Il diritto all’ozio

26 giugno 2012
Pubblicato da

di Paul Lafargue

Un dogma disastroso

«Diamoci all’ozio in ogni cosa, fuorché nell’amore e nel bere, fuorché nell’oziare.»
Lessing

Una strana follia possiede le classi operaie delle nazio­ni in cui domina la civiltà capitalistica. È una follia che porta con sé miserie individuali e sociali che da due secoli stanno torturando la triste umanità. Questa follia è l’amo­re del lavoro, la passione esiziale del lavoro, spinta sino all’esaurimento delle forze vitali dell’individuo e della sua progenie. Anziché reagire contro questa aberrazione men­tale, i preti, gli economisti, i moralisti hanno proclamato il lavoro sacrosanto. Da uomini ciechi e limitati quali sono, hanno voluto essere più saggi del loro stesso Dio; uomini fiacchi e spregevoli, hanno voluto riabilitare ciò che il loro Dio aveva maledetto. lo, che non mi professo né cristiano, né economo, né morale, contro il loro giudizio mi appello a quello del loro Dio; alle prediche della 1oro morale reli­giosa, economica, di liberi pensatori oppongo le spaven­tevoli conseguenze del lavoro nella società capitalistica.

Nella società capitalistica, il lavoro è la causa di ogni degenerazione intellettuale, di ogni deformazione organica. Paragonate il purosangue delle scuderie di un Roth­schild, servito da uno stuolo di bimani, con lo stallone del­le fattorie normanne che lavora la terra, trasporta il leta­me, porta il raccolto al granaio. Osservate il nobile selvag­gio, non ancora corrotto dai missionari del commercio e dai commercianti della religione con il cristianesimo, la sifilide e il dogma del lavoro, e guardate poi i nostri miserabili schiavi delle macchine.1

Se vogliamo ritrovare, nella nostra Europa civilizzata, traccia della originaria bellezza dell’uomo, dobbiamo cercarla presso quelle nazioni dove i pregiudizi economici non hanno ancora sradicato l’odio per il lavoro. La Spagna, che sta purtroppo degenerando, può ancora vantarsi di possedere meno fabbriche che non noi prigioni e caserme; ma l’artista gode ammirato nel contemplare il fiero Andaluso, bruno come una castagna, diritto e flessibile come un’asta d’acciaio; e il cuore dell’uomo trasale udendo il mendicante, superbamente ammantato nella sua capa sdrucita, dare dell’amigo a un duca d’Ossuna. Per lo Spagnolo, presso il quale l’animale primitivo non è ancora atrofizzato, il lavoro è la peggiore schiavitù.

Qui il testo originale francese. Traduzione italiana: Paul Lafargue, Il diritto all’ozio, Feltrinelli, Milano, 1971; l’inizio, qui riportato, è alle pp. 113-14.

Paul Lafargue nacque a Santiago de Cuba nel 1842, non lontano da dove, 81 anni più tardi, sarebbe nato Italo Calvino (Santiago de las Vegas). Orgoglioso delle proprie origini creole, Paul emigrò in Europa, diventò un rivoluzionario, conobbe Engels e Marx, di cui sposò la figlia Laura, aderì alla Prima Internazionale nel cui Consiglio Generale venne eletto nel 1866. Nel 1880 scrisse Le droit à la paresse, pubblicato in l’Égalité.

  1. Gli esploratori europei si fermano stupiti di fronte alla bellezza fi­sica e al portamento fiero degli uomini delle popolazioni primitive, non contaminati da quello che Paeppig chiamava l”’alito avvelenato della ci­viltà.” Parlando degli aborigeni delle isole dell’Oceania, lord George Campbell scrive: “Non c’è altro popolo al mondo che colpisca talmente al primo sguardo. La pelle compatta e d’un lieve color rame, i capelli do­rati e ricciuti, il corpo bello e armonioso…”. []

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12 Responses to Il diritto all’ozio

  1. diamonds il 26 giugno 2012 alle 10:05

    non deve avere mai avuto problemi di sopravvivenza il ragazzo..

    http://italiasempre.com/fileMP3/voglioviverecosi.mp3

  2. Antonio Coda il 26 giugno 2012 alle 10:45

    Sicuramente bello il purosangue dei Roth­schild, servito da uno stuolo di birmani – meno bello, forse, per i birmani; e sicuramente bello il nobile selvaggio se guardato durante il safari prima di rientrare in albergo, però: quanto sono sovversive – oltre che insopportabilmente snob, sia – le parole di Paul Lafargue? Ormai il dovere-del-lavoro diventato piacere pur di non ammattire nell’epoca della corsa allo stipendio ci ha parecchio sderenati,e se solo sentiamo qualcuno criticare il nostro stato, gli saltiamo alla gola – Facile per lui, parlare, che si è sposato la figlia di Marx! – perché ci siamo troppo affezionati, abituati, alle nostre briglie.

    Un saluto!,
    Coda

  3. stefano il 26 giugno 2012 alle 11:00

    –” perché ci siamo troppo affezionati,abituati, alle nostre briglie.” senza offesa antonio,parla per te.

  4. Antonio Coda il 26 giugno 2012 alle 11:33

    Ok Stefano, parlo per me e correggo: “perché mi sono troppo affezionato,abituato, alle mie briglie”, perché è di sicuro una condizione più unica che rara, ne convengo.

    Un saluto senza offesa!,
    Coda

  5. riccardo ferrazzi il 27 giugno 2012 alle 10:41

    Effettivamente, pensando a chi muore di fame, le opinioni di Lafargue suonano ciniche, se non peggio. Mi fanno pensare a certi “pensatori” che vorrebbero abolire fabbriche e automobili, fonti di inquinamento, e persino l’agricoltura, per tornare a essere tutti quanti cacciatori e raccoglitori. Tutti quanti. Ma quanti? I pochi, pochissimi, che riuscirebbero a non morire di fame. Forse una decina di milioni in tutto. E chi glielo dice agli altri sei miliardi?

  6. Giambattista Villani il 27 giugno 2012 alle 13:46

    evidentemente il punto non è tornare a essere tutti cacciatori e non è neppure un discorso legato alla necessità di lavorare per sopravvivenza.
    qui si parla del dio lavoro, legato al dio denaro. si parla dell’identificazione dell’uomo con il lavoro. si parla di chi trascura amici, figli, relazioni per il lavoro. si parla della beatificazione degli industriali, visti come i nuovi rivoluzionari. si parla della repubblica fondata sul lavoro.

  7. Filippo Rosso il 27 giugno 2012 alle 14:00

    Non è evidentemente del ritorno alla caccia che si parla, nè del lavorare per campare. Si sta parlando qui del dio lavoro, dell’identificazione dell’uomo con il lavoro, di quanti trascurano le relazioni umane per il lavoro, di quanti accostano industriali di successo ai nuovi rivoluzionari, a quella “repubblica” fondata sul lavoro…

  8. Antonio Coda il 27 giugno 2012 alle 18:14

    La disdetta è: se amare – che credo corrisponda a: servire tutta la vita – il lavoro è folle, odiarlo rischierebbe di essere controproducente… se non si crede nella leva della frustrazione come mezzo di ribaltamento.

  9. Daniele Lo Vetere il 29 giugno 2012 alle 00:45

    Eh sì, c’è parecchio radicalismo chic ante litteram e può fare l’elogio dell’ozio solo chi ha chi lo mantenga – solo in un’epoca in cui restava in piedi qualche rimasuglio della vecchia aristocrazia si poteva pensare di campare per rendita -, tuttavia… Anche io trovo queste parole parecchio salutari: il lavoro spesso nobilita l’uomo solo nella parole delle carte costituzionali, mentre in realtà l’ottusità delle macchine burocratiche (per chi lavora nel pubblico) o organizzative (per chi lavora nel privato) ti riduce solo a funzione, ti impedisce di fare in modo che il tuo lavoro davvero ti nobiliti, nell’unico modo in cui davvero potrebbe farlo, che è il prestare servizio ad altri, il rendere la vita migliore ai tuoi simili. E come la mettiamo con i precari cui la mancanza o penuria di lavoro costringe a vivere sognando come miraggio meraviglioso un lavoro purchessia: pochi soldi, ingoiando la peggior m…, ma zitto e ringrazia che un lavoro te l’ho dato e se non ti va bene pedala che tanto un altro più pezzente e disperato di te lo trovo?

  10. Undadoaventifacce il 29 giugno 2012 alle 13:38

    http://www.krisis.org/1999/manifesto-contro-il-lavoro

    http://www.anxietyculture.com/

    http://labattagliasoda.wordpress.com/2010/08/16/sul-rifiuto-del-lavoro/

    Insomma: un conto è il lavoro come azione dell’uomo volta alla sua riproduzione e al suo sostentamento e al miglioramento delle sue condizioni di vita, un conto il lavoro come dispositivo disciplinare e sistema totalitario.

  11. Decimo il 29 giugno 2012 alle 17:38

    »Sollte es denn möglich sein! Dieser alte Heilige hat in seinem Walde noch nichts davon gehört, daß Gott tot ist!« —



indiani