resistenza, anche se, come tutti del resto, non prendeva troppo sul serio gli studenti, ma questa è storia di sempre, fino ai giorni nostri, eppure da qualche parte devo avere anche letto che nel fallimento del ’68 italiano rientra a pieno titolo la scarsa coesione tra movimento studentesco ed operaio, al contrario di quanto avveniva altrove. e francamente, mi sono stancata di questa apologia delle forze dell’ordine proletarie, io ho avuto amici che nelle stesse condizioni economiche hanno fatto scelte differenti, hanno deciso da che parte stare : chi ha scelto, con piena capacità dintendere e di volere, la carriera militare (e tra questi distinguo chi lo fa solo come lavoro da chi vi ha aggiunto anche una personale sfumatura di pensiero fascista) e chi ha scelto di fare l’ operaio, chi il lavoratore in nero appena terminate le scuole medie, e chi il rivoluzionario ozioso e nullafacente ma sognatore, e non condanno chi per arrotondare in vista del matrimonio ha scelto di farsi pure spedire in Iraq, ma mi guardo bene dal prendere le loro difese e non mi schiererò mai dalla loro. I miei genitori che non erano per niente dei sessantottini, facevano parte di quei sottoproletari e si sono pagati gli studi, lavorando e sono andati alluniversità e si sono laureati, al contrario di me, anche se i loro genitori erano semianalfabeti) e non stavano coi poliziotti, anche se nemmeno con i “ribelli”. Quindi finiamola con questo Pasolini che, come diceva Biondillo qualche settimana fa, devessere superato. c’è in lui tanta sovrastruttura ideologica e tanta retorica… pataccando, come diceva alcor ,di semplificazione in semplificazione: tra fortini e pasolini sto con fortini, ma a fortini e pasolini preferisco alfredo giuliani

    un abbraccio a te, Véronique

    @ dario bo(ffo) mi domando come facciamo ad essere fermi sempre allo stesso punto quando fu proprio un altro Paolo, prima di tutta quella lunga storia, a dire qualcosa tipo (cito a memoria e scorretto): “se anche conoscessi tutte le lingue degli uomini e degli angeli, ma non conoscessi l’amore, non sarei altri che un bronzo altisonante e un tintinnante cembalo”

    saluti a tutti

  47. Dario Borfo il 7 settembre 2009 alle 10:57

    se lo stesso punto cui sono fermo è il ’68, ammetto. giustamente hai richiamato il damascato. avanti il prossimo: Paolo II Barbo ( 1417-1471), veneto nipote di un papa, riuscì a far pacificare i principi italiani, fece guerra ai turchi e minacciò di scomunica il re di Francia che non voleva pagargli le tasse. D’una vanità senza limite, effeminatissimo, si vestiva con tessuti d’oro guarniti di diamanti, ribattezzandosi Formosus cioè “Il Bello”. La sua favolosità era talmente risaputa che il popolo lo soprannominò “Nostra Signora Paola”. Collezionista di statue, gioielli, e bei giovani. Morì proprio a causa d’un attacco di cuore durante un rapporto sessuale con un paggio. Uno dei suoi successori propose di chiamarlo Maria Pietissima, per la sua inclinazione a scoppiare in pianto durante le crisi di nervi. (da “Pride” del giugno 2007)

  48. Robin Masters il 7 settembre 2009 alle 11:23

    “Quindi finiamola con questo Pasolini che, come diceva Biondillo qualche settimana fa, devessere superato. c’è in lui tanta sovrastruttura ideologica e tanta retorica…”

    pensieri profondi di intellettuali di inaudita statura…

  49. Giorgio Di Costanzo (Ischia) il 7 settembre 2009 alle 11:33

    (“la Repubblica”, 21 agosto 2009, pag. 27)

    «Riporterei i sette volumi
    della Recherche di Proust.
    Basta, non è il mio mondo.
    Farò indignare i puristi
    ma li restituisco volentieri»
    dice Giancarlo De Cataldo,
    giudice, scrittore, etc.

  50. gianni biondillo il 7 settembre 2009 alle 11:36

    Che vuoi che ti dica, Robin Masters, sono uno scrittore “di peso”… ;-)

  51. gianni biondillo il 7 settembre 2009 alle 11:38

    Giorgio, ma tanto ce lo leggiamo noi il nostro amato Marcel, giusto? ;-)

  52. Notturno Lume il 7 settembre 2009 alle 12:22

    REPARTINO (PSICHIATRIA)

    Usato nell’affabulare il rovescio
    mestiere idiosincratico ad ogni ispezione
    di me
    un secolo indietro un secondo avanti

    rifugio di pifferai e topi
    batto il tempo dell’incanto
    le mie catene sono salde
    sul sagrato della cattedrale

    avvicendandosi stagioni sono prigioni
    dallo strale alla fioritura
    per nevi e trebbiature
    ricalco il volo delle tortorelle
    proprio là
    sulla cima curva di un abete

    di nulla godo
    immensa gelosia
    dimesso da un equipe
    dismetto il trambusto
    e torno all’ingranaggio
    proprio là
    lubrificato nella merda

  53. effeffe il 7 settembre 2009 alle 13:00

    OT

    se non tenessi fede a quanto augurato in conclusione del post, scriverei (da non sciascia, da non pasolini, da NN) un articolo con un titolo ad effetto, tipo.

    Più della legge Cossiga potè la 285
    quando i giovani abbandonarono le comuni per entrare nei comuni *

    Un’asserzione dicscutibile, sicuramente non campata in aria, da approfondire, analizzare, con mille, duemila distinguo, il caso per caso, come nelle amnistie e amnesie. Una legge che salvò molti dalla follia o dall’eroina. Una legge che permise a molti di trovare una vocazione, una passione. Nel complesso, però, una legge bacino in cui annegarono (e annegano) le ambizioni della generation lyrique degli anni settanta
    .
    effeffe

    *Legge 285/1977
    untitled Legge 1º giugno 1977, n. 285 (in Gazz. Uff., 11 giugno, n. 158). Provvedimenti per l’occupazione giovanile. Preambolo La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato;[…]
    untitled

    Legge 1º giugno 1977, n. 285

    (in Gazz. Uff., 11 giugno, n. 158).

    Provvedimenti per l’occupazione giovanile.

  54. girolamo il 7 settembre 2009 alle 13:25

    @ Francesco Pecoraro
    Io avevo l’eskimo, perché non potevo permettermi un cappotto buono. Per non parlare del cachemire: al massimo un pullover di lana inglese di mio padre, e giusto perché lui era allergico e non se lo poteva mettere più. Ma non mi sentivo povero, perché ero ricco dentro.

    @ Dario Borso
    Si, quella frase sul passamontagna è una boiata. Ma anche ridurre Negri a una sola frase: un modo per mettersi un diverso tipo di passamontagna e non leggere altro (non parlo di te).

  55. francesco pecoraro il 7 settembre 2009 alle 15:13

    @girolamo
    dicevo dell’abbigliamento di quel primo marzo del 1968.
    non mi sono mai sentito “ricco dentro”.
    non avendoci un “dentro”, ma essendo tutto “fuori”.
    quindi beato a te.

    io sono favorevole a una legge che vieti a chiunque, per i prossimi cento anni di parlare, scrivere, filmare, musicare eccetera del sessantotto.

  56. francesco pecoraro il 7 settembre 2009 alle 15:43

    vietato sarebbe anche solo il numero 68.
    dal 67 si passerebbe al 69.
    (per esempio: vietate le case di 68 metri quadri, le automobili di 68 cavalli, le navi con 68 cabine, le persone di 68 kg, eccetera)

  57. effeffe il 7 settembre 2009 alle 15:55

    sessantutto?
    effeffe

  58. enrico de lea il 7 settembre 2009 alle 17:36

    bello “sessantutto”!

    per il resto, caro effe(ffe), concordo assai con tua premessa e conclusione

    dovremmo riaprir certi capitoli della vita civile-intellettuale italiana (penso alla “Gran bonaccia delle Antille” di Calvino, in ordine al PCI – penso alle intuizioni di Vittorini – penso al moralismo di solitari fraintesi come Silone, Caffi, Chiaromonte…)

    ciao, e.

  59. AMA il 7 settembre 2009 alle 20:59

    “Quindi finiamola con questo Pasolini che, come diceva Biondillo qualche settimana fa, devessere superato. c’è in lui tanta sovrastruttura ideologica e tanta retorica…”

    Ben detto, Maria. In fondo con Biondillo sarebbe d’accordo anche Buffoni. Certo, con toni molto diversi da miei. Io non aspiro certo a diventare un intellettuale di statuta. Neanche uno scrittore di peso. Troppo faticoso ed inutile in questa italietta che non fa testo. Solo una certa paura.

  60. AMA il 7 settembre 2009 alle 21:19

    E sia chiaro, a me questi aspiranti scrittori che cercano uno statuto culturale citando Pasolini mi fanno solo ridere. Grotteschi.
    :- ))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))))

    Ci sono addirittura quelli che estatici proclamano solenni … “Ah, Pasolini l’aveva detto!”.

    Tenetevelo per voi il culto postumo di Pasolini. Noi abbiamo problemi molto più seri da affrontare che la tragicomica fine della civiltà arcaica monoteista e patriarcale. Intere generazioni senza voce. E vecchi tromboni nostalgici. Senza un briciolo di talento.

  61. Robin Masters il 7 settembre 2009 alle 23:09

    “Ma i morti hanno forse un segreto, che non vogliono far conoscere”(M.Y)

    AMA, sei la perfetta dimostrazione dell’attualità del pensiero e dell’opera di Pasolini, incarni esattamente il nulla, figlio delle sue predizioni. Te lo dico senza astio, ma con lo stesso tono con cui un altro grande scomparso pronunciava “la decadenza è bella…”

    http://www.youtube.com/watch?v=fUExl_XqCOs

  62. girolamo il 7 settembre 2009 alle 23:23

    @ Francesco Pecoraro
    Lo ha già proposto Giulio Tremonti in un articolo sul Corriere dell’agosto 2008, di abolire un solo numero, il 68. Fai tu…

  63. AMA il 8 settembre 2009 alle 12:16

    Sì, ma voi avete qualcosa contro il Nulla? Credo sia l’Arcaico che è in voi ad avere paura del vuoto! “Nulla” predetto con maggiore laicità da tante personalità meno tragiche e di maggiore peso di Pasolini, non trovate?

    Pasolini comunque cosa avrebbe opposto a questo Nulla? Parliamone…

  64. AMA il 8 settembre 2009 alle 12:17

    E giù le mani da Carmelo Bene, per favore!

  65. AMA il 8 settembre 2009 alle 12:32

    La Decadenza poi di cosa? Non l’ho mica capito? A me pare che l’Italia sia in Declino perché incapace di affrontare da decenni la fine di un certo mondo. E anzi lo difenda dagli attacchi esterni. Diventando sempe più grottesca. E senza futuro. Non tu, non tu. Non sto parlano dei sessantenni col golfino di cashmere…

  66. no/made il 8 settembre 2009 alle 12:49

    ama, “la forza del passato ” ?

  67. AMA il 8 settembre 2009 alle 12:51

    FUTURO
    FUTURO
    FUTURO

  68. AMA il 8 settembre 2009 alle 12:58

    Ma poi quale passato? Io vorrei sapere la forza di quale passato voi opporreste al Futuro! Un passato però non mitologico e grottesco, per carità!

    Che l’Italia non sia mai entrata nella Modernità credo sia cosa condivisa da molti. Forse è per questo che oggi risulta arcaica e postmoderna al tempo stesso. E tanto ma tanto spaventata. Come una vecchina.

  69. GiusCo il 8 settembre 2009 alle 13:49

    AMA, sei simpatico e vivi all’estero ma, per cortesia: assumi con esagerata certezza che l’Italia sia un paesino alla “Cristo si e’ fermato ad Eboli”. E’ questa si’ una deformazione, grottesca, del tutto personale. Non abbiamo una borghesia illuminata e neppure un’aristocrazia tardoimperiale all’inglese, ma -al di la’ della facciata pubblica davvero ipocrita- il Paese e’ molto piu’ secolarizzato di quanto tu creda, sia dal punto di vista dei costumi civili che di quelli morali. Un qualunque contatto con le esperienze associative del fu partito radicale, oggi partito radicale transnazionale, non violento ecc. ecc. potrebbe ribaltare la tua prospettiva nel senso di un eccesso di liberta’ individuale, non guidata e non incanalata da alcuna ideologia, che trova rifugio in mondi alternativi alla narrativa passatista (chiamiamoli cosi’), mondi dai quali e’ molto difficile venire fuori una volta che ci si autoghettizza al loro interno: robe del tipo del codacons, i sindacati, numerose associazioni culturali, le parrocchiette di periferia, sono micromondi paranoidi senza storia e senza ideologico, che tentano di ricreare dal basso di comunita’ casualmente aggregate una parvenza di ordine generale. Le politiche governative italiane seguite alla polverizzazione sanguinosa degli anni 70, sono a loro volta espressioni di microghetti locali: dagli azzeccagarbugli democristiani al rampantismo bullista di Craxi, fino alla Lega e all’ultimo “ghedini o ghedoni” del coatto in doppiopetto. Cosa ci sia di grottesco, arcaico e postmoderno, non riesco a capire… a me pare la dissoluzione del collante nazionale, venute meno le emergenze dei tempi di guerra e cio’ che ne e’ seguito. E, parere personale, tale dissoluzione non mi dispiace: un’Italia divisa in tre, col Sud in mano alla malavita, un grosso stato centrale della Chiesa e infine il Nord produttivo aggregato alla Germania, e’ lo sbocco in grande dei microghetti detti prima, questo si’ un ritorno al passato, ai tempi precedenti l’unificazione.

  70. AMA il 8 settembre 2009 alle 17:11

    @ GiusCo

    “AMA, sei simpatico e vivi all’estero ma, per cortesia: assumi con esagerata certezza che l’Italia sia un paesino alla “Cristo si e’ fermato ad Eboli”. E’ questa si’ una deformazione, grottesca, del tutto personale. Non abbiamo una borghesia illuminata e neppure un’aristocrazia tardoimperiale all’inglese, ma -al di la’ della facciata pubblica davvero ipocrita- il Paese e’ molto piu’ secolarizzato di quanto tu creda, sia dal punto di vista dei costumi civili che di quelli morali”.
    Più che secolarizzato, assolutamente annichilito nei costumi civili e morali, sotto ad un grottesco moralismo sempre mediato dalla rappresentazione farsesca. La maggioranza delle figure pubbliche italiane, altrove non avrebbero nessun credito istituzionale.
    “Un qualunque contatto con le esperienze associative del fu partito radicale, oggi partito radicale transnazionale, non violento ecc. ecc. potrebbe ribaltare la tua prospettiva nel senso di un eccesso di liberta’ individuale, non guidata e non incanalata da alcuna ideologia, che trova rifugio in mondi alternativi alla narrativa passatista (chiamiamoli cosi’), mondi dai quali e’ molto difficile venire fuori una volta che ci si autoghettizza al loro interno: robe del tipo del codacons, i sindacati, numerose associazioni culturali, le parrocchiette di periferia, sono micromondi paranoidi senza storia e senza ideologico, che tentano di ricreare dal basso di comunita’ casualmente aggregate una parvenza di ordine generale. Le politiche governative italiane seguite alla polverizzazione sanguinosa degli anni 70, sono a loro volta espressioni di microghetti locali: dagli azzeccagarbugli democristiani al rampantismo bullista di Craxi, fino alla Lega e all’ultimo “ghedini o ghedoni” del coatto in doppiopetto”.
    Splendida analisi. Adesso la salvo. Davvero. Non credo però che in Italia ci sia un eccesso di libertà individuale. In Italia l’individuo semplicemente non esiste e nessuna legge garantisce ai singoli individui l’esercizio della propria individualità. Ci si muove in piccoli gruppi che lottano per la propria sopravvivenza. Con ogni mezzo. Spesso deteriore.
    “Cosa ci sia di grottesco, arcaico e postmoderno, non riesco a capire”…

    Grottesco è l’attaccamento ad un passato mitologico.
    Arcaico è questo nostalgico attaccamento al simulacro di una tradizione culturale morta e sepolta.
    Postmoderno è un paese vinto e disgregato. Di teledipendenti incapaci di stabilire relazioni autentiche. Immersi nella virtualità di fatti che hanno perso ogni oggettività per essere spesso rettificati o smentiti dalla finzione mediatica del regime …

    “A me pare la dissoluzione del collante nazionale, venute meno le emergenze dei tempi di guerra e cio’ che ne e’ seguito. E, parere personale, tale dissoluzione non mi dispiace: un’Italia divisa in tre, col Sud in mano alla malavita, un grosso stato centrale della Chiesa e infine il Nord produttivo aggregato alla Germania, e’ lo sbocco in grande dei microghetti detti prima, questo si’ un ritorno al passato, ai tempi precedenti l’unificazione”.
    Senti, non so se questo sarà il futuro dell’Italia, probabilmente questo progetto sarà fallimentare. Credo poi che questo Nord produttivo aggregato alla Germania sia più che altro un auspicio. Intanto adesso, se dovessi rappresentare Milano, penserei ad una immensa colata di cemento in mano a Ligresti e alla ‘ndrangheta … Un grosso stato centrale della Chiesa non può che avere vita breve. Quanti anni hanno i vescovi italiani? Di vita … Dieci? E quale continuità politica potranno mai assicurare? Sì, il Sud è in mano alla mafia. Non alla malavita. Come gran parte del paese.

  71. AMA il 8 settembre 2009 alle 17:12

    “AMA, sei simpatico e vivi all’estero ma, per cortesia: assumi con esagerata certezza che l’Italia sia un paesino alla “Cristo si e’ fermato ad Eboli”. E’ questa si’ una deformazione, grottesca, del tutto personale. Non abbiamo una borghesia illuminata e neppure un’aristocrazia tardoimperiale all’inglese, ma -al di la’ della facciata pubblica davvero ipocrita- il Paese e’ molto piu’ secolarizzato di quanto tu creda, sia dal punto di vista dei costumi civili che di quelli morali”.

    Più che secolarizzato, assolutamente annichilito nei costumi civili e morali, sotto ad un grottesco moralismo sempre mediato dalla rappresentazione farsesca. La maggioranza delle figure pubbliche italiane, altrove non avrebbero nessun credito istituzionale.

    “Un qualunque contatto con le esperienze associative del fu partito radicale, oggi partito radicale transnazionale, non violento ecc. ecc. potrebbe ribaltare la tua prospettiva nel senso di un eccesso di liberta’ individuale, non guidata e non incanalata da alcuna ideologia, che trova rifugio in mondi alternativi alla narrativa passatista (chiamiamoli cosi’), mondi dai quali e’ molto difficile venire fuori una volta che ci si autoghettizza al loro interno: robe del tipo del codacons, i sindacati, numerose associazioni culturali, le parrocchiette di periferia, sono micromondi paranoidi senza storia e senza ideologico, che tentano di ricreare dal basso di comunita’ casualmente aggregate una parvenza di ordine generale. Le politiche governative italiane seguite alla polverizzazione sanguinosa degli anni 70, sono a loro volta espressioni di microghetti locali: dagli azzeccagarbugli democristiani al rampantismo bullista di Craxi, fino alla Lega e all’ultimo “ghedini o ghedoni” del coatto in doppiopetto”.

    Splendida analisi. Adesso la salvo. Davvero. Non credo però che in Italia ci sia un eccesso di libertà individuale. In Italia l’individuo semplicemente non esiste e nessuna legge garantisce ai singoli individui l’esercizio della propria individualità. Ci si muove in piccoli gruppi che lottano per la propria sopravvivenza. Con ogni mezzo. Spesso deteriore.

    “Cosa ci sia di grottesco, arcaico e postmoderno, non riesco a capire”…

    Grottesco è l’attaccamento ad un passato mitologico.
    Arcaico è questo nostalgico attaccamento al simulacro di una tradizione culturale morta e sepolta.
    Postmoderno è un paese vinto e disgregato. Di teledipendenti incapaci di stabilire relazioni autentiche. Immersi nella virtualità di fatti che hanno perso ogni oggettività per essere spesso rettificati o smentiti dalla finzione mediatica del regime …

    “A me pare la dissoluzione del collante nazionale, venute meno le emergenze dei tempi di guerra e cio’ che ne e’ seguito. E, parere personale, tale dissoluzione non mi dispiace: un’Italia divisa in tre, col Sud in mano alla malavita, un grosso stato centrale della Chiesa e infine il Nord produttivo aggregato alla Germania, e’ lo sbocco in grande dei microghetti detti prima, questo si’ un ritorno al passato, ai tempi precedenti l’unificazione”.

    Senti, non so se questo sarà il futuro dell’Italia, probabilmente questo progetto sarà fallimentare. Credo poi che questo Nord produttivo aggregato alla Germania sia più che altro un auspicio. Intanto adesso, se dovessi rappresentare Milano, penserei ad una immensa colata di cemento in mano a Ligresti e alla ‘ndrangheta … Un grosso stato centrale della Chiesa non può che avere vita breve. Quanti anni hanno i vescovi italiani? Di vita … Dieci? E quale continuità politica potranno mai assicurare? Sì, il Sud è in mano alla mafia. Non alla malavita. Come gran parte del paese.

  72. AMA il 8 settembre 2009 alle 17:16

    @ GiusCo

    Forse per la leggibilità è meglio il secondo mio messaggio. Quello con gli spazi… NI dovrebbe permetterci di editare i nostri scritti, non trovi?

  73. effeffe il 8 settembre 2009 alle 17:42

    thanx GiusCo!
    effeffe

  74. Robin Masters il 8 settembre 2009 alle 18:16

    @ AMA

    non hai mai letto Pasolini, e si vede. Capisco che per molti PPP rappresenti un’eredità scomoda, ieri e oggi, sia per i detrattori che per gli adulatori. Leggetelo…e poi, ne riparliamo…

    Ti ci vuole un bignami su troppe cose…facciamo così… per velocizzare, trova l’edizione corrente Feltrinelli dell’Eneide, leggiti solo l’introduzione di Beniamino Placido, così magari cominci a familiarizzare con i termini che usi malamente, “arcaico”, “mitologico” e “tradizione culturale”, giusto per evitare in futuro di scrivere amenità e apparire sciocco.

    Carmelo Bene a cena esclamava spesso, “la stupidità è sanguinaria…”

    Il vuoto, “inanis”, non è, il nulla.

    Posso dialogare con il vuoto, che è sempre fertile, ma non il nulla…

    @ Giusco

    L’Italia non esiste.

  75. AMA il 8 settembre 2009 alle 18:50

    @ giusCo

    Senza contare che al di là dei micro frazionamenti l’Italia è in mano alla Chiesa e alle Mafie. Organizzazioni arcaiche e fortemente gerarchizzate. Oltre che disgreganti e nemiche storiche dell’unità nazionale. Di fatto fallita.

    @ Robin Masters

    Premesso che il tuo è un nick anonimo creato ad hoc…
    Io uso le parole in maniera viva. Forse sciocco sei tu a non capirlo.
    In nessun modo può offendermi l’esercizio retorico di chi non conosco.

    :- )))))

  76. AMA il 8 settembre 2009 alle 18:55

    Che caruccia la battuta sul “vuoto inanis”!
    E ricordati che raggiungere il Nulla è una cosa serissima. Anche tu dovresti perderti come faccio io nel nulla. Ma cosa vuoi capire tu del Nulla?

    :- )))))

  77. Notturno Lume il 8 settembre 2009 alle 20:22

    @ AMA
    E’ proprio della condizione radical-chic (quanto godo nello scriverlo ancora) che si bea gelosamente di sè il mio precedente accostamento con l’internato che guarda volare le tortorelle, ma alla sua dimissione si trova non in cima all’albero ma nelle loro cacche.

    Non voglio riproporre questioni morali, preferirei farmi internare di nuovo, so solo che il nulla per me è quello spazio tra lo sterco e il volo, l’istante della massima altezza di un salto; e benvengano le cadute, 68 docet, se la perseveranza smaschera il diabolico di perseveranze armate.

  78. AMA il 8 settembre 2009 alle 20:37

    “il nulla per me è quello spazio tra lo sterco e il volo”

    Che merviglia! E adesso me ne esco, che dici?

  79. maria (v) il 8 settembre 2009 alle 20:54

    Senta Robin Masters torno a scrivere solo perché mi ha fatto incavolare a morte: ma come si permette? ma chi diavolo si crede Lei per concedersi il lusso di definire una persona che esprime un’opninione diversa dalla sua”vuoto o nulla”, per concedersi il lusso anche solo di pensare di potersi permettere una cosa simile? Lei è un incivile arrogante, soprattutto Arrogante. Quanto alla sua ultima asserzione potrei rigirarla come un guanto e dire che evidentemente è Lei che non ha letto il tormentatissimo Fortini, e sarebbe bello che gli fosse concesso più spazio anche qui sopra, ma non ho voglia, tempo e nemmeno le capacità di polemizzare con Lei e allora passo e chiudo.

  80. Robin Masters il 8 settembre 2009 alle 21:25

    Gentile maria,

    parto dalla fine invintandola a meditare sull’arroganza di chi ha
    proferito una frase come “Quindi finiamola con questo Pasolini che…”

    la invito, ed insieme a lei AMA, a rivedere il significato di “inanis”
    nell’opera Virgiliana succitata, con cui non avete una certa dimistichezza;
    svilita a battuta, e battuta non era. Il vuoto è un concetto importantissimo… Quanto a Fortini conosco solo due saggi ed il lavoro sui quotidiani, ed appunto non mi permetto di entrare, al contrario di altri, su un argomento che non conosco. Si, tranne l’alterco facile, le mancano le capacità. Non si faccia mauvais sang, non ne vale la pena.

  81. maria (v) il 8 settembre 2009 alle 23:22

    AMA, sei la perfetta dimostrazione dell’attualità del pensiero e dell’opera di Pasolini, incarni esattamente il nulla

    l’ha detto lei. non io. si nasconda meno dietro il paravento.
    delle sue menate etimologiche faccio volentieri a meno.
    virgilio? l’ho conosciuto un tempo. meglio lucrezio
    si figuri che per 4 esami non rischiavo di laurearmi in lettere classiche…fortuna che non ho mai resistito alla tentazione di “buttarmi a mare con tutti i panni” pur di non avere MAI a che fare con tipi come lei. buon proseguimento

  82. effeffe il 8 settembre 2009 alle 23:46

    maria robin masters ? chi? Mi sa che il mio Mac continua a farmi i soliti suoi giochetti di censura. non vedo nessun robin masters qui, gnente. Allora, facendo finta che esso abbia scritto qualcosa in questo thread ti racconto una storia molto bella. Ce la disse a parigi giorgio Bellini, leader negli anni settanta del movimento studentesco svizzero, Che in un villaggio africano si eleggeva il dittatore ogni volta con pieni poteri affinchè potesse fare e disfare ogni cosa e disporre di tutto per la felicità della sua comunità. Nel caso in cui il potere per il potere avesse preso il sopravvento portandolo a rompere il patto con la sua gente, diciamo a rompere e basta, i sudditi decidevano di smettere di essere sudditi e la destituzione non si faceva né con una rivoluzione né tanto meno con il tirannicidio. Diciamo che si mettevano d’accordo e a partire da un certo giorno, per tutti “quello” smetteva di esistere. nessuno lo avrebbe salutato, si sarebbe fermato a parlare con lui. Era diventato invisibile, Così, tu con esso, dovresti, cara maria, con esso.
    effeffe

  83. Robin Masters il 8 settembre 2009 alle 23:56

    Gentile maria,

    certo che l’ho scritto io. confermo e ribadisco.

    Lei invece come da copione cavalca il somarello della sua piccola
    arroganza verso altri lidi, ma anche le sue parole, restano li.

    E’ poco civile, e mooooolto arrogante, entrare nel merito di una discussione con addirittura l’ardire di sputare sentenze, senza nemmeno conoscere ciò di cui si discute, non crede ? Ma colgo dal suo dire che gli autori son come il prosciutto al banco del salumiere, meglio quello…di più quindi non c’è da aspettarsi.

    buona cavalcata.

  84. effeffe il 9 settembre 2009 alle 00:00

    maria mi è sembrato di aver sentito entrare qualcuno, ah ecco, niente, nulla. effeffe

  85. Robin Masters il 9 settembre 2009 alle 00:00

    @ effeffe

    immancabile l’ora della tua favola autobioagiografica

  86. Robin Masters il 9 settembre 2009 alle 00:03

    e come sempre ti discrediti da solo rovesciando l’appena affermato…

    cool!

    :)

  87. effeffe il 9 settembre 2009 alle 00:06

    cazzo la finestra!
    effeffe

  88. Robin Masters il 9 settembre 2009 alle 00:08

    ok chiudi tu, che hai la debolezza di voler sempre vinto uno scambio per figurar d’essere pernsator sottile e non sia si venga meno a ciò in casa tua

    :)

  89. effeffe il 9 settembre 2009 alle 00:14

    aprire o chiudere la finestra
    commenti aperti o chiusi
    chiusi come le case senza più finestre
    magari no come finestre (con i doppi vetri)
    – un rumore di fondo –
    doppi commenti
    da maratoneti a notte fonda

    un bruit assourdissant
    une levée de lumière
    L’Être – voir plus- et le Néant,
    une touche de réverbère

    Comment?
    effeffe

  90. Robin Masters il 9 settembre 2009 alle 00:15

    scusami…dimenticavo questo

    http://www.youtube.com/watch?v=e6ki-p1eW2o

    ora puoi

    :)

  91. effeffe il 9 settembre 2009 alle 00:16

    “il suggerimento che mi viene da fare…”

    nel tuo piccolo, suggeriscitelo spesso…

    RM

  92. maria (v) il 9 settembre 2009 alle 08:22

    Robin Masters, lei è solo un cafone. Non m’interessa discutere con lei.
    Mi spiace solo aver sporcato il post di Effeffe, che è, come sempre un signore (carissimo tu sai che, a parte l’amicizia vera e rara, che è sopravvissuta stranamnete al tempo e ai lunghissimi silenzi, ti stimo davvero e sterei ore ad ascoltare le tue storie, i tuoi racconti di vita e anche le tue polemiche letterarie… E sempre bello sapere che ci sono almeno 2 persone che la pensano un pochino diverso per potere ascoltare una sana e serena discussione a due o più voci. Cosa che non è proprio da tutti.

    Per il resto, ci tenevo solo a precisare, nei confronti di tutti gli altri che hanno usato modi diversi, che chiunque è ovviamnete libero di amare Pasolini quanto crede e io ( e altri) altrettanto libera di gridare “è ora di finirla” anche perché è proprio sulla sua ambiguità che pericolosamente si cavalca
    Qualcuno che ne sapeva molto più di me, ma di cui si parla ed interessa oggi molto meno di Pasolini, prese il povero Pasolini a pedate dicendo cose che a confronto noialtri qui siamo stati dei teneroni e la poesia in questione fu il punto di non ritorno.
    http://www.pasolini.net/ideologia07.htm

    per il resto, carissimo effeffe, chiudo non perché ferita da un cafone, ma solo perché è vero che mi mancano le competenze. mi piacerebbe che la discussione proseguisse per ascoltare chi ne sa più e meglio. Non certo Robin Masters. Un caro abbraccio, Francesco.

  93. maria (v) il 9 settembre 2009 alle 13:50

    e non ultima domanda, doverosa, sarebbe: che fine hanno fatto i libri di Fortini, ritirati uno dopo l’altro dal mercato? (a fronte del boom mediatico di un Pasolini tanto amato, in questi anni di puro sfacelo)
    forse è proprio adesso il momento di buttar via le mosche e la carta…

  94. Robin Masters il 9 settembre 2009 alle 14:43

    Ne comprendo le ragioni, ma emotivamente non “capisco” questo livoroso astio nei confronti di PPP, dico davvero.

  95. effeffe il 9 settembre 2009 alle 16:00

    @maria
    robin apre uno spiraglio. secondo me, serenamente dovresti andargli incontro
    effeffe

  96. véronique vergé il 9 settembre 2009 alle 17:08

    Maria,

    Mi fa sempre piacere leggerti in un commento, perché la tua riflessione offre uno slancio.
    Effeffe ha un grande cuore e sa ascoltare tutti.

  97. orsola puecher il 9 settembre 2009 alle 18:10

    oh, a parte, appena si nomina PPP, le solite viscere e trippe sul tagliere senza uno straccio di argomenti e il consueto discutere di tutto tranne l’assurto del post ( che mi pare in sè un po’ confuso con quella metafora dubbia del passamontagna… ma che ormai… sta lassù dimenticato come un ombrello in ascensore) e dopo l’immancabile accusa di reciproca arroganza, in alternativa a quella d’esserne invidiosi, se si critica qualcuno o qualcosa, che sono le manifestazioni tipiche della malattia infantile del blogghismo, a parte questo ritrito copione, Bene, nel senso di Carmelo recitò la parte di Creonte nell’Edipo Re di PPP e si stimavano reciprocamente moltissimo, così come con Eduardo De Filippo… l’un l’altro tutti e tre.
    così per dire che un altro mo(n)do è possibile
    di discutere
    solo questo

    ,\\’

  98. Robin Masters il 9 settembre 2009 alle 19:06
  99. Notturno Lume il 9 settembre 2009 alle 19:33

    @ AMA
    Ciao

  100. AMA il 9 settembre 2009 alle 19:33

    Certo, come no, gli argomenti li porta Orsola. :- ))))
    Qualcun altro forse ci mette l’intelligenza.

    I filmati che avete postato oggi quasi non si possono guardare!

  101. AMA il 9 settembre 2009 alle 19:36

    Ciao, Notturno, di leggere le scemenze di certa gente davvero non se ne può più. Quasi un oltraggio al libero esercizio dell’intelligenza. Altrui.

  102. no/made il 9 settembre 2009 alle 19:54
  103. effeffe il 9 settembre 2009 alle 20:40

    Orsola dai, un piccolo sforzo e ci arrivi. Come gli altri no? dai magari un po’ di concentrazione e ce la puoi fare anche tu. Lo hai detto tu no? un altro modo e mondo è possibile. Almeno da potersi dire:

    “E quindi uscimmo a riveder le stelle (Inferno XXXIV, 139)” , versi semplici e come le nazionali, senza filtro.

    effeffe

  104. orsola puecher il 9 settembre 2009 alle 21:34

    Sai effeffe non è questione di sforzo… (dismetti questo untuoso paternalismo, questo sì assai arcaico) e nemmeno di dare del cretino a chi esprime dubbi… o ha opinioni diverse… il problema che mi fa apparire confuso il post è che dire immaginario collettivo è quanto di più relativo e aleatorio si possa immaginare, ogni gruppo sociale, ogni fascia d’età, ha un suo immaginario collettivo. Le supposte frasi slogan di Pasolini e Sciascia sono incise in una certa fascia, altre ne sono totalmente ignare. Quella di Negri forse se la rigirano quattro gatti nostalgici. Contare nell’immaginario collettivo per una o due o più frasi, o ritenere che quelle che tu definisci slogan delle polemiche contino in un unico modo, mi sembra un falso problema. Quindi.
    Piuttosto, rispetto all’oggi, la differenza sostanziale è che Pasolini e Sciascia, non si adoperavano nell’ossessivo attuale sbracciamento per farsi notare e restare scolpiti nel supposto immaginario collettivo per una frase, o anche due o tre, le polemiche erano su questioni sostanziali, non su chi deve vincere lo Strega o meno e robetta del genere, o contro un critico letterario o l’altro, cose che nell’immaginario collettivo sono pari al sospiro di un grillo.

    Sul passamontagna e relativo calore operaio, io ero convinta allora e lo sono anche ora che fosse meglio non indossarlo né a diritto né a rovescio.

    Per quel che riguarda gli argomenti anti PPP, la tiritera della presunta arcaicità di Pasolini, è una visione superficiale derivata da alcune letture distratte. Arcaismo non si può certo definire la compenetrazione e la dialettica continua fra gli elementi fondanti di questo paese, i valori condivisi fra cristiani e comunisti della Resistenza, quelli per cui siamo qui a discutere ancora abbastanza liberamente. E credo questa sia anche un’indicazione per il futuro.

    Cose ancora più semplici.

  105. AMA il 9 settembre 2009 alle 22:03

    “Per quel che riguarda gli argomenti anti PPP, la tiritera della presunta arcaicità di Pasolini, è una visione superficiale derivata da alcune letture distratte”.

    Cara, il soggetto sono io. O sono diventato l’innominabile? Credo comunque di aver aperto una crepa.
    :- )))))))))
    Nessuna visione superficiale e nessuna lettura distratta comunque.

    “Arcaismo non si può certo definire la compenetrazione e la dialettica continua fra gli elementi fondanti di questo paese, i valori condivisi fra cristiani e comunisti della Resistenza, quelli per cui siamo qui discutere ancora abbastanza liberamente. E credo questa sia anche un’indicazione per il futuro”.

    Certo, Orsola, che si può definire arcaica quella compenetrazione, perché per me è fatta di materiale psichico, sì, soprattutto psichico, appartenente ad una fase primitiva del nostro sviluppo nazionale. Vieti contenuti. Relitti … Dici che devo continuare? Guarda, se vuoi lo faccio, ma devi poi pubblicare queste mie riflessioni in un tuo post. Tranquilla però, le cose che scrivo non sono condivise. Però potrei trovare due cretini come me che queste cose potrebbero trovarle addirittura condivisibili, tu che dici?

  106. AMA il 9 settembre 2009 alle 22:08

    Anzi, sai che ti dico? Io di solito commento su NI per trovare degli spunti tutti miei… Inattesi. Quasi quasi adesso comincio a buttare giù qualcosa. Per me.

  107. Dario Borso il 10 settembre 2009 alle 00:47

    avanti i prossimi!

    Paolo III Farnese (1468-1549). Bisessuale e padre di Pier Luigi Farnese (1503-1547), il quale aveva il permesso pontificio di rapire e stuprare tutti i ragazzi che gli piacevano. Il papa si limitò a deplorare blandamente l’incoscienza giovanile del figlio e lo nominò Duca di Parma e Piacenza. Restò famoso il cosiddetto “oltraggio di Fano”, riportato pure dallo storico Benedetto Varchi (1503-1565). In occasione di una ispezione Pier Luigi si recò a Fano, dove fu accolto con tutti gli onori dal vescovo Cosimo Gheri, un ragazzo poco più che ventenne. Il giorno successivo il Farnese incontrò nuovamente il vescovo e manifestò le sue intenzioni: cominciò, palpando e stazzonando il vescovo, a voler fare i più disonesti atti che con femmine far si possano. Tuttavia il vescovo non era disponibile e si opponeva in maniera decisa. Pier Luigi lo fece legare e, sotto la minaccia dei pugnali delle guardie, lo violentò. Non sopportando l’umiliazione per l’oltraggio subito, dopo poche settimane il vescovo morì. Qualcuno pensa che il ragazzo fu fatto avvelenare dallo stesso Pier Luigi, per non far trapelare la notizia dello stupro.

    Notorio omosessuale, a Paolo IV Carafa (1476-1559) si deve la creazione del Ghetto a Roma, l’Indice dei Libri Proibiti e i tribunali dell’Inquisizione che tanti gay mandarono al rogo. Alla sua morte i romani si vendicarono buttando la sua statua nel Tevere.

  108. maria (v) il 10 settembre 2009 alle 08:31

    Effeffe non si può andar sempre tutti d’amore e d’accordo, il che non significa automaticamente sempre l’un contro l’altro armati. si può anche serenamente ignorarsi. ribadisco a Robin M che non ho alcuna intenzione di discutere con lui, ma non mi attribuisca l’astio che è stato lui ad introdurre, contro chi aveva altre opinioni. io sono intervenuta contro Pasolini solo dopo un buon numero di post che si sono succeduti in un brevissimo arco di tempo e solo su questa poesia che credo non possa essere citata senza la sua ormai necessaria appendice, e solo perché se quella frase, con tutto l’inevitabile e ben sedimentato carico di ambiguità dava crisi di nervi allora, tantomeno si può soffrire oggi, dopo il capitolo 2001, dopo Bolzaneto e Scuola Diaz.
    I tempi si son fatti troppo tristi e deteriori e pericolosi per concedersi il lusso di certi richiami nostalgici

  109. Robin Masters il 10 settembre 2009 alle 09:04

    maria, lei non ha compreso che il mio non era astio, l’ho anche scritto, e non era verso un opinione differente dalla mia, ma proprio nei confronti dell’assenza, di una vera opinione argomentata, ripeto, nei confronti di una posizione priva di una opinione argomentata. L’opera ed il pensiero di PPP mi stanno molto a cuore, e ritengo (opinione personale questa) che dovrebbero essere di interesse comune in un ambito culturale se non fosse per la rilevanza che la sua opera ha avuto ed ha nel panorama non solo italiano. Poi ognuno è libero di non gradire la sua opera ed avere tutte le opinioni del mondo ma che siano opinioni argomentate e non banalità gettate li, indice non solo di una non conoscenza ma, in una discussione aperta e civile, l’arrogarsi addirittura il diritto di banalità per svilire acriticamente l’opera di un autore, è solo sciocco. La invito cordialmente, non a rapportarsi con il sottoscritto, ignorarsi serenamente è una forma di civiltà a me gradita, ma, in future occasioni, prima di intervenire, a frenare il suo sentire in virtù di una lettura più attenta, di quanto appare sullo schermo. Nel web non sono rare fraintendimenti.

  110. effeffe il 10 settembre 2009 alle 09:45

    (dismetti questo untuoso paternalismo, questo sì assai arcaico) e nemmeno di dare del cretino a chi esprime dubbi… o ha opinioni diverse…)

    qui sorvolo per estetismo fraternalista…

    quando dici,

    “Quella di Negri forse se la rigirano quattro gatti nostalgici.”

    capisco che non mi sono spiegato bene – il bon ton impone la formula

    1) Toni Negri, che lo si detesti o meno, è un intellettuale che ha scritto opere importanti nella storia del pensiero politico, a partire dalle istanze operaiste.
    ( a presente obnubilata memoria e per una nuova arte dell’oblio) va ricordato che nel 1961 Mario Tronti, Toni Negri e Raniero Panzieri, teorici del pensiero operaista, fondarono, insieme ad altri intellettuali comunisti, la rivista Quaderni rossi – in wikipedia)

    fino a Impero, scritto insieme a Michael Hardt e che non mi sembra sia stato letto solo da quattro nostalgici (combattenti e reduci) degli anni settanta.
    Toni Negri è un intellettuale e pensatore politico che ha scritto una sessantina di opere. una, a cui sono molto legato è
    L’anomalia selvaggia : saggio su potere e potenza in Baruch Spinoza, Milano, Feltrinelli, 1981 [rist. in “Spinoza”, Roma, Derive Approdi, 1998] con le introduzioni di Gilles Deleuze, Pierre Macherey e Alexandre Matheron.
    Scrive Deleuze alla fine della sua introduzione:

    che potrete leggere qui, da http://multitudes.samizdat.net/Preface-a-l-Anomalie-sauvage-de, o in italiano nella riedizione derive approdi

    J’ai donné des deux thèses de Negri une présentation extrêmement rudimentaire. Je ne crois pas qu’il convienne de discuter ces thèses et de leur apporter hâtivement objections ou même confirmations. Ces thèses ont le mérite évident de rendre compte de la situation exceptionnelle de Spinoza dans l’histoire de la pensée. Ces thèses sont profondément nouvelles, mais ce qu’elles nous font voir, c’est d’abord la nouveauté de Spinoza lui-même, au sens d’une « philosophie de l’avenir ». Elles montrent le rôle fondateur de la politique dans la philosophie de Spinoza. Notre première tâche devrait être d’apprécier la portée de ces thèses, et de comprendre ce que Negri a ainsi trouvé dans Spinoza, ce en quoi il est authentiquement et profondément spinoziste.

    2) Vedi alla voce Toni Negri:
    per la toria del passamontagna basta andare su qualsiasi motore di ricerca, indichi Negri plus passamontagna e ti troverai alcune centinaia di articoli che da quella frase (infelice, felice?) partiranno per smontare qualsiasi cosa abbia scritto, detto, fatto, in tutti questi anni.
    Non sono un negriano ( un difetto una qualità?), e questo credo tu lo sappia, ma ho frequentato i suoi seminari a Parigi per diversi anni. Ho scoperto grazie a lui cose che in Italia sarebbero arrivate una ventina d’anni dopo, a cominciare dal Deleuze- Guattari, con quest’ultimo ancora ignoto ai più nel nostro paese. Lo so che non ami Toni Negri, e ti assicuro che non sei originale però magari leggi con piacere Althusser, Castoriadis, Foucault, Deleuze, Agamben, Cacciari, con cui Toni Negri non ha mai interrotto un vero dialogo/dibattito delle idee e del pensiero politico.

    e per finire, ovvero ri-cominciare, dalle parole, le tue, da cui eravamo partiti:

    «Sognavamo di finirla con Edipo – scrivono Deleuze-Guattari nella preziosa prefazione italiana a Mille Piani – Ma era un compito troppo grande per noi. La reazione contro il ’68 doveva dimostrare a quel punto l’Edipo familiare stesse bene e continuasse a imporre il suo regime di piagnucolio puerile in psicoanalisi, in letteratura e ovunque nel pensiero»

    effeffe

  111. Robin Masters il 10 settembre 2009 alle 10:24

    @ effeffe

    non entro nel merito di Deleuze/Guattari la cui opera è stata una mia passione, un giorno al trhead opportuno sarà interessante confrontarsi.

    ma ti chiedo, realmente senza alcun tipo di provocazione,

    senti che il pensiero o l’opera di questi autori o di Negri, ha realmente

    dato qualcosa alla tua vita ? Intendo non ispirazione, seduzione o

    passione intellettuale con le relative conseguenze, ma qualcosa di

    tangibile ?

  112. francesco forlani il 10 settembre 2009 alle 10:37

    @robin
    ci sto pensando (questione deleuze guattari)
    per risponderti, sinceramente, sì. Se tangibile può essere l’energia vitale (spinoziana) che mi (ci) hanno comunicato intellettuali del genere e che nemmeno gesti estremi (penso al suicidio di Deleuze) hanno mai contraddetto.
    effeffe

  113. Robin Masters il 10 settembre 2009 alle 11:07

    è una condizione molto particolare quella della circolazione dell’energia, ma accetto la risposta.

    http://www.youtube.com/watch?v=JsDrW7cgUBQ

  114. meG il 10 settembre 2009 alle 14:51

    se mi chiedono del 68 io penso al 12 altre volte al 99 (è un numero che mi piace molto) in quest’istante invece penso al 4 forse perchè ho 14 anni e porto i pantaloni a vita bassa

    mamma ma il 68…..nonno ma il 68…..nel 68 non sapevo cosa (chi) io fossi……m’ha risposto

    me la dovrò studiare tutta ‘sta situazione ma forse ‘mi’ sarebbe utile una macchina del tempo

    meG

  115. Notturno Lume il 10 settembre 2009 alle 22:06

    Uno spunto facile facile

    Vicenza, 4 luglio 2009: scontri tra manifestanti e corteo No Global…

    Io c’ero, i fotografi erano più dei polizziotti, una sessantina, ed il corteo diverse migliaia…

  116. effeffe il 10 settembre 2009 alle 23:12

    scusa lume manifestanti contro corteo?
    effeffe

  117. Notturno Lume il 11 settembre 2009 alle 16:49

    …forze dell’ordine e manifestanti…
    scusate la confusione



indiani