Su “Di questo mondo”

22 dicembre 2013
Pubblicato da

di Tommaso Di Dio

Daniela Attanasio, Di questo mondo, Nino Aragno Editore, 2013.

Il quinto libro di Daniela Attanasio si offre ai suoi lettori con la forza di un’opera matura e al contempo coinvolta in una ricerca ancora da scrivere.

Nelle liriche della prima parte, così come nei racconti per sequenze poetiche della seconda, la poetessa romana ha raggiunto una naturalezza espressiva così aperta e scabra che le sue pagine si offrono non solo come bilancio di una lunga attività di scrittrice, ma anche come scaglie di una saggezza umana tutta da vivere nel tempo che resta fuori dal breve orizzonte della lettura. Attanasio è capace di mostrare un’adesione al mondo che non è mai scelta univoca, unilaterale dispiegamento di un’ideologia, ma continuo transito infuocato nei livelli della vita come nella vita della lingua. L’autrice scrive: “noi siamo individui integri e guasti\ abbiamo una chiave doppia da girare nella serratura\ e se anche l’ingombro delle cose che pesano ci consuma\ bramiamo la terra e quello che c’è dentro\ guardiamo stupiti le immancabili stelle” (p. 14). Scegliere di appartenere completamente a questo mondo, infatti, non vuol dire solo rivolgersi alla bruta materialità a cui siamo assegnati, selezionare artificiosamente solo i momenti più bassi e “comici” e “guasti” del mondo, ma al contempo rispondere all’esigenza del sentire umano che tenga conto anche degli stati più rarefatti e appassionati come di quelli più razionali del vivere. Accanto all’”ingombro delle cose”, è necessario dar voce a quell’azione tipicamente umana, quel guardare stupiti “at the unfailing stars” (Dylan Thomas, verso posto in esergo al testo) che da sempre seduce l’umano e che da sempre lo costituisce. La voce di Attanasio sa gettarsi ugualmente alla ricerca della “realtà non vista, quella del desiderio” (p. 23), così come perlustrare la nuda oggettività di un paesaggio: il suo sguardo è sempre rivolto ad individuare non la soluzione, ma l’alfabeto che informa il nostro “cifrario” di corpi malati di mortalità: “perché noi non cresciamo più come i bambini, noi invecchiamo” (p. 51).

In ogni testo, così come nell’impalcatura totale del libro, l’autrice sembra dunque dibattersi in una dualità, di cui trascorre tutte le sfumature e in cui transita con ampia libertà espressiva. Da un lato abbiamo “l’affondo nella vita più intensa della vita”, oppure quella “vocazione di ricordare” (p. 88) che si pone come rappresentazione degli stati più metafisici del vivere nostro; mentre dall’altro è presente una tendenza fortissima alla geometria e alla razionalità, alla forma “chiara e distinta” dell’espressione come del sentire: “geometria è un pensiero solido che non fa sconti agli inventori di follie\ e alla fantasia dei giocolieri\ serve a disegnare la forma dei versi per dire le cose come sono” (p. 16). La poesia di Attanasio è una ricerca tutta dentro la vita, che rifiuta come “fantasie dei giocolieri” le sperimentazioni che si rivolgono solo alla forma linguistica, che non provengono all’autrice a forza d’esperienza concreta. È questa la fonte, l’unica, che può piegare il verso, allungarlo, rastremarlo, sincoparlo o spalancarlo. La forma non è qualcosa di esteriore al contenuto o che si esenta dal confronto con l’impatto della vita vivente; la forma è proprio il risultato di questo scontro, di questo transito fulmineo con il dolore come con la gioia: “La forma è il calco nascosto nella piega dell’occhio-\ volatile, come il panno che spolvera il piatto di cristallo\ a casa di mia madre\ dura, quando nell’aria schizza la sirena dell’ambulanza\ e la sua lugubre scia racconta agli ancora vivi\ la storia di una retta spezzata” (p. 17). Questo testo di natura programmatica (come altri nella sezione Voci transitorie che apre il volume) è anticipato da una citazione presa da una bellissima lettera di Anna Maria Ortese rivolta a Elsa Morante, poco dopo l’uscita del suo romanzo La storia; in essa la scrittrice del Porto di Toledo scrive: “Solo la vita, a umiliazione dei critici, è forma”. Solo la vita può imporre una forma allo scrittore e solo la vita insegna quanto ogni forma sia precaria e transeunte, segnata da una umiliazione originaria che la farà cadere. Lavoro del poeta è allora quello di svuotare il campo dalle pretese prometeiche e farsi scrivano della realtà e delle sue vibrazioni: “registro con la precisione del sismografo\\ intercetto le scosse” (p. 28); trovare il punto dove ci si possa fermare e farsi negativo di una vita più grande e del suo movimento: “Ora posso fermarmi ad ascoltare quello che vedo\ e tralasciare il vuoto\ posso guardare le cose che vivono sotto i miei occhi” (p. 53). Come recita il titolo di una sezione, mutuata da un brano di Robert Lowell, la poesia in Daniela Attanasio diventa schiettamente l’arte del possibile, l’arte di essere umani, di essere totalmente umani, di essere – fino a quanto e per quanto ci è dato – questo fantasma primigenio che è l’essere di cui partecipiamo.

Se queste sono le premesse, non stupisce che questo sia un libro in cui brillano alcune poesie-ritratti di una bellezza straniante, lucida e tragica insieme. La terza persona qui può essere sostituita alla prima, in un gioco di specchi in cui osservare è osservare se stessi, il proprio corpo vivente, come le pieghe crudeli che dispiegano il morire. “Mia madre aspetta la morte” (p. 67), inizia così un testo dedicato alla figura materna. Essa chiama la morte “una signora” e “Lo dice dentro\ l’intralcio della dentiera, tirando la bocca\ in un sorriso d’ebetudine”; e sono i nomi delle cose o dei viventi a farne ancora la vita, l’ultima presenza di un mondo che, in lei, è prossimo alla sparizione: “A volte, per non tornare indietro e scendere\ un altro gradino, ricorda un nome\ come un impulso di luce”. Un altro ritratto è quello che si nasconde dietro le iniziali di a.r. (p. 40), una poetessa la cui frequentazione e il cui studio hanno segnato inesorabilmente la storia dell’Attanasio: Amelia Rosselli. Della poetessa che scrisse del “diagonato passo degli analfabeti” come il solo “libro da scuola” (da Variazioni belliche), ci viene qui restituito un ritratto umanissimo; i versi della  Attanasio raccontano dei suoi “occhi bianchi anche in vita\ come fosse cieca”, oppure di quanto avesse “ancora belle gambe e un portamento imperioso”: “portava scarpe basse e capelli tagliati a caschetto\\ fermava la frangia con una molletta”. In un “miracoloso scambio di favori fra realtà e sogno” (p. 43), altre fisionomie di persone perdute riaffiorano attraverso i velami del sogno, oltre che della memoria. Qui la poesia dell’Attanasio ci trasporta in una dimensione rarefatta e densa, dove l’invisibile corpo di una ragazza senza materia ci ricorda quanto siamo pesanti, quanto siamo fatti di carne e peso, perfino nell’anima: “camminava per strada\ calma, fiera […] aveva il portamento di chi sa qualcosa di vero\ ma senza l’arroganza di un maestro di vita\\ con una certa grazia ha portato la mano alla fronte\ nella direzione della memoria. Con quel segno diceva\- non dimenticare quanto pesa il corpo e quanto è profondo,\ come galleggia sulla punta dell’acqua e quanto assorbe\\ toccalo, fino a sentire la presa dell’anima” (p. 42).

La scrittura di questo libro ci sorprende per la grande varietà delle soluzioni stilistiche, ognuna di esse raccolta e utilizzata con una libertà e una freschezza di ispirazione che ben raccontano la disaffezione della poesia contemporanea per un concetto di “stile” come limite ideologico, come bandiera che segni una appartenenza ad un movimento poetico definito e definitorio. Oggi il problema della poesia contemporanea è un problema di sostanza, di espressione della sostanza esperienziale della vita: non importa più, aprioristicamente, in quale forma essa si realizzi. Liricità e narratività, verso lungo e raccolto in sincopi convivono in questo libro che completamente si affida ad una sensibilissima corrispondenza con l’eclettismo di ciò che vive. Poco dopo la metà del libro, ci si imbatte in due poesie che spiccano per una scelta formale e tematica simile: entrambe hanno per oggetto la neve ed entrambe optano per un verso rastremato, fino alla parola-verso, che però si contraddice, a tratti, allungandosi fino all’eccesso. Questo che io chiamarei “dittico della neve” (pp. 71, 72) è sicuramente uno dei vertici del libro, per bellezza formale e forza di rappresentazione di un’idea della poesia. Parente di quella sereniana “neve di marzo \ plurisensa”, la neve è qui, nel suo far silenzio, una forza che distrugge le cose e le oblitera nel suo candore: “è gelo di spoglio\ bocca bianca che morde\\ smembra le forme\colma sedili e panchine […] avvinghia\ ostruisce\ ghiaccia le arterie\\ ignora la leggerezza della schiuma\ spossa gambe e schiena\ opera sfasci” (p. 71). Questa opera di distruzione continua rappresentata dalla neve, avvolta in una serie serrata di metafore, diventa allegoria della forza invisibile della vita che muta, che mai si quieta, che sempre devasta ciò che crea, tanto da far esclamare: “di notte la luminosità del suo silenzio\ è la cronaca di una indifendibile bellezza”. Se in questo brano si assiste in presa diretta all’opera di annullamento, nella poesia che segue siamo posti di fronte a ciò che rimane: “nel segreto della copertura\ un paesaggio sconfitto dall’uso” (p. 72). Di fronte a questa sconfinata distesa di “neve bianca e lucida di ghiaccio”, Daniela Attanasio e la sua poesia registrano uno scatto vitale; un balzo, una fervente marea lessicale, che racconta di un’umanità che dialoga con il disastro attraverso la sua accettazione attiva, una comprensione furiosa e totale che va dalla “benevolenza dei cani”, all’”odore del mare e quello di un corpo”, fino alla meccanica maestosa de “il rumore animale dell’elicottero che sorvola il quartiere”. Questo è quanto ancora i poeti sanno fare del mondo.

 

 

 

C’è neve bianca e lucida di ghiaccio

che rimodella

nel segreto della copertura

un paesaggio sconfitto dall’uso.

 

Prendiamoci questo –

mi viene da pensare,

il bianco asfittico del ghiaccio

l’energia che schizza dalle radici

prendiamoci le possibilità

le tante possibilità

dalla sillaba alla poesia

 

le parole della passione

quelle dell’amore

il rispetto o la fiducia – al caldo sotto la lingua

prendiamoci il concreto del tatto

l’odore del mare e quello di un corpo

sotto le lenzuola

prendiamoci la benevolenza dei cani

i colori da un quadro di Rothko, i “lapsus” di Rosselli

lo scricchiolio del gelo che sfibra sangue e rami

l’ironia, la grazia –

 

il rumore animale dell’elicottero che sorvola il quartiere

 

 

 

 

 

 

 

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One Response to Su “Di questo mondo”

  1. véronique vergé il 22 dicembre 2013 alle 17:50

    Grazie Andrea per il regalo -scrivere poesie è cercare la selvatica emozione del reale.
    La poesia è il perno dove le realtà si metamofosa in lingua prima.
    Vita immédiate.



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