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Ad Auschwitz non c’era il mistero

di Giacomo Verri

campo

“Che cosa restava ad Auschwitz di questa società, di questa gerarchia? Oh, c’erano gradi e ranghi – nel senso ignobile. Le condizioni erano tali che sussisteva, in un certo senso, un simulacro di società, con le sue prostitute e i suoi criminali alla guida di un macchinario organizzato in modo tale che la morte fosse il solo esito”.

Così Charlotte Delbo nella lucida perizia intorno all’universo concentrazionario che si legge in Spettri, miei compagni (ora tradotto da Andrea Pioselli, introd. di Elisabetta Ruffini, Il filo di Arianna, pp. 78, € 10), lunga missiva che l’autrice progettò di inviare a Louis Jouvet e che mai terminò per la sopraggiunta morte dell’attore nel 1951. Ma nonostante la dichiarata incompiutezza, Spettri è tra le meglio delineate e disarmanti riflessioni sull’esperienza della deportazione e dell’internamento, non perché narra i gesti, i luoghi orrendi, le cose fuori pietà che laggiù si provarono, ma poiché indaga come e quanto (al perché non v’è chiosa) la barbarie nazista seppe asportare tutto ciò che alimenta la vita psichica dell’individuo.

Delbo, classe 1913, famiglia di origine italiana, è oggi tra le donne simbolo della Resistenza nel padiglione francese del Museo di Auschwitz. Assistente di Henri Lefebvre, segretaria di Jouvet, sposa nel 1936 Georges Dudach, allora tra le guide della Jeunesse communiste. Proprio sui «Cahiers de la Jeunesse», firma le prime recensioni letterarie e teatrali che la condurranno a quei profondi e laceranti percorsi nell’immaginario, alla base anche di questa ‘lettera filosofica’. Il 2 marzo 1942 è arrestata col marito (frattanto divenuto il braccio destro del leader comunista Pierre Villon), nel quadro dell’affaire Pican. Dudach è di lì a poco fucilato, mentre la Delbo, schedata nella rubrica ‘Notte e Nebbia’ tra i prigionieri politici, sale su un treno diretto al campo di Auschwitz-Birkenau, che giunge a destinazione proprio il 27 gennaio 1943. Con lei, tra le altre donne, c’è Viva, Vittoria Nenni, figlia di Pietro.

La lettera, come un bisturi, incide inesorabilmente l’umanità di chi legge per chiamare in superficie non tanto la cognizione del dolore provato, ma l’atroce estinzione della paura e del senso del mistero. Prima di Auschwitz, la Delbo è detenuta a Romainville. Lì inizia la deriva, lì il viaggio della coscienza guadagna il deserto dove l’umana “sensibilità è ridotta allo stato di ricordo”. Lungo la rotta dell’annullamento, mentre la compagnia delle persone vere si perde, resta quella degli amati personaggi di teatro (la cui essenza giunge attraverso “il comportamento nell’azione”) e di romanzo (che, scrutati fin nelle crepe ultime del cuore, guadagnano “l’universalità umana”). Essi sopravventano quello “sforzo della coscienza per afferrare la propria esistenza che Proust chiama la ricerca del tempo perduto”. Appaiono allora Fabrizio del Dongo, l’eroe della Certosa, e altri spettri, ognuno dei quali educa in qualcosa Charlotte. “Il personaggio raggiunge, a seconda dell’ambiente in cui lo si cala, un grado di esistenza più o meno alto. In prigione”, e chi poteva starci meglio di Fabrizio?, “si anima con una vivacità particolare”. Del Dongo le insegna ad annoiarsi, ché in cella, nonostante il tempo a disposizione per pensare, il futuro decade “a causa del tribunale che decreta solo condanne a morte”. Il sentimento dell’ineluttabile estingue la paura, “la conoscenza esatta del pericolo paralizza l’immaginazione”. Ma come vivere senza paura, senza il mistero della paura? È Ondine, l’eroina della pièce di Giraudoux, a offrire la risposta: lei, ninfa vaga dell’umano Hans che la tradisce, destinata a sprofondare nel buio, è metafora della franante oblivione di Charlotte, della propria dimenticanza terribile eppure necessaria. Sopravvivenza significa oblio, “quella facoltà della memoria di rigettare nell’insensibile il ricordo di una sensazione calda e viva”. Charlotte impara dunque a dimenticare (“poiché mangiavo, dimenticavo, poiché respiravo, dimenticavo, poiché pensavo a ciò che sarebbe stato domani, dimenticavo”).

Sul “vagone oscuro dove le forme erano ancora più fantastiche che quelle dei sogni”, compare il misantropo Alceste, a lei germano per la sete d’assoluto. Non c’è Don Giovanni (che arriva più tardi), nonostante le belle ragazze “che scuotevano i capelli per far cadere le pagliuzze che ci si erano attaccate”; non Amleto, troppo filosofo, troppo “poco dotato di esistenza”; non Ermione, non Rodrigo. C’è l’Elettra di Giraudoux, che s’erge infine tra le paludi di Auschwitz: “che la verità divampi”, dice. E la verità è la gemma della rimembranza, il ricordo dell’amore: “valeva la pena tutto soffrire per riportare la memoria dell’amore assoluto che si era vissuto”.

Ma anche il ritorno è disgregante. Il 23 giugno 1945 Delbo sbarca all’aeroporto di Bourget. “Tutti , tra la folla di cui sentivo il fluire intorno a me, tutti erano pronti ad aiutarmi, erano lì per aiutarmi, ma si proponevano coi loro propri mezzi, senza relazione con ciò di cui avevo bisogno”. E scopriamo allora che il bisogno di chi ha fatto quella esperienza è di avere tempo per risalire la superficie, tornare a illudersi che non tutto è così “a lato dell’essenziale”, riconquistare tra le lacrime il senso della nostalgia: quanto “mi circondava non erano che spigoli taglienti e brucianti di oggetti, di colori, di reminiscenze, di associazioni, di evocazioni che testimoniavano che G. aveva vissuto, mi aveva amato, che l’avevo amato”.

(Pubblicato su L’Unità il 5/2/2014)

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