Atti impuri: n° 4 & 5

14 maggio 2013
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Si parla del numero 5 in uscita e si presenta un’intervista ad Aldo Nove dal numero 4 già uscito…

Dopo le prime 4 uscite cartacee che hanno preso vita grazie alla collaborazione dei migliori scrittori attivi oggi in Italia (come Nanni Balestrini, Tiziano Scarpa, Giorgio Vasta, Aldo Nove, Raul Montanari, Maurizio De Giovanni, Laura Pugno, Giorgio Falco, Antonio Rezza, Ernesto Aloia, Luca Ricci, Tommaso Ottonieri e molti altri), Atti Impuri approda finalmente al numero 5 con la collaborazione di Miraggi editore.

Il quinto volume inaugura inoltre un nuovo corso della rivista, che a partire da maggio si presenterà in una veste più agile, ma soprattutto diventerà bimestrale.

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BASTA EGO, VIA

conversazione con Aldo Nove

Da qualche parte Carver ha scritto che esiste più affinità tra una poesia e un racconto piuttosto che tra un racconto e un romanzo. Condividi questo punto di vista?

Sì, lo condivido, ma in modo molto personale, nel senso che non credo sia una regola generale. Io come Carver sono sempre stato più legato alla poesia che non alla narrazione lunga, al romanzo. Minore è la quantità di materiale che devi gestire, più è possibile avere un approccio estetico – quindi anche tecnico, sintattico e lessicale – più attento. Se devi gestire sei pagine hai un rapporto diverso rispetto a cinquecento pagine. Mi sembra abbastanza ovvio.

Questo ha anche che vedere con la fruizione del lettore?

No, non penso al lettore. Vale proprio il principio di quanta intensità, concentrazione, tecnica c’è nei cento metri piuttosto che nella maratona. È proprio un’altra forma di disciplina, molto più concentrata in ogni suo minimo passaggio. Il lettore deve avere più disponibilità nella fruizione continua. Il romanzo è anche svagante, divertente, rilassante. Si parla di “romanzo d’evasione”, “racconti d’evasione”. Il tutto poi si esplica anche nell’impegno per il testo. La poesia ha proprio un suo valore specifico dato anche dalla sua brevità. Nel romanzo – un bel romanzo – ti perdi, sono talmente tante le cose che ci sono dentro che inevitabilmente diminuisce anche la concentrazione linguistica. Altrimenti diventa un romanzo sperimentale. Tipo Horcynus Orca, una specie di roba di culto, sacra. Io amo il racconto, sono malato di linguaggio. Ho un rapporto talmente intenso che faccio fatica già mentalmente ad affrontare le cinquecento pagine. Adoro la forma breve, riesco a gestirla. Non mi interessa la trama, chi è stato l’assassino, per capirci. Penso sempre che non sono un avvocato, non sono un pubblico ministero, non mi interessa. Sarà stato qualcuno, qualcuno sarà stato. Oppure si è suicidato. O è caduto.

I tuoi punti di riferimento rispetto alla narrativa breve?

Malerba, per esempio, è uno che è passato dalla forma breve a quella lunga, anche con una ricerca sul linguaggio simile alle cose che scrivevo io. Borges, mi viene in mente, ci sono dei raccontini simili ad aforismi filosofici, no? Però con il gusto per l’affabulazione. Il racconto breve diventa così anche un escamotage per l’interazione di forme d’espressione diverse, e sicuramente dà la possibilità di giocare, di sbagliare. Oppure Charms, Casi, cosa sono quelle robe lì? In realtà a volte sono anche barzellette, no? Barzellette demenziali dada. La forma non poteva che essere il racconto breve. Con un romanzo non ce l’avrebbe fatta. Quando Breton prova a fare romanzi, con Nadija, o come minchia si dice, non ce la fa, diventa roba per studenti di lettere. Il romanzo sperimentale è una brutta bestia.

In Italia la forma breve non funziona, soprattutto editorialmente parlando…

Eh, appunto, perché il romanzo ti prende e ti porta via, per usara il titolo di uno che sa scrivere romanzi. Il fatto di dover ogni volta rifocalizzare l’attenzione… come se tu, davanti alla televisione, invece di lasciar scorrere le immagini, un po’ da miope dovessi riconcentrarti in un modo differente. È impegnativo. Per me non lo è assolutamente, perché ho un rapporto perverso con la lingua. Per la fruizione media di massa è importante perdersi in un clima che ti permetta un’evasione costante. Pensa al fantasy, o al romanzo d’amore: il motore non deve far niente, appena finisci lo ritrovi lì dov’era. Invece nel racconto non sei soddisfatto della pagina, è una sega breve, una roba da cinque minuti. Il romanzo dura venti giorni, è una relazione. Almeno questa è la mia interpretazione. Io leggo poesia, saggistica, classici. Il romanzo tradizionale, invece… A parte in qualche caso, penso a Murakami che è molto lirico, ma tantissimo. Cioè, in sé la forma romanzo non mi interessa. La mia compagna, che legge tantissimo, dice sempre “Leggi questo, leggi quest’altro romanzo…”, non la cago mai, non ce la faccio.

E nel tuo caso, come sei passato dalla poesia al racconto?

Non sono mai passato. Cioè, l’ho fatto in modo truffaldino, quando Balestrini mi ha detto “Scrivi di seguito”, e io ho iniziato a farlo. Poi dopo subentra nella revisione una certa attenzione alla narratività, nel senso di rendermi conto se è legittimo aspettarmi che uno vada avanti a leggere o no. Lo sviluppi anche un po’ a istinto, cioè te ne accorgi quando gravi troppo il lettore con certi elementi. Tipo con la verosimilità, che è una cosa comunque bizzarra perché ci sono situazioni assolutamente folli che per il contesto sono verosimili. So che non posso stare dentro un certo numero di lettori quando non c’è una certa alchimia. Però mi rendo conto anche quando non posso averne nessuno. Ci vuole una credibilità del testo nel farsi leggere. Quando fai un libro non sai quanti ti leggeranno, se avrai successo o meno, ma questo dipende da molti fattori. Però ti rendi conto se ci sono delle cose che vanno o che non vanno, proprio nel senso dell’andare avanti.

Quindi ti capita di pensare anche al tuo “lettore tipo”?

In ultimissima fase sì, anche perché in qualche modo lo sto scrivendo per loro. Però mentre scrivo non posso pensarci.

Qual è per te il rapporto tra linguaggio e realtà?

Bisogna sgomberare proprio a livello terminologico il rapporto tra linguaggio e sincerità. Moccia funziona perché è sincero, lui ci crede a quelle robe lì. Milo De Angelis crede a quell’altra roba là. Quindi sicuramente uno scrittore deve innanzitutto essere sincero. Il rapporto con la verità invece è molto molto più difficile. Se uno sinceramente crede in stronzate neocattoliche assurde, quella è la sua verità, e allora qual è la Verità? Anche la realtà è molto difficile perché siamo a vari livelli di realtà, e di realtà nella realtà. Parlo del mondo distorto in cui viviamo, quel mondo che Pasolini avrebbe rinnegato completamente perché non esiste, o parlo della realtà dei contadini eccetera? Se sei un fotografo realista il tuo è pur sempre un punto di vista, no? Quindi sicuramente uno scrittore può essere sincero e può lavorare sulla realtà, ma la verità non lo so, chi si autoproclama profeta che ti propone la verità. Uè, sono serio, mi piacciono le domande, sono serio.

A proposito di questo sovrapporsi e intrecciarsi di realtà, credi che la poesia intervenga per riportare un ordine o per riportarci a quel disordine dove eravamo già stati?

La poesia produce ordine, ma un ordine frattalico, muovendosi all’interno di una geometria che non è euclidea, ma è assolutamente incasinata. Certo che se tu non hai dei principi d’ordine con i quali muoverti non ti muovi, inciampi, fai un puttanaio. Devi dare una disciplina anche improvvisata. Perché oggi non va l’avanguardia? Perché c’è troppo casino, siamo tutti incasinati, prova a guardare un telegiornale. Generando altro caos si va al rumore bianco. Siccome siamo già in prossimità del rumore bianco… Poi sembra che sia un giudizio morale, o di scelta, o di gusto, invece no, io amo l’avanguardia, ma oggi non so se ho voglia di mettermi a leggere un libro che non si capisce niente…

Ma in ogni caso una seppur minima attenzione del pubblico alle esperienze di ricerca sul linguaggio resiste comunque…

Certo, ci mancherebbe altro. Non dimenticherò mai una cosa che scrisse Nanni Balestrini cinque o sei estati fa su Liberazione, proprio un inciso in cui diceva che la poesia, come del resto i coltivatori di orchidee, i collezionisti di pipe, riguarda un’élite, poi c’è tutto un livello, molto più diffuso, di uso indiretto e spurio di componenti della poesia che sono popolari. Penso che Jovanotti, a questo livello, sia molto molto alto, proprio a livello mondiale. Però sono elementi della poesia che lui mette nella canzone, che è un’altra forma d’espressione. Ma Milo De Angelis lo leggono in due o tremilla. Molte cose iperpop della Merini… in giro ci sono tante di quelle stronzate… lei al telefono dettava laqualunque, e purtroppo molte sue cose diventate famose sono delle cazzate totali, poi lei invece era una poetessa davvero tosta.

Ti sei sempre affidato molto alla contemporaneità, a tic linguistici molto precisi e legati al tempo in cui sono nati e infine morti. Oggi che quel lingaggio è andato oltre…

Io uso molto come laboratorio facebook. Molte case editrici mi hanno già chiesto se ho voglia di fare un libro tipo con gli “stati”, quindi c’è anche una specie di riconoscimento degli addetti ai lavori di questo mio… Il linguaggio è la cosa più viva che ci sia, è come la carne. Cioè la carne è brulicante di robe, muore, arrivano i microorganismi, è una cosa assolutamente vitale e in evoluzione… adesso stiamo vivendo in un momento particolare in cui si sta andando verso forme molto complesse, tutto in fieri, no? Nel momento in cui tu lo fotografi, domani sarà comunque già un’altra cosa. È un corpo a corpo del linguaggio, sempre, tutti i giorni, è molto appassionante.

Ma tu come ti rapporti in un tipo di lavoro del genere?

Con la velocità. Come usare un linguaggio veloce in un contesto del genere? Si tratta di adattare ad esempio anche la polisemia che permette diverse risposte. Io vedo molto il lavoro su facebook come una forma rapidissima di ping pong: lì ci sono delle regole, il tavolo è quello, va tutto velicissimo e devi stare molto attento a come calibri i generi. Se tu fai uno status o lasci un messaggio comico, o serio, o altro, non devi essere mai troppo pesante o vincolante perché lì tra l’altro la velocità implica anche scarsa attenzione. Quindi devi essere molto stringato, come se fossero dei pattern linguistici pa pa pa pa, che ti permettono uno sviluppo. L’aspetto più interessante comunque è che si tratta di una scrittura dialogica, cioè tu servi a qualcun altro, come nella dialettica appunto, una costruzione insieme, solo che questo qualcun altro non c’è, ovvero può essere chiunque. Devo solo un po’ sminuire l’ego, perché se mi metto lì a dire “Adesso ti devo spiegare le robe”, in questo modo va tutto a puttane. Basta ego, via. Stiamo diventando tutti cinesi.

Uno dei principi cardine di facebook è appunto l’ego…

Eh, ma è tutto falso, è una finzione. Una finzione sociale ma anche linguistica, un laboratorio linguistico ricchissimo. Poi al momento non saprei come sfruttarlo, questo laboratorio. Cioè, sfruttarlo… diciamo che lo studio. Non è questione di comunicazione, cosa vuoi comunicare su facebook? Se è uno scambio serio allora passo in privato, via mail. Lì è una vetrina. Mi incuriosisce molto anche twitter, ma tutti e due non ce la faccio, mi salta la testa.

Simmel: “Tutto ciò che si può provare si può anche contestare”. In qualche modo ti ritovi in questo approccio?

Assolutamente sì. Il tempo ti obbliga a vedere le cose da prospettive diverse. Le cose di cui ti eri innamorato, magari ti disamori… Ogni volta che ti metti a guardare una cosa, quella cosa cambia. Hegel diceva che il più grande problema della filosofia è tener fermo il morto. A parte perché il morto è vivo, il cadavere è la cosa più viva che ci sia. E poi proprio perché continua a cambiare. È bello anche poter contestare te stesso. Ripeti le cose e le rivaluti.

E rispetto a quest’idea di riconsiderare le cose fatte, ti capita mai di ripercorrere il tuo passato da scrittore?

Io non mi riguardo indietro, non mi rileggo. Cerco di stare assolutamente qui oggi, nel presente. Non so se è giusto. Delle volte magari qualcuno mi riporta a cose passate, ma tanto sono dentro di me, no? Cerco sempre di stare nell’oggi.

(estratto da “Atti Impuri”, n. 4)

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6 Responses to Atti impuri: n° 4 & 5

  1. véronique vergé il 14 maggio 2013 alle 19:54

    La poesia scandisce il tempo eterno della scrittura.
    Unisce il fuggitivo e la lentezza di una meditazione.
    La meditazione della lingua.
    Il tempo di una nuvola in viaggio.
    E’perfezione della goccia d’acqua.
    Riflessi del mondo.
    Una sola parola stonata, la poesia muore
    o non spicca il volo.

    Il romanzo ha più di libertà. Ritrova la vastità del mondo dell’ infanzia.
    Scrivere un romanzo è un’avventura.
    Scrivere una poesia è rito di iniziazione.

  2. Gianni Montieri il 15 maggio 2013 alle 10:14

    molto bella questa intervista

  3. Lalo Cura il 15 maggio 2013 alle 15:12

    Proprio una gran bella intervista, non c’è che dire, ha ragione il buon Montieri: risposte mai banali, totalmente bandito il luogo comune e, soprattutto, tutta la modestia innata del maestro che sa riconoscere i meriti dei tanti discepoli allevati negli anni con l’esempio della propria opera…

    Malerba (…) è uno che è passato dalla forma breve a quella lunga, anche con una ricerca sul linguaggio simile alle cose che scrivevo io.

    Sic (!) transit gloria (im)mundi.

  4. jurij il 18 maggio 2013 alle 22:33
  5. “atti impuri” n. 5 | slowforward il 29 maggio 2013 alle 07:13

    […] da Nazione indiana […]



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