Games with frontiers : Saamiya Yusuf Omar


Mo e Saamiya, le due facce della Somalia »
di
Igiaba Scego
articolo pubblicato qui

Mo Farah, arrivato da rifugiato in Uk, ora è l’eroe nazionale: dopo aver vinto 10′ooo e 5’000 metri è stato ricevuto anche da Cameron. Saamiya, invece, che aveva corso i 200 metri alle Olimpiadi di Pechino – erano solo in due gli atleti somali – a Londra non c’era: è morta in una carretta del mare cercando di raggiungere l’Occidente per fuggire dalla guerra.

Una delle foto delle Olimpiadi di Londra più condivise sui social network è stata quella di Usain Bolt danzante accanto al giovane e sorprendente atleta britannico Mo Farah. Il re delle olimpiadi scherza con il re d’Inghilterra è stato detto da più parti. Infatti Mo Farah dopo aver dominato le sue due discipline, 10000 metri e 5000 metri, è stato celebrato in pompa magna sia dalle istituzioni sia dal pubblico del suo paese.
Cameron lo ha ricevuto a Downing street, la Royal mail in suo onore ha fatto dipingere d’oro la casetta postale di fronte all’ufficio di Isleworth Post e molti inglesi dopo il suo exploit stanno meditando di chiamare i prossimi eredi Mo. In poco tempo un ragazzo semplice e un po’ timido è diventato il simbolo di un paese intero. Anzi di due paesi a ben vedere. Infatti Mo Farah è di origine somala. È nato nel 1983 a Mogadiscio, in Somalia, un paese ancora oggi devastato da una tremenda guerra civile.

Oggi la Somalia è alla vigilia di un voto delicato, il 20 agosto si sceglierà infatti il nuovo presidente. Un voto molto atteso quello del 20 che potrebbe davvero traghettare il paese verso un futuro fatto di pace e speranza. I dubbi sono ancora tanti, l’esito delle elezioni incerto, ma i somali sembrano crederci sul serio questa volta. Anche chi aveva riparato all’estero medita ora di tornare, se non per sempre, almeno per dare un’occhiata. I voli per Mogadiscio sono pieni da mesi, non c’è un posto fino a Novembre dicono i bene informati.
C’è fermento. Certo trovare casa a Mogadiscio non è facile. Solo un piccolo lembo di terra è stato“pacificato”. Ed è in questo lembo che si svolge la vita politica e sociale della nuova Somalia. Il tutto naturalmente ha costi proibitivi e questo non salva comunque da eventuali attacchi kamikaze di Al Shabbab, il gruppo fondamentalista somalo legato al terrorismo internazionale. Per questo gli affitti di Mogadiscio sono alle stelle. Le quotazioni del mercato immobiliare sfiorano quelle del Marais a Parigi. Puro surrealismo di guerra.

Mo Farah esulta con Usain Bolt

Ma molti danno fondo ai risparmi, pur di assistere a una giornata annunciata da più parti come storica. C’è chi ha aperto ristoranti dopo 25 anni vissuti in occidente, chi fa dell’import-export tra Turchia e Somalia, chi sta lì solo per nostalgia. C’è un po’ di tutto in questa Mogadiscio 2012. Una realtà in movimento di cui i media globali si occupano poco e ancora con vecchi schemi da guerra fredda. Ed è questa realtà in movimento che Mo Farah ha in qualche modo rappresentato con la sua falcata da ghepardo. Una corsa inarrestabile la sua. Bellissima.
Una corsa che ha potuto fiorire grazie all’interessamento del suo professore di educazione fisica Alan Watkinson. Mo che sognava l’Arsenal e un ruolo come ala destra, si è trovato invece in una notte d’Agosto ad essere incoronato, da uno stadio, re d’Inghilterra. Da ragazzino rifugiato che non sapeva parlare una parola d’inglese a stella dello sport. Carriera fulminante quella del giovane anglo-somalo. Rimarrà indelebile nella mente di molti l’abbraccio di sua figlia Rihanna a fine corsa e il bacio di Tania, la compagna, in dolce attesa di due gemelli. Cartoline da incorniciare, soprattutto per una comunità come quella somala che ha tanto sofferto negli ultimi anni.

L’atleta somala Saamiya Yusuf Omar

Ma le facce di una medaglia sono sempre due. Se in una c’è la gloria di Mo Farah, l’altra racconta di una Somalia che soffre ancora e che ha smesso di credere in un futuro possibile all’equatore. A ricordare il lato oscuro della storia è stato un ex atleta somalo, l’unico ad aver vinto una medaglia per questo paese in perenne conflitto. Il suo nome è Abdi Bile. Uno sconosciuto in Occidente, un eroe per i suoi connazionali che ricordano ancora con emozione l’oro nei 1500 metri vinto ai mondiali di Roma del 1987.
Un Abdi Bile invecchiato, ma sempre indomito, si è rivolto con il suo somalo d’altri tempi ad un platea riunita per ascoltare i membri del comitato olimpico nazionale. Fa una domanda Abdi Bile, chiede: “sapete che fine ha fatto Saamiya Yusuf Omar?”. Nessuno conosce questa ragazza. Abdi Bile spiega con pazienza che la ragazza ha partecipato ai giochi di Pechino 2008. Erano in due a tener alto il vessillo della Somalia durante la parata olimpica, una era proprio Saamiya. La gente mormora.

Si vergogna un po’ di non sapere ll nome di questa ragazza che tutta sola è andata a correre i suoi 200 metri in quel di Pechino. Abdi Bile ha la voce strozzata, non sa come continuare il suo racconto. Una lacrima scende su quel viso segnato. Qualcuno gli tende un fazzoletto, ma lui dice “non ne ho bisogno” poi prosegue “la ragazza, Saamiya è morta…morta per raggiungere l’occidente. Aveva preso una caretta del mare che dalla Libia l’avrebbe dovuta portare in Italia. Non ce l’ha fatta. Era un’atleta bravissima. Una splendida ragazza”.

Il pubblico applaude. Un po’ per smorzare quella tensione infame, un po’ perché quel dolore è anche il proprio dolore. Tutte le famiglie somale hanno avuto a che fare con quelle carrette. Tutti hanno avuto dei prigionieri nei lager libici o dei morti nel mar Mediterraneo. Saamiya e Mo due destini simili che hanno preso strade diverse. Anche Saamiya come Mo per partecipare ai giochi di Pechino 2008 aveva fatto molti sacrifici. Il paese era dominato dai fondamentalisti islamici, gente che non vedeva di buon occhio una donna che faceva sport. Ma Saamiya aveva dei sogni. Era cresciuta in povertà, la più grande dei sei figli. Voleva farcela a tutti i costi. Sentiva che se si fosse allenata bene qualcosa la vita le avrebbe donato.
Londra 2012 era nei suoi programmi. Dopo Pechino non le sembrava poi così lontana quella terra magica che aveva dato asilo a molti suoi connazionali.

Girando per il web ci si imbatte spesso nel volto adolescente di Saamiya. Lei avvolta dall’azzurro della divisa somala e con una fascia bianca per tenere lontani dalla fronte i suoi bei ricci neri. Wikipedia ha una scheda su di lei. Wikipedia sa che Saamiya è nata nel 1991, il primo anno di guerra in Somalia, ma non sa che è morta nel mar Mediterraneo.
Mo Farah e Saamiya Yusuf Omar due ragazzi, lo stesso paese di nascita, destini incrociati e opposti. “Siamo felici per Mo, è il nostro orgoglio” dice Abdi Bile “ma non dimentichiamo Saamiya”. Il presidente (o la presidentessa: sono ben due le donne candidate) che uscirà dalle urne somale dovrà tener conto di questi due destini se vorrà traghettare questo paese ferito verso un futuro senza guerra

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2 Commenti

  1. Questa notizia non è apparsa sui quotidiani nazionali. Vi prego di divulgarla.
    La sua faccia dovrebbe apparire in manifesti giganti in tutte le città dell’occidente. Non dimentichiamo Saamiya.
    Grazie.
    Antonio Pecoraro

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francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux
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