FATTO DI CRONACA IN LUNIGIANA

2 giugno 2010
Pubblicato da

di Franco Buffoni

L’ho sentita morire
Soffocava
E non potevo intervenire…

Morta la moglie, soffocata
Da nastro adesivo e cellophane,
Rimane lui più anziano non vedente
A illuminarmi dal telegiornale
Sulle ragioni per cui in una pentola
Capovolta
Teneva i ventimila euro dei risparmi
Di una vita in missione.

Perché non in banca? chiede partecipe
L’intervistatore.
Perché non ci davano interessi
Anzi si facevano pagare, signore,
Per le spese di commissione.

Pronuncia le parole
In un rantolo scandito
E muovendo la mano
Mi fissa
Con gli occhi che videro
Gli Alleati sulla Linea gotica.

Tag: , , , ,

14 Responses to FATTO DI CRONACA IN LUNIGIANA

  1. natàlia castaldi il 2 giugno 2010 alle 19:40

    occhi che fissavano senza vedere il volto assassino, ma sufficientemente aperti per riconoscere il cerotto sulla bocca della moglie, che non poteva urlare.
    … un grazie.

  2. carmine vitale il 2 giugno 2010 alle 20:07

    grazie
    c.

  3. Daniele Barbieri il 2 giugno 2010 alle 21:00

    Mi piace per (o nonostante) la banalità delle parole e del fatto.
    Anzi che mi piaccia nonostante la banalità delle parole e del fatto è la cosa che mi colpisce di più.
    Vorrei capire perché mi piace. Quegli occhi che videro gli Alleati sulla Linea Gotica è solo un guizzo finale, una ciliegina su una torta già ricca. Quello lo capisco abbastanza perché mi piace.
    Ma che qualcosa mi piaccia e non so dire a sufficienza il perché, direi che è la cosa che mi piace di più. E’ come quando ti piace qualcosa da bambino, che ti piace e basta – e non ti sei neanche mai sognato che da grande cercherai di capire tutto.
    db

  4. Salvatore D'Angelo il 2 giugno 2010 alle 22:08

    Splendida. Registro “basso”, giustapposizioni perfette, significanti che sgorgano con felicità e misura. In una parola : espressiva. In poche battute non c’è solo la tragedia di un “banale fatto di cronaca”,ma tra quel “l’ho sentita morire….e mi fissa con occhi che videro gli alleati sulla linea gotica ” c’è l’evocazione del dramma di un’epoca (1943-2010), la nostra.

  5. natàlia castaldi il 2 giugno 2010 alle 23:02

    Rimane lui più anziano non vedente
    A illuminarmi dal telegiornale
    Sulle ragioni per cui in una pentola
    Capovolta
    Teneva i ventimila euro dei risparmi
    Di una vita in missione.
    Perché non in banca? chiede partecipe
    L’intervistatore.
    Perché non ci davano interessi
    Anzi si facevano pagare, signore,
    Per le spese di commissione.

    a *impressionare* sono le immagini che rispettano i fatti di cronaca dandone però una lettura *a cassa di risonanza*, al di là del “guizzo” finale che completa, incastonando l’evento in un epoca che, riallacciandosi alla data odierna -volutamente non menzionata- demarca nella memoria la visione della Linea gotica; la poeticità risiede nel racconto dialogato, pacato e ancora attonito di chi riferisce a caldo una tragedia vissuta e ancora tutta da “assimilare”, quasi cercasse nelle risposte che dà all’intervistatore di mettere ordine tra la memoria dei suoni ed i perché quotidiani, facendovi corrispondere la successione delle azioni.

    in sintesi – per me – la bellezza sta nel aver saputo:

    a) narrare sinteticamente un fatto
    b) rintracciare e restituire le sensazioni e le possibilità di riflessione che esso in sè possedeva
    c) rendere un fatto circoscritto espressione di un percorso storico, quindi evocare altro da esso.
    d) fare un *j’accuse* e rinchiuderlo tutto in una *pentola capovolta*

  6. franco buffoni il 2 giugno 2010 alle 23:27

    Vi ringrazio di cuore per questi commenti. Sono le h 23, il “servizio” è andato in onda oggi in un tg delle h 13. Avrei preferito aspettare, rileggere e lasciar depositare il fatto e l’impressione, ma anche l’immediata condivisione può essere importante. Basta non credere di poterlo fare spesso. Buone notte. fb

  7. Made in Caina il 3 giugno 2010 alle 02:44

    Da questa poesia riesco a vedere chiaramente quale sia l’importanza e la necessità (oggi soprattutto) del lavoro di un poeta.
    Bisogna possedere un profondo rispetto per l’esistenza degli uomini per trasformare in un senso così assoluto un dolore privato; prendendo sulle proprie spalle tutto il rischio di banalizzare un evento mostruoso che l’usura delle parole aveva registrato tra i comuni fatti di cronaca.
    Cercherò di essere più chiaro possibile.
    Innanzitutto, questa poesia è la poesia delle parole contro la loro usura. Una rivincita dell’espressione sulla comunicazione e sui suoi mezzi di informazione. Una poesia translinguistica che traduce un testo, quello televisivo, in “nuovi” segni, in parole di uomini e quindi, e quindi più profonde. Tutta la struttura della poesia è retta da questa dicotomia tra il testo televisivo e il testo poetico. La stessa citazione (il testo che tutti abbiamo visto oggi in tv) è inglobata al suo interno con lo scopo di disinnescarne la funzione falsamente rappresentativa. Il contrasto tra la vera e la falsa rappresentazione è così (e paradossalmente) riassunto dalle due uniche grandi isotopie: il vedere e il non vedere.

    Come dare un senso alle parole che possa essere superiore all’immagine televisiva? Potenziandole. Infatti, al contrario di quanto si “vede”, il testo è intrecciato da un complicatissimo tessuto fonico di rime, allitterazioni e metri. Dalla prevalenza di settenari e endecasillabi più o meno palesati:

    “L’ho sentita morire
    Soffocava E non
    potevo intervenire”

    “Rimane lui più anziano non vedente
    A illuminarmi dal telegiornale
    Sulle ragioni per cui in una pentola
    Capovolta Teneva
    i ventimila euro dei risparmi”

    ho contato le non poche rime nascoste: lui /per cui; céllo-fàn/rimàn(e)(omoteleuto); illuminarmi /risparmi; sentita/vita; L’intervistatore/signore;
    missione/commissione; interessi/commissione/fissa (consonanze);

    fino alle allitterazioni come “Morta la moglie”, o il disegno delle “s” di soffocare, sentire, adesivo, scandito, fissare, che si rincorre per tutto il testo.

    Penso che il poeta non abbia altro modo che questa vorticosità fonetica per rivitalizzare il registro medio della cronaca usato durante la narrazione. Attraverso i rapporti fonetici, molteplici, tra le parole tale registro viene infatti drammatizzato, agito. Dai rapporti di somiglianza tra i significanti delle parole quelle parole appaiono tra di loro strette da una necessità che la fa apparire essenziali e nuovamente cariche di senso. Sono questi stessi rapporti a riaprire il senso delle parole, a scatenarle per tutto il testo come un “rantolo scandito”. La sola metafora usata nella poesia. Ed è un ossimoro.

    Questo ossimoro non è che un mezzo per rappresentare il contrasto che regge tutto il resto.
    L’isotopia del vedere è raffigurata dall’ “illuminarmi del telegiornale”, dall'”intervistatore”, con cui contrasta l’sotopia del non-vedere.
    Il senso che si lega alla luce è messo (all’interno delle due strofe nel mezzo) in rapporto con il denaro (luminosità dell’oro-euro), e quindi con la pentola, con la banca, con il pagare, fino a contenere il tratto negativo della morte .
    Al non-vedere invece sono legate le altre due isotopie del sentire e del parlare, che rispettivamente strofa I e IV aprono e chiudono il testo. Nella poesia assistiamo alla trasformazione della luce da oro in morte, mentre il non-vedere si muta dal sentire in parola.

    E finalmente gli occhi che non vedono possono ri-vedere.

  8. Salvatore D'Angelo il 3 giugno 2010 alle 10:26

    Concordo pienamente con quanto illustrato da Natàlia Castaldi e da Made in Caina (complimenti per l’acutezza “tecnica” dell’analisi). Aggiungo che la misura dei significanti emerge dalla felice giustapposizione tra “rappresentazione” (il soggetto-vittima che parla) e “narrazione” (l’io poetante che commenta); tra “omodiegesi” (le parole del soggetto-vittima) ed “eterodiegesi” (il commento dell’io poetante); da questa giustapposizione di piani. Cosa che si riproduce con felicità anche a livello metatestuale, con il giustapporre “l’ho sentita morire/non potevo intervenire” ; “non vedente/a illuminarmi”; “mi fissa/con occhi che videro”. Tutto il “metatesto”, cioè il “senso”, l’universale del significato di questo fatto di cronaca, viene fuori da questa giustapposizione.
    Sono “miracoli” che raramente vengono fuori così, di getto. Complimenti a Franco Buffoni.

  9. enrico de lea il 3 giugno 2010 alle 13:29

    Splendida. La chiusa poi è da capolavoro.
    Nella Storia e nella cronaca, nell’incubo bifronte.

  10. Fabio Franzin il 3 giugno 2010 alle 15:19

    Ecco, di questo io credo si abbia sempre più bisogno: dell’occhio di un poeta di fronte alla cecità e alla barbarie, di una pietas avvitata a un senso civile, una poesia che ci dica chi siamo, ora, cosa siamo diventati. Grazie a Buffoni, di cuore. Fabio

  11. gianni biondillo il 3 giugno 2010 alle 15:32

    Un giorno lo vedrò a Stoccolma e dirò a chi mi sta affianco: “io l’ho conosciuto.” ;-)

  12. franco buffoni il 3 giugno 2010 alle 19:20

    Grazie nuovamente a tutti, delle analisi così attente, delle parole calde… ma biundill ciapa no per il c…

  13. manuel cohen il 4 giugno 2010 alle 20:35

    anch’io dirò con Biundìll !

  14. natàlia castaldi il 4 giugno 2010 alle 21:21

    io a Stoccolma non ci andrò mai e Buffoni non lo conoscerò mai. ma, da casa, potrò dire di averlo letto con vero piacere.



indiani