Testimoni involontari del tempo

Il 6 marzo 2020 ancora non mi rendevo conto di quanto le nostre vite sarebbero cambiate per colpa della pandemia Covid-19. Ma forse sospettavo qualcosa, annusavo l’odore di bruciato. Altrimenti non saprei spiegarmi la mail che inviai a un gruppo di scrittrici e scrittori per chiedere loro come stavano vivendo la situazione, come erano cambiati i loro giorni e le loro scritture. Cercavo – lo ammetto – un poco di compagnia nelle parole degli autori, e l’intelligenza e la comprensione dei fatti che avrebbero potuto offrire. Avevo intenzione di pubblicare le risposte su Rassegna.it, un sito letto da attivisti sindacali e lavoratori. Volevo accostare mondi che non sempre si parlano. È così è andata. Ho ricevuto, fino al 30 marzo, diciassette risposte, documenti del cambiamento, anche, nel corso di questo mese alle spalle, dell’accelerazione delle clausure, della pandemia, della paura. Adesso che l’iniziativa è più o meno conclusa, non è terminata però la stagione precaria che pure guarda a un futuro incerto. Mi sono fatto l’idea che, delle tante manifestazioni di scrittura digitale e web che ci coinvolgono, Nazione Indiana sia probabilmente quella su cui è più sensato lasciare una traccia ulteriore. Forse perché sta qui da tanti anni, e nonostante tutto c’è ancora. Ecco i testi ricevuti: documento a memoria, piccola testimonianza di quello che ci è capitato. Li inserisco nell’ordine di pubblicazione su Rassegna, ma di alcuni aggiungo la data in cui sono stati inviati, nel caso sia risultata troppo lontana rispetto a quella di uscita. Allego anche una versione pdf e una versione epub, per maggiore comodità di lettura. D.O.

 

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Francesco Targhetta

Lisa Ginzburg

Gianni Biondillo

Alessandra Sarchi

Francesco Pecoraro

Vanni Santoni

Igiaba Scego

Giorgio Falco

Helena Janeczek

Alessandro Gazoia

Luciano Funetta

Angelo Ferracuti

Rossella Milone

Filippo Tuena

Andrea Gentile

Stefano Valenti

Simona Baldanzi

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Francesco Targhetta10 marzo 2020

Come insegnante in una scuola di Treviso, non vado a scuola dal 22 febbraio e non ci tornerò presto. Appena è diventato chiaro che la sospensione delle lezioni non sarebbe stata breve, mi sono informato su quale fosse lo strumento più comodo per tenere video-lezioni, ci ho un po’ familiarizzato e ho iniziato a usarlo con i miei studenti.

La condivisione di uno spazio virtuale è ben altra cosa rispetto a quella di un’aula, ma tocca accontentarsi: attraverso la chat i ragazzi mi fanno domande e rispondono alle mie sollecitazioni, ogni tanto aprono il microfono e ci parliamo, e così proviamo a surrogare l’insostituibile dialogo che si ha in aula. Mi sembra il male minore, l’unico vero modo per non lasciarli soli. Alla fine della prima video-lezione uno studente, per scherzo, mi ha chiesto: “prof, appena suona la campanella posso andare in bagno?”. Non lo ammetterebbero mai: ma a loro la scuola manca, e anche a me.

Molti mi dicono: approfittane per scrivere. Ma non ci riesco; al di là del fatto che il progetto che ho in cantiere è ancora in una fase troppo embrionale, avverto come un ronzio costante di fondo che mi rende difficile focalizzarmi su alcunché. Più concentrato è il posto in cui devo stare, meno concentrato riesco a essere.

Leggo moltissimo, ho fatto lunghe passeggiate con gli amici finché ho potuto, chiacchiero al telefono e scrivo mail su mail. E penso di essere fortunato, pur vivendo ora in una zona rossa, perché continuo ad avere uno stipendio regolare e non perderò il mio lavoro. Eppure ho la sgradevole sensazione di qualcosa che scivola via, oltre che l’impressione, impalpabile ma dilagata ovunque, che questo avvertimento della nostra infinita piccolezza e precarietà si sia radicato così profondamente che sarà difficile tornare a fare le cose come prima.

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Lisa Ginzburg11 marzo 2020

Attraverso questo strano e non facile momento a Parigi, dove abito, e dove l’allerta Coronavirus non ha assunto la forma di particolari cambiamenti di usi e costumi del vivere comune. Chissà per quanto ancora ma – se pure nettamente meno del solito –  strade, caffè, autobus e metropolitane sono affollati. Non che l’ansia per l’epidemia non galoppi tutt’intorno; però mancano segni tangibili, tracce di radicali nuovi assetti che possano amplificare l’angoscia dei pensieri. Visioni trasformate che mi facciano sentire preoccupata più di quanto già non sia. Lo stesso l’ansia aleggia, abita dentro; da dieci giorni (o più? ho perso il conto, il tempo s’è come dilatato) il mio guardare la realtà è più che mai scisso, strabico, un occhio puntato fisso all’Italia – anche al mondo, certo, però all’Italia soprattutto – l’altro alla vita, occhio vigile sulla mia e quella di chi amo.

La vita prima di questo deflagrare – di un’epidemia, ma anche di molto altro. Il diverso rapporto con il futuro è la trasformazione più spiazzante. Faccio parte di quella vasta categoria di persone che sono solite vivere pianificando, trovando senso e rassicurazione in un monitoraggio continuo del loro tempo, organizzato secondo scansioni, orizzonti di date ed eventi a venire. Giorni e appuntamenti collocati nel futuro, prossimo o lontano, cui sono solita abbrancarmi come a protesi di me, e che invece improvvisamente o si vanificano, o diventano labili, immersi in una nebbia di possibilità che contiene nella sua bruma una buona dose di incertezza.

Il proprio avvenire come ipotesi: un paradigma nuovo, che dilata il presente, illumina il passato, mentre su quel che accadrà “dopo” mantiene un riserbo molto preoccupato. Non è caos quello generato da questo scomporsi delle certezze temporali: piuttosto direi uno smarrimento sconsolato e mite, un sussulto di vulnerabilità, atterrito, senza parole. Epifania muta di uno scoprirsi privi di strumenti per decifrare, la realtà così come se stessi. Per chi scrive, per quanti di noi lavorano con le parole, condizione destabilizzante anche da un punto di vista professionale, e perciò sentita come onnipervasiva, che schiaccia.

Il secondo pensiero è rivolto al Sé. Prende forma in embrione in queste settimane, penso, un modo nuovo di concepire le proprie identità. Ci si sente con gli altri, con tutti. Posti di fronte alla medesima minaccia e perciò interconnessi, nonostante ogni separazione da contagio. Davanti a questo grande pericolo che ci riguarda come esseri umani, senza distinzioni, ogni interesse personale quantomeno cambia di valore. A occhio nudo ecco si mostra la vanità dell’essersi sentiti importanti, anche unici. Come un’espiazione: tante forme di narcisismo verranno azzerate da questa nube di contagio, mi viene da supporre. La mannaia di questa malattia terribile, insidiosa e misteriosa, agirà da Grande Livellatore… Fantasie apocalittiche, la cui intensità è misura del disorientamento. Conta moltissimo il lavoro.

Leggere, scrivere, stare in ascolto, pensare. Come non mai, impegnarsi è la vera barra del timone; però acquattati, lì anche senza poter prevedere niente. Quanto durerà questa paura? Quanto l’allarme di queste settimane, e i disagi, e gli effetti nella lunga durata trasformeranno i nostri modi di stare al mondo, di lavorare, di amare? Domande ampie, avvolte loro anche dalla bruma incerta di questi giorni molto tesi e cupi. Chissà. Allenarsi all’imprevedibile. Addomesticare l’angoscia cedendo a una duttilità del pensiero. Perché dopo questo forme nuove saranno quelle che useremo: per pensare il tempo, e gli altri, e noi stessi.

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Gianni Biondillo, 12 marzo 2020

Forse l’immagine dello scrittore solitario, nel chiuso delle sue stanza, che non fa altro che vergare pagine mentre fuori infuria la bufera, può piacere a qualche romantico d’accatto, ma è pura finzione. Scrivere non è un’attività solitaria. Lo è forse in un dato momento, ma c’è una vita, c’è un mondo da frequentare se si vuole scrivere. La settimana dello scrittore ha momenti schizofrenici. Certo, ci sono la solitudine, il raccoglimento, le ore passate davanti al computer. Ma ci sono anche i viaggi, gli incontri, le scuole, le conferenze. Ci sono le fiere, i saloni, le redazioni, le presentazioni dei libri, tuoi o di altri, nelle librerie, nei centri culturali, nelle scuole. Quando d’improvviso ti viene proibito tutto ciò senti come una ferita, un vuoto. Ti senti sbilanciato, asimmetrico. Per assurdo, proprio ora che in teoria ho più tempo per scrivere, scrivo di meno, con più difficoltà. Questo tempo “sospeso” è un tempo che non passa, che non si mette a frutto. Le scolaresche, i lettori, i colleghi, gli editori, la gente comune, quella che ti ferma per strada, il bar dove fai colazione, le mostre, i teatri, il cinema, sono il cibo quotidiano, la pasta da modellare, il muro da scalare, la materia prima, rigenerante per ogni scrittore. Nessun artista opera da solo, anche il più solitario.

Ma poi, ché di lavoro si parla, non di un ozioso passatempo, non di un hobby da farsi nel tempo libero, la ricaduta economica – per chi come me vive di parole, chi, insomma, non ha uno stipendio o una rendita assicurata – è disastrosa. Mi sono saltati incontri, conferenze, appuntamenti, convention programmati da mesi e che non potranno essere recuperati. Su alcune di queste, dove erano presenti rimborsi, fee, gettoni di presenza, avevo fatto affidamento per tamponare il mio magro bilancio familiare. Di libri, solo di libri, non si vive in Italia.

E, lo voglio dire, mi infastidisce sentire in televisione chi, cercando di sembrare simpatico o intelligente, se ne esce con dichiarazioni risibili. Cose tipo: “Be’, ora abbiamo il tempo per leggerci un buon libro”. Ché c’era bisogno della prospettiva di una pandemia per consigliarlo! Già prima di tutto ciò nessuno andava in una libreria, figuriamoci oggi. Tutto questo tempo sospeso non sarà utilizzato per leggere libri, siamo seri. In un tempo che non passa, in un tempo di pura attualità, il tempo lo passeremo consultando siti di notizie, facendo la conta dei morti e dei sopravvissuti, inebetendoci di fronte allo schermo televisivo, augurandoci nell’intimo la rissa. Per poi magari scrivere sui social che, male che vada, dobbiamo prenderci questo tempo “per aprire finalmente un buon libro”. Che non c’è nella maggior parte delle case degli italiani.

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Alessandra Sarchi13 marzo 2020

L’emergenza sanitaria creata dalla diffusione del Coronavirus, e le conseguenti restrizioni alla mobilità e alla socialità, cadono per me come prolungamento di un periodo non tanto diverso: da un anno e mezzo ormai per ragioni di salute passo parecchio tempo da sola. In attesa che le cose migliorino, in attesa che gli esami cui mi sottopongo periodicamente mi consentano di ritornare a fare questa o quella cosa. In molti mi dicono: be’ ne approfitterai per scrivere, in realtà non è così.

Scrivere, scrivo, ma senza quella ricchezza di spunti e di sollecitazioni che rendono necessaria quest’attività. La scrittura è già di per sé isolamento, ma un conto è isolarsi mentre si è nel mezzo di relazioni e stratificazioni che premono e chiedono e suggeriscono connessioni e rimandi, e scavano tunnel che dal presente vanno al passato, un conto è vivere isolati per forza, privati della possibilità di un confronto frequente; ci si inaridisce, io mi inaridisco. Si coltivano ossessioni, a volte diventano percorribili con l’immaginazione, a volte è meglio trattarle per quello che sono: spazzatura della psiche.

Non è che il mondo di storie e di fantasie che mi porto dentro sia venuto a mancare, però è come se si fosse rattrappito; se ne sta lì, come una ballerina senza pubblico, perché dovrebbe esibirsi? Perché dovrebbe prodursi in una fatica fisica la cui bellezza e perfezione formale non verranno apprezzate da alcuno?

Anche ai cultori di un ego intellettuale autonomo e autarchico credo sia chiaro, ora, quanto la vita della mente si nutra di relazioni. Quanto lo scrivere richieda una fiducia nel prossimo di un qualche tipo. Forse è una lezione salutare per noi tardivi figli di un Novecento che ci ha nutriti di individualismo e cinica relatività.

Mi manca il cinema e mi manca il teatro, mi manca il poterne parlare con gli amici con cui condivido questi momenti, mi mancano moltissimo biblioteche e musei. Esistono i dialoghi a distanza, le letture e tutto il resto. Esiste il web. E per fortuna esistono gli amici come Davide, che da lontano vengono a stanarti e in questo momento è la cosa che più assomiglia a un: raccontami.

L’unica ragione per cui abbia senso pensare di scrivere.

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Francesco Pecoraro14 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)

Per chi scrive e sta, metti, concentrato su qualcosa che lo interessa, un groppo di temi su cui riflettere, cose su cui documentarsi, quella del virus è soprattutto un’irruzione che si subisce a livello mentale, perché il dualismo ultimativo vita/morte spazza via tutti gli altri temi, rendendoli marginali. Le idee su cui stavo lavorando improvvisamente si sfarinano, il pezzo che stavo rifinendo diventa inutile, lo porto avanti per inerzia perché è quasi a posto, altrimenti lo abbandonerei.

L’auto-committenza, che caratterizza il lavoro di gran parte degli artisti contemporanei, è come se venisse meno. Con la mente occupata da pensieri ultimi e l’orecchio teso al flusso incessante dell’informazione sulla pandemia, con la città che si chiude e non ti chiama più a distrazione fruizione esplorazione, con gli incontri amicali che si diradano, è difficile assegnarsi dei compiti e tenere duro sull’auto-disciplina necessaria a questo lavoro.

Se mancano stimoli attenzione e nutrimento, semplicemente si smette di scrivere. Fortunatamente ancora ricevo una pensione che mi permette di vivere, ma in questi giorni sono solidale con quel titolare di una ditta di catering che racconta dei suoi ordini calati del 100%: gli “eventi” cui prestava i suoi servizi, diventando dannosi, hanno anche rivelato la loro marginalità.

Ci difendiamo amputando la vita associata. La cosa è come se si riflettesse nella mia testa. In questa fase la scrittura, da centrale che poteva parermi sino a due settimane fa, sta calando in uno stato secondario. Come tutti, mi domando se e quando questa strana vicenda collettiva finirà. E se, vista la mia età, ne uscirò vivo.

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Vanni Santoni15 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)

Un fatto interessante, tra tanti drammatici, di questi giorni di pandemia, è l’accelerazione del tempo. All’apparenza, il tempo si direbbe rallentato: le ore, chiusi in casa, si fanno lunghe per tutti. In realtà, non ha mai smesso di accelerare: ogni giorno sappiamo qualcosa in più sul virus, vediamo come reagiscono i vari paesi, abbiamo una nuova posizione; le idee e le considerazioni del giorno prima diventano immediatamente obsolete; lo abbiamo visto accadere da noi, e poi, in una replica piuttosto grottesca, perché evitabile, di nuovo in Francia: prima lo sminuire, il paragonare il Coronavirus all’influenza, il dire che colpisce solo chi è già malato; poi l’aumento della preoccupazione, le misure che si fanno via via più serrate, l’ineludibile prenderlo molto sul serio da parte di tutti. Allo stesso modo, ogni giorno siamo diversi noi, perché prendiamo le misure al nostro isolamento, alle nostre reazioni a esso e a quelle di chi ci è vicino.

Il contributo che segue, chiestomi da Davide Orecchio, è stato scritto dieci giorni fa. Oggi, vedendo che non era ancora uscito, avevo pensato di riscriverlo, dato che in dieci giorni è cambiato tutto; poi ho ritenuto più interessante lasciarlo così com’è, aggiungendo solo questa piccola introduzione, così che rimanesse a testimonianza di quanto velocemente cambino le cose durante un’emergenza del genere. Al lettore il compito di immaginare le molte, troppe cose che potrei aggiungere dopo così poco tempo.

[scritto a Bastia il 6 marzo 2020]

Per carattere – mia madre, da ragazzino, mi diceva sempre che ero “incosciente” – mi viene molto difficile spaventarmi o allarmarmi, così all’inizio della pandemia non ho cambiato minimamente le mie abitudini, che del resto non sono molto mondane essendo del tutto calibrate sul mio lavoro: mi alzo tardi, pranzo presto, vado in biblioteca a scrivere, torno a casa per leggere (e cenare, pure, presto); mi sposto in un caffè per scrivere fino a notte inoltrata, torno a casa a leggere, dormo.

L’unico cambiamento, quindi, che ho notato nei primi giorni del Coronavirus, è stato il progressivo calo delle presenze nella biblioteca (e nei bar) in cui sono solito andare, finché verso metà febbraio non mi sono ritrovato da solo nell’intera sala lettura. Cosa che mi ha fatto piacere, così come sul momento mi ha fatto piacere vedere Firenze libera dalla morsa turistica che ogni giorno la soffoca.

Quando le cose hanno cominciato a farsi più serie, e a condizionarmi contro la mia volontà – biblioteche chiuse, caffè che chiudevano prima per assenza di clientela – mi trovavo a Bastia, in Corsica, dove lavora in questo momento la mia fidanzata (all’arrivo del traghetto siamo stati accolti dalla stampa, alla quale in un francese mediocre ma spavaldo ho detto che era tutto solo una grande paranoia!), e qui mi sono trattenuto visto che nel frattempo sono saltati o sono stati rimandati tutti gli eventi a cui avrei dovuto partecipare: prima il festival “I Boreali” a Milano (annullato), poi la nuova fiera del libro “Testo” di Firenze (rimandata a giugno), poi il corso di scrittura che dovevo tenere alla Fondazione Altiero Spinelli sempre a Milano (rimandato a data da destinarsi), e ancora “LibriCome” a Roma (annullata); è di queste ore il rinvio di “Book Pride”, altra manifestazione milanese, che pure avrebbe dovuto tenersi a metà aprile, in una data quindi piuttosto lontana.

A questo punto, anche considerando l’ultimo dato AIE che parla di un calo delle vendite di libri attorno al 50%, ho cominciato a preoccuparmi un pochino, dato che, comunque, la barca sta a galla anche grazie a questo fitto calendario di eventi di grande qualità, indispensabile per tenere aggregato lo zoccolo dei lettori forti e fortissimi, oltre che noi addetti ai lavori.

E ovviamente ho cominciato a preoccuparmi per tutti gli amici precari che cominciavano a rischiare il lavoro, anche fuori dall’editoria: quanta gente, a Firenze, lavora nelle università americane con contratti semestrali? Quanta è precaria nella scuola? Quanta lavora a partita Iva in giro per l’Italia?

Insomma, con l’allungarsi del periodo di allarme, c’era poco da fare i gradassi: che uno avesse paura o meno del virus, questo cominciava ad avere effetti reali sulla vita delle persone, mettendo in luce la perversità del sistema tardo-capitalista in cui ci ritroviamo.

Ho la fortuna di scrivere sui giornali, che non hanno fermato le loro attività, e ho avuto la fortuna di non avere libri fuori in questo momento: il mio ultimo romanzo è uscito un anno fa e sono fuori dalla fase di promozione, mentre il prossimo è in mezzo al guado e quindi farei vita monastica comunque. È vero che ho un pamphlet in uscita ad aprile, ma essendo un piccolo libro sulla scrittura e sul suo (non) insegnamento, ha un pubblico specifico – gli aspiranti autori – e quindi non lo avrei portato molto in giro… Si dice sempre che le presentazioni servono a poco, ma non è vero: nel momento in cui un libro è in fase di lancio, concorrono, assieme alle recensioni, alla presenza sui social e al resto, a creare attorno al libro quell’aura di attenzione che poi è decisiva nel determinarne il successo. La singola presentazione, come la singola recensione, non cambia niente, ma tutte assieme sono fondamentali (specie quelle alle manifestazioni frequentate dai lettori più attenti) per innescare, se le cose vanno bene, la famosa “massa critica”, e capisco quindi lo stato d’animo esasperato di chi ha avuto un libro in uscita a febbraio o adesso a marzo, normalmente mesi eccellenti per arrivare in libreria.

Adesso la mia preoccupazione è per l’intero comparto, che sembra accusare la crisi da pandemia più di altri, ma più in generale per tutti coloro che rischiano il lavoro, nell’editoria come altrove. Cerchiamo di reggere il colpo, e speriamo che almeno tutto questo serva a tenere a mente quanto è importante la sanità pubblica e quanto fa schifo l’erosione dei diritti dei lavoratori.

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Igiaba Scego15 marzo 2020

Caro Davide, mi mancano le parole. È strano da dire visto che facciamo le scrittrici e gli scrittori con vocazione quasi monastica. Ma è la verità, mi mancano tutte le parole per descrivere questo caos. Il coronavirus me le sta togliendo una ad una. Come tutti sto vivendo questa esperienza di vivere sigillata, come se fossi in una scatola di sardine dove l’unica sardina sei tu, che nuoti e provi a tenerti a galla in quel mare di olio nonostante tutto. Siamo topi in trappola. E stiamo provando ora sulla nostra pelle quello che molti uomini e donne del Sud Globale provano quotidianamente. Io ho sempre ragionato del viaggio, quello possibile e quello negato. Sono sempre stata conscia di essere parte di una bolla di privilegio pazzesca, bolla che mi ha permesso nel tempo di fare viaggi transoceanici in pochi giorni. Ed è questo privilegio di viaggio che mi ha sempre mosso alla difesa di chi invece veniva privato della mobilità, a volte persone con la mia stessa faccia, con il mio stesso colore scuro di pelle, che hanno dovuto attraversare il deserto e la ferocia dei trafficanti solo per poter fare un passo.

L’anno scorso l’ho capito come non mai quanto il passaporto europeo che portavo in tasca fosse una chiave che apriva magicamente i confini. Infatti è l’anno scorso che ho fatto la pazzia di attraversare tre volte l’Atlantico, per andare due volte negli Stati Uniti e una volta in Brasile. Controlli standard e poi via alla conquista di quei territori che in fondo fino a ieri consideravo quasi dietro l’angolo. Ma niente è dietro l’angolo. Il privilegio di avere un passaporto forte si è scontrato oggi con un virus che assomiglia ad una cabarettista degli anni ’20 e che ha la caratteristica di colpirti dove non te lo aspetti. E questo virus ci ha calato come non mai nell’esperienza reale delle persone che il mainstream chiama migranti e che in condizioni di viaggio normale, legale e possibili, sarebbero stati solo viaggiatori.

Capisco nell’intimo, nel dolore di questa stasi causata da condizioni straordinarie, che il diritto alla mobilità dovrebbe essere concesso a tutti. Ma nel mondo nuovo (perché volente o nolente sarà nuovo) che verrà capiremo secondo te la lezione del virus? O continueremo a costruire muri e frontiere? Ora la frontiera me la sento addosso. Io che ho la famiglia quasi tutta fuori dall’Italia, mi sento separata da loro come non mai. E questo sta succedendo a tante amiche/amici che hanno i figli in qualche altro paese, italiani emigranti con una laurea al posto della valigia di cartone. Sono preoccupata per loro, per la mia famiglia che vive altrove, e se succede qualcosa? La consapevolezza che questa volta non ci sarà un volo Ryanair per raggiungerli mi annienta.

In questo il virus ci ha fatto vedere come sarebbe brutto vivere nel mondo sognato dai sovranisti, un mondo sigillato, chiuso, dove l’assenza della relazione umana è l’imperativo categorico. Da poco stiamo sperimentando questo paradiso sovranista e già ci da la nausea. Ed è così odioso non poter più fare nulla di quello che ci piaceva, nemmeno il caffè al bar che come sai fa sempre molto made in Italy.

Il virus è un dittatore, lo ha definito tale il virologo Burioni. Ed è così. Costringe i nostri governi (dico nostri perché finalmente alla lungimiranza del governo italiano se ne stanno aggiungendo altri) a diramare decreti che mai avrebbero voluto firmare. Ma è anche un virus comunista, mi ha detto Simone Paulino editrice della brasiliana Nos, un virus che sconquassa con la sua invisibilità il mondo del capitale, mettendo a nudo le catene dello sfruttamento e le idee malsane per la società che sono dietro ad alcuni leader di organi sovrazionali. E’ il virus, con la sua pericolosità, che ci mostra con chiarezza le diseguaglianze sociali, i posti letto tagliati in ospedale per profitto, le carceri sfinite da troppe politiche sbagliate.

Io però, caro Davide, lo confesso non so dirti se questo virus sia comunista, fascista, qualunquista… probabilmente è solo un virus ecologista perché mette a nudo la sbagliata relazione di noi esseri umani con il pianeta. Non so che virus sia. So però che, dopo, le nostre piccole vite non saranno più le stesse. Qualcuno la vita non ce l’avrà più e chi sopravvivrà, dovrà fare i conti con le paure di un dopo che non sappiamo ancora che forma avrà. Niente sarà davvero più lo stesso per nessuno, nemmeno la vita dei paesi sarà più la stessa, con una Cina in gran sfoggio pronta a un suo personale (e meritato direi) rinascimento e con gli Stati Uniti malandati quanto i suoi candidati in corsa alla poltrona di presidente.

Vorrei dirti di più, ma ho perso le parole. Anche se ora tu le vedi, le leggi, sono ancora troppo impalpabili come il virus, ancora troppo spaventate. Un giorno torneranno tutte con la lucidità necessaria. Torneranno le parole giuste e ci guideranno verso nuovi orizzonti.  Credo che però per poter scrivere di quello che ci sta succedendo, della paralisi, delle paure, dell’angoscia, ci vorrà tempo. Molto tempo. Per ora ho deciso di aprire dei libri, leggerli, ho bisogno delle parole degli altri oggi più che mai, per mettere a fuoco, per non perdere l’equilibrio, per esistere, per resistere. Solo guardando alle esperienze del passato o anche solo dell’altro ieri potrò/potremo capire come sarà il mondo che verrà.

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Giorgio Falco16 marzo 2020 (inviato l’8 marzo)

Prima del coronavirus uscivo poco, adesso esco ancor meno e sono autorizzato dal decreto. Certo, ho dovuto annullare o rinviare alcuni piccoli impegni lavorativi; avrò ulteriori incertezze economiche, ma il mio unico lavoro lo svolgo a casa, scrivendo libri. Di solito non sono invitato a festival, saloni e altre situazioni del genere.

Per me è tutto come prima. Beh, quasi. Voglio dire, da alcune settimane fatico a mantenere la concentrazione mentre scrivo e leggo. Di sicuro è aumentata l’ansia; a ogni fine giornata non guardo più le previsioni meteo e le temperature delle varie città del pianeta; adesso guardo il numero dei contagiati e il numero dei morti da coronavirus, in Italia e nel mondo; poi faccio il conteggio dei morti in Italia e in Lombardia, uso la calcolatrice, poiché nessuno ripete più la percentuale del 2%, il valore ipotizzato durante i primi giorni. Oggi la percentuale dei decessi è stata vicino al 5%, ieri era al 4,5%, l’altro ieri era al 4%.

Cerco di difendermi ingenuamente, confidando nei numeri, e nel fatto che questo virus sia l’unico portatore di malattia e dolore e morte. All’inizio ho pensato di rifugiarmi nella casa disabitata di un parente, sulla costa adriatica ferrarese, in un luogo quasi disabitato. Ma poiché da molti giorni ho tosse e mal di gola (l’ennesima ricaduta dell’influenza, credo, e spero), a volte temo che sia il coronavirus in una forma blanda, e allora ho preferito rimanere a casa.

Da molti anni ho sperimentato su di me una piccola teoria, ovvero che la condizione migliore per guardare il mondo sia avere una febbriciattola, 36.9, al massimo 37.2, non di più. È la soglia per cui tutto appare in una forma leggermente diversa rispetto a quella abituale. È la soglia per cui possiamo togliere il velo appoggiato sulle cose, pur continuando a mentire.

Come diceva il mio allenatore dopo aver subìto il primo gol: ragazzi, tranquilli, non è successo niente, non è successo niente. Poi, se e quando arriverà proprio a noi la febbre alta, saremo comunque troppo deboli per sopportare la verità.

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Helena Janeczek16 marzo 2020 (inviato il 14 marzo)

È appena giunta la notizia che anche la Spagna, dove l’epidemia ha avuto un drammatico incremento, ha deciso delle misure simili a quelle italiane. Questo rafforza uno dei pensieri più angosciosi di questi giorni: il Covid corre più veloce dove ogni gesto introiettato contravviene alla regola di mantenere le distanze. Persino nel Lombardo-Veneto, avvezzo a considerarsi “il Nord”, è naturale fare grappolo, salutare con baci, abbracci, pacche e strette di mano, parlare vicino dall’interlocutore. Naturalmente ci sono altri elementi, ma l’idea che il contagio punisca la nostra maggiore socialità – socialità scelta o obbligata – mi risulta abbastanza insopportabile. L’ironia della sorte vuole che dal giorno del primo caso a Codogno, in vista di un tour in Germania poi cancellato dal galoppare degli eventi, mi fossi quasi messa in “autoquarantena”. Ma per quanto mi dispiaccia che la pandemia abbia colpito e abbattuto il lancio ben preparato della traduzione in tedesco di La ragazza con la Leica, in queste settimane non riesco a stare dentro i miei panni di scrittrice.

Sono stata presa a imparare delle regole contrarie alle mie abitudini e persino ai miei tic nervosi, io che metto spesso le mani nei capelli e pure in faccia. Questo mi ha fatto sentire esposta a una diffidenza verso me stessa, quasi appesa a un sottile filo di paranoia. Ora sono più serena e rodata, con le scorte di sapone e crema per le mani ormai secche. Però mi sento un corpo vulnerabile attorniato da altri corpi ancora più vulnerabili. Ho tanti amici e addirittura figli di amici che lavorano nella sanità lombarda. Quasi tutti gli altri sono lavoratori autonomi che non hanno idea di come tenersi materialmente a galla, eppure non si lamentano delle misure intraprese. Penso che Rassegna sia il luogo giusto per menzionare queste lavoratrici e questi lavoratori, non importa se sono librai o baristi, teatranti o altre partite Iva.

Passo le mie giornate a sentire le persone care, quasi tutte con una forte preoccupazione: genitori anziani, figli all’estero, bambini piccoli da gestire a casa o qualche pregresso clinico che in una situazione normale sarebbe sotto controllo. E poi cerco delle informazioni attendibili su questo virus e le strategie per contrastarlo. Ho una mente pochissimo scientifica, invece adesso mi rasserena solo il rigore del metodo scientifico, incluse le ammissioni di imprevedibilità e di ignoranza. Le mani non rimandano più il privilegio di essere una scrittrice, una che lavorando non le consuma. La testa arranca dietro una realtà mutevolissima per cui il primo grado di comprensione viene fornito da una cultura che non mi è familiare. Ma va bene starci così, in questa crisi, senza una stanza per sé, perché anche con una porta chiusa, la mente non riesce a isolarsi.

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Alessandro Gazoia17 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)

In questo momento m’imbarazza scrivere della mia condizione, perché non è di particolare disagio né significativa in special modo. Tuttavia darò in breve la mia testimonianza, appunto solo una tra le tante. Credo che il mio caso sia relativamente raro, infatti da molti anni “lavoro a distanza” come editor: le case editrici con cui collaboro sono lontane centinaia di chilometri e gli autori che seguo, ovvero le persone che sento più spesso per mail o al telefono, vivono in altre regioni, in altri Stati. Quando la situazione era meno grave, molti mi hanno detto scherzando che per me non era cambiato niente: restavo sempre quarantenato volontario. Sono cambiati però i momenti in cui solitamente incontravo le persone dell’ambiente editoriale in generale, ovvero le fiere e i festival: fiere e festival annullati, posticipati, in via di probabile annullamento e posticipo.

Ad esempio a metà aprile non ci sarà a Milano Book Pride, fiera nazionale dell’editoria indipendente, con la quale collaboro da diversi anni, come uno dei “curatori del programma”. Venerdì 6 marzo abbiamo comunicato che la manifestazione è rimandata, e non sappiamo ancora quando potremo recuperarla. Dopo l’annuncio, ho guardato ancora una volta il documento condiviso in rete dove in questi mesi noi del “gruppo di lavoro” abbiamo segnato tutti i circa 300 incontri programmati (se un documento condiviso in rete non pare il massimo della tecnologia per organizzare un festival di dimensioni non piccole, è perché non è il massimo della tecnologia, però grazie alla buona volontà di tutti ha sempre funzionato bene; nell’editoria la buona volontà muove le montagne che devono essere mosse).

Ho provato dispiacere per il lavoro sfumato, fatto insieme a decine, centinaia di editori e autori, poiché, anche nella migliore delle ipotesi, cioè con un recupero della fiera, si dovrà ricominciare quasi da zero – non essendo certo possibile tra diversi mesi presentare solo libri usciti all’inizio di quest’anno; ma soprattutto c’è il rammarico di avere fatto qualcosa di molto buono (a nostro giudizio) che non può essere condiviso col pubblico dei lettori, lettori per i quali – lo dico senza retorica, perché parliamo pure di concretissima economia – tutto il settore editoriale lavora.

Oggi tornerò a editare libri altrui, a scrivere per me e a guardare le notizie. Domani farò lo stesso, dopodomani anche. Fino a quando, spero presto, la “necessità” di aprire ogni ora una pagina web per “controllare la situazione” si farà meno forte.

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Luciano Funetta18 marzo 2020 (inviato il 7 marzo)

Scrivo queste brevi righe da una casa in un quartiere molto popoloso di Roma. Dicono che presto anche qui verranno tracciate le linee della zona rossa. Chi lo dice? Voci. Voci che sussurrano e avanzano ipotesi. Sono esattamente otto giorni che non vado al lavoro, non per ragioni legate all’emergenza sanitaria.

Nell’ultima settimana ho avuto il tempo – tre ore trafugate alle incombenze quotidiane – di scrivere soltanto la bozza di alcune pagine di accompagnamento a cui una casa editrice mi ha gentilmente chiesto di pensare per il romanzo breve di un’autrice cilena. È un’opera che parla delle cicatrici dei sogni. I protagonisti sono poco più che bambini e i loro sogni sono le emissioni spettrali di una notte collettiva.

Per il resto dei giorni appena passati ho respirato l’odore di reparti ospedalieri, viaggiato su mezzi pubblici stranamente poco affollati, ascoltato, per strada, frasi in lingue che all’improvviso sembravano più antiche e solenni, e ho pensato che la stanchezza e la mancanza di sonno mi avessero trasportato in una megalopoli fuori dal tempo.

Ho letto giornali, guardato trasmissioni, cercato articoli, ricevuto messaggi e telefonate, ho comprato medicine, ho letto libri per bambini, pochissime pagine di libri per adulti, ho resistito alla tentazione di riattivare un paio di profili social (non ne faccio uso da anni), sono rimasto in costante contatto con i colleghi della libreria di San Lorenzo dove lavoro. Nelle ultime due settimane abbiamo dovuto annullare gli eventi che permettono al fragile equilibrio del nostro commercio di prosperare. In compenso, mi dicono, stiamo vendendo buoni libri. Soprattutto pare ci sia un certo rinnovato interesse per i cosiddetti “libri che non si possono non leggere prima di morire”.

In balcone stamattina, mentre fumavo dopo aver aggiunto due frasi al romanzo con cui combatto ormai da otto anni, ho sentito un insolito silenzio. Mia figlia di tre anni e mio figlio di sei giorni dormivano. Forse era il silenzio del sabato, il silenzio di un sabato come gli altri, o forse c’era, come mi è parso, in quel silenzio qualcosa di nuovo, un’aria luminosa, «un silenzio che», scrive Thomas Bernhard, «fa davvero orrore alla natura». Niente traffico, niente ambulanze o volanti della polizia, nessuna traccia del rombo che sembra la voce profonda della città.

Il silenzio che ultimamente avvertiamo, o meglio questo rumore bianco in cui di tanto in tanto si affacciano versi di uccelli e isolate voci umane che balbettano qualcosa, e che tentiamo di coprire con parole inadatte, ci accompagnerà ancora a lungo. Dovremo amarlo e custodirlo, considerarlo come una prefigurazione. Attraversarlo non ci obbligherà a raccontare la sua comparsa, e tuttavia non potremo ignorarne il lascito. Il silenzio degli ultimi giorni e dei giorni che ancora verranno è tessuto cicatriziale e come ogni cicatrice, come ogni sogno, a distanza di tempo tornerà a farsi vivo. Ne troveremo tracce in ciò che leggeremo e scriveremo, ne porteremo con noi i residui fisici, sociali e psichici. Questo, è ovvio, non comporta che la letteratura o in generale la vita umana sulla terra possano in qualche modo trarne giovamento.

Continueremo, quando l’emergenza passerà, a scrivere opere ignobili e a condurre vite infami. Solo di tanto in tanto, può darsi, ci ritroveremo tutti insieme dentro il fantasma di uno strano sogno, in un mattino di quiete abbacinante in cui tutto apparirà uguale a sempre, tutto tranne noi.

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Angelo Ferracuti19 marzo 2020

Nei giorni scorsi ho avuto l’influenza, vissuta da solo a casa perché mia moglie si è fratturata il femore sciando due mesi fa e, stando noi al quarto piano, per un periodo è andata a vivere da sua sorella. Tendo per mia natura a non drammatizzare, ho perso una precedente moglie giovanissima di cancro, mi sono costruito “la corazza”, quindi uscivo di casa con il cane – il boxer londoniano Buck, adorabile – anche con la febbre e al freddo, direi in maniera quasi temeraria, sfidando la cattiva sorte e il virus. Buck per ripagarmi veniva al mio capezzale ogni 10 minuti a controllare il mio stato di salute, guardandomi con gli occhi lucidi, interrogativi.

L’influenza mi ha lasciato una stanchezza fortissima. Intanto, arrivavano notizie contrastanti, troppo contrastanti, i cosiddetti esperti nelle società mediatiche si esibiscono, spaventando la gente, i miei figli stavano a Bologna e a Milano, non potevano tornare. Prima c’è stata l’angoscia, il panico, la paura di molti che non era la mia, poi tutto è fisiologicamente passato a uno stato di allerta e di adattamento alla clausura, quindi il tempo è diventato un tempo di attesa e di transito, come se le vite di tutti si fossero fermate. Quindi uscire con Buck è stato e resta un vero e proprio privilegio, ogni uscita è diventata un osservatorio sulla vita degli altri.

Il clima nella via in questi giorni è da fine dell’umanità, la grana del silenzio a momenti rasserena, sembra quella degli anni 60, oppure dei tempi dell’Austerity, che ricordo benissimo, di ipersocialità, in altri momenti spaventa, sembra quella di prima di una Apocalisse. La gente mi chiama dai balconi, la cosa più bella è stata la riscoperta della nostra reciprocità, la riscoperta del legame sociale, il capire che nessuno vuole stare solo, come ci stanno cercando di far credere i potenti, i media, le tecnologie, la ricerca disperata di parlarci, salutarci, nella mia via è successo spesso in questi giorni. Ho sentito tutti più vicini. Una signora mi ha chiesto se potevo prestarle il cane, per uscire, ho visto un signore, che di solito incontro a passeggio, che si allenava nel quadrato del suo attico nel palazzo che sta di fronte al mio, dalle case potevano arrivare le musiche più diverse, il Nabucco invece che l’Aida o i Rolling Stones, cose che probabilmente c’erano anche prima, ma che adesso, senza più rumori di sottofondo, riuscivano finalmente acusticamente ad affiorare, così come percepivo struggente il canto degli uccelli, l’abbaiare dei cani.

Certo ho pensato a certi libri che hanno colonizzato il mio immaginario, soprattutto quelli di Ballard, Camus, ho pensato che questa poteva essere un’occasione per ripensarci come società, ma gli intellettuali – quelli veri – vivono sempre dentro questa riflessione profonda. E gli altri? Siamo sicuri che servirà? Mi dicono che le vendite dei libri siano crollate, la gente non vuole pensare, invece si sono impennati gli share delle tv, la corsa agli accaparramenti nei supermercati.

Una cosa è certa, tutti abbiamo capito sulla nostra pelle che siamo schiavi dei mercati, il virus provocherà a catena chiusure di attività economiche, commerciali, siamo tutti consumatori che tengono in vita altri consumatori, e che alimentando questo grande mercato i ricchi saranno sempre più ricchi, e tutto il fronte dei precarizzati, delle fasce più deboli, come gli operai delle fabbriche, ha una doppia esposizione, al virus e alla minaccia della perdita del posto di lavoro.

Il virus mostra la debolezza delle società che abbiamo creato, ma nessuna voce si è alzata a difesa del welfare, contro le privatizzazioni della sanità che hanno tolto risorse, specie in Lombardia e in Veneto, le regioni più colpite, governate da un trentennio dalla Lega, dove hanno tagliato servizi, cancellato presìdi, ospedali, così come purtroppo è successo anche in regioni storicamente governate dal centrosinistra. Non c’è stata una sola voce civile, politica, spirituale, che si è elevata sopra a dichiarazioni tecniche, mediatiche, mediche.

Quella che manca, oggi, è una lingua che vada oltre il parlato dell’eterno presente, una lingua umanistica nuova. Se non cerchiamo quella lingua, se non troviamo quella lingua, politica, letteraria, civile, rischiamo di diventare anche noi scrittori, artisti, complici di quella banalizzata, spettacolarizzata, cinica del grande mercato globale, quella che, per dirla alla Volponi, fa parlare il banco del supermercato, il quale diceva, profetico, che “sembrava scomparsa la profondità del mondo”.

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Rossella Milone20 marzo 2020

Ci vuole sempre una separazione dagli altri intorno a chi scrive libri.

Lo dice Marguerite Duras, nei suoi pensieri raccolti da Feltrinelli in Scrivere.

È così, per chi scrive: stare soli, concimando la propria scrittura di un silenzio che non è vuoto, ma il circondario dove si raccoglie l’immaginario per creare storie.

Gli altri sono tutto ciò che sta prima della storia. Il nostro mondo, la nostra normalità, la ritualità del nostro stare in vita – è tutto ciò che vive prima della storia.

Nessuna storia può venire al mondo senza il mondo.

Quindi, l’isolamento dello scrittore è solo mentre scrive; è nell’atto creativo che la scrittura mette in campo la separazione di cui parla Duras: dentro quella separazione possiamo vedere gli altri.

Quello che sta accadendo in questi giorni di isolamento forzato, ci sta permettendo di scrivere tutti – in senso molto metaforico. Ci sta permettendo – o potrebbe permetterci, se riusciamo a cogliere il virtuosismo di questo shock – di guardare gli altri, di guardare noi stessi, e il mondo in cui viviamo, nello stesso isolamento privilegiato che ha lo scrittore. Da questa separazione possono emergere metafore, illusioni, comprensioni e spiritelli, spifferi inediti in cui ricomporre il mondo.

Non è questo, scrivere storie?

Io credo di sì. Io credo che stiamo scrivendo tutti, e, come succede con i libri e gli scrittori, c’è chi scriverà meglio, chi peggio.

Ora come ora questo isolamento non mi permette di scrivere granché.

Il tempo in famiglia, coagulato in salotto e non frazionato fuori le mura domestiche, si riduce come il fiato in una corsa. Soprattutto quando si hanno figli piccoli, il tempo viene fagocitato, risucchiato, e il lavoro diventa un’apnea. Sembra un paradosso, ma si riescono a fare molto, molte meno cose di prima perché i bambini, per fortuna, non conoscono tempo. Nulla in confronto a chi deve rischiare ogni giorno per raggiungere il lavoro, o, addirittura, per chi lavora in ospedale. Noi quarantenati in smart working godiamo di un tempo e di una sicurezza che ci permette di interrompere la vita solo a metà.

Però è anche vero che chi fa un lavoro come il mio, creativo, che richiede un isolamento particolare in cui raccogliersi, isolarsi col cervello, entrare in una specie di trance immaginifica, diventa più complicato se un bambino ti si arrampica addosso.

Ma, forse, per chi è abituato a scrivere e a passare molto tempo da solo come me, questo tempo va ricalibrato, va solo normalizzato secondo altri parametri, perché la solitudine ci appartiene come una virtù, e non come un fallimento.

Mi manca tutto della vita di fuori. Mi manca l’idea, la libertà di poter uscire a prendermi un caffè con un amico, anche se poi non lo farei davvero. Ma questa mancanza è nutrita tutti i giorni da qualcosa di intimo che riscopro nel silenzio di Roma, che più che un silenzio mi sembra un respiro.

Allora, visto che sono una maniaca del controllo, sto provando a darmi una disciplina, perché è così che scrivo da sempre: con estro, e con disciplina. Senza, i libri non si scrivono.

Risveglio. Due ore di lavoro generale (recensioni, consegne, preparazione delle lezioni on-line).

Tempo libero per mia figlia.

Due ore di lettura dopo pranzo mentre mia figlia vede un po’ di cartoni e gioca per i fatti suoi.

Tempo del gioco. Tempo del gioco. Lezioni on-line nel tardo pomeriggio. Tempo del gioco ancora.

Scrittura in tarda serata, dalle 23.00 fino a notte inoltrata.

Ecco, questo il mio piano. Nel mio piano quelle ore lì – quelle finali – in cui mi dedico alla scrittura nella notte dilatata della quarantena, sono le più belle, quelle in cui niente è accaduto e tutto quello che accade è nella storia che sto scrivendo.

Da quando è cominciato il mio isolamento, questo programmino non l’ho mai ancora rispettato.

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Filippo Tuena21 marzo 2020 (inviato il 6 marzo)

Per me, da un punto di vista pratico cambia poco. Vivo diciamo da pensionato. Lavoro in casa da anni. Ho pochi contatti col prossimo. Non do lezioni né nelle scuole né nelle università. Faccio da sempre poche presentazioni. Rinunciarci non mi pesa. Ma quel che nasce da un’imposizione si vive diversamente da quanto si decide in maniera autonoma.

Sono abbastanza preoccupato della situazione, per i figli, per la nipotina, per la crisi economica che seguirà il picco del contagio – che temo dovrà ancora arrivare.

Sto gran parte del tempo in casa, porto il cane a spasso, vado nel piccolo supermercato sotto casa, frequento poco qualche libreria, mi concedo qualche caffè. Passeggio spesso con mia moglie. Il fatto poi che a Milano abbiano chiuso tutti gli spazi di aggregazione culturale mi toglie dal dubbio. Non so se, essendo aperti, andrei nei teatri, nei cinema o nelle sale da concerto. Non sono andato a vedere mostre recentemente, né musei. Vivo, da buon e rispettoso ultra sessantacinquenne, l’autoclausura suggerita dalle autorità. Non mi pesa. La ritengo una cosa saggia da fare. La faccio.

Dovrò pormi tra un paio di settimane la questione se andare a Roma qualche giorno. Dipenderà dalla situazione. Aspetto. Scrivo. Sto ultimando un nuovo libro che mi pone dei problemi. Li affronto.

La scorsa settimana ho lanciato una specie di gioco letterario: scrivere un racconto di 9000 battute sull’Ultimo sesso in tempo di peste. Nata per gioco l’idea è piaciuta. Ho raccolto una cinquantina di adesioni e in pochi giorni già 25 racconti. M’interessa molto questo esperimento, non tanto dal punto di vista letterario – a chi importa la letteratura? forse neppure a me. M’importa come le persone reagiscono a questa situazione. Se i rapporti personali vengono vissuti con ansia o come soluzione alla quarantena. Quando avrò raccolto un’altra ventina di testi mi sarò fatto un’idea più chiara.

Per il resto seguo i notiziari, sviluppo diagrammi di previsioni che mi spaventano ma che, ragionevolmente accetto, sperando siano meno preoccupanti di quanto vado prevedendo.

Leggo, ma sempre più in maniera scorretta, qui e là; più poesie che prose.

Poi, invecchio e, al momento, questa mi sembra una preoccupazione individuale che mi prende forse persino più di una pandemia della quale forse potrei essere una delle tante vittime. Dello scorrere del mio tempo sarò invece certamente vittima.

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Andrea Gentile23 marzo 2020 (inviato il 16 marzo)

Da giorni rinvio la scrittura di questo piccolo testo. La procrastinazione è un’arte di cui tutti disponiamo, chi più, chi meno. Funziona più o meno così: cerchi continuamente delle scuse per non fare qualcosa che ti spaventa o ti preoccupa. Dici a te stesso che oggi proprio non puoi, perché hai troppe email a cui rispondere, troppe cose da fare. Dici che domani sarà il giorno giusto, domani avrai certamente tempo per affrontare questo compito. Domani troverai altre scuse. Ci penserò domani, un’altra volta. Anche questa volta, troverai altre scuse e così via.

Questo è un meccanismo visibile, di cui siamo a conoscenza. Ma è già una fase avanzata del percorso che poi ci porterà a fare quella determinata cosa: nel mio caso, scrivere questo piccolo testo.

La fase preliminare è ancora più invisibile: non arrivare neanche a darsi delle scuse. Non arrivare neanche a dire a sé stesso che c’è questa cosa da fare, che c’è una parte di te che è contenta di farla, che facendola capirai qualcosa (scrivere spesso serve a pensare). Semplicemente fai finta che questa cosa non esista. L’hai appuntata su un quaderno, magari, come a dire che è qualcosa che in futuro dovrai/potrai/vorrai fare, ma gli appunti sui quaderni sono fatti per essere smarriti. In questa fase preliminare, non cerchi neanche una scusa: questa cosa appartiene al tuo futuro. E visto che non sappiamo nulla del futuro, è una cosa che non ci appartiene.

Si chiama “inversione temporale delle preferenze”. Siamo a dieta. È deciso. Faremo la dieta. Al mattino siamo davvero rigorosi: solo un succo di pompelmo e due biscotti, come dice la dieta. Poi però arriva il pranzo. Ed è un pranzo di lavoro. Finiremo in un bel ristorante. Non potremmo certo mettere a disagio il nostro ospite. E poi che bel menù. Mi permetterò una carbonara, solo per oggi.

Ecco l’inversione temporale delle preferenze: preferire cioè l’opzione meno vantaggiosa in quanto imminente e meno faticosa. Farsi dunque affascinare dalla gratificazione più immediata possibile. Gratificazione, però, che, alla lunga, non ci farà contenti.

Quando si supera questa fase, e si arriva all’altra, cioè a quella in cui ci si dà delle scuse, vuol dire che il nostro “compito” sta oramai emergendo. Si è preso del tempo per spuntare fuori, o per essere abbattuto per sempre.

Nel momento in cui sono qui, che scrivo, e mi ripeto che scrivere aiuta a pensare, mi chiedo quale fosse la mia opzione vantaggiosa e perché. Quale era la mia carbonara? Ora lo so: la mia carbonara era non fare assolutamente niente.

Parlare del coronavirus, ora, è come aggiungere la legna al fuoco: fare ardere dentro la preoccupazione, il timore, l’ansia.

Altro motivo per cui cercavo di sfuggire a questo momento è quello tipico dell’uomo vittima di inversione temporale delle preferenze: a chi mai interesserà come io sto vivendo il coronavirus, cosa ne penso, come scrivo, chi sono? Non ha alcun valore, e quindi è meglio non preoccuparsene. Nascondersi. Non aggiungere la legna al fuoco della preoccupazione. Scrivere d’altronde, come pensare, può essere proprio questo: mettere le mani dentro il camino.

Ora, mentre scrivo, mi chiedo allora che cosa significhino questi giorni, queste settimane. Per chi soffre meno, per chi ha la fortuna di poter stare in casa, e non in un ospedale, forse un piccolo significato può emergere.

Siamo pieni di codici di comportamento abituali. Giudichiamo continuamente nostra madre o i nostri amici, perché, che so, sono “poco sensibili”, “sciocchi”, “ignoranti”. Apriamo WhatsApp come fossimo gatti con le fusa. Laviamo i piatti, ma non li asciughiamo. Sempre gli stessi gesti, da tempo.

A guardarci indietro, forse, potremmo vederci sempre uguali a noi stessi. Sempre le stesse piccole frenesie. Sempre la paura di perdere le chiavi di casa, sempre la paura che arrivi una multa. Da quando abbiamo superato l’adolescenza, siamo sempre uguali, questa è l’impressione.

Per alcuni psicologi, i tratti della personalità dei bambini tra i tre e i sei anni si sviluppano in modelli di comportamento che durano per tutta la vita. Questi modelli vengono poi rafforzati dall’ambiente che rispecchia e rafforza questi tratti. Dunque: si costruisce una maschera e poi si indossa quella maschera.

Passano altri anni e quella maschera è diventata carne viva sul nostro viso.

In seguito all’influenza degli amici e della famiglia, quella maschera diventa il “vero io”. Siamo esattamente come gli altri ci vedono, in pratica.

Naturalmente, non del tutto.

A un livello più profondo, al di sotto della mente razionale, c’è la maggior parte del nostro essere, tutta la zona coperta dalla maschera. Un pensiero, di notte, ci fa dubitare della nostra autenticità: siamo proprio cosi? Sono proprio questo? E se fossi quell’altro? Non sappiamo rispondere, però. E dato però che non sappiamo rispondere, lasciamo tutto come prima, finiamo per non fare niente.

Questi giorni molto difficili, questi giorni in cui vediamo persone ammalarsi, morire, forse, mi dico, potrebbero anche darci questo: tentare di cambiare. Cambiare anche una piccolissima cosa, solo un piccolo gesto. Quando ci svegliamo, controlliamo lo smartphone? Domani no. Tutt’altro.

Fare uno sforzo e strapparci la maschera che abbiamo sul viso, almeno un piccolo pezzo. Smetterla con le inversioni temporali delle preferenze. Oppure seguirle, ma con convinzione.

Cascare nel vuoto, se serve.

Andare a scoprire, nient’altro che un nuovo mondo: il mondo che c’è sotto la maschera.

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Stefano Valenti26 marzo 2020

Questa notte ho sognato di essere in quarantena. La paura ha colonizzato l’inconscio collettivo.

Preparo da tre anni un romanzo intitolato Cronache della sesta estinzione. È la storia di un uomo che perde tutto e finisce col vivere in strada dove conosce un uomo che non ha mai avuto niente (ed è al contempo la storia di un uomo convinto di essere il responsabile della prossima estinzione). Non è un romanzo distopico, perché, come dice un amico, la distopia ormai la fanno gli autori che scrivono romanzi d’amore.

Ho abbandonato l’epicentro di tutti i virus, Milano, molti mesi fa, in epoca non sospetta. La casa in cui ora mi trovo (ho chiesto asilo politico a Bologna) era pronta ad accogliermi.

La mattina guardo dalla finestra il prato davanti casa. Il ciclo delle stagioni è infine mutato come se per la nuova crisi la fioritura sia stata anticipata. Cerco nomi da dare a quei fiori. Tarassaco, anemone, ortica, margherita e ranuncolo. Fin da febbraio nel prato hanno iniziato a germogliare e hanno portato il colore sempre più in alto. E, ogni mattina, pare che i fiori siano stati messi lì la mattina stessa, posati nel terreno fin già coi loro gambi; pare che le macchie di colore siano disposte con tale maestria da far credere siano state disposte in base a calcoli impenetrabili.

Questa mattina sono intento a riconoscere valore a quanto fin qui accaduto. Penso che questa crisi sia l’ennesima dimostrazione del fallimento politico, economico e sociale, proprio come lo è la minaccia della catastrofe ambientale. Penso che gli sforzi per prevenire una simile catastrofe hanno messo in ombra la ricerca delle cause. Penso che la decrescita sia diventata un obbligo se vogliamo sopravvivere. Ma presuppone una civiltà diversa. Senza questa premessa il collasso potrà essere evitato soltanto con restrizioni, razionamenti e distribuzione controllata delle risorse, tipiche dell’economia di guerra. Penso sia necessario uscire dal capitalismo. Le uniche incognite sono i tempi e il modo. In modo doloroso o indolore. Già vediamo gli effetti di una uscita dolorosa. Un’uscita indolore invece non viene nemmeno presa in considerazione.

Penso che il compito di un autore sia prefigurare questa civiltà diversa, questa uscita indolore.

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Simona Baldanzi30 marzo 2020

Apro gli occhi e penso, anche stanotte né scosse e né tosse. Mi sveglio ogni mattina così. C’era stato il terremoto a dicembre e ci eravamo stretti per la paura delle nostre case traballanti. Adesso dobbiamo stare distanti e la paura si aggira fuori casa. Una schizofrenia di paure con cui abbiamo dovuto fare i conti qua a ridosso dell’Appennino.

Non ho avuto molto tempo di elaborare, di leggere, di scrivere in queste settimane, c’era solo il tentativo urgente e maldestro di mettere in sicurezza chi sta lavorando, il far chiudere il più possibile e non essenziale, il limitare i rischi ovunque.

Lavoro per la Camera del lavoro di Prato, sono una rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. Come si può fare? Come farlo ora e tutto insieme? In Italia si muore sul lavoro in tre o quattro al giorno, come possiamo diventare eccellenze sanificate istantanee?

Lavarsi spesso le mani, una cosa piccola e banale. Li conoscete i cantieri, i capannoni, i magazzini, le fabbriche, i furgoni, i treni, i cessi di chi lavora? Catapultati in lotte ridicole eppur vitali come chiedere il sapone, i disinfettanti, i plexiglass, i guanti, le mascherine. Improvvisamente lottare a distanza, senza assemblee, senza scambiarsi strette di mano, senza condivisione di sguardi fuori dagli schermi, chiedere ovunque un’organizzazione del lavoro con turni ridotti, con la distanza e la rarefazione di presenze, con la conciliazione della vita fuori, rafforzare il lavoro in ospedale e di cura.

Non dovevamo aver già lottato prima e meglio per tutto questo e per non ritrovarci così impreparati? Un uragano di telefonate, mail, chat, videoconferenze, videochiamate, decreti, protocolli, interventi, risposte da dare, protezioni da costruire e reperire. Proteggere pelle e nervi degli altri, problemi che provi a spazzare, ma come i coriandoli, te li ritrovi ovunque, anche nelle mutande.

Fin da ragazzina mia mamma mi diceva che in casa avevo i pruni, perché stavo sempre fuori. La mia vita è sempre stata fuori, è difficile pensare che lo spazio privato possa proteggermi più dello spazio pubblico. In realtà gli spazi che ci stanno curando sono proprio quelli pubblici come gli ospedali, i centri di ricerca e gli scienziati, la protezione è un ambiente liberato dalle nostre tossicità e frenesia, i luoghi sono tornati a chi li vive nei pressi.

Oggi ho sbucciato tre kiwi, piccoli e succosi. Li ho mangiati alla finestra guardando il ciliegio. Mio babbo si prende cura di un pergolato di kiwi e quando sono andata a portare la spesa ai miei per evitare a mia mamma di uscire e stare in fila al ghiaccio, che qua pure è nevischiato, ho fatto un bottino di kiwi, ma anche di conserve, marmellate, verdure sottolio. Non è difficile salutare i miei a distanza, senza abbracciarsi, noi non siamo mai stati avvezzi a smancerie. Non avrei mai creduto potesse essere un vantaggio la ruvidità. Sul ciliegio si è posato un merlo. Mi è parso che controllasse i rami: devono ancora sbocciare i fiori, per i frutti bisogna aspettare. Se ne è andato, ignorandomi.

Fuori le specie animali e vegetali vivono meglio senza di noi. Noi coltiviamo piccoli desideri, alcuni nuovi, altri vecchi, altri ancora interrotti. Scaviamo pozzi segreti da cui tirare fuori risorse e unguenti e tunnel per evadere. Vale la pena sopravvivere a questa pandemia per vedere la fine della miseria umana e del sistema economico fondato sul profitto che ci ha ammalato, affamato, isolato. Vale la pena sopportare la solitudine credendo che i ragazzini costretti in piccole stanze nei condomini popolari senza giardino stiano già costruendo una lingua nuova per un mondo nuovo, giusto e sano. Vale la pena aspettare che il merlo torni e si mangi ciò che gli spetta, ignorandomi.

Immagine di Nici Keil da Pixabay

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