L’insicurezza del lavoro e le passioni tristi. Contributo per una riflessione antifascista

8 febbraio 2018
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di Andrea Inglese

C’è tra gli esseri umani, almeno quelli fuoriusciti dall’egemonia del pensiero magico o di quello religioso, la credenza che una buona diagnosi sia indispensabile per una cura efficace. Fuor di metafora, se abbiamo capito cosa è successo a Macerata e dintorni, potremmo cercare di situare l’evento specifico in uno scenario che gli fornisca maggiore intelligibilità. Non so poi, in realtà, se un tale tentativo possa favorire in alcun modo migliori interventi terapeutici.

Quello che abbiamo visto a Macerata e dintorni è il palesarsi di un terrorismo politico di matrice razzista e neofascista, giustificato dalle forze politiche della destra che concorrono oggi alle elezioni legislative. Non solo, ma questa giustificazione ha una solida base nella società “civile”. (Non ho voglia di fare giochi di parole, mi limito alle virgolette.) Quanto non può essere sottovalutato nell’attentato di Macerata è che, intorno ad esso, si saldano per la prima volta con forza elementi diversi: l’ideologia razzista (che caratterizza la propaganda leghista dalle origini), l’ideologia nazifascista (che apparteneva ancora un decennio fa a gruppuscoli marginali), il populismo autoritario di Berlusconi (vecchio di più di vent’anni) e per finire un passaggio all’atto terrorista (tentata strage su cittadini inermi), rivendicato teatralmente in quanto tale. A ciò si aggiunga il fattore decisivo: l’imminente consultazione elettorale per il governo del paese. (Nella storia italiana, il fascismo mussoliniano ha avuto strada aperta nelle istituzioni dello stato anche grazie a un cinico, idiota, argomento di realpolitik: meglio averli dentro il governo, che fuori nella strade a provocare tafferugli.)

Mi fermo qui, perché non è mio interesse valutare le conseguenze politiche prossime di tutto ciò, né il clima “recente” che ha potuto favorire una tale situazione. Provo a fare qualche passo indietro rispetto alla scena del crimine. Una volta, nel vocabolario marxista, che era un vocabolario di lotta sindacale e partitica, si parlava di contraddizioni principali e contraddizioni secondarie. Oggi, tutto ciò che esce da quel vocabolario, a meno che non venga formulato entro gruppi di fedelissimi, suona di fronte a un uditorio più vasto come un frammento di enigmatica dottrina patristica. Ma quella faccenda di contraddizioni principali e secondarie non si può, malgrado tutti i rischi d’incomprensione, liquidare.

Proviamo quindi a mettere a fuoco (ancora una volta) uno scenario più vasto. L’insicurezza che i cittadini delle attuali democrazie liberali d’occidente conoscono è per lo più quella legata alle condizioni lavorative e salariali. La battaglia che tutti noi abbiamo combattuto o continuiamo a combattere, e con esiti diversi a seconda dei destini e delle occasioni sociali, è quella relativa al lavoro: come trovarlo, come tenerselo, come renderlo più tollerabile rispetto ai sogni di felicità personale e familiare, come renderlo più redditizio in termini di retribuzione salariale. L’insicurezza delle nostre vite, l’eterna minaccia che incombe sui nostri progetti, da quelli più importanti e coinvolgenti (scegliere il luogo in cui vivere, avere dei figli, ecc.), a quelli secondari (adattare alle nostre esigenze lo spazio domestico, realizzare delle vacanze, ecc.), dipende dagli esiti di questa battaglia. Alcuni sono consapevoli di averla persa, e molto rapidamente; per altri è una condizione perpetua, una sorta di guerra di posizione sfiancante tra arretramenti e avanzamenti; altri ancora – una cerchia molto più ristretta – sentono di averla vinta, e godono di una relativa sicurezza.

La novità storica di questa condizione di battaglia per la sicurezza personale e familiare è che essa non esce più, se non a sprazzi e in maniera passeggera, da una dimensione individuale, ossia competitiva. Ciò che noi scontiamo, e non solo come lavoratori di una certa classe, ma come società nel suo insieme, è la rottura di un fenomeno pendolare esistito nel mondo bellicoso del lavoro e del salario. La battaglia per il lavoro nel corso della lunga storia dei movimenti, dei sindacati, delle associazioni e dei partiti operai, ha sempre avuto almeno un duplice versante: quello della competizione individuale e quello della solidarietà collettiva. Quando il pendolo oscillava dal lato della solidarietà, tutti gli affetti gioiosi e tristi della guerra di tutti contro tutti sul luogo di lavoro si orientavano verso quella che è stata chiamata lotta di classe. Questa conversione di energie fisiche e spirituali è stato un vero miracolo conoscitivo e un progresso per l’intera umanità, di cui tutti dovremmo essere grati non solo al marxismo, ma a tutte le altre componenti ideologiche che l’hanno a vario titolo sostenuta.

Oggi non solo tutte le passioni gioiose (di riuscita, di affermazione di sé, di volontà di potenza) sono assaporate nel cerchio del destino individuale, ma anche tutte le destabilizzanti passioni tristi (paura, rabbia, frustrazione). Il veleno emotivo prodotto dalle battaglie quotidiane, sia che siano state vinte o perse, o che abbiano garantito il semplice equilibrio, non trova nessuna forma di catarsi collettiva, di condivisione e trasformazione. Questo veleno ci uccide a fuoco lento, anche quando non ci uccidono gli insuccessi palesi sul campo. Il pendolo delle passioni si è bloccato, la solidarietà della classe lavoratrice è svaporata e tutto ciò in seguito a una storia specifica, a una concatenazione di eventi, forse neppure troppo lineari, che vari studiosi marxisti e non hanno cercato in questi anni di ricostruire.

Vivere in una società ipercompetitiva come la nostra, è un incubo per tutti, questo è chiaro. Winner e looser: abbiamo pensato a lungo che questo schematismo un po’ barbaro fosse una specialità esclusivamente statunitense. Oggi, in Europa, siamo in grado di dimostrare di essere all’altezza di questa concezione così poco sociale di società. L’ipercompetizione non è solo una situazione concreta, che può essere verificata su quasi ogni luogo di lavoro: “se entro io, esce lui” o viceversa. È anche un sistema mentale, che assegna a tutti l’imperativo di distinguersi, di avere una qualche forma anche decaduta di successo, proprio quando le condizioni materiali della vita diventano sempre più incerte. Un tale sistema può funzionare se gonfia esageratamente le passioni gioiose di riuscita individuale e rimuove dalla scena quelle tristi. I tristi non hanno tempo di parola, accesso alla visibilità mediatica, sono ininteressanti. (Chi perde, insomma, ha sempre torto.) Ciò che invece galvanizza è l’elenco ininterrotto non delle “persone di successo”, ma dei “momenti di successo” delle persone. Si va prelevare minuziosamente ogni singola passione gioiosa per esporla, amplificarla, saturarla, così come i programmi di elaborazione delle immagini permettono di fare con i colori.

Chi si occupa delle passioni tristi, ricadute nel cerchio angusto, della sfera individuale? Le passioni tristi non sono mica cose “fotogeniche”, adatte alla spettacolo, alla spensieratezza, allo sfavillio delle luci. È materia incandescente e torva, sono cose di cui ci si vergogna e che si vorrebbe espellere da sé. Hanno del mostruoso le passioni tristi, per questo nessuno ne parla, gli vuole dare udienza, visibilità.

Qualcuno però ha capito che queste cose nascoste, oscene, intrattabili, possono essere straordinariamente redditizie. Qualcuno ha cominciato a capire che sullo smaltimento dei rifiuti affettivi individuali si può erigere un impero politico. C’è una straordinaria merda che qualche cinico e spietato magone può trasformare in oro elettorale. Tutti gli scarti affettivi che il mondo del lavoro produce, nell’attuale organizzazione della società capitalistica, sono stati lasciati alle imprese di smaltimento razziste e fasciste. Qui, però, vado già troppo velocemente, salto passaggi, prendo scorciatoie. Affinché l’impresa di smaltimento degli affetti tristi prenda la piega che ha preso oggi in Italia (e non solo in Italia), ci vogliono diverse precondizioni. Una almeno provo a formularla.

Non è vero che il razzismo sale dal popolo allo stato, e che lo stato, colpevole, se ne fa penetrare. Il razzismo, come affetto personale, come passione triste individuale, è sempre legato a una tara cognitiva, che la gente mediamente non possiede. È la tara delle generalizzazione indebita. Un po’ di buon senso guarisce questo errore cognitivo, che potremmo essere portati a fare in ogni ambito della nostra esperienza quotidiana. Questa mousse di salmone mi ha intossicato, tutte le mousse di salmone sono tossiche. Ovviamente, ci sono stati sempre dei gruppi ristretti di persone adepti della tara cognitiva, ma ciò probabilmente in ragione di altre circostanze molto specifiche. La crescista del razzismo come fenomeno di portata sociale non mi sembra essere legato alla vicenda di focolai ristretti di tale tara cognitiva, che poi – per contaminazione progressiva di insiemi più grandi – diviene un’attitudine popolare diffusa, e come tale destinata a trasmettersi anche alle istituzioni. Questo è probabilmente uno dei modi, attraverso cui il razzismo si diffonde e moltiplica. L’altro riguarda l’uso politico delle passioni tristi, che giacciono generalmente inutilizzate nelle cavità cupe della sfera privata. Ma vi è anche il razzismo organizzato dall’alto, per fini economici, di sfruttamento. È un sistema di discriminazione che funziona a cavallo tra istituzioni e imprese, e che salvaguarda in vario modo l’idea di una gerarchia “naturale” esistente nell’esercito della forza lavoro, gerarchia che assegnerebbe a gruppi specifici di persone (identificati per genere, etnia, religione o cultura) dei lavori scarsamente retribuiti. Non solo in Italia, ma anche in altri paesi europei, l’invenzione giuridica dell’immigrato illegale, che non data da alcuna emergenza geo-politica, offre all’imprenditoria privata e persino pubblica un esercito di forza lavoro a costi ridottissimi. Il campione assoluto della flessibilità sognata dal più audace sostenitore del neo-liberismo è il lavoratore irregolare. Con lui, tutti gli stramaledetti vincoli delle democrazie-liberali nei confronti delle forme pre-moderne di servitù, posso finalmente saltare. La responsabilità statale e imprenditoriale è quindi decisiva nel creare una prima condizione tangibile di diversità (è uomo sì, ma non cittadino, è lavoratore sì, ma fuorilegge) su cui la speculazione ideologica e politica razzista eserciterà la sua presa.

Ma il meccanismo di discriminazione di natura economica, e quello vittimario di natura ideologica, non devono farci dimenticare cosa costantemente deve nascondere il discorso xenofobo e razzista. Ogni volta che parlo di immigrati non parlo di lavoro, ogni volta che parlo dell’insicurezza che deriverebbe da una minoranza straniera, taccio sull’insicurezza che la maggioranza delle persone sperimenta ogni giorno sul luogo di lavoro. In tutto ciò, quello che rimane reale nella fantasmagoria razzista sono le passioni tristi, perché quelle sono già lì prima che lo straniero compaia, prima che il capro espiatorio sia stato designato. Sono quelle che ci portiamo dentro anche noi, con imbarazzo, anche se non cediamo alla tara cognitiva e all’espulsione indiscriminata della rabbia.

Anche noi siamo incazzati. E abbiamo un vantaggio su tutti i razzisti e i neofascisti: abbiamo individuato il nemico, quello autentico. Sappiamo cosa produce la nostra insicurezza e, quindi, la paura, la rabbia, la frustrazione, la vergogna che ne conseguono. Ma abbiamo per ora un grosso, terribile svantaggio. Non sappiamo queste passioni come condividerle e orientarle in una lotta giusta, che non sia solo fatta di rabbia, ma anche di gioia, non solo di paura, ma anche di speranza, non solo di vergogna, ma anche di orgoglio. Il raggio delle condivisione è sempre troppo corto. E ciò che si osa condividere è spesso qualcosa di gioioso. Anche le nostre di passioni tristi rimangono troppo spesso ignorate, raminghe, inutilizzabili. Se l’accusa reazionaria di “buonismo” ha un senso, è probabilmente questo. Noi dovremmo essere più capaci di usare la nostra rabbia, imparando a condividerla.

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8 Responses to L’insicurezza del lavoro e le passioni tristi. Contributo per una riflessione antifascista

  1. Sergio Falcone il 8 febbraio 2018 alle 15:55

    Il fascismo, quello di oggi

    di Elisabetta Teghil

    L’Europa si sta spostando a destra, l’Italia si sta spostando a destra, tutto il mondo così detto occidentale è percorso da questa trasformazione. E’ vero, ma perché?

    Le analisi che vanno per la maggiore ci dicono che le politiche dei governi che si sono succeduti in questi anni, principalmente socialdemocratici riformisti, cioè PD nella svariate accezioni che ha assunto via via e con gli annessi, connessi e collaterali al seguito, politiche di precarizzazione, di impoverimento generalizzato di vasti strati della popolazione, di tagli allo Stato sociale, hanno spinto alla guerra fra poveri e hanno dato spazio e agio ai fascisti, nelle loro varie sfumature, per potersi proporre come difensori di un’italianità da contrapporre ai migranti accusati di portare via il lavoro, di distruggere l’identità della popolazione, di essere violenti, sporchi e manovalanza di organizzazioni delinquenziali. Da sempre i fascisti, che non sono una scheggia impazzita all’interno di una società democratica, ma sono uno degli strumenti che la borghesia usa quando è in difficoltà, vengono sdoganati per affossare movimenti sociali e antagonisti. In questo modo i governi così detti “democratici” ottengono due obiettivi, sfiancare i tentativi di rivolta e porsi come elemento di equilibrio e saggezza politica di fronte al dilagare della violenza fra opposti estremismi. La melassa del “politicamente corretto” ha fatto sì, poi, che la sinistra in generale nel comune sentire sia stata accomunata e percepita come imbelle, ipocrita e lontana dai reali bisogni della popolazione oltre che artefice della situazione di disagio generalizzato e profondo in cui versa la stragrande maggioranza delle persone.

    La ragione vera è che la socialdemocrazia riformista, PD in testa, ha operato una trasformazione profonda del comune sentire. I principi fondanti del neoliberismo, di cui il PD con i suoi gregari è stato ed è il principale naturalizzatore, sono principi socio-economici-politici esplicitamente fascisti, ma sono stati veicolati attraverso linguaggi, segni, segnali, modalità, parole, atteggiamenti e strumenti tradizionalmente di sinistra. Questo ha fatto sì che alle persone non sia sembrato vero di potersi ammantare di una collocazione di sinistra, che ci sta sempre bene ed è un fantastico alibi, e assimilare, rimbalzare, fare propri, discorsi profondamente reazionari, perbenisti, forcaioli.

    Questa è stata la grande vittoria del neoliberismo, l’aver costruito un’egemonia culturale improntata ad un pensiero di destra profonda in cui dominano il culto della legalità, il darwinismo sociale, il razzismo, l’individualismo sfrenato, il culto dell’arrivismo e della meritocrazia, la deferenza per l’autorità e la gerarchia, la superiorità del mondo occidentale rispetto agli altri popoli propagandata dalle guerre “umanitarie” e che spinge all’odio razziale, usando gli strumenti e il lessico portati in dote dalla socialdemocrazia.

    Come dice Magua ne “L’ultimo dei Mohicani “è Capello Grigio la causa di tutto questo e Magua non avrà pace finché anche il seme di Capello Grigio non sarà morto”.

    Al di là delle belle parole e dei principi sbandierati, la popolazione italiana, ma non fa eccezione nel contesto occidentale, è informata e impregnata da valori e principi fascisti.

    Il fascismo è improntato a dei principi fondanti precisi e l’ideologia neoliberista, che si muove con modalità specifiche, applica concetti fascisti e nazisti nella maniera che le è più congeniale, dato che ha assunto l’armamentario lessicale e formale della socialdemocrazia. Tutto il bagaglio culturale della così detta sinistra viene assunto, rimasticato ed usato in un’aberrazione di società, quella che può essere definita dell’antirazzismo razzista, dell’antisessismo sessista, dell’antifascismo fascista.

    Prima di tutto il fascismo, come anche il nazismo, è caratterizzato dal governo diretto dei potentati economici. Questo comporta la riduzione e poi l’annullamento delle forme di mediazione politica che la forma borghese così detta “democratica” prevede: partiti, sindacati…le stesse camere parlamentari…che dovrebbero fare da filtro tra i cittadini e il potere e attraverso le quali con lo strumento del voto si dovrebbero poter definire sia gli assetti dello Stato, sia il tipo e la durata della delega politica.

    La progressiva scomparsa di queste strutture di mediazione avviene attraverso campagne di demonizzazione del fare politico, con la denuncia della corruzione e del lassismo che attraverserebbero le istituzioni, con lo spauracchio dell’impossibilità di governare, con lo sbandieramento dell’insicurezza sociale che risulterebbe da una mancanza di decisionismo e di fattibilità concreta. Viene, quindi, auspicata una semplificazione funzionale della struttura politica e l’accentramento del potere in poche mani, con un personaggio politico di riferimento che incarni lo Stato.

    E, infatti, è in atto, da diversi anni ormai, una demonizzazione del fare politico mediante concetti che pensavamo appartenessero ad un altro tempo e non certo ad una società che ha attraversato le lotte degli anni ’60 e ’70, concetti come “la politica è sporca”, “i partiti sono tutti uguali”, “sono tutti un magna-magna”, “non esistono più la destra e la sinistra”… e che sono, invece, passati nel comune sentire. Un susseguirsi di scandali e di ruberie, di spese fatte con le carte di credito istituzionali, di privilegi e di prebende, scoperte attraverso le intercettazioni telefoniche diventate strumento fondante di qualsiasi indagine o attraverso le denunce anonime, che spingono il cittadino/a a scagliarsi contro la “casta”. Ma tutto questo c’è sempre stato, solo che nessuno aveva interesse a tirarlo fuori o se qualche volta qualcosa veniva a galla, veniva subito insabbiato. Allora perché adesso? Perché in questo modo è stato possibile, con il consenso di tutti, sinistra antagonista compresa, togliere l’immunità parlamentare, un elemento chiave della democrazia parlamentare borghese (e non solo, dato che i tribuni della plebe appartengono a tutt’altro tempo) che tutela la minoranza, facendo dimenticare ai cittadini che sarà proprio chi si batte contro le ingiustizie, contro le differenze sociali… che non sarà eletto perché occupare una casa, attaccarsi abusivamente alla corrente e via discorrendo sono tutti reati penali e che, comunque, la possibilità di eliminare in questo modo un avversario apre ad un imbarbarimento profondo del fare politico.

    Poi, la società fascista è caratterizzata da una rigida collocazione di classe: la conflittualità fra le classi è demonizzata e/o taciuta, a seconda delle esigenze, perché ognuno nel posto che gli viene assegnato nel sociale, deve contribuire alla grandezza della così detta “patria” dove non esisterebbero più sfruttati e sfruttatori bensì persone che, ognuna nel suo ruolo, dovrebbero remare nella stessa direzione e, chiaramente, se qualcuno ha un posto di comando o è ricco, è perché o è più intelligente o è più capace.

    Ne deriva l’esaltazione del ruolo di comando, in tutti gli ambiti, una forte gerarchizzazione e ruolizzazione della società e della famiglia in cui i ruoli sessuati vengono fortemente ribaditi…mito della virilità, della madre, condanna dei comportamenti sessuali “anomali”…chiaramente ora questi assunti si sono modificati, c’è un continua attenzione strumentale alle donne, alle diversità sessuali, ma non sono cambiati nella sostanza, anzi sembrano tornati in auge gli aspetti più inquietanti degli anni ’50, il ritorno alla maternità, il Fertility Day, il rosa, le regine, le programmazioni TV per casalinghe disperate o per donne spremute come limoni da lavori al limite della sopportazione che sognano di diventare principesse. I conflitti sociali dovrebbero essere risolti con la “democraticità del confronto”, con la “civile convivenza”, con la “serena tolleranza delle posizioni altrui” e qualsiasi tentativo di ribellione allo stato di cose presenti viene privato così di dignità politica e trascinato nella sfera delinquenziale.

    Chi non rema nella direzione auspicata, non è portatore di una visione diversa, bensì un nemico. Il dissenso viene quindi affrontato in maniera poliziesca e il controllo sociale è serrato a tutti i livelli. I decreti Minniti sono solo l’ultimo atto di un lungo percorso che ha visto susseguirsi politiche securitarie, militarizzazione dei territori e persecuzione dei poveri e dei/delle migranti. Vengono coltivate ed esaltate nella società le caratteristiche peggiori dell’essere umano: servilismo, delazione, autocensura, controllo del vicino di casa e del collega di lavoro, autocontrollo comportamentale.

    La pretesa di controllare la vita di tutti e di tutte è la diretta conseguenza di un rigido codice che infantilizza la popolazione e spinge all’obbedienza senza critica, vale a dire che la legge, la legalità e quindi lo Stato sono depositari della morale e della verità.

    L’esaltazione di una nazione, di un territorio, di una gente che si deve sentire superiore, chiaramente spinge al razzismo che viene, infatti, teorizzato ed enfatizzato e fornisce lo strumento per garantire agli strati poveri e subalterni della società quella rivincita che altrimenti potrebbero cercare altrove.

    I soggetti “inferiori”, “sgraditi”, quelli fuori dalla norma vengono internati. I campi di internamento rispondono prima ancora che alla costrizione di soggetti politici dissidenti, al contenimento delle soggettività “anomale” o “inferiori” dal punto di vista razziale, sessuale, sociale…. E infatti la nostra società prevede i campi di internamento. Ora si chiamano CPR, ma si sono chiamati Cpt, Cie e sono stati istituiti dalla Legge Turco-Napolitano nel 1998 che ha introdotto il concetto di detenzione amministrativa per cui si è internati/e non per aver commesso un reato ma per una condizione. Ora sono destinati ai migranti irregolari, ma potranno essere usati per chiunque risulti non gradito al sistema.

    Il razzismo è un connotato saliente della società neoliberista. Come anche la guerra.

    In questo contesto la guerra, momento fondante dell’ideologia fascista, ridiventa scenario abituale. Nella sostanza la violenza diventa asse portante della risoluzione dei conflitti sul fronte interno nei rapporti fra cittadini e Stato e sul fronte esterno nei rapporti tra le Nazioni e con i popoli ritenuti inferiori e quindi colonizzabili, dove l’occidente dovrebbe esprimere la sua missione di esportatore di democrazia.

    E la socialdemocrazia riformista, nella migliore tradizione fascista, si pone come il partito del fare. E’ riuscita ad azzerare in poco tempo, con un efficientismo degno di miglior causa, lo stato sociale, a trasformare la scuola in un dispositivo fortemente gerarchizzato, autoritario, meritocratico dove la delazione e la denuncia regnano sovrane e dove, basta guardare agli ultimi avvenimenti in alcuni licei, vengono chiamati i carabinieri a ristabilire l‘ordine interno.

    Assistiamo ad un trascinamento evidente dallo Stato di diritto allo Stato etico, di nazista memoria, attuato attraverso il politicamente corretto. Il neoliberismo si arroga il diritto di normare ogni aspetto della nostra vita, compresi i più banali atti della vita quotidiana e, allo stesso tempo, la dedizione al neoliberismo dovrebbe occupare tutto il tempo del quotidiano. I servizi sociali hanno assunto connotati di tipo poliziesco. Le famiglie povere si vedono portar via i figli perché non sono in grado di mantenerli o perché hanno occupato una casa invece di accettare una vita sotto i ponti. Perfino il femminismo emancipazionista ha la pretesa di normare e di perseguire per legge i comportamenti. Perfino le donne hanno dimenticato chi le ha messe sul rogo.

    Combattere ed opporsi ora e qui al fascismo significa riconoscere prima di tutto qual è il fascismo di oggi, smascherare la socialdemocrazia riformista, smontare l’armamentario su cui si fonda la sua egemonia culturale, solo così possiamo pensare di contrastare la marea montante di una società che nei principi fascisti e nazisti, al di là delle belle parole e della prese di posizione formali, si riconosce.

  2. andrea inglese il 8 febbraio 2018 alle 23:22

    Sottolineo due passaggi chiave:

    “Chi non rema nella direzione auspicata, non è portatore di una visione diversa, bensì un nemico. Il dissenso viene quindi affrontato in maniera poliziesca e il controllo sociale è serrato a tutti i livelli. I decreti Minniti sono solo l’ultimo atto di un lungo percorso che ha visto susseguirsi politiche securitarie, militarizzazione dei territori e persecuzione dei poveri e dei/delle migranti. Vengono coltivate ed esaltate nella società le caratteristiche peggiori dell’essere umano: servilismo, delazione, autocensura, controllo del vicino di casa e del collega di lavoro, autocontrollo comportamentale.”

    E poi:
    “E la socialdemocrazia riformista, nella migliore tradizione fascista, si pone come il partito del fare.”

    Condivido l’analisi della Teghil, che coglie gli elementi fondamentali dell’attuale presente. Sono solo scettico su due punti: la vecchia idea marxista del capitale che gioca con il fascismo con piena padronanza. Non è stato vero in passato, ed è difficile che lo sia in futuro. Il fascismo quando diventa regime puo’ acquistare autonomia e specificità che esorbitano dalla normale logica capitalistica. Seconda guerra mondiale docet. Che poi le attuali democrazie liberali portino dentro di sé e le mettano in opera atteggiamenti fascisti e persino nazisti è vero, anche se è quasi intollerabile riconoscerlo.
    Altra perplessità: la socialdemocrazia compie a volte meglio di quanto facciano i partiti di destra cio’ che il capitale vuole. Ma a volte ci riescono benissimo anche i governi di destra.

  3. Carlo Bordini il 9 febbraio 2018 alle 04:40

    Caro Andrea,
    io sono d’accordo con tutto quello che hai scritto, non voglio ripeterlo, e mi fermo all’ultimo paragrafo del tuo scritto che si riferisce alla difficoltà di reagire a quello che accade.
    Ti confesso che non so cosa si dovrebbe fare.
    Fare manifestazioni antifasciste è meglio che non fare manifestazioni antifasciste. Ma non basta.
    E’ chiaro che ormai viviamo in una società competitiva e non solidale.E questo genera nazionalismi, regionalismi, competitività, guerra tra poveri, ricerca di capri espiatori, ecc. L’idea di soluzioni collettive è tramontata. Ed è chiaro che sempre più persone, nello specifico, trovano i capri espiatori negli immigrati. Ma, per parlare terra terra, come fare ad impedirlo? (Ci sono tante cose che vorremmo impedire e che non riusciamo a impedire). Con quali argomenti?
    Il fascismo che sta rinascendo nasce dal basso. E’ chiaro che le responsabilità del mondo politico sono enormi. Vietano i cortei antifascisti e permettono ai fascisti di presentarsi allo scoperto. E questo lo fanno il governo attuale, il ministero dell’interno, la polizia che c’è adesso; non c’è bisogno di un cambio di regime. Il regime già c’è. Ma c’è anche un humus da cui nasce e proliferano il razzismo e il fascismo. E questo humus di passioni tristi io lo sento come una trappola da cui non di riesce a uscire. Perché se non c’è una soluzione di sinistra si finisce per adottare la soluzione di destra. Per parlare in soldoni: con la corruzione che c’è, con la disoccupazione che c’è, con i problemi che ci sono, abbiamo il coraggio di dirlo: noi accogliamo immigrati che nessuno accoglie in Europa, non sappiamo come farli vivere, non sappiamo nemmeno controllarli come si controlla qualsiasi cittadino, loro arrivano e si trovano senza un lavoro, senza mezzi, e cosa devono fare? Non tutti ma molti fanno quello che hanno fatto tutti gli immigrati della storia (non tutti, ma forse molti, forse alcuni, non vogliono accusarli): si mettono al servizio della mafia, o creano mafie, come hanno fatto molti (non tutti) immigrati italiani in America. Cosa dobbiamo fare? Farli affogare? NO. Permettere loro di usare l’Italia come un paese di transito? NO. L’Europa ce lo vieta. E allora cosa fare?
    Io non lo so, e ho anche la sensazione che NOI NON LO SAPPIAMO. Ed è questa la nostra difficoltà.
    Termino dicendo che io vivo in un quartiere medio borghese, tranquillo, in cui gli immigrati sono pochi e chiedono educatamente l’elemosina, o vendono fazzoletti, in cui le ragazze possono uscire tranquillamente la sera, ma se vivessi in una periferia mi scontrerei con una realtà molto diversa.

  4. andrea inglese il 9 febbraio 2018 alle 12:21

    Caro Carlo, grazie di questo tuo intervento.
    La situazione di vicolo cieco politico la sento benissimo anch’io, e anch’io NON SO che cosa si dovrebbe / potrebbe fare per uscire da questa situazione. Né solo quali sono gli argomenti che, oggi, in Italia, hanno qualche probabilità di demotivare se non altro un qualunque cittadino xenofobo proto-razzista o apertamente razzista e fascista.
    Ti dico pero’ una cosa con le trippe, una cosa che ho capito e in cui sono impegnato anche personalmente. Chi comincia a fare distinguo sugli immigrati, chi comincia a utilizzare formule argomentative che somigliano a quelle della destra su questo terreno, per me è perso, è perso ai valori della sinistra, è perso a qualsivoglia forma di progressismo, è perso a qualsivoglia lotta di dominati contro i dominanti. E di gente che si sta perdendo intorno a questo tema, ne ho visti e ne sto vendendo con tristezza e rabbia.
    Per me, oggi, e parlo a livello partitico, parlamentare, è di sinistra solo un movimento o un partito che non fa differenza tra immigrati e non, nella battaglia contra la distruzione dei diritti democratici. Per questo motivo non votero’ PD neanche se mi appendono per le palle. Quello che ha fatto Minniti con le Ong e la Libia l’estate scorsa per me è imperdonabile politicamente. Questo rientra ovviamente nelle scelte personali. Qualcuno che la pensa esattamente come me, magari decide di votare lo stesso PD. Non lo giudico su questo. La questione dirimente è quello che si dice intorno agli immigrati. Perché come ho scritto, appena si parla di loro, non si parla della contraddizione centrale: quella “vecchia” tra capitale e lavoro.

  5. Stelvio Di Spigno il 9 febbraio 2018 alle 12:31

    Il terrorismo, lo sparare su cittadini inermi e colpire con odio indistinto ciò che viene giudicato “normale” e facente parte di una quotidianità “funzionante”, avviene sempre più spesso da parte di soggetti che si vedono e si sentono ai margini di questa presunta normalità. Poveri, esclusi dal mercato del lavoro, reietti e persino autorifiutati, manifestano in modo sempre più visibile la scelleratezza di una vendetta sociale indiscriminata.
    A fianco di questa situazione, che ha una valenza e una matrice individuale, c’è il fenomeno di massa dell’immigrazione, che in Italia è un fenomeno assolutamente lasciato a se stesso, non governato, assolutamente invisibile alle istituzioni. I migranti che arrivano o che già dimorano nel nostro paese non hanno nessun sostegno, non godono di nessuna protezione, non vengono inclusi in nessuna politica di integrazione, che consisterebbe nel dare loro un lavoro e una casa, condizioni di vita dignitose e umane. Non se ne occupa il governo, non se ne occupano le regioni, non importa nulla neanche ai comuni, che sono a più stretto contatto con queste realtà. Tale impotenza e indifferenza genera degrado sociale, e il degrado sociale porta a forme di intolleranza e xenofobia. Ma invece di prendersela con gli immigrati, chiunque abbia sale in zucca e fegato per protestare, dovrebbe indirizzare il proprio disagio contro i palazzi del potere, colpevoli di un’inerzia assolutamente irresponsabile e dolosa. Sembra quasi che ci sia una regia occulta dietro tanta indifferenza. Sembra quasi che decine di migliaia di disperati, cosparsi sul territorio italiano, “debbano” restare allo stato brado, per calcolo politico (un bel giorno gli si dà quanto gli spetta e loro torneranno utili alle elezioni, in un modo o nell’altro) o economico (sono braccia, e le braccia non sempre, ma quando occorre, fanno sempre comodo… Meglio averle che non averle). Ma tra un pazzo mitomane che spara su chi si trova a tiro, adducendo come motivo l’odio razziale, e questa situazione di inoperosità della politica verso i flussi migratori, non c’è un nesso così evidente. La gente si arriva ad armare per mille motivi. E se si sente fuori dal mondo spara, e una ragione, nel delirio totale, la trova sempre. Ma non si può dire nemmeno che le due cose siano così estranee l’una all’altra. Finché avremo immigrati che non hanno nessuna prospettiva esistenziale di integrazione, perché la politica non se ne cura, degrado e senso di insicurezza regneranno sovrani in ampi territori, delle nostre città e delle provincie dove grettezza e xenofobia si respirano al bar dello sport come allo stadio della squadretta di lega pro. Non vi dico cosa succede nel Meridione, per il quale occorrerebbe un discorso a parte. Io sto con i pensieri tristi, non alla moda, fuori dal marketing delle infatuazioni consumistiche. Mi fa piacere che Andrea abbia scritto questo pezzo. Se la tristezza per la condizione degli ultimi arrivati, che sono poi gli ultimi in senso assoluto, può condurre a smuovere le acque e finalmente a rendere politica la questione dell’immigrazione in Italia, evviva la tristezza, evviva il fuori moda, evviva la bellezza di chi non ride perché la il suo orticello è in ordine, e del resto del mondo chi se ne frega. A ben pensarci, gli spiriti e le grandi anime che hanno donato al mondo progresso e lo hanno reso un po’ migliore di come lo hanno trovato, avevano tutti un fondo di tristezza che li ha fatti muovere e operare.

  6. Carlo Bordini il 10 febbraio 2018 alle 02:44

    Caro Andrea,
    c’è un guaio: che non abbiamo più un modello cui fare riferimento. Purtroppo il socialismo sembra essere, almeno allo stato attuale delle cose, a livello mondiale, un esperimento non riuscito. E questa mancanza di modello sembra rendere tutto più complicato. In fondo anche il pd, come figlio abortito di un grosso (forse non grande, ma grosso) partito comunista, fa parte del crollo di questo modello. Hai perfettamente ragione a non votarlo. Oltretutto, fa parte integrante del regime. Ci vorrebbero strade nuove, ma quali? O forse è troppo tardi? Io comunque darò un voto che potrà sembrare inutile: voterò Potere al popolo. Dato che il voto utile è inutile, darò un voto inutile sperando che sia utile. E lo sai perché? Perché sono giovani. E perché mi sembra che tra loro non ci siano vecchie cariatidi. Forse potranno insegnarci qualcosa.

  7. Domenico Lombardini il 10 febbraio 2018 alle 21:18

    Vedere cose complesse dove non sono è un classico escamotage di chi non ha coraggio nemmeno di trarre le conseguenze da dati ormai acclarati. Ragazzi le cose sono molto semplici da capire; non agevole è invece la cura per una malattia ormai troppo estesa e annosa per non mettere a repentaglio potenzialmente la vita del paziente. Il paradigma economico (libero scambio, intervento nullo sull’economia dello stato, stato imprenditore annullato), esasperato dalla Ue e la presenza di una moneta comune diversissime (è aberrante che Germania e Grecia abbiano la stessa moneta), va totalmente rovesciato. Un buon modo è quello che passa per l’uscita, meglio concordata, ma se necessario unilaterale, dalla Ue. Sempre che non vogliate una guerra, che, sebbene nefasta, risolve un sacco di cose con un botto.

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