Penumbria

di Ottavio Fatica

Per Eugenio

Il treno era in ritardo, tanto per cambiare,
sulla tratta scaduta da Roma a non so dove
e sono sceso a Chiusi con mezz’ora di ritardo
su poco più di un’ora di percorso.
Vado a trovare i miei mi andavo ripetendo
da un po’ di tempo in qua; dopo il trasloco
dopo tanti anni al primo squillo che ricevo
mi aspetto ancora di sentire
la voce di mia madre all’altro capo.
La decisione a lungo rinviata
l’ho presa come al solito d’un tratto
nei giorni di un’estate tropicale.

A Chiusi è nuvolo. All’arrivo
ho noleggiato l’unico tassì.
Presa la direzione di Perugia
siamo passati da Piegaro
Monteleone Castiglion del Lago
a Tavernelle una breve sosta per comprare i fiori
e giunti al bivio abbiamo costeggiato
le impalcature della mineraria
per ritrovarci ai piedi del paese alla Badìa.
Risaliti attraverso tutto il centro
la testa rasa dell’autista ha fatto per girarsi
lo prevengo dicendogli di proseguire
fino alle quattro case di Cibòttola.
In cima alla collina si squaderna la visuale
su tutta la regione un panorama inciso
al bulino sotto una cappa di antracite.
Non restava che far ritorno ai confini dell’abitato
a Maravalle.
.
.
.

Il parco delle rimembranze è poco più
di una lunga aiuola risecchita
non ci sono entrature per nessuno
la porta è aperta
la porta è sempre aperta
i miei devono stare in fondo
a sinistra lungo il muro di cinta
e mi avvicino per guardare le foto e riconoscerci
io sono in voi: voi siete in me
sono e non sono loro
la loro morte è nella mia vita
la novità. Perdono, vorrei dire,
se per questa passione che mi sfibra
prossimo ormai ai cinquantanove
non ho figli, non ho per dare prova
del vostro che è il mio sangue altro che un libro.

Per chi scrivi? Per i morti che hai amato?
Per la loro ombra? Torneranno
a leggerti ricordo fra i ricordi
come posteri? O è tutto un lungo inganno?
Per collera tristezza povertà
vergogna sessuale sofferenza
fisica un infortunio qualunque
eccesso di piacere impazienza
del dolore o disgusto di vivere
scrivendo hai rivolto le parole
contro te stesso e hai perso il cimitero.

Sei in esilio, mi dico, anche se esito a tradurlo
nel naturale esito. Hai lanciato
un piccione con il messaggio stretto al gozzo
il piccione non trova ove posare
la zampa e torna all’arca. Da vicino
siamo uccelli di passo: da lontano
piccioni in viaggio – verso casa.
Dopo la capriola espiatoria il triplo salto
mortale il funesto funambolico
volteggio sulle tombe torna
il piccione all’arca, senza pace.
.
.
.

Appoggiato alla macchina l’autista
fuma una sigaretta; aspetta;
la lucida pelata brilla; il cielo brontola
elettrico di luce e pece ardente.
Rifacendo la centralissima via Roma
che il tassì ridiscende in folle
riconosco le case, anche riattate,
ricordo i visi Abramo Tito Argìa
Anacleto Sabina Òlido Almena
– spuntato dal retrovisore
un ragazzino ci sorpassa
correndo a perdifiato scalzo
giù per la via sterrata ancora corre
a fare il bagno nudo nel Nistore –
dopo il dopolavoro, che non c’è più,
all’altezza della chiesa non c’è più
neanche l’olmo pluricentenario
roso dai parassiti; il cielo vibra e stride
come ghiaccio corso da lampi crepita
inseguito da un brivido di miccia
l’aria sa di arsiccio, di minaccia incombente.

Nel lasciare a rilento la contrada
passiamo sotto casa della nonna
– là durante gli scavi per estrarre la lignite
hanno trovato tracce di animali preistorici –
e vedo il piano dove un tempo andavano
le donne a fare l’erba per le mache
il piano da inondare a copertura degli impianti
l’orgoglio e la vergogna della Centrale elettrica
la fonte com’è stata di lavoro
guadagno e morte per gli uomini del posto
e ricavarne un lago artificiale.

Alle spalle ho un blocco di passato
dove mai dovrebbe posarsi l’occhio
se ovunque guardi è sempre qui con noi
in questo luogo unico – per tutti.
Tu sei l’esperimento: tu la cavia.
A scattare fotografie con gli occhi
in lacrime poi vengono sfocate
o iridescenti?

Appena fuori scoppia il temporale
che costringe a procedere al passo
dal vetro posteriore del tassì
assisto al cataclisma: una muraglia
di acqua si abbatte sul pendio
la banchisa si sgretola e fumiga la bruma
inalberata dalla doccia fredda del diluvio
ogni goccia di pioggia si raggruma in chicchi
di grandine ogni chicco in una punta
di freccia la gragnuola dritta al cuore del bersaglio
a pietra fitta.

La tempesta tempesta sulle tegole
sul tetto del tassì tam-tambureggia
sulla testa pelata dell’autista che ritrae
il collo fra le spalle. Un breve tratto
interminabile sotto il subisso
e si torna a tirare il fiato.

Sospeso nella tregua all’orizzonte dilavato
ora s’inarca un primo arcobaleno poi un secondo
arcobaleno a ribadire tregua
rifatto salvo e mondo il mondo, un mondo
terzo. Il paese riemergerà acquoreo deterso
levitante fata morgana su un deserto.
Esalare ah il sospiro della creatura
oppressa strapparti al miraggio
Orfeo all’atto di volgersi avrà
dato luogo alla morte in Euridice.
Mentre il primo arcobaleno già tendeva
a stingere su un cielo di velluto color salvia.

  2 comments for “Penumbria

  1. 24 dicembre 2009 at 19:26

    Un viaggio di ritorno in auto. La sez “A Chiusi è nuvolo. All’arrivo […] Non restava che far ritorno ai confini dell’abitato a Maravalle.” è la più percorsa…Mi ricorda in parte gli spostamenti di “Sereni”, i viaggi di Montale e “Svolta” di Giovanni Giudici. L’esito mi sempra abbastanza efficace e con-temporaneo. Il tassì non è solo un non-luogo ma un non-luogo che trasporta il passeggero che non ha neppure padronanza del mezzo e diviene una sorta di “traghettato”. L.

  2. 24 dicembre 2009 at 21:59

    un bel diario, discreto e di velluto color salvia. Ottima scelta.

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