Mama Africa!

9 gennaio 2010
Pubblicato da

Dakar…Dakar…Dakar

di Livio Borriello

L’Africa è quello che siamo stati e quello che diventeremo.
Dakar, la più europeizzata delle città africane, circa 5 milioni di abitanti distribuiti su una penisola interminabile, è una possibile immagine del nostro futuro piuttosto preoccupante, per quanto carica di uno straordinario potenziale di vita.
Più che un’immagine, è una sorta di allucinazione reticolare, un immenso tessuto senza inizio né fine, se non i contorni irregolari delle coste, che sfumano nella luce estatica dell’oceano: una specie di tenebra luminosa che avvolge l’allucinazione.
Il tessuto, che ricopre compattamente la terra rossa e umorosa della brousse, è formato da cellule umane avvolte nel triplice guscio degli abiti, delle auto e delle case. Ciò avviene in tutto il mondo antropizzato, ma in questo aculeo di terra che spunta dall’Africa nera, dove la natura pulsa e ingorga le sue energie sorgive con più violenza, nei colori ignei, clamorosi, radianti, nelle pelli seriche e lucenti, nell’odore primitivo, ferino, e insieme infantile e fruttato, che promana da quelle pelli, nelle muscolature vigorose e prominenti fasciate da quelle pelli – gli effetti dell’azione umana sul mondo risultano più spettacolari, e i contrasti che producono si impongono con più evidenza all’attenzione.

L’immenso reticolo, dunque, l’immagine o spettro del mondo, è fatto di corpi auto e case. Come nella nube quantica, nel web e nel sistema nervoso, i punti della rete fluttuano  freneticamente da un ganglio all’altro: gli uomini dentro o fuori della capsula di lamiera, attraverso i nodi di scambio delle case o i macrogangli dei mercati, o collegati fra loro dalla fittissima rete di fatiscenti telecentre o portable della Vodafone. Gli uomini mutuano incessantemente il loro posto fisico e psichico, le loro informazioni e esperienze, il loro denaro e i loro beni. Scambiano e commerciano tutto, anche i loro stati psichici, ovvero quello che chiamiamo anima, ma poiché hanno un senso della proprietà poco accentuato, non la perdono, come accade in occidente. Il loro commercio è dunque essenzialmente una forma della comunicazione, filosofia che si giustifica nella figura di Maometto, commerciante oltre che mediatore fra umano e divino.
Il 62% del Pil senegalese è prodotto dallo scambio, cioè dal commercio e le telecomunicazioni, ma il problema è che attraverso questo scambio qui si scambia il nulla. Il Senegal infatti importa tutto e non produce nulla: produce pulsazioni: un grande battito che si irradia fra la terra e il mare. Nello stesso modo non producono nulla (il reddito pro-capite è estremamente basso) e non sembrano perseguire una finalità precisa le singole cellule del sistema: per una legge strutturale, infatti, maggiori sono le dimensioni e la densità del sistema, minori sono il valore e la libertà d’azione individuali. Gli uomini agiscono in base a un impulso impersonale e indeterminato: sopravvivere, e far sopravvivere il sistema. Ciò spiega e determina anche la grande capacità comunicativa di queste popolazioni, l’empatia e simpatia e quel senso di accorata, intima solidarietà – flebile e depotenziato nelle nostre razze – che coinvolge e commuove il visitatore di queste zone.

L’allucinazione del sacro
La capsula ermetica, il grande “emboutillage” umano che è Dakar, ha solo un punto di comunicazione con l’esterno: la preghiera: 5 bocche di deflusso, in 5 determinate ore del giorno, in cui i dakarensi, nelle moschee, in stanzette dedicate, o dovunque riescano a stendere un tappetino, con una devozione e uno zelo ben maggiore di quello di noi occidentali, entrano in contatto con Ciò che non comprendono. Posto che la religione sia davvero un legame fra l’umano e il non umano, il che è ancora più dubbio nel caso di umani particolarmente umani come gli africani. Qui la funzione coesiva e sociale della religione si manifesta infatti con particolare evidenza, le feste e i matrimoni sono eventi collettivi che accomunano nella frenesia della danza e della preghiera tutta la comunità, le foto dei marabut, rigorosamente stinte dal sole, sono attaccate ovunque, e i loro lunghi discorsi vengono diffusi di continuo dalla tv nazionale e ascoltati con grave attenzione. E tuttavia se il sacrificio, il dispendio, rappresenta la componente propriamente mistica e sacrale della religiosità, anche questo carattere è qui più forte che altrove. Se le rigorose interdizioni (alimentari, sessuali, economiche) e regole musulmane (che nel pacifico Senegal non assumono mai la forma del fanatismo) fossero finalizzate, come nell’antipodica etica protestante, alla produzione e all’efficienza, se il culto di Allah integrasse in sé quello del lavoro, o almeno lo contemplasse, lo sviluppo non avrebbe assunto le forme dell’inviluppo, del viluppo che soffoca e irretisce inestricabilmente questa megalopoli. L’allucinazione reticolare di Dakar è dunque anche l’immagine dell’umano sospeso nell’indeterminato, della vita che agisce nell’inconoscibile.

L’allucinazione tecnologica
Ed è per questo un’allucinazione fatta di faglie cupe e abissali e luci abbaglianti e fosforiche, di vampe di colori e puzza insopportabile (è la miscela miasmatica del CO2 delle auto e le esalazioni delle fogne a cielo aperto, per fortuna spazzata di continuo dagli alisei). Procedendo nell’interminabile budello rettilineo dal centro al sobborgo di Wakhinane (vado al matrimonio del mio figlioccio Ablaye), 3 ore di code estenuanti, le auto rugginose, sbrindellate e pestilenziali (tutti scassoni euro zero, tutti residuati occidentali) si accalcano una sull’altra come una mandria ingovernabile, sgasando e strombando, rischiano ogni momento di travolgere donne e bambini, o i ragazzi appesi ai portelloni dei piccoli soupere fatiscenti e variopinti, e quelli le cui teste rigurgitano dai finestrini. Un camion manda in frantumi lo specchietto di un furgoncino, ma nella sardana apocalittica nessuno fa caso al turbine di schegge che vorticano nella luce prima di spargersi a terra. I gasteropodi molli e teneri nei gusci di lamiera ridono e comunicano fra loro imperturbabili, a voce o coi portable, e le loro risate rendono più irreale, trasumana e imperscrutabile la scena. La polvere ocra si gonfia sulle strade sterrate che intersecano i mercati e le bidonville, ma il miracolo (la luccicanza del sacro) è che questo coacervo amorfo è attraversato e come sospeso in una dimensione onirica dalle meravigliose, altere e illese donne senegalesi, inspiegabilmente intatte, pulite e eleganti, flessuose e sofficemente ancheggianti nelle loro livree sgargianti e fiabesche, da cui affiorano le carni strepitosamente lucide e nude, o dalle folate dei bambini dagli occhi allegri e malinconici, d’uccello e di scimmia, di cane e di statua greca del periodo arcaico. Fra 15 giorni è la grande festa dei montoni, il Tabaski, e i piccoli greggi sono disseminati ovunque, rovistando fra l’immondizia accatastata e brucando i rari arbusti. Un bambino abbraccia e sbaciucchia una capra barbuta come si fa da noi con i pupazzi dei Pokemon.
Qui insomma il tecnologismo e il consumismo occidentale si sono andati a sovrapporre violentemente e discontinuamente a una cultura arcaica, generando una sorta di tribalismo tecnologico, di tecnologismo istintuale. Arrivano le auto, i cellulari, le mitologie televisive, ma continuano a colonizzare, in forma meno cruenta ma più strisciante e insidiosa, un tessuto che non ha avuto il tempo di strutturare difese e anticorpi culturali, attecchiscono su psichi irriflessive, che ne vengono spesso devastate, o li metabolizzano in una forma confusa e instabile, una forma estremamente dinamica, ma che in ogni caso porta con sé tutti i deterioramenti e impurità dell’imitazione. Senghor è stato un “grande” presidente (guida dell’indipendenza nel 1960, più volte candidato e inspiegabilmente privato del Nobel per la letteratura) perchè è stato uno dei teorici della negritudine e della riscoperta delle radici territoriali. Eppure si ha talvolta la preoccupante impressione che perfino quello di Natura sia una categoria “bianca”, importata, o tout court un artefatto che i neri potrebbero rifiutare.
Da una parte bisogna ovviamente considerare la relatività del concetto di natura. Nel quartiere di Wakhinane fotografo degli splendidi aironi bianchi, che nidificano liberamente sui rari alberi, e spiego ai bambini che mi accompagnano che mi piace fotografare “les oiseaux”. Mi fanno capire che hanno degli uccelli molto migliori, e li seguo in una catapecchia maleodorante di pesce essiccato. Nella semioscurità, con gli sguardi luccicanti di orgoglio, mi mostrano il tesoro di 4 galline spelacchiate e starnazzanti. Mi viene in mente che la nostra più preziosa rivista di ambientalismo si chiama Airone, e che qui forse gli preferirebbero un nome come Gallina. Forse non avrebbero torto, un airone è infine una gallina stinta, nasuta e col collo curvo.
Oppure la verità è un’altra, e cioè che l’africano è un sincretista, assimila, mescola, centrifuga, secondo una modalità che è infine squisitamente culturale, e proprio in virtù della quale, insieme a una serie di comportamenti che a noi possono apparire spuri o kitsch, ha elaborato nel tempo ciò che chiamiamo negritudine o identità culturale africana. Alcuni studiosi di colore sono arrivati peraltro a considerare lo stesso relativismo di matrice antropologica, che vorrebbe salvaguardare i caratteri etnici di questi popoli, come un’ennesima ideologia di sopraffazione, finalizzata a confinare le culture africane in un presunto primitivismo, e incapace di riconoscere la dinamicità della loro nuova realtà.
Eppure bisogna anche ammettere che esistono valori peculiari di questi popoli, esiste una loro identità, radicata nella biologia, nella geografia e nella storia che va difesa dalle acculturazioni e contaminazioni occidentali. Basti pensare alla ricchezza emotiva (all’abissale divario fra indici del benessere e benessere percepito, in gergo sociologico) dei bambini di Wakhinane, città- dormitorio della quale di giorno essi diventano padroni incontrastati. Ebbene, è difficile immaginare una forma umana dell’ allegria più pura di quella che si impossessa di questi bambini. E’ un’allegria che scoppia, che crepita, che spumeggia dal sangue giovane, che si sgrana a raffiche dagli occhi e dai polmoni. E’ il corpo libero che pulsa, che si rotola nella sabbia e armeggia con le lattine di pomodoro. E’ un’allegria unanime e sincrona, a fasci, più peculiarmente di quanto il riso non sia sempre una manifestazione psichica collettiva.

Qui siamo vicini alle radici biologiche e culturali dell’uomo, e ogni fenomeno psichico si manifesta nella sua forma più pura, intensa e disinteressata. Se l’Africa è un’immagine altamente probabile del nostro futuro, è perché è da questo centro che si è irradiata la nostra specie, ed è qui che, grazie alla nuova velocità di scambio informativo del mondo globalizzato, la tecnologia di ritorno potrebbe assumere le sue caratteristiche definitive e più propriamente umane. Dopo le mutazioni che milioni di anni fa hanno prodotto la nostra variante depigmentata e esangue, fisicamente degenerata, l’africano ha ora la possibilità di riappropriarsi del mondo, o solo, speriamo dal nostro punto di vista, della propria funzione e identità.
Dunque è proprio vero che l’Africa è giovane, che l’Africa è umana, che l’Africa è originaria e dunque essenziale, e tuttavia è vero, se il sogno di ogni africano è l’Europa, che è irresistibilmente e fatalmente gravitata dall’Occidente, e che dunque l’Occidente e l’Africa devono riconoscersi un desiderio e una responsabilità reciproci.

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97 Responses to Mama Africa!

  1. georgia il 9 gennaio 2010 alle 14:06

    formidabile Exile di Geoffrey Oryema, grazie francesco
    geo

  2. véronique vergé il 9 gennaio 2010 alle 14:27

    Dopo la lettura dell’articolo, ho ancora gli occhi bagnati dei colori, i sensi sono traboccati, le parole fanno un ronzio. La terra d’Africa è quella dell’origine, quello di un cielo smisurato e di una fame senza nome, perché chi noma la fame, si muore dentro. Terra che non muore dal sole, ma della lotta per sopravvivere. L’Africa è terra vicina, ma non sappiamo guardarla senza immagini già bruciate. Livio Borriello affronta nella realtà sublime della sua scrittura questo porto cha perduto il senso del mare. Abbiamo dimenticato questa terra presa nel sole; un sole senza
    speranza, un sole che divora.
    In Francia La letteratura venuta d’Africa è ricca, fa sorgere della tenebra,
    una voce sorprendente, di fuoco.
    Bello l’omaggio a Miriam Makeba che ha lasciato il suo cuore a Napoli,
    e a quelli che giorno dopo giorno caminano con il fagotto della speranza.

  3. véronique vergé il 9 gennaio 2010 alle 14:31

    che ha perduto

  4. liviobo il 9 gennaio 2010 alle 15:38

    grazie vv, il senso del pezzo è in buona parte in ciò che dici, o all’incirca, come suggerisco in un commneto al pezzo precedente di rovelli, nell’idea che il “positivo” dell’africa va cercato in africa…. dalla forma di immigrazione compulsiva a cui assistiamo non possono derivare che conflitti…

  5. caracaterina il 9 gennaio 2010 alle 17:04

    Sì, vabbè, ma, viste le buone intenzioni, non si potrebbe almeno evitare quella categoria tutta nostra, occidentale, coloniale che è l’esotismo? E’ insopportabile un linguaggio che quando parla di africani subsahariani non riesce a rinunciare a categorie biologiche.
    Questa roba è scritta nel XXI secolo o nel XIX da un esploratore inglese in cerca di emozioni e piantine rare?

    “nelle pelli seriche e lucenti, nell’odore primitivo, ferino, e insieme infantile e fruttato, che promana da quelle pelli, nelle muscolature vigorose e prominenti fasciate da quelle pelli”

    “donne senegalesi, inspiegabilmente intatte, pulite e eleganti, flessuose e sofficemente ancheggianti nelle loro livree sgargianti e fiabesche, da cui affiorano le carni strepitosamente lucide e nude”

    Forse non sarebbe male rileggere Frantz Fanon, I dannati della terra, (uscì nel ’61 ma l’hanno ripubblicato due anni fa) soprattutto nelle sue pagine sul linguaggio dei bianchi.
    E anche Albert Memmi, Ritratto del colonizzato e del colonizzatore, ( vedo che nelle librerie online italiane non lo danno disponibile ma magari da qualche parte si trova)

  6. liviobo il 9 gennaio 2010 alle 17:25

    io invece credo che la chiave di tutto sia proprio nel biologico…se non si passa per la carne (anche nel senso di merleau ponty), con le sole analisi sociologiche non si va da nessuna parte… e che c’entra l’esotismo, semmai c’è alterità, o magari erotismo (che non sono mai alieni da una forma necessaria di esotismo)

  7. caracaterina il 9 gennaio 2010 alle 17:48

    I due libri che suggerisco affrontano meno la questione sociologica (a dispetto di quanto dicono le quarte di copertina) e molto di più quella del linguaggio. Nel testo di FF la questione del corpo è affrontata fondamentalmente con un’ottica occidentalista per ribadire il solito concetto della “ferinità” dell’Africano. Il tutto immerso in una serie di notazioni descrittive piuttosto sociologiche, invece. Ora, la faccenda dell’Altro è cosa troppo complicata per affrontarla qui ma, guarda caso, l’alterità degli Africani sta sempre, prima di tutto, in quel loro (ai nostri occhi) essere “ferini”. Non parliamo del “loro” corpo come parliamo del “nostro” corpo , altrettanto Altro, per la nostra cultura raziocinante. Il “loro” corpo è quello della “bestia” per eccellenza: tutti e sempre leoni gazzelle e zebre, accidenti. C’abbiamo l’idea che “loro” siano non solo più vicini alla natura, ma siano praticamente solo natura. E accidenti! Facciamoci molta attenzione, prego, questo è il linguaggio degli “schiavisti”. Che ci piaccia o no noi “siamo parlati” dal linguaggio, siamo immersi in un linguaggio che ci viene da lontano e quel lontano è la storia dell’Occidente, ovvero la storia di un mondo colonialista. Questa faccenda del linguaggio è stato un problema enorme per gli Africani educati a parlare lingue occidentali, non solo perchè la lingua del colonizzatore è “del colonizzatore”, cioè “cattiva” ma, soprattutto perchè proviene da un’ottica, da un modo di guardare all’Africa (che poi è un continente, con molti popoli lingue culture etc, mica un blocco unico di “ferinità” indistinta) che è intimamente intriso di atteggiamento coloniale. Anche, e soprattutto, quando si rifà al roussoviano buon selvaggio.

  8. georgia il 9 gennaio 2010 alle 18:11

    non è passato un mio commento, come mai?

  9. schillo il 9 gennaio 2010 alle 18:12

    a me piace molto la ferinità evocata da borriello, non ci trovo nulla di colonialista. anzi, mi sembra veramente ipocrita dire che tutti gli occidentali, in quanto tali, linguisticamente tali, devono vivere tutti i giorni il loro senso di colpa e non pensare all’alterità in modo sensuale (dei sensi). Trovo questo testo molto bello e molto brutto il commento di caracaterina.

  10. Alcor il 9 gennaio 2010 alle 18:33

    condivido caracaterina

  11. georgia il 9 gennaio 2010 alle 19:09

    va be visto che non passa lo rimando ed elimino il link al libro caso mai non passasse per quello

    COMMENTO CHE NON E’ PASSATO
    liviobono lascia stare l’erotismo, nel caso in questione … nel momento in questione
    Che ci sia una forte attrazione erotica da parte del cosidetto uomo (sia uomo che donna) bianco per l’uomo nero non è una novità, esiste da sempre e non ne è immune neppure il peggior razzista … infatti oltre allo sfruttamento della mano d’opera a basso prezzo esiste anche un vasto e redditizio sfruttamento della prostituzione africana sia qui che là, in loco, tramite il turismo sessuale che non risparmia neppure minorenni, né bambini … per la carne sono secoli che ci passano … non è che aspettavano certo te ;-).
    Caracaterina grazie dell’indicazione, NON sapevo che avessero ristampato I dannati della terra (e addirittura da einaudi) … ad ogni modo nella bibliografia dell’atteggiamento esotico del colonialista nei confronti del colonizzato, non guasterebbe neppure il bellissimo Orientalismo (Feltrinelli) di Edward Said, che sembra in rete sia ancora disponibile
    geo

  12. francesco forlani il 9 gennaio 2010 alle 20:16

    Innanzitutto ringrazio elleb per avermi inviato a suo tempo – qui sta l’inattualità di cui si parlava questo testo. per GEorgia, due cose:
    una. è che il sistema- ho appena controllato- aveva trattato il primo commento come spam e visto che lo hai ri-messo ho preferito lasciarlo lì. secondo dell’artista in questione ti segnalo anche questa che poi me lo fece scoprire visto che era la sigla bellissima di un programma della televisione francese dedicato ai libri -altro che billy- le ciercle de minuit, credo di michel field
    caracaterina la tua nota è sicuramente pertinente ma credo che sposti il testo oltre il campo in cui si era posizionato. tra l’altro sono stato pochi giorni fa al museo lombroso di torino – presto un reportage su questi schermi- e so cosa vuoi dire con le tue perplesse note – nel caso di lombroso la biologia interveniva in chiave antimeridionalistica assai chiara
    quindi
    quindi niente
    effeffe
    ps
    FF non sono io neh!

  13. francesco forlani il 9 gennaio 2010 alle 20:16
  14. liviobo il 9 gennaio 2010 alle 20:29

    io trovo in realtà anche interessante il commento di caracaterina, ma – oltre che viziato da un certo senso polemico o narcisistico, perchè io il problema “coloniale” lo tratto mi sembra non ingenuamente – pregiudicato da un certo vetusto, puritano e infine deleterio ideologismo, dalla solita, mascherata rimozione del corporeo. nella ferinità io vedo un valore positivo, radicale, originario che è la vera forza dell’africa. dall’africa si dovrebbe ripartire, per fare meno cartesianesimo occidentale, e accedere a una visione più corretta e etica, perchè più consapevole della soggettività e carnalità di ogni visione presuntamente razionale e oggettiva (da qui deriva ad es. il colonialismo cattolico, il più subdolo). e qui mi servirebbe molto più spazio per esemplificare la maggior produttività di questo approccio alle questioni che pone georgia, e a quelle urgenti che tratta rovelli nell’altro articolo.
    “donna nuda, donna nera, vestita del tuo colore che è vita…savana degli orizzonti puri…gazzella dalle giunture celestiali.. ” – costei non è la bella abissina del generale Graziani, ma la donna vista da Senghor, che contrappone appunto la sua ferinità al pallore esangue dell’occidentale…

  15. AMA il 9 gennaio 2010 alle 23:21

    Non parlate a nome degli occidentali, per favore. Quale orrore. Buona continuazione.

  16. sergio garufi il 9 gennaio 2010 alle 23:32

    condivido il commento di caracaterina.

  17. Enrico Macioci il 9 gennaio 2010 alle 23:51

    L’articolo a tratti ricorda il tono dei reportage di Siti, anche se meno cinico e un po’ più ingenuo, dunque a me non piace. Concordo sostanzialmente con Caracaterina, ché se nel 2010 parliamo d’Africa non possiamo farlo come nell’800. E il miglior nodo sulla questione del colonialismo, proprio perchè nodo scorsoio, gordiano, irrisolto eccetera, resta CUORE DI TENEBRA, pure a distanza di 110 anni.

  18. AMA il 10 gennaio 2010 alle 00:09

    Io a Londra vivo tutti i giorni con ex coloni con passaporto britannico. Quindi faccio fatica a seguirvi. Resta poi per me un mistero cosa c’entri l’Italia col colonialismo. Certo, l’Etiopia…

    :- )))))))

    Il dramma e’ che l’Italia resta un paese culturalmente colonizzato dal cinema americano doppiato. E senza nessun futuro apparente.

  19. gina il 10 gennaio 2010 alle 11:01

    secondo me liviobo è incappato in una gigantesca installazione mama africa in qualche spazio fiera ferina allestito da ff, tendenze primavera estate 2009

    Mama Africa

    @LaPresse
    Junia Watanabe
    Nell’anno di Obama, le suggestioni africane, così calde e intense, non potevano non influenzare la moda. Sulle passerelle internazionali c’è stato un vero tripudio di macro stampe coloratissime, inserti in rettile, dettagli in osso, perline, legno. Ma il dettaglio forte è la stampa: la “wax-print”, a tinte calde e disegni stilizzati tradizionali di Senegal, Niger, Sudafrica. Anche lo zebrato e il leopardato fanno molto Africa, da sempre.

    Come una febbre, il mal d’Africa investe l’Europa mescolandosi con essa, proponendo un look fatto di caftani sgargianti, come quelli indossati in Senegal, mescolati a pezzi street del guardaroba metropolitano. E poi collane rigide che coprono il collo, turbanti che raccolgono i capelli, tacchi che ricordano piccoli ossicini, borse ricche di perline.

    Se dell’Africa si preferisce gustarne solo piccole dosi, per donarsi un tocco di esotismo, bastano un paio di sandali batik con il tailleur, una goccia di profumo speziato e una broche a testa di elefante sui rever. E se proprio non è afro, che sia quantomeno etno… e il gioco è fatto!

    Per saperne di più sull’african style, clicca QUI
    (caracaterina se proprio proprio sei sprovvista di fasci, muscolari, fatti un paio di solarium, non t’azzardare a spostare l’ordine pardon il campo del discorso pardon del testo, e mi raccomando olia le giunture e sbirluccica selvaggia o sgazzella:))))

  20. liviobo il 10 gennaio 2010 alle 12:56

    solo contro tutti, sembra…bene. in realtà questa è l’africa reale del 2010 (che io frequento realmente, nei sobborghi, nei circuiti economici e nelle carni) vista con uno sguardo fenomenologico, vergine, pre-dogmatico, da cui emergono: la ferinità biologica, la “luccicanza del sacro”, la sovrapposizione del modello occidentale con conseguente imitazione, l’economia di scambio, l’emigrazione compulsiva. l’analisi di caracaterina si ferma all’opposizione sfruttato sfruttatore, ovvero al pietismo aborrito da ogni africano, e al manicheismo semplicistico che ha inguaiato la sinistra (le famose “stronzate” che nanni moretti si vantava di non aver mai gridato in piazza). sul colonialismo è facile radicalizzare: la stessa alfabetizzazione è imposizione di un meccanismo di differimento temporale, di uno sfalsamento biologico estraneo alla cultura africana (che non aveva mai prodotto letteratura scritta, né monumenti, nè accumulo in generale). in realtà lo sfruttamento fra occidente e africa è reciproco (come ben sa il contadino pugliese, che quest’anno ha venduto le olive a 14 euro il q.le). la colpa del “cacciatore di neri” è non riconoscere questo scambio, la sua ignoranza è non riconoscere l’africano percepito nella luce africana, per dire nella sua essenza corporea e culturale. senza questo cortocircuito profondo, senza questa depurazione percettiva, senza questo radicamento del pensare nella carne (con tutti i suoi flussi ormonali e elettrochimici, col suo gioco di desiderio che sostiene tutti gli altri) che lo produce, senza questo rapporto di una pelle a un’altra pelle (che non sembrerà più quella dello “sporco negro”) – e ancor prima, senza fondare questa percezione nel fuori- linguaggio, nell’ontologico da cui sorge il senso del sacro (inutile far notare che tutto lo pseudo egualitarismo della sx corrente si fonda su un miserevole antropocentrismo) – si resterà nelle contrapposizioni sterili che viviamo, e politicamente nei 2 modelli ugualmente fallimentari della sinistra, il vetero-marxismo, e il consumismo (il valore ormai indiscusso della crescita!) ripulito coi buoni sentimenti del veltrnismo.
    gina, evidentemente tu preferisci la fiera reale attuale, fatta di magliette americane…io e i teorici della negritudine vorremmo invece ripartire dal leopardato, per trovare una nuova forma alternativa a questa (comunque divertente il tuo intervento)

  21. Alcor il 10 gennaio 2010 alle 13:17

    Per i nordici e in generale i puritani – che hanno flussi ormonali persino loro, visto che in qualche modo, magari a distanza, procreano – anche gli italiani sono fisici e forse anche ferini, toccano troppo, che facciamo? riposizioniamo la nostra identità su questa base?

    comunque se è vero che “lo sfruttamento fra occidente e africa è reciproco” oltre che essere ferini e muoversi ballando con una aureola ormonale intorno alla testa, sono anche masochisti, per non dir di peggio, visto quello che ne hanno cavato finora.

  22. georgia il 10 gennaio 2010 alle 13:31

    livio io non so dove tu viva (vivi in africa? e dove? l’africa è immensa…), io non so quale sia il tuo grado di conoscenza intellettuale (dianoetico), morale (etico) e pratico, dell’africa, quindi non insisto … ho solo trovato inopportuno un testo come il tuo postato nei giorni dell’odissea razzista di rosarno … poi puoi esercitare le tue pulsioni erotiche come meglio credi e nella direzione che credi … e cercare, come credi, di metterle sulla pagina.

    …però mi devi levare una curiosità: scusa livio … ma con “pallore esangue dell’occidentale” che cosa traduci di preciso? il classico “viso pallido” :-) ?
    E poi quale sarebbe il tipico pallido esangue? lo svedese, il russo, l’inglese il francese, l’americano, lo spagnolo, il catalano, il cittadino di granada, l’italiano, il milanese, il toscano, il siciliano, il calabrese … Perchè è chiaro che il significato di “pallido esangue” non è lo stesso a Stoccolma che a Palermo … e in base a questo principio anche gli africani impallidiscono e possono apparire esangui, certo se nella propria erotica immaginazione si mette solo la carne nera, sana, soda, bella e giovane … beh ma allora neppure uno svedese è esangue ;-) …

    E poi … l’occidentale come lo si definisce, in base a quali parametri? perchè vive in occidente (e cos’è l’occidente?), perchè ha passaporto europeo o americano, perchè fa parte della Nato o perchè ha la pelle esangue (e quanto esangue?) ? E’ un bel problemino … non da poco … anche un po’ pericoloso …
    ma per noi italiani … La legge nostra è schiavitù d’amore” e …. nauralmente praticare la carne, anche se, meno aulicamente, si potrebbe dire trombare … nel passato una trombata nei paesi dell’est costava, al ragionier fantozzi, un paio di calze di seta … e oggi? ;-)

  23. gina il 10 gennaio 2010 alle 14:25

    liviobo
    solo contro tutti, e vabbèh, ma in tanga leopardato!e mica americano visto che t’intendi d’africa duemilaerotti, buana: tanga homo leopardato sapiens, rigorosamente cinese. ragguagliami sul centimetro di pelo esposto ed eventuale culto del cespuglio (l’origine del mondo che non ha niente a che fare con gould). Ti slinguo a vanvera (so’bbianca e sglabbra) perché se non altro c’hai il sense of humor:)))

  24. callettino il 10 gennaio 2010 alle 14:46

    …boh, bohs… in questo periodo di violenza questo articolo proprio non lo capisco.
    ferigno… sembra che stiamo parlando del primitivo in senso lato (qui la verginità di cui si parla avrebbe un senso, mi pare) più che dell’africano dei nostri tempi.
    ci manca solo che gli prendiamo la misura del cranio (a questi poveri africani, no) per accorgerci che loro ce l’hanno più spostato all’indietro rispetto a noi occidentali.
    mi unisco senz’altro al coro dei commenti no su questo articolo.

  25. schillo il 10 gennaio 2010 alle 15:34

    Io ci ho letto questo:
    “Ebbene, è difficile immaginare una forma umana dell’ allegria più pura di quella che si impossessa di questi bambini. E’ un’allegria che scoppia, che crepita, che spumeggia dal sangue giovane, che si sgrana a raffiche dagli occhi e dai polmoni. E’ il corpo libero che pulsa, che si rotola nella sabbia e armeggia con le lattine di pomodoro.”

    Il corpo non è solo sesso. Tutti i commenti critici nei confronti di questo testo mi sembrano vagamente moralistici (e quindi maliziosi) o sociologici-accademici-sinistra per bene. Può non piacere l’approccio, che non mi sembra da scienze umane o da politichese, ma che trovo coinvolto, sincero.
    Mi sembra che l’autore ponga le contraddizioni Occidente-Africa (anche le proprie, quelle proprie) senza volerle per forza risolverle in pietismo, perbenismo e vari “ismi” del genere. E per fare questo non bisogna per forza aver girato tutta l’Africa sette volte.
    Comunque, a ognuno il suo perizoma, se vi pare.

  26. véronique vergé il 10 gennaio 2010 alle 16:53

    Non ho capito perché i commenti sono partiti dall’erotismo. Ho visto nella scrittura di Livio un formicolare, un tessuto di colori, una vita in sostanza,
    un luogo dell’origine, non la matrice dell’esotismo, ma un canto alla madre.
    Afferrare la vitalità, parlare del fuoco coporale non allontana dell’anima.
    Livio ha scritto un testo bellissimo.

  27. liviobo il 10 gennaio 2010 alle 17:09

    georgia, sinceramente io la vedo così: se oggi la gelmini in tv, invece di dire nel solito parossismo di ipocrisia: noi siamo contro l’immigrazione perchè i neri sono costretti a vivere in condizioni disumane, avesse detto: io sono intimamente razzista e spaventata dal diverso, come ogni essere umano, ma ammetto che alcuni marocchini hanno un bel cazzone – già staremmo a buon punto.
    così se obama prima di candidarsi avesse detto: purtroppo dopo l’elezione riterrò indispensabile mandare le truppe in afghanistan.
    così invece i politici (e i commentatori di NI) dialogano a nome di altri corpi, ovvero senza una finalità (che 2 sono le opzioni: o è la felicità o è dio).
    visto che qui pende a vedere solo il sessuale (dici bene schillo…ma tanto meglio, non comincia lì il politico?) ti racconto una cosa: prima di frequentare l’africa, io mi dichiaravo sessualmente razzista, nel senso che non mi attraevano le africane (e non mi venire a dire che quando ami non ti “accorgi” del colore della pelle, ché in tal caso non avresti capito nulla dell’eros). avevo ragione, perchè qui erano dislocate, e quindi disincarnate e insituabili. le potevo riconoscere solo in un senso noioso e superficiale, quali “esseri umani” (il che siamo molto accidentalmente… assai più inspiegabilmente siamo carne “situata”). le ho “riconosciute” solo quando le ho viste nella loro “luce”. applica tutto ciò all’extra sessuale.
    questo è uno dei sensi della tempestiva intempestività dell’articolo.
    la citazione è: “m’accordent (les genies protecteurs) que mon sang ne s’affadisse pas comme un assimilé, commme un civilisé” Poemes, Senghor, Guanda 1970 (in francese, è ovvio, in wolof non si scrive, e io sarò forse l’unico a possederne una fasullissima grammatica).

  28. georgia il 10 gennaio 2010 alle 17:12

    verinique veramente i commenti sono partiti dall’esotismo è stato livio a chiamare tale esotismo erotismo.

    ad ogni modo non credo sia in ballo la bellezza del testo (infatti ammetto che il testo in sè è migliore dei commenti fatti da livio ) … il senso di disagio non è nato da una mancanza di bellezza ma semmai dall’averlo letto il giorno che erano successe le cose tragiche di rosarno … sarà anche vero che con l’analisi sociologica e bla bla non si va da nessuna parte, ma … insomma …

  29. georgia il 10 gennaio 2010 alle 17:30

    LIVIO
    visto che qui pende a vedere solo il sessuale

    ma veramente … non mi sembra esatto …. sei tu che l’hai buttata sull’erotico:-)
    Senti amico mio esiste solo una razza ed è quella umana … quindi non pensare di stupirmi dicendomi che ti senti attirato da una bella donna africana in africa … solo un razzista si può stupire :-), però l’eros e l’amore sono cose del privato e non della politica, come ci ha insegnato hannah arendt e non solo.
    Purtroppo in questi giorni ci avevano sbattuto in faccia che la guerra sull’organizzazione del lavoro (denunciata da tempo sia da emiliano brancaccio che, in maniera diversa, da Saviano) in italia, in tempo di crisi, era iniziata nella maniera peggiore: con morti ferimenti e trasferimenti forzati.
    Beh, tesa a capire questo problema nuovo (e vecchio nello stesso tempo) scusami se non mi sono soffermata ad apprezzare i tuoi formicolii e sfumature sessuali … che forse in un altro momento avrei anche apprezzato come veronique, … ma mi rifiuto di pensare che una scopata tra un bianco industrializzato e annoiato e una africa, possa risolvere alcunchè nel mondo del lavoro :-))))))
    La signorina gelmini che non fa distinzione tra privato e politico, perchè è una arrivista, dubito che direbbe una cosa del genere visto che non le renderebbe granchè …
    io forse sbaglio, ma le cose che dici, a me appaiono molto più razziste che erotiche …. ad ogni modo …. non volevo arrivare a dire ‘ste cose, ma te le sei cercate ;-)

  30. véronique vergé il 10 gennaio 2010 alle 17:39

    Giorgia,

    Non ho visto la separazione tra corpo occidentale e africano, ma invece una stessa origine. Una manera di dire che quelli che feriscono neri, feriscono il corpo loro, perché la nostra pelle invisibile è nera.
    Come la pelle invisibile dell’africano è bianca.
    Non so come spiegare la mia idea, perché non ho il possesso della lingua.
    Quando si legge la poesia africana, il corpo della lingua francese è attraversato dal corpo africano. E credo che sia la più belle espressione
    di un incontro d’amore, non sessualità, ma voce maggiore dlla nostra umanità. La lingua francese risplende in movimento.

  31. gina il 10 gennaio 2010 alle 17:41

    liviobo
    il tuo commento delle 17.09 è politicamente e culturalmente e scientificamente: agghiacciante. Fortuna che qualche africana in africa, contro tutte le leggi di natura:) è riuscita a vedere la tua luce italiana e ti ha cagato. politicamente neh. vedi d’imparare.

  32. véronique vergé il 10 gennaio 2010 alle 17:49

    Credo che i commenti sono su un cammino brutto.
    Avrei amato un dialogo con quest’idea della madre,
    dell’origine e non di erotismo, di razzismo.
    Penso che c’è un malintinso tra tutti.

  33. georgia il 10 gennaio 2010 alle 17:54

    scusa veronique prima spiegami cosa vuol dire: “Non ho visto la separazione tra corpo occidentale e africano”
    IO NON SO COSA SIA UN CORPO OCCIDENTALE, cribbio, NON LO SO.
    Mi spiegate che cazzo sia ‘sto corpo occidentale? mi sembra sempre più assomigliare ad un virtuale e inesistente corpo ariano :-(((((
    Poi naturalmente non so neppure cosa sia un corpo africano. Un algerino forse assomiglia ad un nigeriano, ad un senegalese, ad un egiziano?
    Sì, per i razzisti si, ma per me NO.
    Poi magari so cosa sia il tentativo di unire l’africa, progetto grandioso, come si sta facendo per l’europa … ma solo un fesso parlerebbe di corpo europeo ;-)
    geo

  34. véronique vergé il 10 gennaio 2010 alle 17:54

    Mi scuso devo scappare. Non ho visto il tempo passare.
    Ho compiti da correggere.

    A presto :-)

  35. georgia il 10 gennaio 2010 alle 17:55

    veronique capisco che tutti sti corpi ti confondano, ma … mi chiamo gEorgia e NON giorgia
    geo

  36. véronique vergé il 10 gennaio 2010 alle 17:55

    Pensavo corpo della lingua, della cultura, della tardizione.
    Non vedevo il corpo carnale.

  37. véronique vergé il 10 gennaio 2010 alle 18:08

    Georgia,

    Per me il corpo ha una significazione nella scrittura/ Corpo assente nella vita. E’ difficile per spiegare l’idea che ho.
    La sola cosa che mi interesse è il corpo della lingua, il flusso di una lingua straniera in un’ altra lingua.
    Quando parlo dell’invisibilità è il punto dell’umanità. La visibilità è il colore della pelle, l’invisibilità è l’anima.

  38. liviobo il 10 gennaio 2010 alle 18:13

    gina, al razzismo va opposta l’accettazione dell’alterità, e dunque non la sua negazione, ma la sua affermazione.
    georgia, non esiste solo la razza umana, ma ad esempio quella degli ippopotami, e quella dei mattoni in tufo.

  39. callettino il 10 gennaio 2010 alle 18:18

    … appunto a q

  40. georgia il 10 gennaio 2010 alle 18:19

    Pensavo corpo della lingua, della cultura, della tradizione

    GEO
    ok, :-))))) ma quello è un corpo molto variegato e molteplice … non esiste pezzo di africa che non sia diverso … le lingue poi … come non esiste pezzo di europa (di italia) che non sia diverso … ma a me sembra che livio parlasse di altro corpo, almeno nei commenti … e quello è diverso da individuo a individuo, solo per i razzisti gli altri sono tutti uguali come formiche :-) e solo un razzista può parlare di corpo africano …. corpo italiano, corpo cinese, ecc. ecc. … l’eros è cosa a due (o a tre a quattro fate un po’ voi) ma non è mai fra corpi collettivi astratti ;-), se non vogliamo parlare di razzismo, allora diciamo che è cosa da megalomani dire: l’Italia…anzi no l’Occidente tromba con l’Africa :-)))))))))))))))))))
    Va beh me ne vado … forse è solo il solito equivoco creato dalla rete che impedisce di capire veramente ;-) … le parole scritte rimangono, a differenza delle chiacchiere da bar

  41. georgia il 10 gennaio 2010 alle 18:22

    georgia, non esiste solo la razza umana, ma ad esempio quella degli ippopotami, e quella dei mattoni in tufo

    GEO
    ma allora sei solo un po’ grullo ;-)
    ok aspetto un tuo incontro carnale con un ippopotamo … tienici informati (il mattone te lo risparmio)

  42. gina il 10 gennaio 2010 alle 18:48

    liviobo
    l’alterità è QUI e OVUNQUE. la carne situata è materia incarnata in divenire che ci si porta dietro OVUNQUE si vada. il tuo perizoma africano, la maglietta, il tessuto dal quale vuoi ripartire, la tua negritudine ariana NON ESISTE, è ricombinata, sei un italo afro cinese con uno spruzzo di axe sotto le ascelle. l’incubo di darwin è il persico del nilo. lo squalo viene dal devoniano e di te, come di me, non gliene fotte una minchia. Respira l’armageddon, fatti tagliare la giugulare da una lattina di pomodoro maneggiata sulla spiaggia, d’africa o finta di milano d’estate, da un bimbo negro e bianco, ridente, ferino, albino, con passaporto italiano e svizzero, con madre turca con amante angolano con marito israeliano, con l’infanzia in uno slum qualsiasi, in un qualsiasi rispettabile condominio europeo. fattene una ragione per dyo. poi ti invito a cena

  43. callettino il 10 gennaio 2010 alle 18:49

    ehm… m’era scappato il dito.

    dicevo,

    appunto pensando a questa doppia natura dell’Africa, a questi chiamiamoli pure corpi – pensiero cui fa riferimento véronique, che non mi torna il discorso nell’articolo, cioè dell’Africa originaria, dell’Africa essenziale, da cui dovremmo ripartire.
    se passa l’assunto che la lingua è anche pensiero, allora la contaminazione culturale degli africani è già in atto da tempo. Il loro stesso pensiero si è ormai ibridato con altre culture, proprio nel dover assumere in sé una lingua straniera.
    non sarei quindi così tanto sicuro che l’africano pensi coscientemente all’Europa come una sua vera conquista. apprendendo la lingua egli ha inevitabilmente introiettato elementi del pensiero insito nella lingua che andava acquisendo. il ritorno al primordiale mi sembra fallito in partenza, con rispetto parlando.

    dai commenti di liviobo qualcosa in più sull’articolo c’ho capito.

  44. caracaterina il 10 gennaio 2010 alle 19:10

    Liviobo, glisso su tutte le qualificazioni in -ismo e altro con cui hai bollato le mie parole (anvedi quanto sono elegante! guardo così dall’alto che me paro una giraffa, me paro) ;))) Cerchiamo invece di capirci perchè, come premettevo, le tue intenzioni dichiarate, anche nei commenti al pezzo di rovelli, le ho capite e le condivido e non da mo’ visto che, (questa è l’unica qualificazione che accetto), sono vetusta. Ma continuo a ritenere che il tuo linguaggio non sia affatto coerente con quelle intenzioni e tradisca un pasticcio di idee alquanto reazionarie (scusa l’aggettivo ma non me ne viene uno più … boh, contemporaneo?) Pensa al tuo linguaggio, dicevo solamente. Riguardalo, mettilo alla prova di tutto quello che vuoi, anche degli ippopotami, se ti pare. Mi dici cosa c’entra questo con l’accusa di pietismo e di moralismo? Capisco che tu sia travolto dall’entusiasmo per la scoperta dei corpi africani in Africa (saprai che non sei certo il primo e che fiumi di sperma e di inchiostro, entrambi anche – ma non solo – molto illustri, sono scorsi sull’argomento) ma mi spieghi come fai a “insegnare” (scrivi di colpa dell’ignoranza) a un cacciatore di neri a “riconoscere l’africano percepito nella luce africana”? a depurarlo percettivamente? a radicarlo nel pensare nella carne?
    Ma la vedi tutta la letterarietà esotista con cui parli?
    Il tuo discorso VORREBBE essere provocatorio, VORREBBE esprimere la forza del riconoscimento dell’alterità, VORREBBE NON essere antropocentrico ma si muove invece, tutto quanto, nel circuito del già detto (e spesso meglio detto) di tanta letteratura europea decadente anche quando è anticolonialista.

  45. paolettodicanio il 10 gennaio 2010 alle 19:13

    ahò borrie’ ma tu quanno vai in africa, scopi?

  46. caracaterina il 10 gennaio 2010 alle 19:22

    ehm, chiarisco. provocatorio, nel senso che vorrebbe provocare un piccolo choc culturale e aprire la strada a uno sguardo divergente, non provocatorio alla feltri. ecco

  47. paolettodicanio il 10 gennaio 2010 alle 19:26

    mamma mia cateri’ quanto te serve de anna co’ borriello a dakar

  48. paolettodicanio il 10 gennaio 2010 alle 19:35

    caterì, vittorio nostro è er meglio de tutti, pecchè dice le cose che gle vengono, nun aspetta, è uno che parla senza prenne la rincorsa, è n’omo vero pure de core, che nun c’ha bisogno de aspettà pe dirle le cose, e nun se fa le pippe,

  49. caracaterina il 10 gennaio 2010 alle 19:38

    paole’, vacci te a dakar. e restace.

  50. francesco forlani il 10 gennaio 2010 alle 19:52

    Caracaterina gli ho appena mandato un biglietto per …, Last Travel, magari ci manda una cartolina chissà
    effeffe

  51. caracaterina il 10 gennaio 2010 alle 20:01

    ;-)

  52. dimitri il 10 gennaio 2010 alle 20:06

    Caracaterina, la tua analitica è tagliente come un rasoio. Anche io credo che dalle scelte espressive di Borrelli emergano significati ambigui, forse non immuni da una certa proiezione ideologica. Questo non è però un giudizio sulla persona, ma sulla scrittura.

    Paolettodicanio con le sue battute su negri e sesso crea invece un’aderenza totale tra la maschera e il volto del fascistone laziale che va mimando. Per essere ironico o grottesco dovrebbe almeno inserire uno scarto. Insomma, siamo dalle parti di Pippo Franco (cosa che forse gli farà piacere).

  53. liviobo il 10 gennaio 2010 alle 20:16

    cara carac., ho riletto l’articolo e non sono d’accordo. la tua analisi estrapola forme “decadenti” da una tessitura da finto reportage, tutt’altro che ottocentesca, e all’interno di una visione complessa che viene semmai da merleau ponty, levinas o magari dal ’77, se viene compresa (e in cui peraltro tutti i tuoi punti di vista sono già discussi e spesso confutati). ho peraltro la sensazione che molti abbiano letto solo l’inizio e il finale, che è la parte più debole, nel senso che è effettivamente discutibile (dico a calietto) se i valori della negritudo siano utilizzabili per rendere riconoscibile un’identità africana – e se ciò è necessario.
    io sono convinto che sia la strada più sincera, e ribadisco l’amara profezia: la sx, proprio perchè rimuove il corporeo, proprio perchè è incapace di riconoscere l’opacità del corpo ( e dunque i suoi egoismi, paure, limiti, meccanicità) resta prigioniera di una visione soggettiva, faziosa e virtuale che ha prodotto e produrrà sfracelli.
    il pesce del devoniano non c’è più, gina, ma la vita è percezione di scarti, è gioco di differenziali, e la coscienza si definisce per opposizioni. ogni gradiente in meno, è perdita di vita, fino alla morte del sole. per quante differenze si stempereranno “essere” consisterà sempre nell’opporsi a un “non essere”, e la sfida necessaria sarà volta per volta rispettarlo, non annullarlo. il che non esclude, figuriamoci, che si possa arrivare con vantaggio a una ibridazione con tutto l’esistente, dal meticcio al porcuomo al carotuomo al pantanimale al panontico – ma lo dico senza ironia, semmai con qualche gusto del delirio, che è più etico di quel che possa sembrare.

  54. francesco forlani il 10 gennaio 2010 alle 20:24

    Detto questo mi spiegate perché scrivere della bellezza dell’Africa , ora, è inattuale? Ho come l’impressione di rivedere la faccia di un giornalista che ha sgranato gli occhi quando un ragazzo africano coinvolto (vittima) dei recenti fatti a Rosarno gli ha confessato che se ne sarebbe volentieri tornato in africa. In africa??!!! certo. Ma come la vediamo noi l’Africa (e gli africani) e poi quale Africa ( quali africani)? Gran bella domanda cui però sarebbe meglio sostituire vedere con vivere. Esotico lo sguardo di Livio? Certo, ma non mi sembra kitsch come a tratti si evinceva dai commenti. Mantenersi al di qua, di una tradizione, di una cultura, di una pelle, di un colore di capelli, bref di un’identità fa parte di una strategia che non mi sembra storicizzabile – neocolonialista o pre colonialista- quanto, fenomenologicamente necessario. Biologico insomma non significa per forza Mengele, può anche voler dire Laborit, Foucault, no?
    Del resto Aimé Césaire, con Léopold Sédar Senghor e Léon Gontran Damas, così definiva la negritudine :

    « La négritude est la simple reconnaissance du fait d’être noir, et l’acceptation de ce fait, de notre destin de noir, de notre histoire et de notre culture. »

    Ora, accostarsi a quella cultura, storia con la meraviglia provata da Livio, che pochi conoscono come scrittore ahimè, non mi sembra riprovevole, né tanto meno kitsch.
    effeffe

  55. franco arminio il 10 gennaio 2010 alle 22:00

    livio è uno scrittore che bada a costruire nuove percezioni, senza badare a compiacere. mi pare uno dei compiti che deve svolgere un intellettuale.
    non sono stato in africa ma mi fido delle sue visioni.

  56. giacomo s. il 10 gennaio 2010 alle 22:50

    concordo con tutti i commenti di caracaterina, e invito anch’io l’autore a leggersi Memmi e Fanon, e tantissimi altri autori che, cinquant’anni fa, hanno scardinato la visione coloniale del terzo mondo;
    sono la lingua e le metafore, e lo stesso punto di vista che trasudano – a quanto pare indipendentemente dalle intenzioni – questa stessa visione;

    detto con umiltà, perchè mi sembra che in questo campo in Italia abbiamo tutti da rimboccarci le maniche, ma anche con fermezza; diobbuono, questa è NI!

    “A Joal comme autrefois, il y a cette souffrance à respirer, qui colle visqueuse à la passion
    Cette fièvre aux entrailles le soir, à l’heure des peurs primordiales”

    Léopold Sédar Senghor

  57. gina il 11 gennaio 2010 alle 06:52

    liviobo
    e va bene. allora diciamo che è proprio nel divenire impercettibile, animale, che ti sei portato dietro tutta la tua luce orientalista.

  58. georgia il 11 gennaio 2010 alle 10:03

    si forse francesco hai ragione …ma anche no.
    In fondo dovremmo fare anche delle scuse a livio perchè il suo pezzo, obbiettivamente, non meritava il tritacarne (anche se poi lo ha pienamente meritato con i commenti), ma è incappato nel momento sbagliato in lettori spietati che cercavano altro …. Capita … anche i lettori cercano cose senza voler compiacere :-).

    Scrivere un testo è un fatto solitario e individuale (almeno il più delle volte lo è), ma quando viene buttato nel mondo (oggi poi avviene velocemente e bruci tutto in un attimo con la rete) è altra cosa … non c’è più solo chi lo ha scritto, ma anche chi lo legge, e il testo cambia, diventa altro da quello che lo scrittore avrebbe voluto … a volte in peggio a volte in meglio …
    Se questo testo fosse stato postato pochi giorni fa o fra qualche giorno e se lo scrittore non avesse messo l’accento sulla funzione del pezzo: e cioè sull’idea che il “positivo” dell’africa vada cercato in africa” (QUI e QUI) è probabile che io non lo avrei mai letto o che, se lo avessi letto, lo avrei apprezzato perché è scritto bene … diciamo che sarei scivolata indulgentemente sulle cose che invece mi hanno disturbato.
    Livio dice di essere andato in Senegal e di aver scritto il pezzo per conoscere da lì l’africa, anzi addirittura per cercare lì la soluzione all’immigrazione che dissangua l’africa e che cambia tutto il mondo, sono affermazioni grosse, che provocano aspettative grosse … ma poi … ad esempio, perché livio chiama tutti i senegalesi genericamente africani? … di solito più ti avvicini e più distingui … se non distingui vuol dire che non ti sei avvicinato. Livio non sembra voler conoscere davvero …non c’è nemmeno un nome di uomo o di donna che lui faccia (solo il figlioccio ma lo conosceva prima)… come si può conoscere (e soprattutto insegnare come lui sembra voler fare) se non si nomina? va beh … Arminio parla di “ricerca di nuove percezioni senza voler compiacere” … bene, capisco! … non dell’Africa si tratta dunque, ma dell’africa come espediente per percepire qualcosa genericamente … ma non è sempre stata la molla dell’esotismo questa? ;-)
    Quando sono capitata sulla pagina non cercavo nuove generiche percezioni, ma qualcosa che mi aiutasse a capire cosa fosse successo a Rosarno, poteva essere la cosa più diversa … poteva anche essere solo un verso, una parola, un qualcosa che si facesse carne (visto che di carne avete parlato) ho trovato invece solo un fastidioso neo-esotismo, come ha fatto giustamente notare caterina. Fastidioso in questa precisa occasione, in altra chissà …. però … ho trovato Exile … era meglio se mi limitavo a prendere il video senza lasciarmi poi incuriosire dai commenti :-)
    LIVIO MI SPIEGHI
    Poi Livio tu scrivi in un commento
    così se obama prima di candidarsi avesse detto: purtroppo dopo l’elezione riterrò indispensabile mandare le truppe in afghanistan

    Beh, non ho capito se giochi al nonsense o cosa? Te lo chiedo perché … Obama durante la campagna elettorale disse proprio quello, e cioè che si sarebbe concentrato in Afganistan e che avrebbe mandato più truppe.

  59. véronique vergé il 11 gennaio 2010 alle 10:31

    Della bellezza africana hanno celebrato Aimée Césaire, Léopold Sédar Senghor e vorrei evocare un poeta Nimrod venuto del Tchad, que ha detto in una lingua sublime la bellezza delle ragazze africane ( in particolare la sua figlia). E questo mi dà speranza, perché qui dà nobiltà nella scrittura, fa vivere il suo paese: è un canto d’oro.

    E’ vero quello che di Georgia, quando si scrive davanti allo schermo, siamo in solitudine e con gli altri lettori. Per esempio, è molto difficile di spiegare un’idea che è nittida nella mente. Non ho sentito come indelicato questo post in confronto con atti crudeli in Calabria.
    Ni ha dato notizie chiare e una posizione che non lascia dubbio: siamo inorriditi davanti a oddio, crudeltà.
    Appunto questo post mostra come la bellezza (nel cuore della letteratura)
    puo dare speranza, illuminare i cuori, sentire fratellanza, amicizzia.
    Il sorriso è il visibile dell’invisibilità, la dolcezza anche.

  60. georgia il 11 gennaio 2010 alle 10:50

    qualcosa nel pezzo di livio l’ho apprezzato ed è questo che riporto … peccato che subito dopo voglia spiegarci un sacco di cose inutili … avevamo già capito tutto da queste poche righe che poi sono le uniche che salvo veramente :-) …

    Nel quartiere di Wakhinane fotografo degli splendidi aironi bianchi, che nidificano liberamente sui rari alberi, e spiego ai bambini che mi accompagnano che mi piace fotografare “les oiseaux”. Mi fanno capire che hanno degli uccelli molto migliori, e li seguo in una catapecchia maleodorante di pesce essiccato. Nella semioscurità, con gli sguardi luccicanti di orgoglio, mi mostrano il tesoro di 4 galline spelacchiate e starnazzanti. Mi viene in mente che la nostra più preziosa rivista di ambientalismo si chiama Airone, e che qui forse gli preferirebbero un nome come Gallina.

  61. franco arminio il 11 gennaio 2010 alle 14:02

    mi pare che la lettura del testo sia un pò compromessa dai fatti di rosarno. livio ci parla di una città africana e bisogna capire se ci fa vedere qualcosa. rosarno è un’altra storia…

  62. effeffe il 11 gennaio 2010 alle 14:54

    mi pare, Franco, che anche la tua percezione del testo sia un po’ compromessa
    effeffe

  63. franco arminio il 11 gennaio 2010 alle 15:20

    certo, non parla solo della città, livio è sempre molto ambizioso, non è un reportage

  64. liviobo il 11 gennaio 2010 alle 19:04

    la colpa sarebbe allora del furlen, una delle poche anime nobili dell’ambiente letterario, che mi ha proposto l’idea dell’uscita intempestiva?
    riassumo l’essenziale. a ff credo piacesse soprattutto l’idea di mostrare il positivo. e che ci trovereste voi se non la luce estatica, l’incanto, il senso di solidarietà, i bambini e non si capisce perchè no la bellezza di uomini e donne? la pizza, lì, non è granchè.
    io volevo anche rompere i corbelli al non-intelligentismo di sinistra, usiamo la litote, che ritengo abbia dissipato un patrimonio elettorale e consegnato l’italia ai “cacciatori di neri” e sodali.
    cito arminio (a memoria): se qualcuno vi dice che soffre per le guerre, la fame nel mondo ecc non gli credete, si preoccuperebbe di più se perde 5 euro in un tombino.
    la dx riconosce questi egoismi di fondo (e questa è la sua forza), tuttavia li assume e legittima. la sx invece dovrebbe partire da lì per costruire un’etica fondata, cosciente e plausibile, ma invece li disconosce, perchè non ha “corpo”. a sx, ad es nei giudizi critici sul pezzo, bisogna espungere le emozioni e il piacere per sentirsi intelligenti, senza capire che i pensieri “vestiti” del colore emozionale, o meglio irrorati, consustanziati della materia, sono qualcosa di più, e non di meno – anzi sono la sola cosa, in un certo senso. obama, non riesce a mantenere le sue astratte promesse pacifiste – al di là dei distinguo fra iraq e afghanistan. e qui chi avrebbe cuore di ricordare turigliatto? (certo, semplifico…)
    comunque, a parte questi intenti, mi sembra che nessuno dei critici abbia capito un fico secco dell’articolo, ad es. del modo in cui seziona il reale dall’invisibile (il sacro) al visibile (le pelli) attraverso le psichi, sono stati invece estrapolati quattro elementi della tessitura che sembravano peccaminosi (l’avesse fatto genet, pasolini o hildegarda v. b. naturalmente avrebbero taciuto…perchè ignorano che il loro corpo, come ogni corpo, è servile e rispetta il blasone). lingua ingenua? si tratta sempre di capire.
    e i molti africani che ho aiutato (solo per senso di giustizia, come gli preciso quando mi dicono che ho “buon cuore”) si farebbero certo una delle loro belle risate leggendo delle accuse di colonialista.

  65. francesco pecoraro il 11 gennaio 2010 alle 19:20

    non sono gli ormoni che sono sbagliati o non funzionano nel pezzo di Borriello, sono le parole per dirli.
    sotto-scrivo caracat, ovviamente.

  66. georgia il 12 gennaio 2010 alle 10:56

    la colpa sarebbe allora del furlen, una delle poche anime nobili dell’ambiente letterario, che mi ha proposto l’idea dell’uscita intempestiva?

    :-) non parlerei di colpe ;-))))))), mio dio, si tratta solo di un testo postato e criticato, non di un processo.
    Se proprio, scherzando, vogliamo parlare di colpe, l’unica colpa che potrei riscontrare e quella tua di aver fatto il commento da marco (e in risposta a veronique) e di aver caricato le tue percezioni di una valenza politika che non avevano, forse senza i tuoi due commenti caracaterina non sarebbe mai intervenuta e neppure io.

    io volevo anche rompere i corbelli al non-intelligentismo di sinistra
    Missione banalissima e fallita miseramente!
    … e ti consiglierei di non caricare ulteriormente il tuo pezzo di macigni che non è assolutamente in grado di reggere. Per quanto mi riguarda di te ricorderò solo l’airone edonista del cosidetto “occidentale” vs la gallina spennacchiata, che però fa le uova, del bambino senegalese. Lì direi che hai afferrato, forse senza volere, qualcosa di tragico … forse perchè per un attimo ti sei dimenticato dei grandi fini che avevi affidato al tuo piccolo mezzo.
    A rileggerci georgia

  67. effeffe il 12 gennaio 2010 alle 11:46

    La coupe est à moi, unique champion coupable!
    Noblesse oblige…
    effeffe

  68. effeffe il 12 gennaio 2010 alle 11:48

    GEorgia comunque ha ragione, Livio ha ragione comunque GEorgia. Meno Franco Arminio, Francesco Pecoraro, Francesco Forlani, affrancati dal dubbio
    effeffe

  69. georgia il 12 gennaio 2010 alle 12:10

    prendi per il kulo eh, fran …. ?:-)
    ad ogni modo non ti ringrazierò mai abbastanza di aver postato exile ;-) e … perchè no? … anche l’airone e la gallina ;-),

  70. giacomo sartori il 12 gennaio 2010 alle 12:57

    la colpa è della storia d’Italia, e nella fattispecie fa capolino nella non assunzione del nostro passato coloniale, e nella completa irresponsabilità nei confronti delle problematiche dell’immigrazione, a destra come (forse un po’ meno) a sinistra;

    sono questioni trasversali alla destra e alla sinistra, e che appunto si annidano in primo luogo nella lingua (che è una sola) e nelle sensibilità (vedi il nostrano orrore linguistico “extracomunitario”, con delle responsabilità (“extra”) che veicola), anche se poi a destra e a sinistra le percezioni possono essere un po’ diverse, e anche i linguaggi, possono essere un po’ differenti;

    per questo credo credo che in queste cose ci voglia molta umiltà (che mi sembra mancare competamente all’autore del pezzo, a giudicare dalle sue reazioni);

    un intervento del genere in Francia apparirebbe (anche se contiene cose buone!) come “vecchio” e “improponibile”, sia a destra che a sinistra (per mantenere le divisioni nostrane, e che qui non hanno riscontro per i testi letterari), perchè appunto superato da settant’anni di scritti di autori “ex-colonialisti” e “ex-colonizzati”;

    ma certo anche in Francia gli strascichi del colonialismo sono ancora presenti, nella lingua come nella società; ma appunto in forme molto più sottili e elaborate;

  71. giacomo sartori il 12 gennaio 2010 alle 12:59

    era:
    vedi il nostrano orrore linguistico “extracomunitario”, con a dismissione delle responsabilità (“extra”) che veicola),

  72. Alcor il 12 gennaio 2010 alle 13:08

    Concordo con te Sartori:

    “la colpa è della storia d’Italia, e nella fattispecie fa capolino nella non assunzione del nostro passato coloniale”

    e anche in quella specie di triplo salto mortale etico che ha permesso per decenni agli italiani di definirsi “brava gente”, brava gente lontana da ogni razzismo, soprattutto al Sud, che avendo subito il razzismo del Nord se n’è sentita affrancata.

    Gli italiani sono come tutti, a nord e a sud, come del resto lo sono gli africani.

  73. franco arminio il 12 gennaio 2010 alle 15:51

    livio non dice mai cose ovvie. mi pare uno scrittore che non ha ricevuto nemmeno il due per cento di attenzioni rispetto a quelle che si merita.

  74. unsignorechepassava il 12 gennaio 2010 alle 16:43

    mah, qua o il presuntuoso sono io o siete voi. sarebbe più grave perchè siete in molti. ma da 30 anni sono abituato a veder riconosciute le mie ragioni in tempi lunghi.
    l’unica analisi che proponete è la bella novità che appresi alla scuola, che l’africa fu colonizzata. sui valori che la identificano, non ci avete provato nemmeno (e qui avrei voluto il dibattito). sulla famosa questione linguistica, non vorrei tirarla per le lunghe ancora per molto, ma provo ad avviare una spiegazione.

    nei colori ignei, clamorosi, radianti, nelle pelli seriche e lucenti, nell’odore primitivo, ferino, e insieme infantile e fruttato, che promana da quelle pelli, nelle muscolature vigorose e prominenti fasciate da quelle pelli –

    qui qualunque persona dotata di competenza e sottigliezza linguistica, e che sia in buona fede, si accorge che il trattino finale usato al posto della virgola ingorga appena percettibilmente il flusso emotivo (lo controlla, lo dosa), e sta quindi a significare: finora ci siamo abbandonati al piacere di questa descrizione dannunziana – tuttavia è il 2010. l’endiadi “serico e lucente” è certo stilematica, ma il “clamorosa”, per quanto letterario, introduce uno scarto (è termine levinassiano, da “clamare”), e così il trasumana successivo, confermando che io sto parlando una lingua citata, di secondo grado. tutte queste descrizioni sono in realtà fotografiche – da cui l’apparente senso del kitsch – e mi permettono di fotografare esattamente persino l’odore (con vantaggio documentario e poi sociale e politico), ma l’impianto fenomenologico e l’orientamento verticale dell’analisi (il triplice guscio, l’espressione “mondo antropizzato” che distanzia la rappresentazione ecc) dicono che questo è un finto reportage, che include o miscela materiali “anche” d’archivio stilistico. il fine generale è forse quello di descrivere come un unico, ininterrotto fenomeno vari livelli dell’oggetto, e situarlo in uno spazio indeterminato, extra-linguistico, preliminare.
    ovviamente potrei andare avanti per tutto il pezzo.
    pretenziose intenzioni, direte… sarà… infatti io amo molto le intenzioni, mi sembrano una materia più nobile della finta o anche vera modestia

  75. liviobo il 12 gennaio 2010 alle 16:46

    mi è scappato un nick… ero ovviamente il vostro amato liviobo

  76. georgia il 12 gennaio 2010 alle 16:55

    e bravo il sofista che passa :-) …

    Trasumanar significar per verba
    non si poria; però l’essemplo basti
    a cui esperienza grazia serba
    .

    ma certo dopo essersi paragonato a genet e pasolini … il buon livio potrebbe anche sentirsi superiore a Lui che non osò.
    A me sembra che il ragazzo non pecchi di modestia, ma sia solo ipersensibile ad ogni critica … quindi fai bene a venire provvisto di balsami e glicerina ;-)

  77. georgia il 12 gennaio 2010 alle 17:27

    non si può trasumanar ma si può transumanr (da transumanza), traspirar, trasudar, e sopratttto trans-codificar ;-)

  78. georgia il 12 gennaio 2010 alle 17:31

    kavolo livio sei tu il signorechepassava?
    ti auto-trans-codifichi da solo? ah ah ah ah ah …. complimenti;-)
    altro che trasumanare questo è e-tras-nickare

  79. unsignorechepassava il 12 gennaio 2010 alle 19:40

    ecco, se a natale transumaste tutti a dakar, come i piecori, avremmo evitato tante chiacchiere… io e il figlioccio vi prepariamo una bella catapecchia – e là, georgia, c’è un famoso tassista che fa toccare il cielo con un dito alle bianche intellettuali…roba ferina, ormoni che inzuppano il sedile…. le fa tornare cariche di meraviglia

  80. unasignorinachepassava il 12 gennaio 2010 alle 20:29

    urca!… facci sapere subito come si chiama

  81. unsignorechepassava il 12 gennaio 2010 alle 20:31

    il suo nome, naturalmente, è bongo. james bongo

  82. georgia il 12 gennaio 2010 alle 20:54

    caro signorechepassava dal suo commento deduco che lei sia anche paolettodicanio e quindi ora capisco meglio cosa lei intendesse con trasumanare ;-)
    Auguro a tutto il gregge dei sui stupidi nick ogni bene e … mi dispiace veramente aver perso tanto tempo con il suo pezzo ….

  83. hyro il 12 gennaio 2010 alle 22:41

    il borriello che ho letto io è un feticista dell’essenza, cerca scrivendo un più di mondo – ha girato, ha girato e in africa l’ha trovato. dentro “mica me”, per esempio, lui a un certo punto trovava un alquanto più di mondo su un balcone. non è che dal balcone si vedesse alcunché, il più di mondo era il balcone, o meglio ciò che del balcone rimaneva dopo che il pensiero ne aveva fatto un talismano. dacché porto al collo anch’io il balcone di casa mia, la mia vita è decisamente migliorata, e anche l’aria mi sembra più santa.

  84. Salvatore D'Angelo il 13 gennaio 2010 alle 10:55

    Io, invece, ho trovato il testo di Borriello molto interessante. Più che un reportage mi è sembrata una stringente riflessione sull’uono, sul rapporto quasi compromesso tra il proprio sé corporeo e la Natura. In questo caso, riflessione innestata nell’habitat dell’homo africanus (nella fattispecie la megalopoli Dakar). Ho apprezzato molto la lettura stratificata, la sovrapposizione delle “sovrastrutture inculturanti” (l’imitazione dei modelli urbanocentrici di vita tipica delle metropoli occidentali, la sovrapposizione della sovrastruttura musulmana sull’originario animismo ecc.) su un sostrato in qualche modo ancora legato al mondo naturale. In alcuni tratti mi è venuto fatto di pensare alla Napoli dell’immediato dopoguerra, in altri alle belle e intense pagine de “L’ Odore dell’India” di Pasolini del 1962-63, se non erro, giustamente contrapposto all’altro libro reportage di Moravia “Un’Idea dell’India”, libri nati da un comune viaggio dei due scrittori nel subcontinente indiano. Trovo altresì eccessiva la critica che vede nel pezzo di Borriello un ricalco dei viaggi ottocenteschi in Africa, questo mi pare proprio un atteggiamento superficiale, o quantomeno distratto. La chiave di lettura di questo brano risiede nel filtro di Merleau Ponty e di Nietzsche, là dove i due grandi filosofi insistono su una lettura corretta degli istinti, della corporeità come portato basilare per correttamente “leggere” la presenza umana nella Natura. Mi rendo conto che, specie a sinistra, questo è un passaggio gravido di insidie e pregiudizi dovuti alla tragica strumentalizzazione nietzschiana della destra e del nazismo . Chi ha letto “Mica me” di Borriello, magari si farà un’idea dei “guasti” arrecati all’uomo, alla sua naturalità, da un modo di vita, da un sistema di interscambi e di pensiero che cerca di annullare alla radice le pulsioni fondamentali, la dialettica vitale degli istinti e dell’amore per il proprio corpo, che è visto (da noi occidentalizzati) sempre come “un contenitore” di altro, della nostra presunta “essenza spirituale”, e mai come le due cose che in realtà sono un tutt’uno imprescindibile. Leggetelo MICA ME, ne vale la pena. Non foss’altro per capire il modo di guardare alle cose di Liviobo, condivisione o meno a parte.
    Beh, magari ha ragione Francesco Pecoraro nel dire che, forse, qui e là sarebbe occorsa qualche parola “altra” per meglio rappresentare l’ormonalità, proprio a causa dei cliché e dei pregiudizi sempre in agguato su questo terreno. Insomma, alla fine, a ben vedere, è Véronique Vergé ad aver colto l’essenza delle “intenzioni” letterarie di Borriello, stando anche ai suoi successivi commenti – spiegazioni.

  85. liviobo il 13 gennaio 2010 alle 16:40

    georgia, dai, non farai sul serio…riprendevo solo il tuo tono scherzoso, nei miei modi un po’ “noir” (io non uso emoticon, forse ciò ha creato l’equivoco)… e che c’entro con dicanio…. il nick del signore lo uso per fare talvolta 2 chiacchiere più rilassato (in un caso, trasnickai per stimolare una discussione…)… poi figuriamoci, qua siete tutti anonimi…
    grazie alla sofisticata hiro e al perspicuo d’angelo…su napoli… figurati che il modo pià sintetico che uso per descrivere dakar è: è napoli alla 10° potenza… e hai individuato il problema di fondo: se il corpo non è un contenitore, ergo, non siamo tutti uguali

  86. véronique vergé il 13 gennaio 2010 alle 17:47

    Il commento di Salvatore è notevole. Ho colto chiave preziose di lettura.

  87. liviobo il 15 gennaio 2010 alle 00:08

    visto santoro… non c’è che fare, le immagini dicono più delle nostre discussioni… la violenza reciproca, la ragazza assaltata nella notte, il bellissimo nero, anziano, che mangiava solo arance… i rosarnesi non sono pazzi, i neri non sono pazzi… c’è un problema economico di fondo, la crisi dell’agricoltura (legata a sua volta alla globalizzazione, e al basso costo della manodopera nei paesi poveri) che va affrontato politicamente… c’è un problema psicologico, la diversità, che va affrontato culturalmente, anche letterariamente…ma l’uno e l’altro con radicalità, guardando le cose per come sono…

  88. gina il 16 gennaio 2010 alle 09:37

    Amato liviobo

    conosci immagino le motivazioni di chi si è opposto non solo ai teorici, ma anche al concetto stesso di negritudine (inficiato dallo stesso orientalismo che intendeva combattere) e da fronti diversi. Restando ai letterati, quelle di soyinka, ad esempio, che ha vinto (inspiegabilmente:) un nobel per la letteratura (non entro nel merito del premio né della sua letteratura) :
    La tigre non proclama la sua “tigritudine”. Essa assale la sua preda e la divora (ehm, lo squalo del devoniano c’è ancora:)
    Ma anche quelle di Glissant, immagino che tu lo conosca.
    Per non parlare delle femminste post-coloniali rigorosamente altre dall’altro.
    Poi ci sono le esperienze personali, se si è fortunati in loco, per ognuno diverse. In ogni caso le mie, come quelle di tanti altri, parlano indiscutibilmente “creolo”. Non credo che tutto ciò significhi, per chi non la vede come te, “che siamo tutti uguali”. La tua è una affermazione di comodo. Lurido varano:)

  89. gina il 16 gennaio 2010 alle 10:13
  90. livio borriello il 17 gennaio 2010 alle 13:43

    prima che il pezzo “esca”, per qualche postero telematico, mi sento tenuto a un atto di giustizia verso me stesso, ovvero a far notare quanto scorrette siano state le critiche al pezzo. non è permalosità…. c’è chi, come la gina, ha criticato all’inizio ferocemente (il pret a porter, l’agghiacciante…) ma sempre in maniera franca e “nobile”, il resto del coro (ahimè anche georgia, che pure pare persona amabile, anche sartori, di cui ho apprezzato spesso i racconti…) ha utilizzato un tono di sufficienza che è sempre offensivo, perchè suppone un’altrui insufficienza. le accuse, anche gli insulti – che sono una forma protogiuridica di controllo sociale – sono ammissibili e debiti quando riguardano l’eticità, la cultura, insomma tutto ciò che deriva da un atto volontario… il resto, è lingua dello scherno, del comando e della servitù, e, quella sì, deriva da una visione gerarchica e razzista. peraltro ovviamente io non ritengo affatto ingenuo e sorpassato il linguaggio che ho usato, anzi sono anni che vado teorizzando il superamento di un certo puritano sociologismo da una parte, e di una certa troppo poco rischiosa asemanticità dall’altra, che sembrano prevalere nell’intellettualità corrente – a favore di scritture fondate nel corpo e nei suoi posizionamenti verso il mondo (emozioni, ad esempio) e verso l’extra-mondo (la pressione verso il fuori linguaggio) – che ritengo più etiche e più efficaci.

    sulla “mestiza”, sono in parte d’accordo…ma appunto, se quel che noi siamo essenzialmente è il nostro corpo, non potremo mai annullare la diversità, non potremo mai evadere, rovesciarci dai contorni che ci segregano in quel corpo, e l’interazione sociale non potrà mai essere fondata che sull’affermazione e sul rispetto dell’alterità, mai sulla sua negazione.

  91. gina il 17 gennaio 2010 alle 15:25

    liviobo!
    dato per scontato che la “realtà” è ancorata, radicata, alla/nella naturalizzazione di fenomeni sociali e che ciò vale tanto per il sesso quanto per la razza (guillomin in discreto anticipo sugli studi post coloniali), non vedo come una visione:), come la tua visione, che oltretutto si propone come percezione alter-nativa, possa prescindere dalla messa in discussione di tale radice (unica).

  92. gina il 17 gennaio 2010 alle 15:27

    guillaumin

  93. gina il 17 gennaio 2010 alle 15:33

    ah, per evitare fraintendimenti, travirgolettando la realtà non ho inteso toglierle pregnanza.

  94. livio il 18 gennaio 2010 alle 15:09

    @ gina
    difficile completare questa discussione… peraltro non ho nemmeno ben capito le tue ultime… metto giusto un po’ di carne al fuoco, qualche input, per future discussioni: dalla guillaumin mi sento lontano: per me siamo tutti razzisti e sessisti. per restare con ciò etici, il primo punto è ammetterlo… uomini, donne, omo e bisex, ci innamoriamo della donna in quanto donna e dell’uomo in quanto uomo… non ci si può innamorare che dei corpi, magari solo per una mano o gli occhi…mi va bene un mondi di meticci e transgender, ma in questa consapevolezza…siamo il nostro accadere…. e la sx, dovrebbe riappropriarsi del suo vero valore, la giustizia, e rigettare quello equivoco dell’uguaglianza – prendere atto dell’equivoco… ad es: è criminale che warren buffett abbia 50 miliardi di patrimonio, e il ghanese 1 dollaro, ma il merito va premiato, diciamo che meriterebbe almeno 2-3 dollari (w.b.)… e così via per tutte le erronee e insincere astrazioni della sx… per me questa è la strada

  95. gina il 18 gennaio 2010 alle 19:18

    livio bo
    che bello sguish:)
    Trans? il discorso di Guillaumin parte dalla correlazione tra sessismo e razzismo, dalla costruzione strategica dei corpi in quel contesto. Mi pare che divergiamo sostanzialmente ( e non è solo sul linguaggio o sull’opportunità del pezzo ai tempi di rosarno). ciò è paradossalmente piu grave ma l’avevamo entrambi intuito.
    L’eguaglianza non è un equivoco, e nemmeno un alibi, anche se la questione è complessa. l’essenzialismo come strategia è una possibilità che comporta grossi rischi dei quali bisogna essere coscienti.
    Sul siamo tutti razzisti parli, appunto, per te:).
    Non vedo, in nessun campo a dire il vero, come riferirmi in qualche modo a quella che tu chiami la sx. si parla d’altro, e tu, soprattutto, sei uno scrittore.
    ciao

  96. livio il 18 gennaio 2010 alle 22:01

    comunque siamo restati solo a noi a parlare sotto il ponte…

  97. gina il 19 gennaio 2010 alle 20:03

    No, il discorso é rilanciato, nei post in home, dalla englaro all’africa interna. sono i rilanci di potere. amen (resto d’attitudine homeless, ma io e te davvero siamo agli antipodi. e sotto il ponte non c’è che da guardare il fuoco. spero che non ti imbarazzi il silenzio)



indiani