Su “Antiprodigi e passi falsi” (Transeuropa, 2011) di Gilda Policastro

di Paolo Godani

I prodigi contro cui si scaglia la poesia di Gilda Policastro non sono semplicemente gli eventi insoliti o “contro natura”, miracoli/mostri con cui tradizionalmente li si confonde, ma sono i segni di un radioso futuro, di un’età dell’oro a venire. Fedele all’antiprogressismo leopardiano, la prima parola del titolo di questa silloge sembra assumere dunque una postura morale che contrasta vigorosamente le illusioni futuriste, volontariste del presente.

Nonostante l’impegno militante che l’autrice ostenta in veste di critico letterario, la voce di Policastro, in poesia, si sente decisamente radicata nel tessuto di un’esperienza esistenziale, prima che storica e politica. Così, l’antiprodigio diventa resistenza di fronte alle illusioni della vita come tale, e l’opposizione al futuro risuona in un litanico desiderio di ritornare (“Senza illusioni  Già pronti al / ritorno”, in Hora) alla pace di un prima della nascita, di un dopo della vita. Non stupisce che Policastro, dopo Il farmaco, recuperi qui, a suo modo e a suo tempo, l’arida verità del saggio Sileno che a re Mida implorante risponde: il meglio per l’uomo è “non essere nato, non essere, essere niente. Ma la cosa in secondo luogo migliore è morire presto”. Né che il desiderio estatico di non essere, di uscire dalla catena delle cause, del tempo, della ripetizione (“insieme se ne vanno / il prima e il poi, / la causa con l’effetto, / sparire, andare, / tornare / si fa // così:”, in Torti) si declini come pulsione di un ritorno al grembo materno (“Voglio chiudermi dentro come una cuccia / d’ovatta”, in Per L.), essendo il tema della madre, con quello della malattia e della morte, uno dei fili conduttori più certi della silloge.

Stupisce, invece, la consapevolezza con cui l’autrice si mostra capace di rovesciare la voluttuosa insistenza della descrizione mostruosa (frutto di una formula, “Dove si macella e si squarta, lì si cura”, che traduce forse l’hölderliniana “dove c’è il pericolo, là cresce anche ciò che salva”) in affermazione del non vivere come unica possibile forma di resistenza ad una vita mortifera. È forse in questa direzione che nel titolo, accanto agli antiprodigi, sono posti i passi falsi dell’omonima poesia, dato che questa si conclude in orgogliosa solitudine (prima auspicando fidanzamenti e sposalizi, passi falsi appunto, per poi negarsi e rimandare l’esito dell’aborrito prodigio) con un “they sleep, I live!. Paradossale identità di vita e morte, dove l’assenza di sensazione, il “non si sente niente” (in Hora) di chi resta (e non ritorna) “senza aspettare, senza / andare” diventa la condizione comune di chi rimane a terra (“Probabilmente non tanti, ma qualcuno sì, qualcuno è a terra, così, / steso / coi palmi delle mani che aderiscono al pavimento”: ancora Hora). Paradossale analogia di vita e no, là dove il levigato addome dell’anoressica e il rifiuto del ventre gravido, “il corpo di lei / svuotato”, s’identificano nel fascino immacolato di un non ancora.

8 Commenti

  1. Mi chiedo pacatamente, ma sinceramente: questo testo è stato creato da un generatore automatico, tipo il polygen? Perché se è uno scherzo, OK. Ma se lo scopo autentico è far capire, o incuriosire, o stimolare alla lettura dell’opera recensita, mi sento veramente esclusa dal manipolo di eletti che lo apprezzeranno.

  2. p.s. ciò detto… non vorrei dire… ma a me il testo non sembra tanto incomprensibile… non so se sia attinente al libro perché questo
    non l’ho letto, ma non trovo il discorso particolarmente oscuro né lo stile particolarmente arduo. tanto che, guarda un po’, mi scuso per la battuta di sopra! si legge continuamente (anche qui) di molto, molto peggio.

    enna

    • Figurati enna..certo hai ragione,
      che ne dica Resa a me pare fin troppo banale il contenuto, al punto che lo stile mi sembra sovra esposto, e la discrasia mi fa dire “non ho capito”… forse basta mettere il tutto in equilibrio.
      Almeno che Godani non abbia voluto furbescamente ingolsire il lettore, tanto da far dire: “bé micompero il testo e cerco di capirci qualcosa da me”.

      E’ plausibile, ma non conoscendo l’indole del professore, come lo si fa a dire?
      ..limitiamoci a commentare con i mezzi e le informazioni che abbiamo ;O)

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