Luna di vetro

7 luglio 2011
Pubblicato da

di Federico Buratti

Uno strano senso di irrealtà, vagamente intuito, forse da sempre, teneva il giovane Lampertico avvinto al divano. Così alle meningi gli montava il solito, insano desiderio, vano come una brocca vuota, il senso – è meglio detto – d’un indefinito desiderare, informe ma protervo, cui nessuna precisa domanda si lega ed al quale, dunque, si è sempre ben lungi dal trovare una risposta purchessia. “Telefonare a qualcuno, anzi no, ricevere una telefonata. Sì, ma da chi? Mangiare, dormire, uscire forse, prendere un treno. Accendo la televisione… finire di leggere il libro, andare in centro, alla mostra di Bertocchi… magari mi levo i pantaloni… che altro? Fumo una sigaretta. Farsi una doccia”. Etc., etc.
Queste ed altre incarnazioni del desiderio il giovane Lampertico andava lambiccando, nessuna finalmente aderendo all’anima lasca che, anzi, tutte le rifiutava noiata. “La morte?” giungeva immancabilmente a chiedersi. “No”, ma non gli veniva fatto mai di trovare la ragione di tale rifiuto e, forse temendo la taccia di vile, protestava il desiderio che cercava esser di quelli da esaudirsi in vita, per quanto irreale quest’ultima gli fosse. “Una donna ? A.? B.?”, ammolliva le labbra in figura di negletta perplessità.
Alla fin fine, come sempre, passata l’ora delle possibilità più ragionevoli, perveniva ad una soluzione da “pari e patta”, che avesse cioè valore di contentare lui e quel demone questuante: “Un miracolo, ecco, che giunga inatteso e alla cui virtù io sia costretto a soggiacere, qualcosa che mi venga a cercare e mi stani, l’effetto di un impulso, di un’azione lontana, che torni a dare realtà a me e a tutta la misera casupola in cui vivo”. Così concludeva la cerca, il più delle volte, Lampertico, nella fantasia di un atto che non in lui avesse l’agente, ma di cui lui fosse l’oggetto. Egli doveva tener molto a quel suo sentimento di repugnanza verso tutto e doversene separare, per poi con abnegazione perseguire una forma quale che fosse della volontà, scelta alla brava tra le tante, gli pareva contegno sommamente volgare. Assai meglio era essere tratti a forza dalla propria augusta paralisi, puri e deliziati dal lampo dell’evento inatteso, tanto più prezioso quanto chiesto e bramato, dunque in ombra di destino.
A vero dire il più delle volte qualche cosa si produceva, non mai tuttavia dell’entità vagheggiata. Trattavasi di una breve deriva, povera di conseguenze, cui sempre seguiva un ritorno. Ma quel giorno, nell’alito d’una snervante primavera, basse le nubi e greve odore di foglie e fiori, non avvenne un bel nulla. Era ormai sera, all’orizzonte i velami bigi del giorno avevano lasciato luogo ad un nastro sereno di intenso arancio, ed era costume che quell’ora placasse d’un tanto i nervi del Nostro, così che in lui una particola delle angosce sempre si andava obliando. L’inevitabilità della cena partecipava di questa suadente sensazione ed il Lampertico, un poco rinfrancato, si diè ad ammannire la tavola, solo per sé, non essendovi altri in casa. Ebbe poi agio di procurarsi una digestione lunga e torpida, abilmente evitando, per le ore a venire, nuove estenuanti volizioni. Lesse, senza terminarlo, il libro che occupava lui ed il suo comodino. Indugiò un tanto dinanzi a se stesso, in attitudine severa, quale appariva nello specchio del bagno. A tarda notte si addormentò d’un sonno profondo, lui avrebbe detto “ctonio”.

Mita Sangalli secava trasversalmente la piazza oblunga del paese, poco impegnata a guardarsi d’attorno, modestamente dondolando la sua infelice eleganza. Domenica di sole, presso all’ora di pranzo, allo sgonfiarsi della Santa Messa. “Un’eternità” pensava il Lampertico, osservandola e non ancora vedutone, “potrà passare tutta, ed ancora brancolerà su quei tacchi”. Ammirava l’inettitudine del suo portarsi, l’inaderenza, l’alterità, delle vesti al corpo ogniqualvolta le fosse richiesta un poco di ricercatezza. Un senso di fatale ineleganza, di indomenicata melanconia, sempre lo avvinceva alla vista di costei, qualora non fosse abbigliata alla quotidiana o, meglio ancora, nuda. E questa visione compassionevole invocava al Lampertico un tenero affetto, pietosi pensamenti. Quando la spogliava sentiva di compiere un atto di carità evangelica, di farle una dolce grazia.
– Ci vediamo oggi pomeriggio? Beviamo insieme il caffè? – chiese lui con il suo sorriso buono.
– Va bene. Sì… vengo alle tre?

Lorenzo Lampertico, povero ragazzo, pieno ad occhi semplici di uno strano mistero, dava le viste d’essere un contemplativo, ma non lo era. Anzi, avrebbe abbandonato di buon grado tutte le sue idee alessandrine sull’esistenza in cambio di due mani più forti, capaci di lacerare il velo venefico della sua accidia e stringere, con atto semplice, una delle tante cose con cui i suoi simili parevano così alla buona baloccarsi. Anche ora che Mita volava colombina sin nelle sue stanze, egli certo godeva, ma non era contento di sé. Stupiva, soprattutto, della semplicità con la quale ella aveva dichiarato di desiderarlo – di desiderare lui –, della svagata ignoranza che l’aveva condotta tra le sue braccia.
Mita aveva voluto, quel giorno, porre le proprie labbra bacianti in ogni punto del corpo lampertichiano, mentre lui, calmo dopo l’abbraccio, rideva sommessamente.
– Così ora ti ho baciato dappertutto – disse.
Aveva posto su di lui il sigillo di sé, a chiuderlo, a possederlo, divinando certo che v’erano luoghi a lei irraggiungibili.
Mita, la figlia del barbiere, docile studentessa di lingue straniere, domandava le cose che desiderava, cercava desideri esauditi. Lampertico osservava la sua pelle bianca, i seni assopiti, il pube nero corrusco, il viso e le forme ricche di bambola, e sapeva che era suo dovere di uomo, di essere umano, agognare quello e milioni di altri corpi simili. In quel momento non doveva fare altro che allungare una mano, trarre a sé la donna e giocarci, e di tutto questo ringraziare lei, forse il caso benevolo, certo non se stesso.
– Sai qual è la parte che più mi piace di te? – un giorno Mita gli aveva detto. – Gli occhi, perché sono buoni.
– Davvero? – di rimando, con un tocco di stupore, lui.
Quegli occhi che sempre troppo lungamente si fermavano sulle cose e sulle persone per evincerne la necessità, egli non li avrebbe mai detti buoni, tutt’al più ignari, dubitosi, finalmente stanchi. Attraverso essi Lorenzo Lampertico perveniva all’ormai nota epochè, non vedeva nulla che meritasse autentica fatica, e se l’aspetto, di propria mano, non si fosse impadronito di lui, egli non si sarebbe mai mosso alla sua volta. Semplicemente non gli veniva fatto di comprendere il valore della cosa, quale che questa fosse. Mita lo aveva tratto da quel suo sospeso sottobosco, oscuramente forse – la onorava di tale possibilità – proprio da questo ammaliata. Si ama ciò che non si comprende, che non si arriva a misurare, e lei non poteva darsi conto d’un tal brancolare in pieno giorno, dell’ottundimento di un tale che si arrovella sulla natura di cose tanto semplici.

Mita, Mita, Mita, la femmina-caciotta, figlia dell’archetipo ciociaro della forosetta ignorante, amante, vezzosa, buona, ricca di poche e fondate idee, l’attirava ben più delle principesse, o delle dame cascanti senza mercé. Eppure ancora, di questa sua dilezione, che giudicava perversa, non s’era fatto ragione. Lui, Lampertico, smarrirsi nel bene caseario di miti fianchi? Mimetizzarsi nell’affetto dei giorni semplici, ove eterno l’amore fumiga dai fornelli? Mah! Il treno correva verso la Città Difficile, Dite imbronciata e vana. Mita sola nel borgo, Leonora, sola forse, nella città. Fin troppo chiaro. A mezza via da entrambe. “E’ così che dovrebbe essere, sempre” pensò il Nostro profondando in un sedile sudicio del decimo vagone.
A principio della notte, nell’elefantiaca stazione assira, tra la folla confusa di coloro che arrivavano e di quei che ne attendevano la venuta, prima indistinta poi unica, si stagliò la figura magra di Leonora… sempre nelle gramaglie d’una adolescenza inconclusa. Si baciarono, movendosi secondo coordinate cartesiane, astratti e stilizzati, contegnosamente gai. Una mano di Lampertico sulla guancia di lei, i polpastrelli a sfiorare i primi capelli delle tempie. Leonora Tavazzi, con i suoi princìpi volubili sull’esistenza, che non tanto potevano dirsi princìpi, quanto vampe estuose della sensualità, in lei quasi sempre tenente luogo del cervello. Leggeva libercoli d’ogni genere e ne cadeva regolarmente in signoria. Era stata questa e quell’altra eroina, questo e quell’altro eroe, cosa che poteva tornare piuttosto seccante se, come spesso avveniva, le montava il ghiribizzo di dar credito a gente della risma di Emma Bovary o, peggio, di qualch’altro tristo farabutto di cui certa letteratura ama magnificare le gesta. Diluviava libri con la voracità di un malato riarso da una sete inesausta. Aveva tentato, il Lampertico, di compicciare alcunché in quel marasma, con il balsamo di letture, se non sane, di più ricca e commendevole mimesi. Invano. I suoi consigli, seguiti dapprima per devozione amorosa, al fatale ridestarsi della vanità di lei finivano presto per esser messi da parte, con torpide vaghe critiche ben poco argomentate.
– Mi sei mancato.
– Anche tu.
Non era poi vero. Benché Lampertico ricusasse certe menzogne, immediatamente molse la sua coscienza il pensiero che la risposta potesse essere, alla fin fine, ricondotta al dato della reltà più mera: rispondeva certamente a verità che, in quei giorni passati nel paese, Leonora non gli fosse stata dappresso, e dunque gli era mancata. Bene! Il volto di lei si addolcì in un sorriso da pomodorino sul far della cottura, quando la rossa buccia s’apre sulla polpa.
I mosaici dei viri marcivano nella luce gialla e nella polvere spessa, l’esiguo bagaglio del Lampertico fluttuava prossimo alla sua coscia sinistra, la destra occupata a cozzare, di tanto in tanto, sull’anca guantata della Tavazzi. Poi ruppero nella ventraia verminosa della città, nella sua metastasi frenetica, chiusi insomma in uno degli ultimi convogli del metrò.
“La Città Difficile”, pensava il nostro eroe, “è come una signora anziana, stata giovane ed elegante negli anni Venti, e che ora campa per gli affitti e le rendite degli innumeri appartamenti, interi piani e palazzi dell’estinta, chiarissima famiglia. La lunga cesarie bianca, raccolta, erano ormai anni che veniva negata agli occhi dei più, offrendo la propria inclita serenità soltanto a quei pochi che, di rado, avevano accesso al vasto, olimpico piano della Signora. Tra costoro il giovane suo nipote, cui ella aveva demandato la pressoché intera amministrazione dei beni, cioè a dire della città intera. La città era dunque a poco a poco divenuta immagine di questo uomo nuovo, vivo nel sentimento del denaro, pronto a spegnere ogni lampo di bellezza in cambio del debito valsente. Un ignorante senza meno, tronfio e senza garbo, che certo non beneficiava delle simpatie della zia, la quale però, colta da tarda melanconia, aveva deciso concluso il proprio tempo e, interessandosi pochissimo o nulla delle nuove generazioni, non si dava più cura di tutto quel che s’agitava di là della propria soglia. Ecco cos’è la Città Difficile…”, pensava, “una sfortunata discendenza, un’infausta vicenda di lasciti famigliari”.
L’amore fu avido, come al solito.

La Città Difficile, con i suoi “bei posti”, i suoi noti “locali”, le sue frasi ipnotiche, trascorrenti il mezzo torbido nelle sere, eco che ripetono: “No, andiamo là, è più carino”, “Bello qui”, “Ci sei mai stato? Fanno la migliore caipiroska alla fragola di tutta…” e via dicendo, per infine disperare l’uditorio dei pochi con concioni dal titolo “Il mio capo, il mio principale”, “Hai già ricevuto l’aumento di stipendio?!”, oppure “Sono stata in Tunisia due settimane…”, “Mi sono divertito tantissimo”. Lampertico – del quale a tutt’oggi non possiamo dirci fini conoscitori – ancora non aveva vinto la debolezza di accompagnarsi, a un dipresso una o due volte al mese, a certe confuse masnade di lunari gavazzatori, scivolando nel rituale severo di aperitivi, digestivi e musiche, tanto proterve e insistenti da costringere al ballo o allo svenamento. Aiuto! Aiuto! Signore e signori, qualora qualcheduno tra voi non l’avesse ancora capito, il giovane Lorenzo in quel torno di tempo soffriva di scoranti accessi di noia. Un senso della realtà smarritosi lentamente negli anni, forse mai posseduto – come dicemmo –, conveniva, assieme ad altri fumosi sentimenti, ad abbandonare la sua vita in un limbo d’accidia, di apparente, sospesa contemplazione. Flebotomi dell’Ottocento l’avrebbero detto malato di melanconia, gonfio di umor nero, ecc. E mentre lo si poteva vedere sorseggiare diabolici intrugli con una tal quale facilità, più arduo era divinarne il vuoto segreto e vorace, che d’abitudine teneva per sé. Occhi intenti, flemma di chi è avvezzo al poco di cui godono i molti, partecipazione virilmente assunta all’intrapresa, così pareva a chi lo avesse guardato, ma non osservato con cura, ché un pizzico delle nubi di Danimarca pur trapelava nel muovere lento delle mani e nell’attitudine “stravaccata” che adottava nel sedere. Ah, l’avreste dovuto incontrare in una delle sue serate di dipsomane! Deglutiva allora disordinatamente ogni sorta di liquori, pretti o in forma di cocktail, e si gettava a capo fitto in dameggiamenti grotteschi, cui ben poco sovveniva l’invariabile mutria in processo di liquefazione, impreziosita dalle palpebre poggiate con noncuranza sull’orizzonte stupefatto delle pupille. Egli non temeva l’azione, sì i suoi effetti, le reazioni che gli avrebbero domandato nuove azioni, in numero imprecisato, con conseguenze ignote. Se ne dica pure quel che si vuole, la realtà in un certo senso esiste e, qualora si abbia la leggerezza di turbarne le acque, sempre bisognerà poi far fronte ai marosi della risacca. Il povero Lampertico possedeva talvolta le forze sufficienti a produrre un primo abbrivio, ma profondava poi nell’uggia, nella ripugnanza verso l’atto, la volontà, l’impegno inteso all’ottenimento di una qualunque cosa, che sempre tornava a parvenza disfatta, sempre animata da troppo debole vita.
Vini, cordiali, cocktail, dunque, distillati d’ogni sorta, etc. rinvigorivano i suoi spiriti animali, certo, ma mai in la misura acconcia da impedire alla sua figura una metamorfosi ben poco charmante che induceva nelle fortunate signorine, oggetto delle sue galanterie, un’accondiscendente diffidenza, breve preludio a rapidi commiati. A meno di trovarle ubriache quanto lui, ed era cosa null’affatto facile.

Insomma… il deserto, la paralisi totale. Due donne vanescenti, biondo cenere l’una, chioma grave e corvina l’altra, ma non ricordava a chi delle due fosse da attribuire la debita zazzera. Sì… ricordava Leonora, segnata dalla mota del tempo, prossima al disamore… e Mita, amante gaia, dalle buone intenzioni, fidente… ma niente di più. Le due femmine si sovrapponevano diafane, e diventavano una sola, ancor più confusa. La vita onirica fa scherzi strani, il sogno mette mano alla realtà più di quanto si creda. Il giovane Lampertico le aveva vedute in sogno, per così dire mescolate in un’unica creatura, la quale delle due partecipava i tratti fisici e quelli morali, bizzarramente, con la giunta di qualche ignota qualità che non era né dell’una né dell’altra: seno badiale, gambetta claudicante e nell’eloquio un diversare continuo di matte volgarità. Ricordava poi un senso di incontinenza, un prolasso caldo e sdruccioloso, che aveva preso dapprima la figurazione di una penetrazione molle, cui neanche il naturale schermo delle carni osteggiava: così si scivola in una trappola accogliente. E subito l’eruzione, simile ad una caduta lenta e senza appigli, in panie vischiose che lasciavano alla fine una specie di schifoso rimorso, di sprezzo di sé, come un senso di vergogna e di colpa.

Di lì a qualche tempo Lampertico Lorenzo si trovò nella trista condizione del carcerato, del che certamente non stupiranno gli spiriti induttivi. Protestatosi senza indugio colpevole in tutto del delitto ascrittogli, evitò ad ognuno le more processuali, e ben presto giunse a condividere la cella di un serafico omone, taciturno, benevolo, il viso quasi per intero nascosto da una barba folta e nera.
Con il depositarsi dei giorni sulla pena, tra i due prigioni s’ebbe modo di venire ad una fraterna simpatia, la quale valse all’irsuto criminale alcune delle più intime confidenze del Nostro. Quello, uomo di rara cultura ben oltre le apparenze e spirito sensibilissimo, volle un giorno significare al più giovane compagno certe sue idee a proposito dei racconti uditine.
– Mio caro Lorenzo, – lo stesso Lampertico ricorda, a suo dire con pedissequa esattezza, le parole dell’amico, – sai… è pericoloso, talvolta e per certe nature, rimirar se stessi troppo a lungo o troppo intensamente nello specchio. La virtù dei metalli è ignorata o, al più, irrisa da molti uomini del nostro tempo. E invece l’argento, che è un metallo lunare, ama gli scherzi bizzarri, nascosto dietro la lastra di vetro dei nostri domestici specchi. Accade, mio giovane amico, che il troppo scrutare la propria immagine, con attenzione, incredulità o che altro, finisca per dare oltre misura realtà al nostro riflesso, tanto che costui può finanche pigliarsi il destino che ci appartiene, lasciandocene senza. Così succede che esso possa giungere sino a divenire la vera e noi l’immagine riflessa, derubati di destino, di vita, etc. Quel tale, apparentemente inconsistente, prende ad esistere del nostro spirito, quasi direi del nostro sangue… e attorno a noi tutte le cose perdono valore, tenacia, verità. È cosa assai più frequente di quel che si creda.
Poco prima di concludere i suoi giorni suicida, Tommaso Amodio – così all’anagrafe il buon detenuto – disse ancora al Lampertico: “Ma non è per vanità, Lorenzo, no, che si può incorrere in questa tragica perdita. La vanità, è noto a tutti, non va oltre la scorza delle cose. Si tratta piuttosto del tentativo umano di trovarsi, di indagarsi, di conoscere nella realtà del proprio volto la verità che si crede vi sia oltre”.
Lampertico a questo punto taceva, insospettito da siffatti discorsi, dubitando della loro rispondenza al vero, dell’effettiva scienza posseduta dall’amico in argomento minerario, nonché, infine, dell’ordine che presiedeva al cervello di costui. Lo si vedeva poi distrarsi, di certo figurandosi quel tale che, in quel medesimo momento, per sortilegio d’argento e propria debolezza, si affaccendava libero oltre lo specchio, amando forse, e forse vivendo.

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10 Responses to Luna di vetro

  1. diamonds il 7 luglio 2011 alle 11:22
  2. marisa salabelle il 7 luglio 2011 alle 13:05

    Non ho mai sentito parlare, prima d’ora, di Federico Buratti. Mi chiedo: perché un autore contemporaneo deve usare, con compiacimento evidente, un lessico ottocentesco, espressioni come “insospettito da siffatti discorsi”, “rimirar se stessi”, “il giovane Lampertico andava lambiccando” e via discorrendo? C’è un senso ironico che non colgo, è uno sfoggio di erudizione o il tanto atteso rinnovamento della letteratura italiana? Per quanto mi riguarda, Manzoni è morto nel 1873

  3. Dinamo Seligneri il 7 luglio 2011 alle 13:59

    Marisa:
    Manzoni non avrebbe mai scritto le espressioni che riporti.
    Andava nell’altro senso proprio.

  4. arsenio il 7 luglio 2011 alle 14:09

    Illeggibile.
    Scimmiotta lambiccando e gaddeggiando senza averne la leggerezza e l’ironia del dolore.

  5. fm il 7 luglio 2011 alle 14:31

    Il giorno in cui uno solo dei critichi e critichessi che proliferano come funghi in questo luogo (e di cui l’addetto al candeggio dell’intimo seliniano, nonché smacchiatore di blog, qui pressente, è un lumignoso essempio) sarà capace di scrivere una stroncatura che vada al di là della battuta, della frase fatta o della postura micragnosa da sagra paesagna, ebbene sia all’ora festa in tutte le contrade e si dìi inizzio alle tanze…

    Della serie aspretta e sfera…

    fm

  6. diamonds il 8 luglio 2011 alle 10:40

    forse anche le recensioni tranchant alle critiche legittime andrebbero rimodulate per evitare che qualcuno si tagli con qualche sintagma sparpagliato,eventualmente.

    http://broadcaster-radio.unimore.it/playlist/Remake_Remodel/afterhours%20-%20mio%20fratello%20e%20figlio%20unico.mp3

  7. Dinamo Seligneri il 8 luglio 2011 alle 20:03

    Non debbo stroncar nulla visto che il pezzo mi è piaciuto parecchio. E’ la seconda volta, anzi, che trovo qualcosa di decente qui promosso.
    Ne prenderei ancora dell’altro, ti dico, se ne è rimasto.

    A chi megaFona Maccheronico chiedo invece che se vuole un convegno cortese per parlare di diagnosi filologica o di prevenzione esegetica, oppure anela ad una sfida televisiva proprio, all’ammerigana, si scelga un attracco duro, ma neutro, un parcheggio da tenzone, o se lo vuole può scrivermi sulla mail, come facevano ai loro tempi belati travaglio e bernard. Accetto volentieri di parlare con questa (cl)asse intellettuale bella che va giù appicco per qualche nonnulla di commento sbarazzino e non sembra proprio in possesso di quegli argomenti argonauti che differenziano la vera critica dalle nuove bene fiche chiacchiere da caffè letterario.

  8. fm il 8 luglio 2011 alle 21:47

    Bravo Dinamo, vedo con piacere che stai migliorando. Ti rimane un ultimo ostaculo da superare, ma di questo parleremo magari in una prossima occasione, non si può pretendere tutto in una botta sola.

    Il fatto che la pietanza quissopra ti sia piaciuta è comunque un segnale veramente ancoraggiante – è rrobba per pa(r)lati fini e stomachi forti.

    E lascia stare i convegni cottesi, sarai mica su l’inperatura qui…

    fm

  9. chissà il 9 luglio 2011 alle 06:47

    non entro nel merito del pezzo, ma è evidente che il riferimento, forse addirittura ironico, è landolfi

  10. diamonds il 9 luglio 2011 alle 10:04

    Il mondo è un gran bel posto per nascerci

    Se non date importanza alla felicità che non è sempre tutto quello spasso

    Se non date importanza a una punto d’inferno qua e là

    Proprio quando tutto va bene

    Perché anche in paradiso non è che cantino tutti i momenti

    Il mondo è un gran bel posto per nascerci

    Se non date importanza alla gente che muore continuamente

    O è soltanto affamata per un po’

    Che in fondo poi fa male la metà se non si tratta di voi

    Oh il mondo è un gran bel posto per nascerci

    Se non vi state troppo a preoccupare

    Di qualche cervello morto su ai posti di comando

    O di una bomba o due di tanto in tanto

    Contro le vostre facce voltate

    Di consimili contrattempi

    Cui va soggetta la nostra società di Gran Marca

    Con i sui uomini che si distinguono

    E i suoi uomini che estinguono

    E i suoi preti

    E altri scherani

    E con le varie segregazioni

    E congressuali investigazioni

    E altre costipazioni

    Che sono il retaggio della nostra carne demente

    Si il mondo è il posto più bello del mondo

    Per un sacco di cose come

    Fare la pantomima della farsa e fare la pantomima dell’amore

    E fare la pantomima della tristezza

    E cantare in sordina d’amore e avere ispirazioni

    E andare a zonzo guardando tutto e odorando i fiori

    Toccando il culo alle statue

    E persino pensando

    E baciando la gente e

    Facendo figli portando i pantaloni

    E agitando cappelli e ballando

    E andando a bagnarsi nei fiumi

    Andando a fare dei picnic in piena estate

    O solo genericamente «godendosi la vita»

    Si

    Ma poi proprio in mezzo a tutto quanto

    Arriva sorridente il

    beccamorto

    Lawrence Ferlinghetti-25(“questo è un coltello!”)



indiani