IRPINIA TRENT’ANNI DOPO

18 dicembre 2011
Pubblicato da

di DOMENICO CIPRIANO

NOVEMBRE

In luogo di discorsi, questa
è poesia su case distrutte, sulle quali altre case sorgono
ma ormai diverse dalle prime
Natan Zach

1.

trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde
la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato
soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole
e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco
la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema
riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.

4.

le notizie frammentate, le persone conosciute
le visite inaspettate nella stessa notte, i ponti
caduti, le nuove scosse, i falò accesi. il pianto
le grida erano di un altrove sconosciuto
e io ero la coperta di lana, i racconti
cambiati e ripetuti. altrove erano i corpi
senza vita.

6.

non fu la pace della neve la tregua, ma il suo freddo.
fu così anche nell’81 (ottantuno), la neve ci zittiva
dopo che si era risvegliata la paura, e della neve
accettavamo il freddo, nelle auto parcheggiate
sopra i campi, ci stringevamo per proteggerci
il sonno vinceva le parole e la terra trema ancora
fragile, senza cure.

8.

solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti
il gioco nel vivere insieme in un non-luogo.
i grandi si adattano ma non comprendono
la semplicità da cui riaffiora la vita. ci si abitua
ad altro dall’alto dei cumuli di stracci e ritorna
il bisogno di farsi spazio e sgomitare per i soldi
e il potere nella farsa di non dimenticare.

9.

la vita tra le intercapedini dei muri diventa
meno artificiale. bastano parole poche e gesti
per riempire le giornate. le notizie tra le attese
alimentano la parte inafferrabile di ogni labile
esistenza. poi tutto si ricompone stringendosi
ai residui della vita: il confine è già segnato
e nulla ti riporta indietro.

14.

«di chi è la colpa per queste viscere
contorte di cemento e ferro, se
le voragini nelle pietre hanno tranciato
i corpi – chiedi a me che ho occhi
di bambino e ascolto – non credo
che la terra sola abbia inghiottito tutto
se il sangue a fiotti bagna sopra questi lutti».

16.

le pietre saranno risalite per ripetere
monumenti e campanili. si baratta
il dolore per le cose perdute, si riparte
per chi non ha avvistato il miraggio
americano, i parenti lontani. i progetti
sono nelle fabbriche che salderanno
la terra. ma le crepe non sono nella terra.

Guida all’ascolto: “Blood”
(Annette Peacock)
from the album M. Crispell,
G. Peacock, P. Motian, Nothing ever
was, anyway (ECM, 1626/27)

(Transeuropa edizioni, 2010)

Il terremoto e la poesia irpina
(di Antonio La Penna)

1. Il terremoto del 23 novembre 1980, che sconvolse e in buona parte distrusse Campania e Basilicata, ha lasciato molte tracce nella letteratura irpina degli ultimi decenni: fu un’esperienza traumatica incancellabile nella memoria; in certi casi sembra una ferita aperta. Ricordo ancora una bella raccolta di poesie in dialetto di Raffaele Salvatore, di Carife, che uscì, con una mia introduzione, pochi mesi dopo il cataclisma. Tracce profonde e dolorose si trovano nelle poesie di Franco Arminio, di Bisaccia, e, più che nelle poesie, nelle prose (talvolta prose liriche), specialmente nel racconto di viaggio intitolato Viaggio nel cratere, dove i paesi distrutti dell’Alta Irpinia sono evocati, uno per uno, in quadri minuti e sconvolgenti.
Quest’anno ricorrerà il trentesimo anniversario di quella calamità. Domenico Cipriano è uno scrittore giovane, ma non agli esordi: in altre raccolte di poesie, a cominciare da Il continente perso (Roma, Fermenti Editrice, 2000) ha dimostrato la ricchezza della sua vena e la sua originalità; ora in questo Novembre si conferma come uno dei migliori e più robusti poeti dell’Irpinia. La rievocazione si rifà ad un’esperienza diretta e viva. Veramente Guardia dei Lombardi (cioè dei Longobardi) non subì i danni peggiori: appollaiata su una cima appenninica a circa mille metri, è attaccata saldamente alla roccia, cosicché le scosse non furono micidiali; ma da centri vicini, quasi completamente distrutti, come Sant’Angelo dei Lombardi e Lioni, arrivavano notizie fitte del disastro e di singole tragedie di famiglie e di persone. Oggi quelle notizie tornano ad affollarsi nella memoria del poeta, che nell’anno della calamità aveva solo dieci anni e costituiscono la prima fonte di un poemetto lirico, in cui si scorge una trama epica: già l’architettura dell’opera è di un’affascinante originalità.

2. Dopo una breve introduzione la prima strofa, in versi epici di ampio respiro, rievoca lo scoppio del cataclisma:

trema la terra, le vene hanno sangue che geme e ti riempie.
è un fiotto la terra che lotta, sussulta, avviluppa. confonde
la terra che affonda, ti rende sua onda, presente a ogni lato
soffoca il fiato, ti afferra, collutta, si sbatte, si spacca, ti vuole
e combatti, chiede il contatto, ti attacca, ti abbatte. è fuoco
la terra del dopo risucchia di poco le crepe: la terra che trema
riempie memoria. ti stana, si affrange, ti strema, è padrona.

Il termine rievocazione è inadeguato: il contatto con le forze spaventose della terra sembra ancora immediato e schiacciante. Colpisce l’incalzarsi asindetico dei verbi: un cumulo espressionistico per un grande quadro apocalittico. Colpiscono anche le metafore. Di solito vediamo il sisma come scatenarsi di una violenza meccanica; qui la violenza sembra animale: la terra “geme … lotta, sussulta, avviluppa …”.
La violenza espressionistica continua anche nella seconda strofa:

non era tuono di bombe che arroventò
le grida gli occhi di polvere spalancati …

È implicito il confronto con i bombardamenti apocalittici della seconda guerra mondiale. Quadri espressionistici abbozzati tornano poi nel corso del racconto; tornano metafore carnali per rappresentare la violenza della materia bruta: per es. “queste viscere / contorte di cemento e ferro” (strofa 14). La difesa contro la violenza della natura dà luogo a scene di umanità, di pietà inattesa; arrivano gli sciacalli nelle case distrutte, ma troviamo anche un carcerato che strappa una benda dal suo pigiama e tampona la ferita di uno sconosciuto a lui vicino (strofa 11; dal Cipriano so che la scena si colloca a Sant’Angelo dei Lombardi).
In altra occasione ho parlato di una recente rinascita del barocco nella letteratura campana, aggiungerei ora questo espressionismo di Domenico Cipriano.

3. Dopo la scossa distruttiva le persone scampate cercano i vicini, si abbracciano, c’è una spinta ad unirsi contro il nemico oscuro: “ci stringevamo per proteggerci” (strofa 6). Intanto dai borghi vicini arrivano notizie di distruzione e di morte. I primi rifugi sono le automobili; accampamenti si formano lontano dalle case. Suggestivo è il quadro del silenzio che torna, per la stanchezza, sotto la neve e il gelo, nelle automobili parcheggiate nei campi (strofa 6). Si comincia a tornare, con paura, nei pianterreni delle case; si distribuiscono i pacchi arrivati grazie ai soccorsi, ma è sempre vivo il grido della notte orrenda (strofa 13). Nei quadri, che si susseguono, è evocato con grande efficacia il mescolarsi della fatica del ritorno alla vita col persistere di un orrore che non si cancella. La vicenda di distruzione e di morte e poi di ripresa lunga e faticosa è illuminata in qualche punto dalla luna, che in questi quadri appare benigna e consolatoria, non indifferente e spietata (strofa 2):

… uscivamo come formiche disorientate:
guardavo i volti tumefatti delle cose
la luna ne illuminava i cumuli grigi.

Riappare nella strofa 18: “quando la luna velava la consolazione”; c’è anche una “luna artificiale”, alla cui luce “si concima la pietra” per la ricostruzione (strofa 21); ma la luce più consolatoria in questi quadri dominati dalla morte o dalla memoria traumatica della morte è portata dal gioco dei bambini (strofa 8):

solo i bambini riconoscono i gesti degli affetti
il gioco a vivere insieme in un non-luogo.

Un idillio che sembra assurdo nel paesaggio di morte. Per Cipriano, ragazzo di dieci anni, il terremoto è stato una terribile scuola, che l’ha fatto crescere rapidamente in forza e pazienza; comincia a pensare di sfidare la natura e a vagheggiare progetti di ricostruzione (strofa 7).

4. L’evento apocalittico e la ricostruzione non restano al di fuori della storia dell’Irpinia; per quanto evento eccezionale, il terremoto si colloca come evento terribile in una serie di calamità e di sofferenze della nostra gente, che subisce il suo destino, non lo decide (strofa 15):

spettatori: prima la guerra poi la terra
che trema ancora il lutto per i morti di sempre
i figli lontani la casa perduta. il benessere portato
da lontano va conservato intatto e si continua
a vivere di orgoglio e stenti. sopra i morti
crescono case bianche e vuote, tutte uguali.
leggi sui giornali i conti di geometri e ingegneri.

La ricostruzione è stata, comunque, benefica, ma gli scrittori irpini non se ne mostrano entusiasti. La ricostruzione ha dato un colpo decisivo per la scomparsa della civiltà contadina. Il tema lirico è uno dei fili conduttori negli scritti di Franco Arminio sull’Irpinia; riappare con evidenza in una delle più incisive strofe (la 17) di questa melopea di Cipriano:

erano quattro pietre senza strade, si dormiva
con le pecore e il mulo. poi il progresso
dove tutto è permesso, dalle case agli americani
assenti, alle ville grasse agli amministratori: muta
il ceto sociale con l’economia di scala e dall’altezza
del suo terzo piano la vecchia lamenta la stanza
perduta, i centimetri quadrati non ricostruiti.

Questa vecchia è un simbolo storico. Nell’elegia della civiltà contadina tramontata si corre il rischio di dimenticare la miseria, la mancanza di igiene, diciamo pure le condizioni schifose dei tempi in cui “si dormiva / con le pecore e il mulo”.
Il racconto, che incomincia con un quadro parossistico di violenza, si chiude con un quadro di contrasto, melanconicamente illuminato da una meditazione silenziosa (strofa 23):

la morte ha soggiornato per anni
ora le nostre case hanno bisogno
di respiri, abbandonate come sono
al silenzio …

5. Nelle opere di Domenico Cipriano si trova una varietà notevole di stili. Non poca parte della sua lirica nasce dalla vita del suo borgo, che, dall’alto del suo monte, domina una zona dell’Alta Irpinia, o, meglio, dalla solitudine melanconica del borgo; sia pure in rari casi, la sua poesia è melodica, cantabile; generalmente, però, il suo tessuto stilistico dimostra cultura, elaborazione, finezza; insieme dimostra misura, lontana da complicazioni e da ostentazioni. In questo poemetto, costellato, come ho detto, da alcune punte espressionistiche, l’elaborazione mi pare più impegnativa e approda a risultati originali: mi riferisco specialmente alle metafore e a non poche iuncturae difficili. Diciamo pure che questa poesia non è affatto facile; ma la fatica del lettore è largamente ricompensata. Queste mie affermazioni avrebbero bisogno di analisi attente, che qui non è possibile condurre; ma non si può fare a meno di segnalare la singolare architettura del poemetto, che l’autore ha illustrata chiaramente in una nota alla serie lirica. I numeri dei versi corrispondono a un jeu de chiffres: le strofe sono 23, perché la data del terremoto è il 23 novembre; ciascuna strofa è di 7 versi e il prologo è di 34, perché il terremoto scoppiò alle 7 e 34; l’introduzione poetica è di 11 versi, perché novembre è l’undicesimo mese dell’anno. Credo che sia ben difficile trovare, nella poesia di oggi, qualche cosa di analogo o affine. Senza avviarci in una ricerca di esito incerto, diciamo che l’architettura è una traccia paradossale del terremoto, che di architetture ne ha distrutte moltissime. Più rischioso sarebbe interpretarla come un segno di fiducia nella ricostruzione.

——————————

Il libro ha in allegato il CD di Pippo Pollina: Ultimo Volo. Orazione civile per Ustica.

La guida all’ascolto è un invito “stilistico” ad affiancare un brano ideale che emotivamente si lega ai testi.

Domenico Cipriano. Nasce nel 1970 a Guardia Lombardi (AV). Vive e lavora in Irpinia.
Ha pubblicato la raccolta di poesie Il continente perso (Fermenti, 2000 – premio Camaiore proposta) prefazione di Plinio Perilli e nota del musicista Paolo Fresu. Nel 2004, con l’attore Enzo Marangelo e i musicisti Enzo Orefice, Piero Leveratto ed Ettore Fioravanti, ha realizzato il CD di jazz e poesia JPband: Le note richiamano versi (Abeatrecords). La raccolta Novembre (Transeuropa 2010), prefazione di Antonio La Penna, è stata inclusa nella rosa finalista del premio Viareggio-Répaci 2011. È redattore di Sinestesie ed ha collaborato con artisti di vario genere; si ricordano tra gli altri, oltre a quelli già citati, gli attori: Alessandro Haber, Norma Martelli, Paila Pavese; i pittori: Silvano Braido, Fabio Mingarelli, Prisco De Vivo, Eliana Petrizzi; i fotografi: Eric Toccaceli e Federico Iadarola; la videomaker Anna Ebreo. È del 2010 il progetto Lampioni, per la sua voce e le musiche degli “Elettropercutromba”. Altre informazioni: www.domenicocipriano.it

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25 Responses to IRPINIA TRENT’ANNI DOPO

  1. Gianmario il 18 dicembre 2011 alle 10:25

    C’è come un’opposizione fra la prima, onomatopeica strofa, nella quale lo sgomento si fa terra e impazza, grida e l’ultima, con quel suo quasi silenzioso “ma le crepe non sono nella terra”, che rimanda a qualcosa di non detto o forse di non dicibile forse perché intimo e personale soltanto. Risalta nella composizione un senso dimprecarietà e di “gettatezza” disarmante, il senso di una lotta che forse non si può sosteneree tutta l’inadeguatezza di ogni resistenza. Come a dire che ogni tanto la terra sussulta e ci fa uni, solidali, ci obbliga a guardarci in volto in modo diverso ma poi, passato il pericolo, tutto torna nell’alveo del culturale massificato, con il suo imperativo individualistico e l’orchestra, da un coro potente di voci umane solidali, scema a poco a poco nel privato. Viene in mente la “Sinfonia degli addii” di Haydn,con quel desolante duetto finale di violini…

  2. vincenzo frungillo il 18 dicembre 2011 alle 10:31

    Libro intenso. L’immaginario dei nati negli anni settanta in Campania è permeato da quell’evento tragico. Recensione sul poemetto di Domenico tornano su vari siti e sono contento che se ne parli ancora.

  3. Panzone Antonio il 18 dicembre 2011 alle 10:34

    Straordinaria immediatezza di un fenomeno comune, come tanti altri da noi,vissuto nei suoi dettagli. . . Un dolore antico che fonde il dramma con la realtà quotidiana, altrettanto dramma e dissapore; dove le colpe sono la prepotenza, il possesso, dove ci si arrende inermi di fronte all’ingordigia umana; dove al ladro fa eco il nostro vicino ladro, che, come le iene, pensa con avidità al suo pasto, lasciando a mala pena briciole al belato di chi non ha più la forza di combattere e difendersi.Perchè tanti se ne vanno? E’ Natale, uno di quei tanti Natali della nostra vita, pieni di fascino e di illusione. Domani, che succederà domani?Forse niente: ricominceremo da capo.Antonio Panzone

  4. Domenico Cipriano il 18 dicembre 2011 alle 16:02

    @Gianmario. Caro Gianmario, grazie per il tuo commento. Hai bene evidenziato l’uso di stili differenti, anche se si coglie che sono frutto della stessa mano. Per me è importante che la forma sia parte del contenuto. Leggendo tutto il poemetto si può meglio comprendere il graduale passaggio tra i vari momenti emotivi e quindi di scrittura. Su questo mi piace rimandare ad una recensione apparsa tempo fa su POESIA2PUNTO0:
    http://www.poesia2punto0.com/2011/02/20/domenico-cipriano-novembre/

    Ben dici anche nella seconda parte del tuo intervento sul passaggio tra collettività unita e individualismo privato… bene videnziato se si legge per intero il poemetto. Aspetto a cui fa riferimento anche Antonio, irpino che ha vissuto questi passaggi drammatici e la trasformazione trentennale.
    @ Grazie anche a Vincenzo che ha già parlato del libro in una sua recensione su PUNTOCRITICO a cui rimando:
    http://puntocritico.eu/?p=3051

    domenico

  5. Liliana Ugolini il 18 dicembre 2011 alle 16:48

    Caro Domenico Cipriano, abbiamo rivissuto, nella tua incalzante poesia, tutto lo sconvolgimento che un terremoto provoca nei luoghi, nelle membra e nella psiche rendendo attuale l’accadimento. La precarietà del vivere è sempre bene ricordarla. Fa bene per la nostra misura. Grazie per la lettura. Un caro abbraccio, con partecipazione.

  6. Francesco Filia il 18 dicembre 2011 alle 16:52

    Libro intenso e necessario. Dice l’evento che ha daterminato una generazione e che ha sconvolto per sempre una terra. La parola è al tempo stesso dura e compassionevole: una liturgia della memoria,di un trauma ancora presente.

  7. Domenico Cipriano il 18 dicembre 2011 alle 19:34

    Queste poesie sono state scritte tra il 2004 e il 2007, anche se pubblicate lo scorso anno. Le ho tenute ferme per un bel pò, trovando difficoltà a rimmergermi in ciò che era il frutto della scrittura. Quando le ho rilette difronte ad altri eventi che hanno colpito l’Italia, e non solo, mi sono accorto quanto la storia, i fatti, i comportamenti, le sensazioni si ripetano, diventando oggettive.
    @ Francesco e Liliana, grazie per aver ribadito l’importanza che ha avuto questa catastrofe sulla trasformazione umana e materiale di questi luoghi, e quanto sia importante la sua rilettura, anche attraverso la poesia.
    Mi permetto di segnalarvi un altro articolo, pubblicato su IL MATTINO a firma di Generoso Picone, circa l’importanza di una rilettura letteraria dei questa fase della nostra storia contemporanea:
    http://www.transeuropaedizioni.it/rassegna_stampa/549_ilmattino_31_5.pdf

    un caro saluto, Domenico

  8. alfonso il 19 dicembre 2011 alle 11:14

    sei splendido con la tua poesia.
    splendido nei tuoi versi cieci.
    c’è nelle tue cose
    una cecità piena di luce.

    hai detto niente!

    • luciamarchitto il 26 dicembre 2011 alle 13:24

      Hai detto niente! In questo commento, racchiusa in poche parole, la Poesia si fa Signora e canta.
      Senza nulla togliere a Domenico Cipriano di cui ho apprezzato l’amore per la propria/nostra terra, questi versi di Alfonso più di ogni altra cosa, ho amato.

  9. cosimo caputo il 19 dicembre 2011 alle 13:13

    Domenico Cipriano ha una visione totalizzante della poesia, nel senso che prima di scrivere egli pensa e ragiona in modo “lirico”. Il suo è un “pensiero poetante” che, tra immediatezza e riflessione, tra incanto e disincato, lascia trapelare lampi di speranza e lacerti di “pietas”. Se, poi, l’autore si misura con un evento tragico ( come quello del sisma vissuto in prima persona ), ecco che il suo dosaggio e il suo stile si muovono con meditata leggerezza e la voragine di una ferita partorisce grazia, quasi una letizia, un’armonia di una voce che si fa canto. L’amico Mimmo, così, rimanda ai mai sopiti riverberi del passato e denuncia i guasti di un presente non sempre chiaro ed edificante. E’ questa una ulteriore prova di un cammino che, seppure presenta tutte le difficoltà del caso, lascia presagire un linguaggio ancora più forbito e un’esperienza ancora più esaltante sotto l’egida della meditata saggezza e della sempre verde creatività poetica. Un caro saluto da Cosimo.

  10. Domenico Cipriano il 19 dicembre 2011 alle 14:48

    @ Alfonso e Cosimo. Vi ringrazio per i vostri commenti che dicono, oltre alle riflessioni sui testi di Novembre, dove in genere va la mia poesia e come si rivela.
    Un grazie particolare a Franco Buffoni per aver proposto queste miei poesie.

    domenico

  11. Luca Benassi il 20 dicembre 2011 alle 13:01

    Caro Domenico
    i tuoi sono terremoti dell’anima, sismografi del battito, dei dolori, delle devastazioni; sempre con una poesia affilata, tagliente come ossidiana, coraggiosa.
    Grazie Domenico e grazio a Franco Buffoni che ha pubblicato questi splendidi versi.
    Luca

    • Domenico Cipriano il 22 dicembre 2011 alle 10:28

      caro Luca, grazie per questa tua riflessione che si aggiunge a quanto hai sempre scritto sulla mia poesia. Un abbraccio, Domenico

  12. véronique vergé il 21 dicembre 2011 alle 17:25

    Molto bello dalla frontiera dei paesi in alto di fronte al cielo, di fronte alla terra, di fronte al vento che piange tra case abbandonate, ferita aperta.
    Si legge la poesia di Domenico, dimenticando il tempo, si ritrova nell’istante delal corsa contro la morte, il freddo brucia la mano, impronta sul vetro di una macchina, un mondo sconvolto, nella fragilità di una copertina, il muro della voce della madre per lottare contro la follia della terra. Si sente nei poeti dell’Irpinia la vicinanza della bellezza, del cielo, la grandezza, la paura, la fuga, il vincolo dell’uomo con la terra natale, la memoria della nascita, novembre si porta nel cuore come dolore, si porta come neve, come tempo lento, come frattura, tradimento della terra, poi degli uomini che hanno dimenticato il paese da ricostruire. devastazione dell’infanzia. devastazione della casa, luogo dell’intimità, poi il silenzio, una linea rotta.

    Domenico Cipriano ha saputo toccare il mio cuore.

    Spero quest’estate camminare in Irpinia; e i poeti sono in grande parte al principio del mio desiderio di conoscere questa terra, non sognare solamente, ma imparare la sua lingua, snocciolare la sua natura, il suo silenzio, incontrare volti e cuori, sentire la lontanaza del mare, come manca, ma come canta l’albero, un sentiero, una casa, un ombra, una parola.

    • Domenico Cipriano il 22 dicembre 2011 alle 10:28

      Ciao Véronique, ho letto altri tuoi commenti in questo blog, e mi ha sempre colpito la tua passione che esprimi pienamente con le parole. Grazie per quello che scrivi sui miei testi, è bello sapere che il tuo amore per l’Irpinia, mai conosciuta davvero, nasca dalla lettura dei autori irpini. C’è anche il mare, ti assicuro, per chi sa vederlo. Una mia vecchia poesia dice: “Sulle mie montagne / c’è il mare”…(la trovi sul mio sito per intero). Quando ti fermerai in Irpinia, spero davvero che ci incontreremo. un saluto caro, Domenico

  13. […] Domenico Cipriano: vena abbondante e incardinata nella propria comunita’ locale, della quale Cipriano si fa cantore ispirato e rende universale (18 Dic 2011, nazione indiana, https://www.nazioneindiana.com/2011/12/18/irpinia-trentanni-dopo/) […]

  14. Jacopo Ricciardi il 22 dicembre 2011 alle 22:47

    Al centro di queste poesie secondo me sta la drammatica e violenta fissità dell’osservazione a cui il poeta è costretto, non solo di Domenico, ma del poeta in generale: esso si rivolge fisso verso l’evento del suo desiderio facendo rivivere la distanza che lo separa dalla “cosa” del mondo. Quindi la commozione per un terremoto non vissuto ma presente è una lunga freddezza, e la separazione pur isolando il poeta lo definisce. Il punto focale esce dal testo e il poeta diventa una stella polare davanti agli occhi, al cuore e alla mente del lettore.

  15. véronique vergé il 23 dicembre 2011 alle 16:52

    Domenico,

    “C’è anche il mare…”
    Vero.
    Si vede il mare, quando sei tra vento e cielo. Vicino il mare è nella sua presenza piena, da lontano è un desiderio, un’anima.

    Un abbraccio.

  16. Irene il 24 dicembre 2011 alle 18:11

    Grazie Domenico. Ho le mie radici in questa terra straziata, il terremoto mi ha portato via amici e persone care, stravolto un paesaggio familiare rendendo sconosciute e irriconoscibili strade arcinote, cancellato testimonianze di antica civiltà. Le tue parole sono la memoria chiara e profonda di chi conosce l’importanza del ricordo, di chi ama la propria terra e ne difende l’essenza. Grazie ancora.

  17. Sugel il 28 dicembre 2011 alle 04:53

    Sei la vita e la morte. Sei venuta di marzo sulla terra nuda il tuo brivido dura. Sangue di primavera anemone o nube il tuo passo leggero ha violato la terra. Ricomincia il dolore. Il tuo passo leggero ha riaperto il dolore. Era fredda la terra sotto povero cielo, era immobile e chiusa in un torpido sogno, come chi più non soffre. Anche il gelo era dolce dentro il cuore profondo. Tra la vita e la morte la speranza taceva. Ora ha una voce e un sangue ogni cosa che vive. Ora la terra e il cielo sono un brivido forte, la speranza li torce, li sconvolge il mattino, li sommerge il tuo passo, il tuo fiato d’aurora. Sangue di primavera, tutta la terra trema di un antico tremore. Hai riaperto il dolore. Sei la vita e la morte. Sopra la terra nuda sei passata leggera come rondine o nube, e il torrente del cuore si è ridestato e irrompe e si specchia nel cielo e rispecchia le cose e le cose, nel cielo e nel cuore soffrono e si contorcono nell’attesa di te. È il mattino, è l’aurora, sangue di primavera, tu hai violato la terra. La speranza si torce, e ti attende ti chiama. Sei la vita e la morte. Il tuo passo è leggero.

  18. Domenico Cipriano il 29 dicembre 2011 alle 18:27

    Ritorno dopo alcuni giorni per una nota breve sugli ultimi commenti.
    @ Jacopo. Mi piace l’immagine del poeta – stella polare.
    @ Irene. Sono io a doverti ringraziare per queste tue parole, concordo sull’importanza della memoria collettiva, e che questa sia avvalorata dalla poesia e dalla letteratura per lasciare tracce emotive che rivelano ciò che la cronaca non può trasmettere.
    @ Sugel. Grazie per aver ripreso questo testo di Pavese. Un poeta che mi ha insegnato molto.
    un caro saluto e un grazie, Domenico

  19. Domenico Cipriano il 30 dicembre 2011 alle 15:08

    Dialogo con la terra che trema

    Ogni volta che mi parli (terra) urli
    il tuo governo, sibili dal ventre,
    dai tormento e incrini la mente.
    Ci sarà un dopo e un prima, un pensiero
    ad ogni dovuta circostanza, e le ombre
    ferme sulle foto saranno altre, di altra
    vita. Di questo mi parli nella somiglianza
    degli eventi, tra le mie rughe segnate
    contro gli anni e le crepe che generi
    sui muri e – se dimentico – si accumula
    la polvere che preme sugli oggetti:
    dice che l’hai dispersa quella notte
    gemendo sopra i corpi, tra gli affetti.

    Domenico Cipriano

    • Domenico Cipriano il 2 gennaio 2012 alle 14:35

      questi versi seguivano ad un lacerante ricordo del sisma a L’Aquila, che ora non è più visibile sul blog.

  20. Enrico Fagnano il 1 gennaio 2012 alle 18:27

    Quelle di Domenico Cipriano sono parole intense, che restituiscono in tutta la sua verità il dramma del terremoto e allo stesso tempo ci fanno comprendere con disarmante lucidità il dolore di un popolo costretto a ricostruire dalle macerie la propria identità.

  21. Domenico Cipriano il 2 gennaio 2012 alle 14:36

    non ricordo chi avesse scritto quel ricodo su L’Aquila.



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