Virgilio – Ecloga VIII – Pharmaceutria

trad. di Daniele Ventre

La melodia di Damone e di Alfesibeo, quei pastori
che la giovenca, delle erbe immemore, aveva ammirato
scendere in lizza, e al cui canto si sono stupite le linci
e nel mutare di corso si sono arrestati i ruscelli,
la melodia di Damone e di Alfesibeo ridiremo.
Tu, o che superi già le rupi del grande Timavo,
o sfiori il lido del mare illirico, ma verrà mai
tempo per me che mi sia concesso esaltare i tuoi atti?
Mai avverrà che per tutto il mondo io possa lodare
i versi tuoi, del coturno di Sofocle gli unici degni?
Da te il principio e con te finirò: ricevi i miei versi
per un tuo cenno iniziati e lascia che in mezzo ai tuoi lauri
di vincitore ti venga quest’edera intorno alle tempie.
Era da poco svanita la gelida ombra notturna,
quando rugiada è più dolce alla greggia nella molle erba;
dunque Damone esordì, poggiato a un olivo nodoso:
“Nasci, Lucifero, annuncia al tuo avvento il giorno vitale,
mentre, ingannato dal falso amore di Nisa, mia sposa,
io così piango e agli dèi (benché non giovasse l’averli
a testimoni) morendo in quest’ora estrema mi volgo.
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.
Ha la sua serva stormente, il Menalo, pini loquaci,
sempre, e da sempre di noi pastori ha ascoltato gli amori,
e ascoltò Pan, che per primo non volle silenti le canne.
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.
Nisa a quel Mopso si dà: che dovrà temere, chi ama?
Già si congiungano grifi e cavalle e (l’evo è propizio)
vadano all’abbeverata coi timidi daini le cagne.
Mopso, le fiaccole nuove prepara, a te viene la sposa,
spargi le noci, marito, per te lasciò Espero l’Eta.
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.
Tu, sposa a un uomo ben degno di te, mentre tutti disprezzi,
mentre t’è odiosa la mia siringa e così le caprette,
il sopracciglio mio irto, nonché la mia barba prolissa;
credi che no, nessun dio delle umane cose si curi.
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.
Roridi pomi ti vidi raccogliere qui fra le siepi
nostre (eri piccola) insieme a tua madre: io c’ero a guidarvi.
Il dodicesimo anno allora m’aveva già accolto
e già da terra riuscivo a toccare i fragili rami.
Come ti vidi, davvero perii, mala furia mi prese!
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.
Ora lo so cos’è Amore: a quel dio bambino d’un seme
altro e d’un sangue diverso dal nostro hanno dato i natali
Tmaro, magari, o anche Rodope o quei Garamanti remoti.
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.
Empio l’Amore costrinse la madre a macchiarsi le mani
anche del sangue dei figli. Tu pure crudele sèi, madre!
È più crudele la madre o più truce Amore bambino?
Truce è sì Amore bambino, tu pure crudele sèi, madre.
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.
Ora anche il lupo rifugga le pecore, dure le querce
rechino mele dorate, dall’ontano gemmi il narciso,
le tamerici dal tronco trasudino resine opime,
scendano in lizza ululoni e cigni e che un Orfeo diventi
Titiro, un Orfeo fra i boschi, un Arione in mezzo ai delfini.
Flauto, con me le canzoni del Menalo prendi a intonare.
Tutto oramai si tramuti in pelago fondo. Addio, selve!
Giù capofitto da un picco di rupe scoscesa io fra i gorghi
mi getterò, morirò, da me avrà quest’ultimo dono.
Smetti oramai le canzoni del Menalo, smettile, flauto.”
Questo cantava Damone: quel che Alfesibeo gli rispose,
Pieridi, ditelo voi: non tutti possiamo ogni cosa.
“Portami l’acqua e circonda di morbide bende l’altare,
quindi le opime verbene e gli incensi maschi da’ al fuoco,
sì che io provi a confondere il sano intelletto allo sposo
con i miei magici riti; qui mancano solo gli incanti.
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.
Sanno far scendere giù dal cielo la Luna, gli incanti,
Circe mutò con incanti perfino i compagni di Ulisse,
con un incanto nei prati si lacera il gelido serpe.
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.
Triplici fila screziate di ben tre colori da prima
alla tua immagine lego intorno e poi intorno all’altare
corro tre volte portandoti: un’impari cifra al dio piace.
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.
I tre colori tu lega con triplice nodo, Amarilli,
lega, Amarilli, e ripeti: “I lacci di Venere io lego”.
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.
Come la creta è indurata e come la cera è colata
per un medesimo fuoco, così farà Dafni al mio amore.
Spargi il cruschello e al bitume fa’ ardere fragili lauri:
Dafni fa ardere me, maligno, e per Dafni io quel lauro.
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.
Tale un amore su Dafni, quale ha la giovenca, se affranta
dal ricercare il suo toro fra selve e nel folto dei boschi,
presso un rio d’acqua s’abbatte in mezzo a verde erba palustre,
tanto s’è persa, e a sfuggire alla tarda notte non pensa,
tale un amore a lui piombi, né io penserò di sanarlo.
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.
Queste sue spoglie una volta ha lasciato a me, l’infedele,
pegno diletto di sé, che adesso su questa mia soglia
Terra, io a te raccomando; quel pegno mi deve il mio Dafni.
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.
Ecco qui l’erbe e gli scelti veleni venuti dal Ponto,
quelli che Meri mi diede: ne nascono tanti dal Ponto.
Spesso con questi io in persona l’ho visto mutarsi in un lupo,
Meri, e chiamare gli spettri dal fondo dei loro sepolcri
e trasferire nel campo d’un altro una messe piantata.
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.
Porta le ceneri fuori, Amarilli, e al rivo che scorre
gettale dietro le spalle, non volgerti! Dafni con queste
io colpirò: non si cura di dèi, non si cura d’incanti.
Dalla città Dafni a casa guidate, ah, guidatelo, incanti.
Guarda, di tremule fiamme la cenere sopra l’altare
arde spontanea, adesso che sto per sottrarla. Un buon segno!
Certo qualcosa è accaduto, e Ílace abbaia alla soglia.
Ci crederò? O chi ama si crea per sé stesso il suo sogno?
Dalla città Dafni torna, smettete, ah, smettetela, incanti.”

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).