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A Gabriele

sedia-sdraiodi Gianni Agostinelli

 

A Gabriele lo hanno licenziato. Sono tre mesi buoni che sta a casa senza fare nulla e considera che è estate. Mi dispiace; per me. Mi dispiace che lo abbiano licenziato perché adesso che Gabriele sta a casa giorno e notte me lo ritrovo sempre affacciato al balcone di fianco al mio quando esco per fumare una sigaretta. O per prendere il sole, e mi tocca girare il culo verso la palestra invece che verso la spiaggia, sennò io a Gabriele finisce che lo guardo in faccia mentre lui sta appoggiato alla ringhiera della sua terrazza e la qual cosa non mi piace proprio. Io quando mi è stata data la notizia che ci pareva a tutti una bella cosa, a me, mio padre e mia madre che infatti siamo andati a dormire sereni quella sera; la ricordo, perché era prima di una partita dell’Italia agli europei che anche se abbiamo pareggiato con la Croazia non ce la facevo proprio ad incazzarmi. Mamma parlava a bassa voce, a papà lo aveva detto in macchina. Lo hanno licenziato? Ho domandato io che mi è arrivata questa notizia come una pacca forte sulla coscia svestita che ho sussultato. Mi sono infilato le infradito che tenevo come tappeto sotto i piedi e mi sono alzato. Ho preso la vaschetta di gelato dal congelatore, pensavo a come delle volte quando non ti aspetti delle sorprese queste poi arrivano. Incredibile ho detto a voce alta, ha dieci anni più di me, ci deve pagare le rate a tanta gente, e Rosanna? La mamma ha detto Vieni seduto e così mi sono dimenticato di prendere i cucchiaini che lei ha fatto il gesto con la testa e con lo sguardo di dire Ci penso io lascia perdere questi cazzo di cucchiaini che qui succedono cose. E infatti ecco che mi ha raccontato la storia per come le era stata venduta. A Gabriele lo hanno licenziato perché era finito il lavoro, ma tutto questo a fine febbraio, mica adesso che siamo a giugno. No ho detto. Sì. La mamma ha continuato il racconto troncando la mia frase che era cominciata con E come.

Ha detto che all’inizio faceva finta che fosse tutto normale. Poi faceva finta di stare in ferie e lì si è insospettita la Rosanna. Alla fine ha ceduto e così che quella è pure incinta l’ha fatta svenire. Addirittura. Zitto che non è finita.

E invece era finita lì, solo che la mamma ha aggiunto un tot di particolari inutili ed un tot di altre supposizioni, ma la sostanza era quella.

Ciòdetto come diceva il professor Sgabrelli, ciòdetto il mio vicino di casa si è sentito come liberato, deduco io, e così adesso sta sempre in terrazza che fuma, beve, mangia, si gratta, controlla il cellulare. Parla poco, fortunatamente, ogni tanto dice Oh, altre voce dice Eh, impreca e quando impreca è buon segno che da dentro la finestra c’è bisogno urgente di lui e deve tornare dentro.

Io con Gabriele all’inizio dell’estate facevamo pure finta di non vederci in terrazza. Io entravo, alla luce del giorno che stava sopra il balcone annunciandomi quasi. Un colpo di tosse tipo. Aspettavo così che magari lui se era lì e puntava lo sguardo verso la mia ipotetica direzione avesse tutto il tempo di girarsi da un’altra parte. Così io uscivo e quando ce lo beccavo, molto spesso, notavo con la coda dell’occhio che aveva capito il mio segnale. Le prime volte però, erano drammatiche. Tipo io entravo in terrazza strizzando gli occhi per il tanto sole che stava sopra il mare e lui era fermo come quei cani che li becchi proprio in mezzo alla strada e non sanno dove buttarsi, però tu non puoi frenare ormai e manco sterzare senza far danni, sicché lo salutavo, e lui mi salutava. Tutto apposto? Ed era sempre tutto apposto, poi strisciava le ciabatte fino a dentro casa.

All’inizio, dopo la sorpresa, il fatto che quando entravo in scena io faceva sì che non ce n’era per nessuno, mi ha dato una certa importanza. Mi bastava un colpo di tosse per farlo cacciare via e rintanare dentro, quel topo gigante. Avete paura del suono del padrone eh? Timore mio. È stata una sorpresa pure questa che mi ha dato nuova stima in me stesso. Rinnovata fiducia come dice il ct.

Poi però, a fine mese, la musica è cambiata. L’Italia l’avevano rimandata a casa con tre gol e, peggio, io tossivo ma lui non se ne andava. Sarà il casino in strada, la televisione, non lo so. Sembrava non sentire. E io mi interrogavo e così mi rigiravo per la terrazza senza incrociare il suo sguardo. Come dicevo prima ho iniziato a prendere il sole sulla nuca più che in faccia perché mi toccava guardare la palestra invece del mare. Facevo dei sospiri profondi e mi mordevo la lingua quando ero in terrazza perché tanto se mi giravo come volevo mettermi avrei trovato lui coi gomiti sulla ringhiera. Alla fine la rabbia è diventata insostenibile, ho detto ora basta a bassa voce e poi ho detto Oh vediamo, a voce alta mentre mi alzavo rumorosamente per mettermi nella posizione che preferivo. Mi sono voltato e Gabriele stava nella sua solita posa coi gomiti poggiati alla ringhiera, la schiena curva, i calzoncini corti, e poi aveva un piede in una ciabatta, un’altra ciabatta a terra ma senza piede dentro perché con il collo del destro si stava grattando il polpaccio sinistro. Quando mi ha sentito far rumore con le sedie si è girato per guardarmi. Oh – ha detto – e pigliate qualcosa per la tosse. E poi è rientrato.

Sono rimasto impietrito sulla sdraio. Ho iniziato a sudare.

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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