La letteratura nell’epoca delle previsioni

di Giorgio Mascitelli

La nostra vita è costellata di previsioni che condizionano in maniera sempre più vincolante  il presente. Dalle simulazioni demografiche alle variazioni del PIL e del debito pubblico, dagli elenchi delle professioni più ricercate tra dieci anni fino a quelli delle prossime scoperte e invenzioni, anche le statistiche e la divulgazione scientifica incorporano sempre più futuro.  Questa attività previsionale, nelle sue forme ufficiali, è rivolta sempre a fenomeni singoli, a differenza dello storicismo ottocentesco che mirava a cogliere leggi e tendenze generali,  ed è basata su metodi quantitativi, calcoli e misurazioni di vario genere, quest’ultimo aspetto  la distingue da alcune forme previsionali dell’antichità come l’aruspicina. Un altro aspetto che differenzia l’attuale forma di previsione è che le teorie in base alle quali essa è formulata sono falsificabili. Proprio qui sorge un primo problema concreto relativo all’ambito economico, che per più di un motivo occupa una posizione di assoluta centralità nelle nostre società, nel quale tutta una serie di operazioni finanziarie compiute da governi e da privati deve ricorrere per obbligo di legge all’attività previsionale di specifiche istituzioni, solitamente private. E’ evidente pertanto che, laddove sussiste un obbligo di legge nel ricorrere a previsioni formulate secondo certi modelli teorici da istituzioni autorizzate, questi non possono essere falsificati, se non andando contro la legge. Infatti l’attività del soggetto autorizzato per legge a compiere previsioni non è posta sullo stesso piano di quella dei falsificatori e, finché la legge glielo permetterà, potrà riproporla senza discutere alcuna obiezione, mentre naturalmente un’attività critica di questo genere presuppone una comunità tra pari per svolgersi liberamente. E’ questo il caso, per citare quello più significativo, delle agenzie di rating che nelle loro previsioni, a fronte di numerosi errori di fatto e di pesanti e circostanziate contestazioni del loro impianto teorico, continuano a esercitare la loro attività secondo le prerogative che la legge loro attribuisce.

Questa situazione, assolutamente inedita nella modernità perlomeno nelle democrazie, ha anche delle ricadute su tutte le forme di discorso pubblico. In primo luogo si assiste all’uso di gerghi specialistici in funzione enfatica: è il caso di quella che Jean Paul Fitoussi ha chiamato la neolingua dell’economia, chiamando così la tendenza a ribattezzare con nuovi termini concetti e fenomeni già conosciuti per impedirne il riconoscimento,  come accadeva in 1984 di Orwell. Altrettanto importante è la tendenza della discussione a privilegiare nuove previsioni rispetto alla verifica dell’attendibilità di quelle precedenti ( in altri termini l’oggetto principale del discorso nel 2019 saranno le previsioni per il 2020 e non la verifica della correttezza di quelle del 2018 relative al 2019): tale tendenza finisce con il produrre l’impressione nel pubblico di un’inesorabilità delle previsioni nel descrivere attendibilmente il futuro e con il trascurare tutti quegli aspetti del presente che non sono oggetto di previsione. Un’altra più complessa  potrebbe essere chiamata la performatività indiretta della previsione. Infatti assistiamo al proliferare nel discorso pubblico di previsioni che, sebbene non formulate secondo quei crismi che ho esposto sopra e magari riguardanti ambiti diversi dall’economia, finiscono con l’orientare pesantemente comportamenti nel presente. Producono un tale effetto, ovviamente, solo quelle previsioni che provengono da individui o istituzioni autorevoli ossia in possesso dell’autorizzazione legale o simbolica di fare previsioni. E’ il motivo per cui assistiamo all’intervento di economisti anche in ambiti di dibattito quali l’istruzione, la sanità o la tutela dell’ambiente che non sarebbero nelle loro competenze, anzi proprio in questi ambiti le previsioni per il futuro sono la fonte di comportamenti e scelte presenti. Per spiegare questo particolare situazione bisogna ricordare che i performativi nella teoria degli atti linguistici è una classe di verbi esecutivi che nel momento stesso in cui vengono enunciati realizzano l’azione ( per es. “Vi dichiaro marito e moglie”), tuttavia nota Emil Benveniste ( Problemi di linguistica generale, trad.it. 2010, p.327) che i performativi non sono definibili solo con categorie logiche e grammaticali, ma dipendono anche dalle circostanze sociali concrete extralinguistiche nelle quali sono detti: per esempio se non è un pubblico ufficiale autorizzato a pronunciarle, “Vi dichiaro marito e moglie” sono semplici parole in libertà. Possiamo quindi osservare che nella nostra società anche i verbi previsionali si comportano come dei performativi. Così parole come “Prevedo che il sistema sanitario pubblico sarà entro breve tempo al collasso” diventeranno un atto linguistico, non in senso rigorosamente logico, ma indirettamente in quanto causa di conseguenze pratiche, se a pronunciarle sarà chi è autorizzato a far previsioni.

Questi esempi, a mio avviso, dimostrano che la previsione è ormai diventata una procedura che regola l’ordine del discorso con molta più efficacia di altre tradizionali, quali la censura o l’interdetto, perché organizza il discorso intorno al principio d’autorità senza però un’azione esplicita di divieto da parte dell’autorità in questione, cioè celando l’esistenza di questo principio. Infatti la previsione esclude quegli elementi di cui non vuole parlare semplicemente rendendoli irrilevanti come privi o non degni di futuro.

Benchè questo stato di cose non abbia a che fare direttamente con la parola letteraria, essa in qualche modo ne risente. La parola letteraria è quella che nel corso della modernità mantiene un rapporto con la parola profetica, già scomparsa all’inizio della modernità e sostituita dall’utopia, anzi in un certo senso è propria la modernità letteraria a realizzare pienamente l’accezione biblica del termine profezia, che non è quella di predizione del futuro, ma  è la critica del male presente nel mondo, in particolare “la profezia nell’Antico Testamento rappresenta sostanzialmente la contestazione del potere politico e sacerdotale dominante da parte di un personaggio escluso o – diremmo oggi- esterno al sistema, che sa leggere i segni del tempo aldilà degli interessi consolidati e rappresenta la voce di Dio per la condanna dell’ingiustizia e la proclamazione di un cammino di redenzione, di pace e di salvezza del popolo ebraico” ( Paolo Prodi Il tramonto della rivoluzione, 2015, p.29). E’  per esempio la condizione del flâneur baudelairiano, che Benjamin mette all’origine della poesia della modernizzazione capitalistica, quella che evidenzia meglio l’eredità della parola profetica nell’accezione sottolineata da Paolo Prodi.  Chi è infatti il poeta flâneur, se non colui che per la sua oziosità e quindi marginalità al sistema produttivo diventa acuto osservatore critico della società del lavoro capitalistico e per la sua radicale malinconia implicito portavoce di un’altra vita e, talvolta di un’idea utopica di giustizia? Questa eredità della parola profetica  nella letteratura non è uno stile né un genere di discorso né tanto meno una serie di contenuti impegnati, ma è la posizione, sociale e morale, da cui lo scrittore fa partire il proprio discorso ed entro la quale organizza la propria esperienza. E’ insomma la condizione simbolica entro cui si trova a operare lo scrittore. Nella fase postmoderna questa eredità della parola profetica viene liquidata sia perché assistiamo alla fine dell’utopia, e con essa di ogni altrove possibile, sia perché contestualmente il successo di mercato diventa l’unica forma socialmente accettabile di legittimazione di un’opera letteraria. Naturalmente questa forma di legittimazione è secondaria e subordinata rispetto a quella principale di chi detiene l’autorità per fare previsioni, ma è l’unico modo in cui la parola letteraria può ambire a una considerazione pubblica. Per tutto il resto la parola letteraria diventa parola privata.

Quest’ultimo fatto è però meno drammatico di quanto possa a prima vista sembrare o perlomeno è una sorta di mal comune. Man mano che si realizza quell’ordine del discorso che vede nella previsione il suo dispositivo principale non è solo la parola letteraria che diventa privata, ma ogni discorso che non è compreso nel meccanismo di previsione. I poeti si lamentano ( per la verità da parecchi secoli, ma con più frequenza negli ultimi anni) che la poesia non conti più nulla, ecco si può dire che sotto questo aspetto, e solo sotto questo aspetto,  ogni forma di discorso si poetizza a fronte dell’inesorabilità della previsione.

In realtà la parola letteraria può conservare in sé una traccia del suo precedente statuto pubblico nella letterarietà ossia nell’inserirsi consapevolmente in una tradizione. Questa formula astratta significa nello specifico che opere che dialogano testualmente in forma diretta o allusiva con la tradizione del passato, dell’epoca in cui la letteratura era un discorso pubblico, potranno essere riconosciute nel futuro come la continuazione di un discorso in un’epoca che sembra averlo cancellato. Questo elemento di letterarietà non è così trascurabile perché ha in sé uno spirito storico in rottura con il presente e di consapevolezza che ciò che è passato non è del tutto passato, ma si rivela una possibilità alternativa del futuro. Esso può essere già oggi in embrione una forma di discorso pubblico di un futuro non prevedibile.