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La fabbrica della terra

di Marino Magliani

5decemb1 Questa è la storia di un contadino ligure al quale se chiedete brav’uomo, cosa fate nella vita, non vi potrà neanche dire che fa il contadino, perché qui si sono rubati persino le parole. Vi dirà semplicemente che va in campagna. Cosa fate brav’uomo, su e giù per queste frane polverose e appese? Vado in campagna. Qui le frane erano una cattedrale, immaginate lunghi muri a curvare come una cassa toracica, una mulattiera che fa da dorsale e tiene tutto collegato. Ma poi è arrivato il neorealismo, e prima ancora è arrivata la mosca a deporre le uova nelle olive e a divorare le foglie e gli ulivi hanno patito, e poi è arrivata la sete e gli ulivi hanno patito, poi hanno deciso che l’ulivo spagnolo e quello pugliese, nato su pianori larghi e dolci, doveva fare concorrenza alle ceppaie di qui che occupano mezza terrazza e tra muro e ceppaia non ci passa un trattore. Poi è uscito uno a dire che si poteva fare il dop e il doc ma per poco i grandi dell’olio ligure non lo fanno frustare perché col dop non potrebbero comprare le olive in Spagna e sostenere che è olio di olive liguri, e allora sono arrivati i rovi. E ora in campagna ci si passa di sbieco. Ma i rovi non rovinano mica, pare che  conservino il territorio come fa una banca, mantengono intatto il paesaggio sotto la cortina minerale e chi ci entra si dissangua, ma poi il premio è la Liguria com’era una volta: i muretti, le falci arrugginite, le bottiglie piene di terra e di lumache morte che sono state le bottiglie dei falciatori assetati. Tutto, là dentro, è rimasto com’era. Ecco, per ultimo sono arrivati quelli come me a guardare le cose che sono dentro i rovi. Ma non funziona, non se lo crede mica nessuno che i rovi conservano, sono le cose dei libri. I rovi nascondono la verità che sotto i rovi crollano i muri, e sotto i rovi i condotti si riempiono di terra e l’acqua sfonda, gonfia la terra, e nelle notti di pioggia si sentono le piccole frane della cattedrale. I muri costruiti con pietre d’arenaria davanti, e le scaglie e il buon grotto dietro a fare da drenaggio. L’arenaria non soffre il sole, il grotto sì, si sfarina subito, e ben lo sapevano gli antenati. E i muri che crollano non si rifanno più, neanche quelli su quel 10% di terra coltivata, non c’è tempo, pare, non ci sono i soldi, figuriamoci che non c’è neanche il tempo per pulire le terrazze col decespugliatore, che significherebbe tempi lunghi, ma bisogna trovare il modo di far concorrenza agli uliveti spagnoli, a quelli pugliesi, e allora si usano gli erbicidi e il veleno entra nelle radici dell’erba che la natura ha inventato per trattenere il sugo della terra, e le piogge slavano, la notte gli scrittori escono ad ascoltare le pietre che rotolano. Non c’è neanche più poesia, una volta sì, il turista e lo scrittore, ai tempi del neorealismo, cercavano legittime difese affezionandosi a quel senso di decadenza, l’accarezzavano, si facevano impietosire, la ruralità era una malattia con la quale si conviveva degnamente, poi, l’ho detto, hanno vinto i rovi, e con loro i cinghiali, e le gazze si mangiano i nidi. E la notte l’usignolo tace. E il contadino è l’uomo che va in campagna. Si va andando, diceva uno. Io me ne sono andato. Dicono che la saliva della Liguria sia uno sputo di cemento, e questa è la storia di un contadino ligure al quale il padre ha lasciato un terreno di circa tremila metri quadri su una collina che è diventata lo sputo di cemento. E allora tutti a consigliare all’uomo di non andare più in campagna ma di costruirci due villette, ora che il Comune ha reso edificabile il terreno. Ma l’uomo ha incrociato le braccia e detto no, è terra che è sempre stata coltivata e tale resterà. Niente ville. Altri, sul resto della collina – ognuno sul suo pezzo di cattedrale che gli appartiene – hanno provveduto. Hanno tagliato i rovi e fabbricato. È la fabbrica della terra. Qui non si dice costruire, qui si fabbrica. Uno fabbrica, dall’oggi al domani. Come dire uno inventa. Circa 120 villette, le cui concessioni sono state rilasciate diligentemente dal Comune. Progetti approvati, cartelloni, foto dall’alto e impatto ambientale, calcoli del cemento armato, calcolo degli oneri naturalmente e infine, all’interno di un comune che non supera i 1000 abitanti, sono spuntate le 120 opere. Solo che poi è arrivata la Provincia (alcuni vivevano già nelle villette) e con lei la Procura. Tutto bloccato, tutti fuori, macché, scherziamo! Il Comune non poteva rilasciare concessioni, sono zone agricole. Rischio abbattimento e multe agli inquilini per colpa di un Comune distratto. Ma forse c’è ancora una soluzione, dicono, trasformare la collina in zona residenziale, dotarla di più articolati impianti idrici, luce, fogne, grandi parcheggi e giardini. Giochi per bambini. Solo che per << residenziare la collina >> occorre terra nuda, libera, senza villette. terra non fabbricata insomma. E non è facile trovarla. Così il Comune ha proposto all’uomo che andava in campagna di concedere i suoi numeri catastali << liberi da vincoli>> per il nobile scopo di salvare dall’abbattimento la parte di villette ignobilmente inquisiste e sequestrate dalla procura. Offrire dunque, a un prezzo generoso, i suoi miserabili tremila metri quadri di terra che vorrebbe destinare – per ubbidire a un volere del padre – alla triste coltivazione di verdure liguri, tondo liscio, borlotti, fagiolini pigri, cuor di bue blu di verderame, patate bintje, e un filare di nostralina acida. Offrire dunque la terra al Comune, che l’accetta, perché le ruspe non spianino i sogni di una generazione. E questa è la storia di uno che a breve deve decidere se andarsene davvero, e comunque vedersi  espropriare il terreno, o diventare parcheggiatore.

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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