carta st[r]amp[al]ata n.6

1 marzo 2010
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di Fabrizio Tonello

Al Capone? Un chierichetto. Bonnie e Clyde? Due dilettanti. I film di Quentin Tarantino? D’ora in poi li trasmetteranno nei programmi per bambini, al posto di Melevisione. Sì, perché la realtà supera di molte lunghezze la fantasia: secondo la Repubblica di giovedì scorso, negli Stati Uniti ci sono stati, dal 1 gennaio al 24 febbraio di quest’anno, 16.354 omicidi con arma da fuoco (più strangolamenti, accoltellamenti, botte in testa, annegamenti nella vasca da bagno e altro arsenico e vecchi merletti).

Mamma mia!

Tutto nasce, come al solito, con un articolo del New York Times che l’inviato a New York Angelo Aquaro decide di scopiazzare: Fearing Obama Agenda, States Push to Loosen Gun Laws. Nella versione italiana diventa: Obama si arrende alle lobby/l’America riprende la pistola. Il titolo originale sembrerebbe un po’ dire il contrario di quello italiano, e cioè che temendo le restrizioni di Obama alcuni Stati stanno liberalizzando la regolamentazione delle armi. Ma non soffermiamoci sulle quisquilie.

L’articolo di Ian Urbina (NYT) non riporta cifre e si vede che a la Repubblica hanno deciso che ci voleva un po’ di infografica, così hanno confezionato una mappa degli Stati Uniti sotto la quale campeggiano questi numeri: 16.354 le persone uccise con arma da fuoco negli Usa nel 2010 e 109.518 le persone uccise da colpi di arma da fuoco ogni anno negli Usa. Fonte: Brady Campaign to Prevent Gun Violence.

Ora, per quanti spaghetti-western i redattori abbiano visto da piccoli, 16.354 morti in 55 giorni (dal primo gennaio al 24 febbraio) fa 297,34 morti al giorno, cioè 108.531 morti l’anno: neanche nei film di Joe Dante proiettati a nastro 24 ore su 24. E questi sarebbero, per di più, solo gli omicidi con armi da fuoco: il pensionato che ammazza a martellate la moglie, il nipote che avvelena la nonna per ereditare e il ragazzotto portoricano che accoltella il rivale in amore non sono conteggiati.

Guardiamo all’altro numero, cioè alle 109.518 persone uccise da colpi di arma da fuoco ogni anno in America. Ogni anno? Non succede mai che ne ammazzino 109.517 o 109.519? No, caschi il mondo, i regolarissimi americani si sparano sempre nella stessa misura (quest’anno siamo un po’ in ritardo perché, come dicevamo sopra, le vittime nei primi 55 giorni dell’anno darebbero un totale di soli 108.531 morti nei dodici mesi; a meno che non ci sia una tredicesima di ammazzamenti in dicembre, of course).

Già sento le obiezioni del povero Aquaro: Questi sono i numeri del Brady Campaign to Prevent Gun Violence, che volete da me?. Effettivamente, esiste un rapporto di questa organizzazione, molto critico verso Obama per i cedimenti alla lobby delle armi. Peccato che in nessuna delle 29 pagine del rapporto compaiano i numeri citati da Repubblica.

Il rapporto Brady, a dire la verità, non è un modello di precisione, ma le cifre che offre sono queste: 30.000 morti l’anno per le armi da fuoco e 110.000 sparatorie. Ma i 30.000 morti sono la somma approssimativa dei suicidi (16.883) e degli omicidi (12.785) commessi con armi da fuoco e il dato si riferisce al 2006, ultimo anno disponibile. Quindi, gli omicidi di questo tipo negli Stati Uniti sono poco più di 12.000 in un anno, e non 109.518, nove volte di meno di quanto fanfaroneggi Repubblica.

Malgrado accurati sforzi, non sono riuscito a trovare statistiche per il 2010, che dubito esistano vista la lentezza con cui un paese di dimensioni continentali come gli Stati Uniti raccoglie e aggrega le sue statistiche criminali. Però possiamo ragionevolmente ipotizzare che, se la media annuale rimane stabile, siano stati circa 2.000 e non 16.354, otto volte di meno.

Come si è detto, la Brady Campaign parla anche di 110.000 sparatorie, ma questa cifra (simile al precisissimo 109.518 di Repubblica) comprende tutti gli episodi in cui sono state usate armi da fuoco, sia che ne sia risultato un omicidio, un suicidio o un incidente. Soprattutto, l’episodio può essersi concluso con morti, o solo feriti, o nessun danno. Sempre per il 2006, sappiamo che ci sono stati 48.676 feriti da armi da fuoco, il che è un po’ diverso dal parlare di 109.518 uccisioni.

Passiamo da la Repubblica a la Stampa, dove pure troviamo un 100.000 bello tondo. Si tratta della proposta di Luca Ricolfi, stimato professore di Metodologia della ricerca psicosociale all’università di Torino, di mettere un tetto alle intercettazioni. Il punto di partenza è che forse le intercettazioni sono davvero troppe perché nel 2001 i bersagli intercettati erano 32.000, da allora il loro numero è aumentato sempre, a un ritmo medio del 23% all’anno. Così, in 7 anni, dal 2001 al 2008, sono più che quadruplicati. A suo avviso, i magistrati devono essere liberi di intercettare ma il Parlamento potrebbe riportare gradualmente il numero totale delle intercettazioni a un livello più ragionevole di quello di oggi, appunto 100mila (ora sarebbero 140.000).

Da queste cifre, il lettore è autorizzato a pensare che ci siano 140.000 cittadini i cui telefoni sono sotto controllo e forse gli verrà il dubbio che i magistrati-spioni ascoltino le conversazioni di tutti, magari per curiosità morbosa. Peccato che le cose non stiano esattamente così: sono 140.000 le utenze telefoniche su cui, in un momento o nell’altro dell’anno, è stato esercitato un controllo e questa cifra è il frutto dell’abitudine di mafiosi e camorristi di cambiare continuamente le schede dei cellulari, al limite usandole una volta sola, proprio per evitare di essere intercettati. Quindi le persone ascoltate sono un numero assai più ristretto e le portinaie di via Po non devono temere per la loro privacy.

Ma, si chiede Ricolfi, com’è possibile che in un distretto di corte d’appello il rapporto fra bersagli intercettati e procedimenti penali sia 15 volte più alto che in un altro? Già: com’è possibile che a Taormina si faccia il bagno 15 volte di più che a Madonna di Campiglio?

Così, partendo dalla premessa che le intercettazioni sono davvero troppe il nostro commentatore arriva facilmente a una proposta di questo tipo: fissare uno stock di intercettazioni nazionale affidando al Consiglio superiore della magistratura o a un organismo indipendente il compito di ripartire tale stock fra i 29 distretti giudiziari.

Facile immaginare cosa succederebbe in Procura a Palermo:
– Dottore, in città si dice che Totò O’ Assassin’ abbia sciolto nell’acido la figlia di Beppe O’ Animal’: uno sgarro. Avviamo le intercettazioni?
Maresciallo, scherziamo? Abbiamo già consumato quasi tutto lo stock dell’anno e siamo solo in giugno. Ho dovuto chiedere in prestito alla procura di Aosta un pacchetto da un mese di intercettazioni, promettendo di restituirle l’anno prossimo. No, no, niente intercettazioni: veda se salta fuori qualche testimone oculare, piuttosto.

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12 Responses to carta st[r]amp[al]ata n.6

  1. Antonello Cassano il 1 marzo 2010 alle 10:49

    siamo malati di statistiche. a proposito della proposta di ricolfi ieri ci ha pensato il vecchio saggio scalfari a chiudere la questione difinendola ‘demenziale’.

  2. yanez De gomera il 1 marzo 2010 alle 11:35

    Conosco un ex dipendente del quotidiano La Repubblica che in 10 anni di lavoro ne ha viste di ogni tipo.
    “”Le mappe e le statistiche realizzate in modo “creativo”- diceva questo giornalista professionista- meriterebbero un premio alla pigrizia.””
    Ci sarebbe tanto da dire, ma è meglio fermarsi qui.

  3. daniele il 1 marzo 2010 alle 13:32

    perlomeno c’è qualcuno che tenta di proporre soluzioni e che quindi, per quanto criticabile, suscita un dibattito e una riflessione. Volete più intercettazioni perché aspirate ad una società del controllo?? O volete che siano regolamentate in maniera migliore?
    E per Antonello una precisazione: Scalfari parla di demenzialità in relazione alla questione di consentire ai giornali l’accesso alle fonti in fase istruttoria e riferirne “a rotazione periodica” tra le varie testate. Il resto mi sembra che lo definisca come troppo difficile da applicare.
    Per yanez: “”Le mappe e le statistiche realizzate in modo “creativo” già, prova a chiedere al tuo presidente del consiglio.

  4. callettino il 1 marzo 2010 alle 13:43

    …la vera tragedia nelle intercettazione telefoniche è che costano ai contribuenti un sacco di soldi: vedasi quanto intasca un perito (consulente) fonico per sboninare e tradurre mettiamo 10 ore di conversazione ambientale (perché quelle telefoniche pare costino di meno).
    di fatto, tradurre anche quella parte di intercettazioni che nulla avrebbe a che fare con l’indagine, oltre a non essere attinente alle dinamiche investigative, e invadere la sfera della privacy, comporta un esborso spese maggiore rispetto a una traduzione più sintetica.

    insomma, tradurre le intercettazioni della moglie del salumiere garantirebbe numeri di pagine in più, un costo in più.

  5. callettino il 1 marzo 2010 alle 14:08

    …ehm… riguardo ai giornalisti e al riportare dati statistiche… sono un po’ scombussolato di questi tempi: mi è capitato tra le mani Noam Chomsky “Capire il potere”, che a proposito dei media americani ne sto apprendendo di tutti i colori. Pertanto, seguendo la logica dei media americani, inserzionisti dipedenti (è ciò che Chomsky scrive) potrei pensare che l’esagerazione dei morti ammazzati a colpi di arma da fuoco sia un allegro invito da parte del giornalista in fabula ad acquistare un’arma, della serie: armerie riunite e inserzionisti dettano legge.

    …ovviamente schiErzog: ma quando leggo certe cose vago poi con la fantasia e non mi fermo più.

  6. yanez De gomera il 1 marzo 2010 alle 14:25

    @daniele: mi spiace, ma io questo presidente del consiglio non l’ho mai votato. Ero a Berlino, in quei giorni.
    La stampa tedesca scriveva titoli come: “Ma gli italiani si vogliono bene?”.
    Io compro diversi quotidiani, La Repubblica è fra questi.
    Però non posso assolutamente dimenticare le parole di un uomo che ha lavorato per anni nella redazione di un giornale che – spesso, ma non sempre- lavora in modo poco professionale. Certo esistono giornali ridicoli come Libero, giornali capaci di inventare anche un’ intervista con lo scrittore Roth; ma questo non autorizza i giornalisti di altri quotidiani a lavorare male.
    Da lettore posso esprimere il mio parere o no? Io pago il prezzo di un giornale e sono libero di pensare ciò che credo. Se vuoi possiamo recarci assieme in emeroteca, ti mostro molti pezzi sulla campania NON SCRITTI DA ROBERTO S o DA ROSARIA CAPACCHIONE: informazioni per nulla precise su Casal di Principe, cognomi di personalità (che operano per il bene) stravolti o confusi con personaggi loschi e altri orrori simili.
    Allora, ti domando caro Daniele, vuoi davvero mettere la mano sul fuoco e sostenere, senza paura di bruciarti, che gli uomini di Scalfari lavorano in modo perfetto?

  7. gianni biondillo il 1 marzo 2010 alle 14:47

    Questa di Tonello è pura ecologia giornalistica. Grazie.

  8. gierre il 1 marzo 2010 alle 15:02

    Eccellente lavoro, grazie, ben venga l’ecologisa della mente.
    Per uscire da possibili equivoci: penso che chi fa giornalismo “serio” (cioè pochi in Italia) abbia molte responsabilità in più degli “uffici stampa” o dei domestici che scrivono su ordinazione: Feltri e Minzolini su tutti.
    Anch’io m’incazzo a pallettoni quando, più o meno regolarmente, becco strafalcioni su Rep. Proprio perchè considero questo giornale, nonostante tutti i difetti, uno strumento al servizio della democrazia. Cosa ben diversa dal paludato, prudentissimo terzista Corrierone, o dalla sempre ministeriale “La Stampa” (le cose un po’ critiche le scrivono sonolo Gramellini o Barbara Spinelli…). Per non parlare di tutti gli altri, ciechi, muti e sordi.

  9. daniele il 1 marzo 2010 alle 18:13

    a yanez:
    io non volevo mica difendere La Repubblica e chi lavora per quella testata, ma difendere chi cerca di proporre soluzioni ai problemi del paese. In questo caso si parlava di Ricolfi, che tra l’altro scrive per La Stampa, e si deridevano le sue proposte per snellire e organizzare meglio la gestione delle intercettazioni. Avessi trovato in questo articolo di “ecologia giornalistica” uno straccio di proposta o di critica argomentata…
    La posizione di Ricolfi è criticabile, ma per me rimane uno studioso serio, che si basa sui dati per spiegare le proprie opinioni e non per partito preso. Ne è un esempio anche il suo ultimo lavoro sulla contabilità nazionale del paese (“Il sacco del nord”), un libro che consiglio per la quantità di riflessioni che suscita.

  10. chi il 1 marzo 2010 alle 21:50

    trovo le insinuazioni su rosaria capacchione e roberto saviano davvero di pessimo gusto. anche letterario.

  11. yanez De gomera il 1 marzo 2010 alle 22:23

    Cara Chi…
    Insinuazioni? Guarda che ho difeso il lavoro di Roberto e Rosaria perchè hanno sempre scritto in modo professionale della campania. Mi riferivo ai pezzi non scritti da Rosaria e Roberto, ovvero scritti ( e firmati) da giornalisti che in Campania non ci sono mai stati. Ultimo esempio gli amici del “cappello” scritto dai collaboratori del giornale di Travaglio per attaccare Roberto.

  12. chiara valerio il 2 marzo 2010 alle 08:27

    ok, scusa yanez, avevo male inteso. ma su cose cosi’ salto sempre.



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