De son appartement: vanità della luce

27 novembre 2009
Pubblicato da

desonappartement4

di Rinaldo Censi

Arrêtons un moment. La pompe de ces lieux,
Je le vois bien, Arsace, est nouvelle à tes yeux.
Souvent ce cabinet superbe et solitaire,
Des secrets de Titus est le dépositaire.
C’est ici quelquefois qu’il se cache à sa cour,
Lorsqu’il vient à la reine expliquer son amour.
De son appartement cette porte est prochaine.
(Racine, «Bérénice»)

E se Titus rinuncia al matrimonio con Bérénice? E se Roma vieta l’unione tra l’imperatore e la regina straniera? che cosa ci resta? Lo splendore di queste immagini filmate in digitale. Fermiamoci un istante, allora. Un cabinet magnifico e solitario, depositario dei segreti di Titus? Il luogo dove l’imperatore si nasconde, dove confessa alla regina il suo amore. Ma la regina? Assente. Solo gli interni di un appartamento, qui.

De son appartement cette porte est prochaine, dice Racine. Ma quale appartamento? Quello di Jean-Claude Rousseau. De son appartement (cette porte est prochaine) è il titolo del suo ultimo film. Velata ironia. Che fare dunque? Leggere estratti del testo di Racine seduti sulla poltrona. Filmare lo spazio, la luce che si deposita sulle pareti di casa. Un uomo compie alcuni gesti. Li ripete. Deambula tra le stanze. Un lungo corridoio e una porta-specchio: profondità dell’inquadratura in penombra, illuminata da porzioni di luce. Corridoio anonimo, porte, riquadri: l’amato dispositivo olandese. Il riflesso della videocamera sul cavalletto. Un acquarello alla parete. Riflessi enigmatici. Gesti quotidiani, gesti automatici, quasi sognati. Segmentazione dello spazio. Articolazione e reiterazioni di porzioni sonore: rumori secchi si ripetono, vengono declinati e accostati a diverse inquadrature. Una melodia di strumenti ad archi. Lo schermo nero e la sua funzione ritmica, simile a una cadenza, a una rima interna.

Compostezza architettonica all’interno di un locale. Linee rette a tracciare cornici di finestre. Un passo di danza a piedi nudi dentro casa, e la luce arancione, notturna, di coppie di ballerini al ritmo di salsa. Un piano ravvicinato su un mangiacassette. Una mano posata sul bracciolo della poltrona. Una tazzina da caffè e un bicchiere. Il tavolo da lavoro. Una bottiglia di liquore. Un rubinetto spezzato. Il rumore di un attrezzo che cozza sul lavandino. Assembramento di dettagli. Splendore e vertigine di queste nature morte. Viene a definirsi una sorta di felice armonia tra le cose filmate. Davanti a me vedo cose, non immagini. Questo universo fatto di cose, questa sorta di collezione in una scena d’interno, questo paesaggio fatto di suppellettili, tazzine, mobili tiene, resta in equilibrio distendendo linee all’interno dell’inquadratura.

Oppure: un termosifone su cui è posata una tazza color ocra (il calore ha reso scura una porzione di parete). L’uomo vi si avvicina. A volte legge, fuma, si sposta tra le stanze, si corica sul letto: percorre lo spazio, come un sonnambulo, funge da principio di disequilibrio. Vertigine della camera da letto (il salto felino di un gatto taglia in due l’inquadratura). O il dettaglio di una poltrona, tra cuscini, tendaggi che ricordano i toni di Delacroix: qualcosa di orientale, di modulato tra linee curve, pieghe. Questa scena d’interno è un mondo. E’ l’intimità di un mondo la cui regolarità e il cui equilibrio vacilla nella misura in cui una figura umana via appare come un metronomo, come colui che, abitando lo spazio, ne verifica la sua funzionalità attraverso gli oggetti d’uso. Sottraendoli alla loro quiete e immobilità.

Ma Titus? E Bérénice? Sono materia vocalica, tipografica. Ma ancora: assemblaggio di dettagli? Gioco di angolazione della luce? Lo spazio viene perennemente declinato (Bresson). Insomma, perché mostrarci questo spazio, in cui evochiamo esseri cartacei, custoditi in un teatro interiore, uno spazio in cui si muovono silenziosi un uomo e due gatti romani? Questo spazio è del tempo: è un equilibrio di luce diurna, filtrato, rinviato grazie a riflessi, arrestato da corpi opachi, a volte deviato. A cosa serve? Che cosa ci mostra? Un’esistenza colta in un dispositivo, declinata su diversi piani: la casa, gli oggetti. Sublime ipotesi di questo film: ciò che accade esattamente tra i corpi, gli oggetti, le porzioni dello spazio filmato, non è altro che trasmissione di luce. Non c’è nessuna storia da raccontare. Nessun significato da trattenere. Nessuna modificazione o metamorfosi di ruoli. Nessun colpo di scena, o capovolgimento drammatico. La luce è il soggetto. È la sfida di Jean-Claude Rousseau: la vanità e il vuoto non rimandano a un contenuto, sono piuttosto luoghi instabili, figure di interpretazione.

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6 Responses to De son appartement: vanità della luce

  1. véronique vergé il 27 novembre 2009 alle 13:42

    bellissima la scrittura dell’articolo che fa luce e ombra in una stanza,
    in un luogo che assorbisce la creazione, la sensibilità.

  2. hal incandenza il 27 novembre 2009 alle 14:22

    molto interessante.

  3. francesco pecoraro il 27 novembre 2009 alle 19:47

    il testo non l’ho letto, mi si perdoni.
    la foto è molto bella e vorrei sapere chi ne è l’autore.

  4. rinaldo censi il 27 novembre 2009 alle 19:55

    @ francesco pecoraro

    è un fotogramma del film

  5. rinaldo censi il 27 novembre 2009 alle 20:18

    chiedo scusa: è una foto estratta dal film, non un fotogramma, visto che il suo formato è digitale

  6. lucia cossu il 30 novembre 2009 alle 09:23

    l’articolo è scritto molto bene e avendo visto il film all’Accademia di Francia di Roma (alla presenza del regista mi pare un paio di anni fa) riconosco che ne riporta esattamente luce e materia che trovai fascinose e con un qualche senso misterioso che credo l’autore non avesse o che non è riuscito a rispettare. Fui comunque alla fine delusa dal risultato complessivo e dal cercare invece di dare storia e senso e “intellettualizzarlo” non solo nelle parole di spiegazione dopo ma soprattutto all’interno del film stesso.



indiani