El amigo del desierto

di Pablo d’Orsd'ors_cover-dors-deserto-mv

 

 

 

 

 

 

 

Dalla casetta in affitto a Béni Abbès vedevo più o meno quel che si immagina debba essere il paesaggio dopo una grande guerra: un orizzonte vuoto, uno specchio del nulla di cui consiste l’uomo, per quanto si sforzi di sembrare il contrario. Sentivo che da quel nulla che mi circondava poteva nascere qualcosa di nuovo e autentico. Sentivo che solo da quel nulla poteva nascere qualcosa; e che – comunque fosse – era valsa la pena di aver conosciuto un nulla così fisico come quello che avevo incontrato. C’era questo di emozionante: che il nulla, questa cosa puramente concettuale, nello spazio che avevo di fronte acquisiva una certa visibiltà e consistenza. Il nulla esiste – oggi posso scriverlo – e io l’ho trovato.

Ci ho pensato a lungo, e sono arrivato alla conclusione che ciò che mi attrae nel vuoto è l’estasi della possibilità. È vero: nel deserto è terribilmente facile cadere nella vertigine dell’infinito; ed è pure vero che la passione per il nulla è molto più pericolosa del suo contrario: il desiderio totalizzante. Ma l’estasi, la vera estasi, può sbocciare soltanto dal perdersi e dal vuotarsi che ogni deserto sembra evocare e invocare.

Lontano da tutto, a Béni Abbès, compresi quanto erano ridicoli e insignificanti i desideri che mi avevano tormentato per tanto tempo. Finalmente capii che siamo nati per vivere, e nient’altro. Che vivere è la cosa fondamentale, e per farlo bene non è necessario svolgere una particolare attività. Il deserto mi stava facendo scoprire che non c’è niente di supremo nel conquistare questa o quella cosa, che suprema – se pure è il caso di parlare di supremazia – è la vita stessa e che vivere consiste semplicemente nella scoperta delle cose elementari.

Per questo a Béni Abbès non mi è mai importato di avere quarantadue anni – quelli che ho tuttora – o sessantasei; non mi importava essere ceco o olandese, bianco o nero, buono o cattivo. Non mi importava nemmeno essere uomo o animale, né che tutto ciò che possedevo andasse perduto in un incendio, o che il mio nome fosse cancellato per sempre da quegli archivi che chiamiamo storia. Non mi preoccupai più di sapere se un giorno sarei mai tornato in Europa. Invece, ciò che mi importava era stare lì, esattamente dove mi trovavo, col sole rosso che si nascondeva dietro una duna, e il nuovo nome – Shasu – col quale io stesso mi ero battezzato, e a pochi metri da me la sabbia che si raffreddava velocemente nel crepuscolo. Ciò che mi importava era avere due occhi per vedere e una pelle che la brezza notturna avrebbe accarezzato.

«Sai cosa?» dissi a me stesso. «Qui sto proprio bene.»

(questo testo è tratto, per gentile concessione dell’editore, da “L’amico del deserto”, Quodlibet, 2015, nella traduzione di Marino Magliani)

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giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016) e Baco (Exorma, 2019). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese.
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