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Versi liberi (2) – Se già si tollerò più grigio scherzo…

di Daniele Ventre

0.

[Se già si tollerò più grigio scherzo…]

1.

Ora che al senso ogni altra porta è chiusa,
non altro ha questo tempo oltre il silenzio.

Così ti serra in ghiera di silenzio
l’ombra e non hai che questa forma chiusa

da aprire in voce schiusa al tuo silenzio

2.

La traccia che di segni si fa corpo
imprime al vento l’eco delle note
che tu mi replicavi in mari e muse.

Ma ci riga il vinile echi di muse
e il suono delle voci ottunde il corpo
che perde nuove le ragioni note.

In questa danza lenta senza note
comprimo cori muti d’altre muse,
perché la voce non si dà più corpo

se non corpo di note in corde e muse.


3.

Il cielo muto nel mattino freddo
ritorna ancora in quest’inverno vuoto,
che il vento strano fa gelare l’aria
e libra nella nebbia fuochi fatui.

Saranno forse i tuoi fantasmi fatui
che in corpi effimeri ha addensato il freddo,
se del tuo sogno ci rimane l’aria
che diafana s’è stretta intorno al vuoto.

Io sono stanco di girare a vuoto
e intessere sul nulla alterchi fatui:
meglio sarebbe una boccata d’aria,
che questi sfrigolii di insulti a freddo.

Ma tu riponi al freddo il teschio vuoto
che riempi d’aria e di rancori fatui.

4.

E forse tu non credi che la sfera
si centri nella rete delle forme
e per sua legge ci ritorni al segno
e chiuda il gioco nell’antica frode
che viene al mondo da ladro di notte.

E forse non ricordi che la notte
si tinge di brillio per questa sfera
che serra il mondo nell’antica frode
di qua dal prato schiuso delle forme
che nell’argilla imprime senso e segno.

E forse non collima il tiro a segno
che si giocava al luna-park di notte,
quando grigie ritornano le forme
e non è già più d’essere la sfera
e il tutto sfuma in tenebra di frode.

E forse godi tu d’un caos di frode
che ti lascia per vie nude di segno
tolte alle stelle o a più terrena sfera,
che non si perda il senso della notte
per nebulosa fatuità di forme.

E credi certo che le usate forme
tornino vere d’abusata frode:
ma in ciò t’inganni, come ombra che a notte
confonda sulla via senso con segno
e sciolga in rete d’essere ogni sfera.

E ti sfugge la sfera delle forme
cui segno è frode per foschia di notte.

5.

Il tempo che nasconde ancora i volti
ti cancella la somma delle storie
e la memoria si disfà per nebbia
o si consuma in ceneri di carta
e sfumano i contorni sulla strada,
intanto che nel grigio arranca il passo.

Il fiato roco passo dopo passo
impallidisce nell’aspetto i volti
e intanto cresce il peso della strada
che deposita il vuoto delle storie
in un rodio di tarli sulla carta,
finché il passato non si muta in nebbia.

Scivolano i profili oltre la nebbia
e la ragione non mantiene il passo
e non ne resta poi che qualche carta
sparsa a testimoniare i vecchi volti
nel cerchio uguale delle vecchie storie
che già ascolti ad ogni angolo di strada.

Nel ritorno così perdo la strada
tramata d’orli di fantasmi e nebbia
e sui fogli improbabili le storie
non lasciano più traccia al loro passo,
ma sfumano col perdersi dei volti
nelle parvenze oltre mura di carta.

Il turno che si gioca in questa carta
non lascia indicazioni sulla strada
che si costella d’anonimi volti
a camminare sulle vie di nebbia,
finché nel grigio se ne perde il passo
e non ce n’è ricordo in altre storie.

E nella sottrazione delle storie
si fa cenere il mondo a bordo carta
e il margine del foglio si fa passo
perso d’un tratto a una svolta di strada,
se i cammini recedono alla nebbia
che oblitera nel tempo i vuoti volti.

E senza volti scorrono le storie
fra stanche nebbie per follie di carta
che sulla strada hanno ceduto il passo

6.

Il senso contraffatto della terra
si mescola alla polvere del tempo
e al fango condensato nella pioggia
per fumo e fuoco e vanità di furie
lasciate andare all’orizzonte d’ombra,
ora che esplode in frustuli di carne
il gioco delle bambole di vetro.

E fuggono le facce dietro il vetro
o le ricopre un altro oblio di terra
e fra le vampe non conosci carne
oltre il congegno della bomba a tempo
che fra le case si diffonde in ombra
o torna in polvere e brillio di pioggia,
dopo che il buio racquetò le furie.

E nella notte il volo delle furie
si maschera di nebbia dietro il vetro
che in sbarre chiude il canto della pioggia,
se d’aghi amari punge vento e terra,
adesso che la storia ha cinto d’ombra
la consistenza inerte e senza carne
che ci consegna alla foschia del tempo.

In questo mondo che non ha più tempo
così scateni in tuoni le tue furie
e laceri d’un urto pietra e carne
per piombo proiettato in ferro e vetro
e non ne resta poi che un senso d’ombra
che ci accompagna nella quieta pioggia
nel lento degradare della terra.

Intanto il volto che ritorna terra
distilla per clessidre il vecchio tempo
e si disperde al vento e nella pioggia
e in sogno viene al mondo delle furie
dove la luce è zigrinata d’ombra
e non rimane segno d’altra carne
se non negli occhi un riflesso di vetro.

E restano le bambole di vetro
riverse senza vita in questa terra
che nutre i fuochi d’ogni nuova carne
nel detonare del congegno a tempo
che d’improvviso lampo frange l’ombra
e poi ricade in quieta ala di pioggia
stillando i resti delle vane furie.

Così sul tetto spazzano le furie
con raffi di saggina e batte al vetro
lo scoppio di mitraglia della pioggia,
per questo inverno che segnò di terra
e stracci rotti le memorie d’ombra
per la ferita che di nuda carne
scolpisce il volto livido del tempo.

E certo questa forma segna il tempo
e segna il passo in fuga dalle furie
che pungono di freddi aghi la carne
come per corsa su frantumi e vetro
gettati in cocci per l’asfalto d’ombra
mentre un assurdo sdrucciolio di pioggia
imprime d’urto il tuo cammino in terra.

Volto di terra il tempo sfuma in pioggia,
se strappano le furie in stracci d’ombra
stoffe di carne e bambole di vetro.

7.

Eppure il tutto si richiude in ciclo
e ci dipinge negli eventi il fondo
ristretto nella favola d’un mito
ripetendo in eterno il gioco folle
che la stereotipia vuota d’un gesto
ritesse ancora in congiunzione d’astri
ricominciando in un eterno a capo
per vanità dell’immutata sorte.

Forse tu credi che ci sia per sorte
segno di mutamento in questo ciclo
di piani senza coda e senza capo
e di grotte e di pozzi senza fondo:
ma per quanto si figga occhio negli astri,
non si divina più ragione o mito
che faccia nuovo altro pensiero o gesto
nel gorgo usato della danza folle.

Perciò rivesto il berretto da folle
in questo cerchio senza buona sorte,
che non ci salva mai parola o gesto
che spezzi il vortice e dischiuda il ciclo
reinventando la nuova ombra d’un mito,
così che il mondo possa andare a capo
per nuova terra o per mutare d’astri,
prima che ci trabocchi e vada a fondo.

Eppure a molti piace, in fondo in fondo,
questa giga di sangue in ruota folle
che per vergogna e fuga arrossa gli astri
senza che più si dia senso di sorte
nell’universo al cerchio senza capo,
o che per posa e fatuità d’un gesto
si reciti nel dramma anima o mito
che guidi a segno l’anomia d’un ciclo.

Eppure nulla sfugge al chiuso ciclo
che sabbie di clessidra lascia al fondo
per poi ricominciare il vecchio mito
scrigno di ruote all’ingranaggio folle
ritmato alle meccaniche del gesto
che intreccia il dramma indifferente agli astri
senza che filo spinga a riva il capo
per suo naufragio d’abusata sorte.

Forse non pensi che ci irrida sorte
la statica virtù del lento ciclo
di corde senza nota e senza capo
per disfonia di quadri senza sfondo:
ma per quanto rifugga occhio dagli astri,
ci governa e ci agisce un vecchio mito
a sé legando ogni parola e gesto
che non comprendi per la ridda folle.

Perciò mi svesto del mio volto folle
e cerco invano traccia d’altra sorte,
che per pensieri ci traduca il gesto
e calmi il vento e ci concluda il ciclo:
ma non ho più ragione e non so mito,
che racconti la storia e instilli a capo
sale di terra o nota in sfera d’astri,
mentre il tempo si piomba e tocca il fondo.

Né certo a molti spiace, in fondo in fondo,
questa ressa di sangue e il gesto folle
che dall’orrore ci ha distolto gli astri
respinto il sole per obliqua sorte
se cielo in terra non mette più capo,
ora che la pazzia vuota d’un gesto
traveste nella maschera d’un mito
l’ultimo abisso al chiudersi d’un ciclo.

Così nel ciclo che raggiunge il fondo
ci serra il mito che il tuo volto folle
ripete al gesto chiuso in cerchio d’astri,
se l’alea a capo torna estratta a sorte.

Così per sorte il cerchio senza capo
richiude gli astri nel suo vano gesto
che recita da folle in dramma e mito
un doppio fondo d’insensato ciclo.

8.

Infine si contraggono le stelle
e i corpi rendono il segno alla nube
che si restringe in bottiglie di tempo
per traiettorie sulla linea curva
che la lente contrae lungo lo spazio,
così che infine resta nudo il cielo
piegato al segno della dura legge
che soggioga gli eoni alla sua freccia
e in coni storti stira i lunghi raggi.

Il sole intanto ha ripiegato i raggi
per il pudore rosso delle stelle
che l’amore ha trafitto a fior di freccia
aprendone le vesti in lenta nube
secondo la ragione della legge
che segna eterna l’equilibrio a tempo
e spegne i lumi allo sfondo del cielo,
mentre nella ragione della curva
implode l’orizzonte oltre lo spazio

E il mondo resta solo in questo spazio
che il paradosso non riempie di raggi,
perché la fuga in vortici si curva
e rapisce il rossore delle stelle
oltre l’estremo limite del cielo:
ne scivola per fughe ombra di freccia
oltre i coni di luce il nero tempo
e tutto si dissolve in cupa nube
per l’oscura energia della sua legge.

Così la somma ingiuria d’altra legge
stira e distorce e lacera lo spazio
e disintegra al vento anche la nube
che traspariva di notturni raggi:
non ne rimane al limite del tempo
altro che il segno teso in fuga curva,
così che non arriva a segno freccia
per nerbo d’arco o per brillio di stelle
e si dilacca in squarci e s’apre il cielo.

Vana ragione interrogava in cielo
l’ordine espresso nell’estrema legge
che segna al suo principio mondi e stelle
e piega in forme limpide lo spazio
e all’infinito drizza ala di freccia
per chiaro giorno o per compatta nube
oltre la linea che la lente curva
e torce per sua forza anime e raggi,
tanto per fughe la travisa il tempo.

E non recede all’infinito il tempo
e non ti resta infine eterno il cielo
che piegano gli eventi lungo i raggi
stirati all’orizzonte in questa legge
che distorce la storia e la fa curva
e chiude in cupa cella aura di stelle
e si diffonde per esplosa nube
lungo la piega implosa dello spazio
che non si chiude al volo d’una freccia.

E dalla corda non si libra freccia
se non l’obliqua fantasia del tempo
ricamata alla stoffa del tuo spazio,
mentre arrossiscono in fuga nel cielo
velati appena di leggera nube
tesa all’inquieta nudità dei raggi
gli ammassi aperti e i cori d’altre stelle,
se non le addensa la consueta legge
che piega i corpi in traiettoria curva.

Così l’umano spirito si curva,
se punta il naso in su nel farsi freccia
e si tende al bersaglio d’altra legge
che si riveli ai limiti del tempo
oltre la morte rossa delle stelle
e alla forma del senso faccia spazio
e ceda al sole i suoi notturni raggi:
ma in fuga lo sottrae dai sogni un cielo
cupo di notti per foschie di nube.

Brume d’inverni in vanità di nube
piegano infine al segno della curva
che nel tramonto muta in notte il cielo:
ricade per inerzia ogni altra freccia
e la veloce fatuità dei raggi
che infine smorza una remota legge
segnata nel destino dello spazio,
finché all’estremo margine del tempo
sfuma l’ultimo faro d’altre stelle.

Le tue stelle per nube oscura il tempo
che ti curva lo spazio e offusca il cielo
per legge che la freccia apre ai suoi raggi.

9.

L’eco del corpo che diffonde in aura
vita e ragione e si contrae nel seme
che d’ogni vita crea fantasma e sogno,
ora ricade ai margini del buio
e si fa per sua sorte erma di spettro
e trema per candela in lume fioco
e traspare per ombre in volto chiaro,
come da scia traslucida di stoffa
di seta lieve o di tessuto liso,
o permea in goccia di porosa pietra.

Non altrimenti per la greve pietra
segno di vita si trasforma in aura
e piega a nuova trama il mondo liso
lasciando intorno a sé traccia di seme,
quale che sia per sua materia e stoffa
la sua natura di sostanza o sogno,
o che appaia il suo volto in giorno chiaro,
o baleni in penombra o in pieno buio
per tenue segno di parvenze fioco,
come per traccia smorta ala di spettro.

Così disperso in iride di spettro
raggio di luce passa oltre la pietra
che si fa prisma e ne traspare fioco
e si rifrange per colori l’aura
che rompe l’eco del notturno buio,
se fra le imposte del meriggio liso
penetra lo spiraglio e si fa chiaro
per i cristalli e si disperde il seme
che rompe il sole in sette raggi al sogno
di maschere che trama eterea stoffa.

In questo mondo di sottile stoffa
torna ogni forma di memoria in spettro
e il passato del mondo appare in sogno
impresso nel metallo o nella pietra
per urto d’anime e si schiude al seme
tenue dei sortilegi al lume fioco,
che nella notte appena si fa chiaro
d’elettrico o di cera un senso d’aura,
prima che lo consumi il tempo liso
e un’eco estinta lo riduca al buio.

Così nel tempo si consuma al buio
anima e segno e meno ricca stoffa
agli esseri segnando il tempo liso,
finché non cadono in forma di spettro
e non ne resta poi che un’eco d’aura
simile a forma liquida di sogno
che scivola e si scioglie al cielo chiaro,
mentre ogni carne si condensa in pietra,
ora che il suo respiro è fatto fioco
e tuttavia ne resta ordine e seme.

E ne rinasce il volto d’altro seme
oltre la notte dell’estremo buio,
prima baluginando in volto fioco
quasi persona fra sipario e stoffa,
poi come sabbia coalesce in pietra
da sasso che onda abbia corroso o liso,
nel tempo torna per aspetto chiaro
e non più come cieca ombra di spettro
o come volto ricordato in sogno
che d’un rimpianto imprima al giorno l’aura.

Né credere che sia materia l’aura
o carne tesa di concreto seme,
più che non sia ragione eco di sogno
che s’addensa nel sonno, appena il buio
posa al dormiente il suo manto di spettro,
o lo circonda del sussurro fioco
e si disperde poi, se il giorno chiaro
traspaia appena per cristallo e stoffa,
così che nel risveglio il volto liso
ne resti come venatura in pietra.

Non credere però che resti in pietra
quello che si diffonde in luce d’aura
oltre il tessuto dell’essere liso
che per amplesso si diffonde in seme
e cede al tempo per fragile stoffa,
così che sfuma poi di sogno in sogno,
finché non lo sorprende il giorno chiaro
o nella notte non lo colga il buio
e il suo ricordo si disperda fioco
come da prisma franto orma di spettro.

Sii ora arcobaleno oltre lo spettro
che ti sofferma nella stanca pietra
o chiude il tempo sul respiro fioco,
e sprigionati immagine d’un’aura
oltre la cupa formula di buio
che circonda d’inganni il senso liso,
così che il mondo ti si metta in chiaro
e la tua forma ti traduca in seme
oltre la lenta vacuità del sogno
che tesse il sonno di consunta stoffa.

Cede materia di minore stoffa
all’inganno del tempo e si fa spettro
e non ritorna più che in ombra e in sogno
e la sua forma la serra una pietra
e di inerti nature si fa seme
tronchi di foglie d’intelletto fioco
che rimangono inerti al sole chiaro
o nell’inverno per la gelida aura
che di brina condensa il cielo liso,
quando più presto il giorno cede al buio.

Cede la forma debole nel buio
e si sgrana in sfilacci la sua stoffa
vinta alla norma del vivere liso
di larva pallida o sottile spettro
di cui non resta che una traccia d’aura
pallida più del più pallido sogno,
vivo finché non torna al giorno chiaro
che lo tramuta in ombra sulla pietra,
o si dissolve come lume fioco
di luna all’alba o in terra arido seme

Ma tu lascia di te più denso seme
che ti resista oltre l’età del buio
per giorno che ti paia o grigio o fioco
o per tenue che sia ragione e stoffa
o per prigione che ti stringa in pietra
oltre la via dell’esistere liso,
così che ti raggiunga il giorno chiaro
e non ti scorga in pallore di spettro
e non ti porti via col primo sogno,
se nel mattino il sole eccita l’aura.

Per luce d’aura o per notturno seme
non farti sogno che si nutra al buio,
non farti spettro di grigiore fioco,
ma al giorno chiaro apri migliore stoffa
che un corpo liso e raggricciato in pietra.

6 Commenti

  1. La mia ammirazione piú sincera, Daniele. Nessuna callida iunctura per salutarti, come fanno i piú originali, solo ti ringrazio, da semplice lettore devoto, dei tuoi versi.

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Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).