Tre anelegie e due parodie

di Daniele Ventre

1.

futilità di parole intrecciate in senso di sfida
lungo le pagine vuote ora ci scivolano
via dalle orecchie -era il tempo del vuoto e lo stato del vuoto
e la passione del nulla a confidarmi che sì
certo il tessuto mediale importa -e il bambino fa chiasso
(dio!) sulla porta perché poco educato -che sì
poi c’è la crisi di tutto -non girano più contenuti
girano nude le forme -e si mostrassero un po’
forme per quelle che sono le forme -un formato impreciso
di parodie di follie di fantasie di ovvietà
di riscritture e figure retoriche -di scremature
di spremiture e limoni e di visibilità
sempre invisibile -sempre la daga ittiomorfa del buio
che non si indaga né più si riconosce né sa
più riconoscersi un senso o almeno un perché del dissenso
solo l’assenza e l’assenzio e l’assentire al perché
non ci si incontra davvero -e si percepisce il mistero
che l’esotismo vestì d’incomprensibilità
-e si vorrebbe parlare di voce e parlare in presenza
ma la presenza presenta un’impressione d’un tu
vaga -vaghezza d’un qualche domani -una furia futura
che di per sé non ha più che l’impossibilità
l’impresentabilità d’una qualche angoscia remota
per la possibilità d’esserci e perdercisi
come per file alla posta per inesitati reclami
raccomandate rimosse e rispedite da te
che me le mandi -io perciò non spedisco più cartoline
-pacchi regalo e però vuoti anche quelli se qui
ora non sembra ci sia più nulla a cui possa pensarsi
-solido vuoto del tempo orfano di verità
-orbo di semplicità -ma poi è banale anche dirlo
anche pensarlo o che poi se ne rammarichino
gli ultimi uomini -i primi passarono sulla pianura
-l’ombra del tempo e le età se ne dimenticano

2.

Ultima ex Ponto

certo non è questa gran novità trovarsi al confino
o per parole di troppo o per più sconce irrealtà
-anche l’idea che si celi il dissenso nella parola
sfuma tra vaghe ironie d’involontarie virtù
-mi immaginavi deciso a incantarti i morbidi amori
che fra le spire dell’ombra anime liberano
-qui non intendo più spiro di vento o follia di tempesta,
ora che i giri dei giorni ispidi vorticano-
certo non è che mi spiaccia l’esilio –e mi calza a pennello
questo appartarmi dai cori a lamentarmi quaggiù-
acqua che punge di sale sull’ultima riva del mondo
una contrada di Scizia -aspra marginalità
d’isolamento –eh conviene a me come il lutto ad Elettra-
ma per lo meno quaggiù non ti si accumulano
stupide ubbie postulanti idioti albagie livorose
d’inopportuni savants di zebedei parvenus
-non ti stupire perciò se la voce qui si fa roca-
a lamentarsi per posa anche per comodità,
ci si consuma –e non ho granché più da offrirti che un fiore
grigio d’inverni una scia che s’allontana da me
sull’orizzonte del mare agitato un Elmo d’Atena
che ci tramanda all’avversa ala delle ultime età

3.

Radio24

ventiquattr’ore alla radio faranno un po’ male magari
tante mediaticherie -tanta l’imbecillità
-forse sarà che dovremmo gettare ai maiali i maiali
grassi di xenofobia -tutti cascame e virtù
genica -geni davvero degeneri -generazione
di malfattori etnolesi -e se ne ingenerano
etniche le pulizie generali di primavera
-finte però -di pulito ora non vedo granché
solo i maiali che fanno i maiali e non li si getta
via -più probabile ormai che getteranno via me
te tutti gli altri che infine hanno ancora il vizio segreto
di non pensare per via di tazebao -di cliché
alla rovescia -che poi sono tutti gli ex-sessantotto
tutti coi figli dei figli e i discendenti dell’ics
factor -giustizia non mosse il loro infangato fattore
certo non alto però tu sponsorizzamelo
tu sponsorizzamelo radiolina del ventiquattro
o ventidue -con la marcia e i fascistelli col fez-
tutte le facce da fez che si aggirano per la terra
d’empi di spoetizzanti e naviganti da web
e criminali antieroi di stallieri e figli di amanti
-sempre diamanti per sempre e discoteche col crack
e bancarotte col crash e poi bancarelle coi crani
-poveri Yorick -né tu li conoscevi però
ventiquattr’ore alla radio e non fai granché conoscenze
né conoscenza -però disconoscenza ce n’è
tanta e dovremmo davvero gettare ai maiali i maiali
dare il suo prezzo al fascista -annichilare Chauvin
e censurare i Cogniard delle fiction senza memoria
-e non m’importa granché se ci rimproverano
che si diventa reattivi e si paga il male col male
-ora che il male non ha riprovazione -non ha
altro giudizio che il nostro orrore e l’applauso di troppi
rimbecilliti savants -livide complicità
d’un’accademia di stolti e giullari -infine dovremmo
rendere al male la sua merce avariata -e non so
ora che farmene più dell’abbandonarsi al perdono
-l’imperdonabilità del perdonismo -il bon ton
dei logolesi indocenti indolenti -un fango di rane
avvelenate di sé -madide di falsità
manganellare gli sciocchi -un autodafé per idioti
grassi di xenofobia di luridume e virtù
patria -da figli di padre ben noto e di madre peggiore
fra bancarotte col crash e discendenti dell’ics
factor – fattori di geni degeneri -generazione
di malfattori etnolesi e complottisti sul web-
certo dovremmo davvero lasciare i maiali a sé stessi
abbandonarli a sé stessi a balbettare fra sé
l’oscenità degradata di ventiquattr’ore di radio
e le zanzare a mangiarli -e non parlarne mai più

* * *

interludium

Non mi innamoro del brutto istituzionale: mi spiace.
Non vi sta bene così? State lontani da me.

4.

Dichtung macht frei (Parodia lieta)

forse una legge morale vigeva e non era il natale
festività del malsano che si divertiva al divano
del tamarit? -e la nonna? e il mondo -e la monna madonna?
triste per sua comunione il natale -triste campione
forse perché disciplina ci incardina grama dottrina
fra un titoletto e un non detto -oh l’ha letto? mica l’ha letto?
forse che gli aperitivi si spazzano via negativi
con vibratorii aurobindi? con i tamarit tamarindi?
e ce n’è grato il pianeta? o sarebbe terra più lieta
se si spazzasse un po’ via salmodia e non-lo-sofia
mondo di prosa su prosa incuriosa alquanto accidiosa
riscaldamento globale e raggelamento locale
nulla che vuole e disvuole per disamorate parole
sull’usurata ricerca e la sfera di guttaperca-
che desiderio non c’entra e giustizia poco s’accentra
-la commozione più viva con cui ti ripaga corriva
la cennamella a dispetto -avrà letto? oh sì che avrà letto!-
caro natale letale e fatale e alquanto fecale
forse l’avrai in simpatia per la vecchia tecnologia-
videoregistrano troppo e parlano schioppo e galoppo
-certo che le teorie permangono con malattie
e se la scienza è in subbuglio se mescola male l’intruglio
caro natale arredato malevolo cantilenato
con le violette in pallore e i cristalli liquidi e amore
tanto da tesserne l’odio episodio per episodio
per le tue fiere già snelle anoressiche poco belle
per la tua bassa tragedia fraintesa in inedia e in commedia-
chioma che l’aura s’è sparsa a comete in spazi di farsa-
e se la scienza è in dismay né il display va come vorrei
caro natale artefatto miracolo mal contraffatto
tienti presepe e carretto -il tuo segno mica l’ho letto?-
lascia che il mondo problema intrecciato all’opera scema
segua la recita buffa -e finisce in buffa la zuffa
della tua prosa di prosa ingiuriosa oziosa tediosa
dei regalini di sempre distonici sfatti di tempre
-mentre respawna lo zombie e arlecchino inclowna suoi rombi-
quello un po’ killer di serie incline a follie semiserie
trash dell’orrore un po’ vieto -e si sparge sangue con fleto
mentre il mid-boss ti sconfigge e nel ruolo ti crocifigge
e al multiplayer il single si vota in un trillo di gingle
e si disfà la vigilia e per nulla s’invisibilia
l’immedicata distanza e danza in paranza e speranza
sugli scaffali una giga di compere -gira la briga
della feroce allegria -la volgarità della via
inzaccherata di folla -e si sniffa colla per colla
male tagliato quest’oppio di popolo prezzo al raddoppio
-forse una legge morale vigeva e non era il brutale
giorno natale di un sole invincibile di parole
fra la vigilia e l’attesa fra gli impossibilia e la resa
fra un titoletto e un non detto -avrai letto? mica avrai letto?
ma la tua svastica certo non ha impressionato il deserto-
questo fade-out di ragioni dissoltesi per intenzioni
di malintendere esteso -da piccolo genio incompreso
-forse una legge morale vigeva e non era il teatrale
dono di lercio condito del tuo chiacchierare impettito
fra la ricerca e la cerca e il pupazzo di guttaperca
-pattern che male performi per intellezioni deformi
prono al dialogo bega -al soldino in pessima lega
prezzo di scarsa moneta del fantasticante alfabeta
sfiato dell’era dei pesci -e in età dell’oro non cresci

5.

Parodia triste

ma sarò forse io che sbaglio tutto
non raddrizzo mai tavoli al mattino
lì nel parco e non conto mai i piccioni
e non spargo mai resti -scarsi -certo-
sì sarò forse io sbagliato infine
che non so di decenza né di dio
sì sarò forse io che fra le panche
non ho sparso le briciole e non voglio
mendicare le briciole e l’oscuro
non lo medito -io oscuro e scuro in volto
che non so né fogliame né natale
e mi sfrego lo sbrego e me ne frego
-non nel senso più nero- e se si schianta
sopra i tetti una gioia o se a schiantarsi
è il piccione stecchito io non saprei
a che segno o calore confidarlo
né risplendo su prisma e paracarro
nella notte di luce contro i fari
e non amo né preti né regioni-
certo è vero che piangono le bestie
lacrime -io tuttavia sarò sbagliato
come sempre né poi capisco il mare
e da tutte la parti faccio acqua-
sarà forse che non ne so boccata
d’aria -no non di terra né di mare
o di bocca o di gola o di parola
e sarà che mi sento un po’ isolato
livido solitario alla montagna
sacra di Jodorowsky o chi per lui
e il silenzio resiste nell’assenzio
nell’assenso -che piangono le bestie
lacrime -e tuttavia sarò sbagliato
io e da tutte le parti faccio acqua
me ne resto al mio tavolo -mi aggrappo
mentre panche galleggiano e piccioni
e disperse le briciole coi resti
io non corpo io non parte d’altro corpo
non ho corpo di spirito e nemmeno
lo spirito di corpo -e bestie membra
piangono -e tuttavia rimango sempre
io l’errore e non so di dio o decenza
né comprendo più forma o differenza

4 Commenti

  1. Fuga dalla democrazia pilotata. Sotto gli occhi attenti del guardiafuochi e delle suore nazi(capolavoro oscuro, subacqueo, dell`indolenza luminosa e proattiva. Debiti con Virzi`)

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).