il silenzio dei vivi

Gabriele Del Grande da ⇨ Fortress Europe

Forse, la verità è che per cambiare il racconto della frontiera non servono altri esperti. Ma servono racconti, servono storie, servono soggetti. Possibile che ancora non abbiamo visto un’intervista ai superstiti? Che ancora non abbiamo sentito le parole dei loro cari che li aspettavano a braccia aperte nelle città di mezza Europa? Possibile che non sappiamo niente del lutto che ha colpito i quartieri di Asmara per i suoi trecento figli ingoiati dal mare?

da ⇨ Il silenzio dei vivi, la fabbrica dei luoghi comuni e quelle storie che cambieranno l’estetica della frontiera

da ⇨ Audiodoc
Guerra nel Mediterraneo
Dalla Cap Anamur a Frontex e ai nuovi campi europei
Un documentario di ⇨ Roman Herzog
Durata 77’39 Anno 2008
© Roman Herzog
per informazioni, richieste CD e preseaioni: roman.herzog@virgilio.it
Ascolta l’anteprima

 
E’ raro in questi giorni ascoltare e leggere parole risparmiate dalla retorica dell’indignazione e dalle sue formule, fra gli inaccettabile…, vergognoso…, che non si ripeta più… degli indignati speciali. Una protratta e ripetuta deportazione a pagamento, in un piccolo tratto di mare, facilmente controllabile, dalle rotte prevedibili da anni, di donne uomini e bambini stipati per giorni in barconi fatiscenti, come in vagoni merci piombati di non lontana memoria, diventano un evento fatale, biblici sbarchi di sventurati, quasi che il fato di Zeus e Poseidone avesse qualcosa a che vedere con ondate migratorie di cui si conoscono benissimo cause ed effetti. Che hanno in leggi repressive, come il reato di clandestinità e in soluzioni militarizzate come i pattugliamenti Frontex e i respingimenti, non tanto un deterrente, ma un’aggravante delle condizioni disumane e delle conseguenze tragiche dei flussi di profughi, rinfocolati dalle guerre e dai regimi dittatoriali da cui fuggono. E che nell’immaginario collettivo, invece, vengono qui solo per toglierci il lavoro, le case popolari e a riempire le prime elementari di piccoli stranieri che impediscono ai nostri piccoli principi figli di apprendere in purezza razziale l’idioma natio e le tabelline, mentre per la maggior parte di loro l’Italia sarebbe solo un paese di passaggio verso altre mete.
Abbiamo avuto la saturazione mediatica per giorni, in diretta minuto per minuto dell’evento della nave Costa Concordia che si risollevava in fast motion dal suo naufragio per criminale stupidità, per restituire l’onore alla Marineria Italiana, per ridare lustro alla brutta immagine dell’Italia nel mondo, finalmente salva e ripulita, mentre gli ingegneri con il caschetto giallo si abbracciavano felici e commossi dalla loro costosissima vittoria tecnologica.
Da noi si pensa sempre all’onore perduto della nazione, a rifarsi una verginità esteriore con le giornate di lutto nazionale, i funerali di stato, il Premio Nobel all’isola di Lampedusa, e le parole vibranti della commozione di qualche giorno. Certo anche un po’ per non turbare, insieme all’onore, l’immagine turistica delle nostre spiagge intatte e della acque cristalline del Mare Nostrum, che invece impiglia nelle reti corpi senza nome, rendendo carne la metafora dei pescatori di uomini.
Ogni addendo del conto totale delle vittime è una storia, il calore di una speranza, ha una ramificazione di dolore che attraversa famiglie lontane, che lo conserveranno silenziosamente per sempre, spesso solo nei ricordi, in una fotografia sui cui piangere, i tanti corpi nemmeno restituiti alla pietà di una sepoltura. Le storie sono tutte fatte di piccoli fatti, di piccole cose, delle poche piccole cose che si mettono nella piccola borsa leggera della fuga. Di tante domande. Dell’attesa di un ritorno.
 

Tesfay Mehari Fihira Bahri

Mare, dentro di te sta il mio amore.
Hai preso la sua anima e il suo cuore.
Mare, riportala a riva, fammi parlare di nuovo con lei.
Cercala ovunque, trovala, fallo per me.
Mare riportami l’amore della mia anima
Insieme ai suoi compagni pellegrini di questo destino.
Creature del mare, siete voi gli unici testimoni di questa storia
E allora ditemi: quali sono state le sue ultime parole prima di partire
Mare!
Non sei tu il mare? E allora rispondimi!

da ⇨ Non sei tu il mare? E allora rispondimi! Lampedusa, i suoi morti e le parole per dire la guerra in frontiera

 
Ciò che per il nord del mondo è divenuto un normale spostarsi da un paese all’altro, con navi di linea, voli di linea, treni, come del resto era per i flussi migratori del primo novecento, che in confronto a questi erano un trionfo di civiltà e legalità, è per l’altra parte del mondo l’antica storia dell’esule, che deve trovare un passatore che gli indichi un varco nella frontiera da cui espatriare illegalmente a suo rischio e pericolo.
Nelle poche parole commosse, negli occhi degli italiani brava gente che si prodigano nei soccorsi a disgrazia avvenuta, a dispetto delle inadempienze istituzionali, ci sono immagini di fronte a cui è difficile restare indifferenti. In questi giorni, anniversario delle deportazioni ad Auschwitz degli ebrei romani, le parole della moglie di ⇨ Schlomo Venezia, che faceva parte dei Sonderkommando che avevano il compito di aprire le camere a gas per estrarne i morti, in cui lei dice, con le lacrime strozzate in gola, che fra le tante cose che ancora la tormentano e la fanno soffrire intensamente, ⇨ [ al minuto 50:42 ] c’è il pensare a lui a soli vent’anni aprire quella porta e districare da quel groviglio di membra i corpi, ci riportano quel dolore da più di sessanta anni di distanza all’identica visione, in un verde di abissi, il rumore regolare del respiro dei sommozzatori fra le bollicine d’aria, alla luce delle torce subacquee, dell’aprirsi delle cabine del relitto sul fondale fra gorgonie e attinie fluttuanti, per il pietoso compito di riportare in superficie i naufraghi. [ Orsola Puecher ]
 

4 Commenti

  1. Per me l’Italia ha dimostrato generosità e qualità di cuore. Una bella lezione a tutta l’Europa.

    Nella mia breve visita a Venezia, il Ghetto mi ha commossa. Quasi isolato, ma animato da chi ha la memoria della presenza di un popolo e di una cultura bellissima.

    Oggi popoli cacciati dalla guerra o dalla fame si annegano nel mare – il mare che era madre, nell’ ‘
    indifferenza e le preoccupazioni delle nostre vite

  2. grazie Orsola per questi documenti e per le tue parole;
    mi sembra molto importante scardinare le bugie e la retorica e la nostra buona coscienza;
    in tutti i modi;
    questo è già fare qualcosa;

  3. Grazie per ricordare che dietro alla valanga di cifre che c’è ogni volta che succede una tragedia simile, ci sono storie, persone, anime, vite…

  4. Finalmente un articolo che parli davvero della situazione reale al di fuori della retorica deprecativa del momento.

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orsola puecherhttps://www.nazioneindiana.com/author/orsola-puecher/
,\\' Nasce [ in un giorno di rose e bandiere ] Scrive. [ con molta calma ] Nulla ha maggior fascino dei documenti antichi sepolti per centinaia d’anni negli archivi. Nella corrispondenza epistolare, negli scritti vergati tanto tempo addietro, forse, sono le sole voci che da evi lontani possono tornare a farsi vive, a parlare, più di ogni altra cosa, più di ogni racconto. Perché ciò ch’era in loro, la sostanza segreta e cristallina dell’umano è anche e ancora profondamente sepolta in noi nell’oggi. E nulla più della verità agogna alla finzione dell’immaginazione, all’intuizione, che ne estragga frammenti di visioni. Il pensiero cammina a ritroso lungo le parole scritte nel momento in cui i fatti avvenivano, accendendosi di supposizioni, di scene probabilmente accadute. Le immagini traboccano di suggestioni sempre diverse, di particolari inquieti che accendono percorsi non lineari, come se nel passato ci fossero scordati sprazzi di futuro anteriore ancora da decodificare, ansiosi di essere narrati. Cosa avrà provato… che cosa avrà detto… avrà sofferto… pensato. Si affollano fatti ancora in cerca di un palcoscenico, di dialoghi, luoghi e personaggi che tornano in rilievo dalla carta muta, miracolosamente, per piccoli indizi e molliche di Pollicino nel bosco.