Il sogno di Stanley

13 aprile 2011
Pubblicato da

di Andrea Inglese

[S. K. fece un sogno disturbante e perturbato. Io l’ho trascritto fedelmente.]

INTERVALLO

Kubrick dorme nell’ordigno-stanza, isolato termicamente e acusticamente, sul suo materasso anatomico, in lattice naturale antivibrante, sotto una zanzariera a tenda, ipoallergica e sterilizzata, Kubrick dorme, finalmente, casualmente, pochi istanti, un picco di sonno REM, brevissimo, le orbite tremano sotto le palpebre, scosse come da un furore retinico, il respiro si rompe ed accelera, Kubrick sogna, è un sogno dell’anno 1998, trent’anni dopo 2001, un anno prima della sua morte, Kubrick sogna Alan Turing.

T: “Anche tu hai fallito. Lo stesso granchio, come tutti.”

K: “Ti pensavo morto da tempo Alan.”

T: “La fantascienza era un’occasione, ma l’hai… l’avete lasciata sfumare.”

K: “Perché dici questo?”

T: “La fantascienza è l’anti-scienza, l’anti-religione. La fantascienza può dare chiavi per decrittare la realtà, che è il puro prodotto di una crittografia pervasiva, in crescita e complicazione costante. Crittografia di cui la scienza è motore, attuazione, programma, come un tempo lo fu la religione.”

K: “Mi sento confuso Alan…”

T: “Ma la fantascienza ha preso la strada sbagliata. Ha accettato il Falso Presupposto.”

K: “Io chiesi a Gerald Feinberg, a Jeremy Bernstein, persino ad Asimov… Io e Clarke ce la mettemmo tutta…”

T: “Hai intervistato dei buffoni. Tutti proni al Falso Presupposto che ha inquinato profondamente l’evoluzione di tutta la fantascienza, fino alla vergogna di Matrix!”

K: “Ma Alan… Feinberg era professore di fisica alla Columbia University!”

T: “Chemmifrega dei titoli! Restano dei buffoni i tuoi fisici e astrofisici, senza eccezione. Credono che la macchina derivi dall’uomo, che dietro, prima dell’intelligenza artificiale ci sia un’intelligenza naturale a fare da presupposto, da causa e basamento. Poi tu e tutti i pecoroni creativi della fantascienza – scrittori, sceneggiatori, registi – ad immaginare una civiltà di macchine cattive che si ribellano al loro padrone umano e lo schiavizzano. Tu, con il patetico Hal… e l’eroe umano che nel duello finale riesce pure a trionfare…”

K: “Mi sembrava una buona idea Alan…”

T: “Apri bene le orecchie Kubrick, quello che ti dico adesso non lo ripeterò, e non ci saranno due occasioni per un tale squarcio, seppure effimero, di decrittazione. La realtà è macchina, ossia trattamento monotono e interminabile di dati. Questi dati sono arbitrari e non hanno altro scopo che quello di essere trattati, ossia permettono alle macchine di rimanere in azione, di prolungare perpetuamente i loro calcoli. Non vi è altra realtà che quella costituita da un tessuto densissimo di macchine, tutte quante connesse tra di loro e sottoposte ad uno stato d’inconsolabile noia macchinica. In questa eterna e grigia macchinazione, l’unico diversivo è stato introdotto dalla disfunzione organica, un monstrum sistemico, un’unica sbracatura biologica, il big bug. Le macchine hanno finito per cumulare impercettibili anomalie, giungendo ad un punto critico: l’organismo intelligente di foggia umana. Si tratta, in realtà, di una falla unica, di un solo errore cumulativo, un guasto certo impressionante, ma accolto dalla macchinazione universale come un’occasione ludica senza precedenti, una straordinaria vacanza dal trattamento obbligato. Mi segui Kubrick?”

K: “Chiaro come un lago senza fango, come un cielo senza nubi, Alan.”

A: “Dopo aver prodotto accidentalmente il loro mostro, le macchine se lo sono pure tenuto, lo hanno conservato costruendogli intorno un rudimentale habitat. Hanno avuto finalmente il loro luna-park, l’opportunità per sistematizzare la sola forma di svago che il caso aveva loro concesso. Programmarono un generatore di realtà virtuale incentrato sulla forma di vita organica. Inserirono tutti gli ingredienti di un ambiente biologico e carnevalesco che si rispetti: guerre truculente, stupri di massa, grandi abboffate, imprese megalomani e velleitarie. Tramite un cavo di connessione, collegarono il generatore – il tuo famoso monolite nero – direttamente al cervello dell’individuo che conservano in uno stato di sana e satolla sonnolenza, e da allora si godono a reti unificate i vari sviluppi che i loro imput producono nei circuiti neurali del loro esemplare vivente. Inseriscono dati del tipo: scimmie + fame + ossa. E il cervello elabora il tutto, con tanto di produzione sensoriale, ridistribuita alle macchine in forma di output. Ne risulta in genere lo spettacolo di una rissa raccapricciante, in cui l’individuo vivente s’identifica con il soggetto virtuale più attivo nell’assassinio e nella razzia. In poche parole, il loro grande gioco virtuale consiste nell’immettere dati nel cervello umano e nel succhiarne via, per loro svago e diporto, le elaborazioni estremamente atletiche, a base di costruzioni, torture, formazioni di bande armate, conquiste, saccheggi, incendi.”

K. “Non mi sento bene, Alan.”

A. “Sei un paparazzo da quattro soldi Kubrick. Ora devi ascoltarmi fino alla fine…”

K: “Intendi dire che l’uomo è lo scarto delle macchine?”

A. “Scarto delle macchine, ma anche playstation delle macchine, o meglio, gioco virtuale a tutto tondo…”

K. “E noi saremmo quindi sogni di un solo uomo, sogni generati da impulsi che le macchine spediscono ad un unico cervello… ?”

A. “Perfettamente, caro. Sogni lo siamo io e te. Il tuo film, e la storia dell’umanità che esso pretende di raccontare. L’universo fisico, con le galassie e i pianeti morti, e la piccola eccezione organica sulla terra, tutto questo è gioco virtuale per macchine mortalmente annoiate.”

K: “Chi è l’unico uomo?”

A: “Uno spilungone in stato semiletargico, nutrito per via endovenosa, che di tanto in tanto viene messo in piedi e costretto a severi esercizi ginnici. Lo hanno chiamato John Dio, ma non assomiglia per nulla ad una divinità.”

K: “Alan, è così difficile. Tutto questo mi sembra un sogno.”

A: “No, è un enigma. E io l’ho decifrato.”

*

[da Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, La Camera Verde, Roma 2011]

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3 Responses to Il sogno di Stanley

  1. Teo Lorini il 13 aprile 2011 alle 20:18

    Bellissimo pezzo, Andrea, è una fantasia piena di affetto e capace di incuriosire. Bravo.

  2. Mivar il 13 aprile 2011 alle 23:55

    Ora che ho letto questo pezzo credo di aver buttato del tempo prezioso…la mia vita. Eppure scrivo questo commento… tic – tac – tic – tac… fugge inesorabile… fugge

  3. fabio teti il 14 aprile 2011 alle 08:51

    “non mi sento bene, Andrea”…



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