Giornalismo culturale: prime indagini sulla scomparsa

di  Michele Dantini e Tomaso Montanari

Niente o pressoché niente, nell’informazione culturale in Italia, appare oggi al servizio del lettore: eppure il discorso giornalistico appare stabilire standard pubblici di competenza e ragionamento in un paese in cui pochi accedono al saggio o alla monografia. Il processo è in corso da tempo, ma manca un dibattito pubblico su quella che potremmo considerare la scomparsa del giornalismo di cultura o la mutazione in marketing di recensioni, interviste, presentazioni. Accade come se, con riferimento ai “nutrienti” culturali, non si avvertisse la necessità di tutelare il diritto di sovranità per così dire alimentare da parte del consumatore. La rarità di iniziative editoriali che intendono contribuire al mantenimento di un’opinione pubblica indipendente riduce per di più le opportunità di ricerca, formazione e partecipazione qualificata al di fuori del contesto specialistico. Non ci attarderemo oltre in considerazioni di carattere generale: è urgente esemplificare con riferimento a pagine e inserti culturali delle più diffuse testate nazionali.

 

Il Manifesto “Senza sviluppo niente cultura” del Sole 24Ore

La pubblicazione, in febbraio, del dibattuto “Manifesto per la cultura” sul supplemento domenicale del Sole 24Ore costituisce un primo case study. Il “Manifesto”, dal titolo Senza cultura niente sviluppo, ha ricevuto numerose adesioni e incontrato sostegno istituzionale: tre ministri e lo stesso presidente della Repubblica si sono pronunciati in suo favore. Malgrado la campagna mediatica sia stata formidabile, il documento ha trovato sottoscrittori per così dire d’ufficio, istituzionali e distratti, che non gli hanno riservato attenzione specifica. A una considerazione ravvicinata il “Manifesto” del Sole si rivela opaco, improvvisato e casuale, colmo di propositi magniloquenti ma fatalmente riconducibile, se indagato, a principi neoliberisti di monetarizzazione del patrimonio storico-artistico da cui pure si sostiene di volersi distaccare .

L’atteggiamento nei confronti delle discipline storiche e sociali è condiscendente quanto indeterminato, e non dissipa il timore di una strumentale genericità. Non è chiaro a quali politiche di “valorizzazione” ci si riferisca, e se queste giungano a includere gli alti istituti pubblici di formazione. “Valorizzazione” come finanziamento di centri di ricerca e politiche trasparenti di reclutamento o mero commercio dell’aura storico-artistica e archeologica in chiave neocoloniale e neofolklorica? In breve: dovremo formare archeologi magnogreci o camerieri? Hostess o storici dell’arte trecentesca? L’iniziativa manca di ciò che pure si invoca: l’approssimazione argomentativa e le non poche sviste storiografiche irridono de facto alla competenza umanistica e lasciano aleggiare attorno all’intera iniziativa il sospetto di una campagna autopromozionale del Gruppo 24Ore.

 

La Repubblica e l’”innovazione”

La vicenda più clamorosa di battage propagandistico ha avuto (e ha tuttora) luogo su Repubblica. Tra le pagine del quotidiano si dispiega, nei mesi più recenti, un ufficio stampa governativo-ombra. L’informazione relativa alle iniziative (o ai semplici pronunciamenti) del ministro dell’istruzione e della ricerca con delega all’innovazione, Francesco Profumo, è data in forma acritica e irresponsabilmente semplificata da giornalisti subalterni e opinionisti sprovvisti di cognizioni adeguate. Processi di indubbia rilevanza e persino validità potenziale, come la digitalizzazione dell’amministrazione pubblica o dell’editoria scolastica, l’indagine su ciò che debba insegnarsi o l’allestimento di reti digitali più potenti estese all’intero territorio nazionale appaiono imporsi alla comunità dei cittadini senza che vi sia discussione riflessiva e partecipata. Al tempo stesso, nel silenzio dei media, si adottano misure intrasparenti e restrittive per la ricerca pubblica, come l’abolizione dei criteri di peer review per l’assegnazione dei fondi di ricerca agli scienziati più giovani o la norma che fissa in 1:5 [sic!] la ratio assunzioni|pensionamenti nelle università. Un disegno che pare di commissariamento si compie tra boutades offensive sugli alti stipendi degli insegnanti e l’imitazione non dichiarata di modelli scolastici o di apprendimento né occidentali né democratici, invece indiani, coreani o cinesi.

 

Storie dell’arte con sponsor

Il giornalismo culturale si va trasformando in industria creativa: le maggiori testate vendono pagine agli sponsors delle mostre senza dichiararlo in modo trasparente. Le “Grandi Mostre” di Repubblica o i “Grandi Eventi” del Corriere della sera sono inserti periodici in cui vengono pubblicati stralci del catalogo accanto a interventi di noti storici dell’arte e di giornalisti culturali. E’ vero: didascalie stampate in caratteri minuscoli avvertono che le pagine sono realizzate “in collaborazione” con lo sponsor. Il lettore tuttavia crede di consultare informazione indipendente. Con il Domenicale del Sole 24Ore l’uso raggiunge la perfezione. La società 24Ore Cultura produce le mostre. Motta (dello stesso gruppo) stampa i cataloghi. Il Domenicale patrocina le stesse mostre con una pubblicità martellante. Tutto fatto in casa e bellamente confezionato. Consideriamo il caso di Artemisia, mostra da poco conclusasi a Palazzo Reale, Milano, prodotta appunto da 24Ore cultura. Il Domenicale dedica ampio spazio alla mostra-“evento” non solo in occasione dell’apertura, a settembre, ma ancora in seguito: grandi foto di Chiambretti in visita, l’allusivo reenactment dello stupro della pittrice secentesca e luoghi comuni sulla condizione femminile. Una mostra mediocre, aperta dalla voyeuristica trovata del letto sfatto che si tinge del rosso della verginità violata, diviene la più pompata della storia recente.

Possiamo chiederci: chi di noi sarebbe disposto a considerare serio un quotidiano che proponesse due o tre pagine di interventi di medici, farmacologi, storici della medicina e psicologi dedicati a un nuovo farmaco e poi dichiarasse che quelle pagine sono realizzate in collaborazione con la casa farmaceutica detentrice del brevetto e dei diritti di commercializzazione? Perché, allora, non insorgiamo quando la stessa, identica cosa succede con la storia dell’arte? La risposta, supponiamo, è che consideriamo la scienza in generale e la medicina in particolare questioni terribilmente serie. Siamo invece persuasi che la storia dell’arte sia una materia leggera, un’occasione di intrattenimento o di evasione: niente per cui abbia senso andare per il sottile.

 

Per una prima introduzione al tema e ai case studies richiamati:

sul Manifesto Sole 24Ore @http://micheledantini.micheledantini.com/2012/02/29/una-replica-sul-manifesto-al-sole-24ore/

su Repubblica e le campagne sul digitale @ http://micheledantini.micheledantini.com/2012/05/10/ideologia-italiana-le-campagne-pro-miur-di-repubblica/

 

[Questo articolo è apparso su alfalibro supplemento di “alfabeta2” di maggio.]

 

 

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