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E. E. CUMMINGS – III. O DELLE AVANGUARDIE

di Franco Buffoni

Particolare il destino critico di E. E. Cummings. Sino all’inizio degli anni settanta per un critico letterario anglosassone era d’obbligo pronunciarsi su di lui. Con simpatia per i suoi funambolismi verbali e grafici, o con profondo disprezzo per la loro “futilità” o “inutilità”. Ma se ne parlava. La critica avversa cercava di dimostrare come nella sua opera non vi fosse evoluzione alcuna, o maturazione, progresso. Come, in sostanza, non vi fosse apporto degno di nota sul piano semantico alla lingua inglese, tale da giustificare l’oscurità delle trasgressioni sintattiche e grafiche.

I critici amici invece parlavano di effetto-jazz, di polilinguismo, di ricchezze vernacolari e di idioletto, configurandoli come l’espressione più coerente della sua ideologia anarchica.

Dalla seconda metà degli anni settanta in poi, su E. E. Cummings pare – in proporzione – essere calato il silenzio critico. Anche gli imitatori, i proseliti, i giovani che alla fine degli anni sessanta ancora istoriavano i loro quadernetti – e persino le pagine di qualche rivista – di poesie alla maniera di Cummings, sono completamente spariti. Può essere allora opportuno chiedersi: quando parliamo di sperimentalismo o di avanguardia in Europa – e, specificamente, in Italia – intendiamo la stessa cosa che intendono negli Stati Uniti?

Certamente, se ci rifacciamo alle avanguardie storiche – vorticismo, futurismo, dadaismo, surrealismo significano più o meno la stessa cosa –  letteralmente, al di qua e al di là dell’Atlantico. Ma globalmente intesi questi fenomeni vengono oggi recepiti dalla cultura americana come i prodromi tout court dell’anti-cultura. Cummings, per gli americani, appartiene all’anti-cultura, ma non per particolare antipatia verso il suo personaggio; semplicemente perché è lo sperimentalismo in sé negli Stati Uniti ad essere poco o nulla remunerativo sul piano della reputazione – soprattutto postuma – di un artista. In altri termini, lo sperimentalismo non è entrato nel Dna della nazione: semplicemente non c’è come idea, come possibilità. Tanto è vero che gli ex-sperimentalisti conoscono la consacrazione quando smettono di sperimentare e divengono rassicuranti come Ginsberg. E. E. Cummings – rimasto sperimentalista fino all’ultimo – non è mai diventato rassicurante. Quindi di lui non si occupa più nessuno.

Va anche ricordato che l’etichetta di appartenenza a un ipotetico “anti-culture group” venne applicata a Cummings dal terribile R. P. Blackmur già nel 1931, corredata da una definizione al vetriolo che configurava nel poeta “la negazione sentimentale dell’intelligenza”.

Quale differenza, a ben pensarci, con la situazione italiana, dove – come le avanguardie storiche sono entrate nelle antologie scolastiche – è nato il Gruppo 63. E come Balestrini, Giuliani, Sanguineti sono entrati a far parte dell’establishment culturale (senza mai divenire rassicuranti, in termini americani), hanno tenuto a battesimo tutte le neo-neo-avanguardie successive, fino al Gruppo 93, agli annuali convegni di Reggio Emilia, ecc. Ma pensiamo alla fortuna (critica, ideologica) di antologie come I Novissimi, all’avventura di riviste come “il verri” – assolutamente impensabili nel panorama americano; o di filosofi dell’estetica come Anceschi.

Che sottesa a questo complesso fenomeno della ricezione e dell’uso dello sperimentalismo negli Stati Uniti vi sia anche da tenere presente l’ombra ingombrante e sempre imbarazzante di Ezra Pound, credo sia un dato addirittura implicito. In particolare nei riguardi di Cummings, che –  anche nei momenti più bui dell’avventura poundiana – sempre si professò – nei fatti, e non semplicemente nelle dichiarazioni pubbliche – amico.

Ma è davvero così terribile ridiventare anonimi, pare chiederci con ghigno beffardo E. E. Cummings, dai versi di uno dei suoi ultimi componimenti: “O, come, terrible anonymity / … / gently / (very whiteness: absolute peace / never imaginable mystery) / descend”. Dove, ovviamente, l’anonimato al quale egli fa riferimento è ben più grave e terribile, marmoreo e assoluto, di quello decretato dai critici anglosassoni:

O, vieni, terribile anonimato (…)

Vieni dolcemente

Bianchezza purissima, assoluta pace,

Mistero inimmaginabile

Discendi.

1 commento

  1. sicuramente ogni scrittura è una topografia costantemente ridisegnata dai meticciati. ciò rende ogni analisi estremamente complicata ed ogni pretesa di totale estraneità, dichiarazione di rottura, ogni rifiuto di confronto con la propria tradizione, poco credibile oltre l’intemperanza del singolo poeta riottoso.
    secondo me, infatti, professarsi seguaci di una tradizione francese, americana, piuttosto che italiana è corretto fino al punto di individuare le novità del proprio contributo, una sgrammaticatura appena ci si dimentichi dello stesso e diverso confronto che altri, prima, hanno presupposto.
    allora sì, la poesia di ricerca oggi, in Italia, ha dichiarato più volte di orientarsi verso un certo modello francese e uno americano, piuttosto che italiano ( affermazione corretta, ripeto, e ci tengo a precisare, fino al punto di specificare i propri orizzonti, ma che diventa irrimediabilmente scorretta appena si dimentichi che la tradizione italiana di riferimento immediatamente precedente aveva spalancato altrettante, diverse, finestre sull’Europa e sul resto del mondo, dalla Germania al Brasile).
    Dopo di che, per tornare al panorama nordamericano, contemporaneo, è talmente sconfinato che Luigi Ballerini e Paul Vangelisti, l’hanno ulteriormente suddiviso in 3 aree geografiche in altrettanti volumi, e come se non bastasse, in continuo dialogo con l’Europa…..quanto sia demoralizzante tanta complessità per chi come me voglia raccapezzarci qualcosa di un pochino più chiaro di quanto affermano i singoli poeti, ciascuno facendo riferimento esclusivamente al proprio lavoro, e punto di vista, (imprescindibile, ma isolato), fa rimpiangere, davvero, (come suggerisce Buffoni) una di quelle figure mostruose alla Anceschi dai cento occhi……

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franco buffonihttp://www.francobuffoni.it/
Franco Buffoni ha pubblicato raccolte di poesia per Guanda, Mondadori e Donzelli. Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005). L’ultimo suo romanzo è Zamel (Marcos y Marcos 2009). Sito personale: www.francobuffoni.it