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UNO SCRITTORE SOBRIO DI STORIE (STRA)ORDINARIE

di Leonardo Palmisano

Siamo in autostrada. Davanti a noi c’è un ingorgo. Poco fa è avvenuto un incidente e le automobili sono incolonnate per quasi un chilometro. I guidatori e i passeggeri attendono più o meno pazientemente che si torni a viaggiare a velocità sostenuta. Sulla carreggiata opposta il traffico è quasi normale, se si esclude il fisiologico rallentamento dei curiosi, pronti persino a interrompere un sorpasso pur di gettare uno sguardo inutile oltre il guard rail per (non) vedere ciò che è successo.
La scena è parte di un romanzo.
Dove si trova lo scrittore?
Solitamente, in Italia, all’inizio degli anni Dieci del primo secolo del terzo millennio – così come (forse) in qualunque altro paese e in qualunque altra epoca della storia (ma di sicuro qui da noi e in questo tempo per via di ragioni peculiari quali, tra le altre, una estremizzazione pigra dei ruoli, un appiattimento delle visioni e una devitalizzazione acrobatica della lingua), lo scrittore a) si trova in una delle macchine incidentate e 1) sta morendo, quindi passa i suoi ultimi minuti a recitare la parte di Carlito Brigante rievocando gli attimi in cui tutto ha preso una nuova piega e ogni cosa si è rivelata nella propria essenza, 2) ha solo qualche graffio ma, grazie a una combinazione di paura ed eccitazione, è in preda a uno stordimento che si trasforma subito in epifania, oppure b) è a bordo di una vettura che sfreccia sulla carreggiata opposta, guidata da un vitalista cinico al quale non importa nulla di eventuali morti e feriti (li considererebbe comunque dei miserabili, colpevoli di non avere avuto i riflessi di Vettel, di non aver saputo farsi rispettare, di non aver guadagnato abbastanza da potersi permettere una berlina rocciosa, comoda e accessoriata, con un sistema frenante all’avanguardia – insomma, di non essere stati ciò che lui è o crede di essere), e ha il tempo, lo scrittore, dal sedile posteriore dove è seduto, di cogliere l’elemento distintivo dell’italianità contemporanea – su cui verrà presto allestito un illuminante sermone – in un movimento impercettibile del sopracciglio destro di un vigile urbano o nell’espressione statica di rancore sul volto della donna che, rigirando tra le dita le perle della sua collana, sarebbe pronta a dimostrare al mondo intero che l’incedente in questione è stato architettato da suo marito (seduto accanto a lei, al volante) per farle fare tardi alla seduta di riapertura del corso di yoga.

Questa volta, però, sulla carreggiata libera c’è anche un’auto familiare che procede a velocità moderata, nella corsia di marcia, ed è guidata da una donna che non ama violare i limiti di velocità – e nemmeno rallentare il traffico per futili motivi. Lo scrittore è suo marito e le sieda accanto. Guarda dall’altra parte per qualche secondo, si fa un’idea dell’accaduto notando che le auto coinvolte nell’incidente sono danneggiate ma non distrutte, che nessuno piange disperato e che l’ambulanza è ferma e ha il lampeggiante spento. Ci mette un attimo a riportare questi pochi elementi a sua moglie e a sua figlia, dopo di che ricomincia a pensare a ciò che è successo nei giorni scorsi, mentre erano in vacanza in un piccolo paesino dell’Appennino, e si dice che potrebbe decidersi a raccontarlo in un libro, come sa fare lui, senza esibire ferite e cicatrici, rifuggendo le visioni mistiche e i fuochi d’artificio, prestando attenzione solo ai piccoli avvenimenti che si collocano uno accanto all’altro, silenziosamente, e vanno a comporre il palcoscenico su cui faranno la loro apparizione i momenti decisivi delle vite di donne e uomini cosiddetti ordinari, chiedendo di essere trattenuti, descritti e mandati infine incontro ai lettori.

Naturalmente questa sciocca storiellina è inventata a bella posta (come si diceva nei romanzi dell’Ottocento) per incolonnare su un’autostrada, sotto il sole di una domenica di fine estate, gli scrittori italiani e i lettori italiani e gli editori italiani – oppure gli automobilisti italiani, i produttori di automobili italiani (il plurale in questo caso è superfluo) e persino gli urbanisti italiani. Insomma, per parlare male degli italiani. Ma c’è anche qualcosa che non è stato necessario inventare: quella macchina familiare, infatti, esiste davvero, e anche quello scrittore. In libreria trovate i suoi racconti e i suoi romanzi – l’ultimo, Paesaggio con incendio, è appena uscito per minimum fax. Non sono esposti nelle vetrine dei megastore, né inquadrati dalle telecamere dei programmi ai quali noi italiani – o forse LORO! – ci rivolgiamo per rinunciare anche al piacere di scegliere che cosa leggere.
Bisogna cercarli, ma ne vale la pena.
Sono rari. Come un banale tamponamento a cui nessuno presta attenzione.

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1 commento

  1. Originale come introduzione.

    Bisogna cercare, sono libri per lettori che dedicano tempo alla ricerca, lettori che annusano, lettori che non sono ciechi. E’ un lungo viaggio mistico, li, nel labirinto di una libreria.

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Domenico Pinto (1976). È traduttore. Collabora alle pagine di «Alias» e «L'Indice». Si occupa di letteratura tedesca contemporanea. Cura questa collana.
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