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Se me li sono persi: “Ritornati dalla polvere”

Bradbury, copertina, fronte

di Eugenio Lucrezi

RAY BRADBURY, Ritornati dalla polvere, traduzione di Giuseppe Lippi, strade blu Mondadori, Milano 2002

È di questi giorni la notizia del ritrovamento di un nutrito corpus di epigrammi di Posidippo, poeta alessandrino che nel terzo secolo gareggiava per fama con Callimaco. Fino ad oggi di lui rimaneva, insieme ad una ventina di frammenti inclusi nell’Antologia Palatina, poco più che il nome, sbiadito dalla povere del tempo. Se di colpo Posidippo è diventato il poeta meglio conosciuto del suo tempo lo si deve alle cure, devote quanto quelle profuse dagli antichi imbalsamatori nel compiere l’operazione inversa, con cui oggi si scartocciano le mummie egizie; ed al fortunato ritrovamento, tra le fasce di una di queste, di un metro e mezzo di papiro recante i segni, fissati in eterno dalle resine, di centocinquanta epigrammi.

Ben altro destino toccava, nell’epoca dell’immenso impero britannico, alla gran copia di sacchi d’ossa e catrame pescati nelle tombe, che venivano usati senz’altro, per la loro eccellente infiammabilità, come combustibile per le caldaie dei treni. Così il Nefertiti-Tut-Express attraversava veloce la valle dei Re, mentre «i fumi neri che riempivano l’aria erano infestati dai cugini di Cleopatra che bruciavano». Ce lo dice Bradbury all’inizio di questo romanzo macabro e gentile, che portando le mummia nelle atmosfere country dell’Illinois ci sorprende almeno quanto a suo tempo ci spiazzarono i Clash di Rock in the Casbah, seppure all’incontrario.

Come le Cronache marziane, che nel 1950 segnarono il folgorante esordio di questo autore, From the dust returned risulta dall’accorpamento di più racconti; come «la grande armada di polvere sepolcrale» che ne affolla le pagine, proviene da un lontano passato, addirittura dal 1945, quando le prime pagine di questa che oggi è una sola, magnifica, narrazione videro la luce su una rivista pulp alla quale il venticinquenne Ray vendeva le sue visioni per mezzo centesimo a parola. Cinquantacinque anni sono tanti, come pochissimi sono i nove giorni impiegati per la prima, pressoché definitiva, stesura di Fahrenheit 451, il suo libro più famoso (non il più bello): ma ogni racconto ha la sua storia, e poi l’idea dei pompieri mandati in giro a bruciare i libri piuttosto che a spegnere gli incendi gli venne ai tempi di McCarthy, in piena caccia alle streghe, e non c’era un minuto da perdere.

Questo romanzo di undici lustri ci dà conto del raduno di una multiforme famiglia di fantasmi in una grande casa «che aveva preso forma come un sogno di Ramsete completato da Napoleone» su una solitaria collina del nuovo mondo; dell’orgiastica festa e delle bizzarre avventure cui danno vita i non morti, lì convenuti dai più remoti angoli del globo per testimoniare gli oscuri ricordi «su cui l’umanità ha costruito nuovi edifici di carne»; infine della precipitosa fuga cui gli spettri sono costretti dalla marea crescente dell’incredulità umana, dall’onda della noncuranza che tutto cancella.

In una di queste pagine memorabili, Bradbury elenca i suoi maestri, che sono Shakespeare e Poe, Dickens e Kipling. Non è un caso che questo scrittore sia stato uno degli autori preferiti di Sergio Solmi, amico della science-fiction e del Leopardi del Coro dei morti nello studio di Federico Ruysch.

da Diario, 14 giugno 2002

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3 Commenti

  1. . Che libro è mai questo che mi saluta dallo scaffale delle novità.

    E’ piccolo ma non dimesso, tanti pennellini sulla copertina mi dicono parli di scrivere. Guardo in alto sullo saffale della biblioteca e: lo saluto e
    Gentilmente leggo:
    Ray Bradbury
    Lo Zen
    Nell’arte della scrittura
    Libera il genio creativo che è in te.
    Derive APPRODI

    Ecco sono affezionata a questa recensione e con un sospinto calore al plesso sorale, mi sono decisa a scrivere queste due righe.
    Vi saluto con un abbraccio molecolare

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