Nuovi giorni di polvere

La tensione civile di queste poesie interroga tempo e paesaggio sedimentati a resto, mescola i luoghi e l’umano a formare un’unica voce, un frammento, un rumore che persiste anche quando essi si sono annientati l’uno nell’altro, l’uno dall’altro vengono disertati. Yari Bernasconi ci conduce in zone di confine geografiche, paesaggistiche, sentimentali dove i morti si affacciano nei vivi, i corpi si frantumano nella roccia, dimenticano la loro lingua nei boschi come il marchio di una dolorosa diversità, un’identità necessariamente solitaria che pure si mostra (o si maschera) perché l’altro finalmente la accolga. Ma ciò che si accoglie non è mai un intero: anche nel suo momento più bello, di luce e colori, è un’immagine rapida, un attraversamento, la sensazione di qualcosa – la storia, le storie, la natura, le macerie – che c’è stato e che inevitabilmente si volge all’ombra, fluisce quasi senza ragione, si dimentica in noi. (f.m.)

di Yari Bernasconi

 

Una poesia per la galleria ferroviaria del San Gottardo

(La roccia gli ha spaccato il petto, rotolando.
Né parole, né gesti: solo uno sbuffo secco,
terribile. Inutile l’affanno dei compagni,
accorsi con scarponi unti, le grida attenuate
dalla routine. La terra e le pietre, nel buio,
non hanno regole da rispettare. Nessun padrone.)

*

Qui sotto, tra le rocce, i sassi e questo fango rappreso,
l’oscurità sembra assorbire le nostre facce.
Per questo, forse, non guardiamo: gli occhi bassi,
ridicoli, paurosi delle ombre dei corpi. Eppure
il rumore è severo: lo sentiamo vibrare
con costanza.

*

Manca la luce e ne soffriamo. Non tanto sotto,
in questo esofago di terra, ma sopra, all’aria,
quando si esce dal buco e il grigiore del cielo
si accascia sul profilo delle montagne, il sole
si rabbuia nel ricordo ostentato di qualcosa di più,
qualcosa di diverso. Una speranza, sì: la speranza
rifiutata, respinta giorno dopo giorno.

*

Non è lontana, l’Italia, ma noi siamo bloccati
in questi gorghi di pietraie, incollati a questi attrezzi
logori e scuri, sporchi di detriti e di sangue, le mani
e le braccia incrostate da piccole ferite,
polvere ovunque. Siamo forse più svizzeri, adesso,
in questa nostra galleria.

*

All’interno il calore è quasi insopportabile,
però si avanza: il sudore diventa una seconda pelle,
viscida e scivolosa ma pur sempre tua. Fuori, invece,
Göschenen è fredda, è gelata, e ci respinge
come un germe pestifero.

*

(Vengono lenti. Sulla barella il morto si confonde
con i vuoti dello straccio, le pieghe improvvise.
Ci guardiamo distratti e ingenerosi,
sfiorati in superficie dalle cime indifferenti,
dalle gravi catene montagnose: quelle rocce impossibili
che forse già sappiamo e conosciamo.)

***

La maschera

Vorresti dirmi che hai toccato con mano, con violenza,
e che tra tutto quello che hai sofferto sei scomparsa
nei boschi di questo piccolo paese, franata
in un dirupo senza fondo.

Vorresti dirmelo ma non lo fai, non sei capace.
A scuola hai soltanto imparato a tacere:
diversa perché innocua, perché parli italiano,
perché vieni da un altrove vicino ma non troppo.
Derisa, hai sognato la sordità; picchiata,
hai sognato la trasparenza.

Ma poi il corpo s’irrobustisce e il tuo volto
diventa un filtro impenetrabile che spinge avanti,
verso luoghi insperati: la fredda cordialità di un lavoro,
poche sorprese e molte conoscenze. Decidi che così
può andare e disperdi le tracce. Non guardi più
negli occhi di tua madre o nelle mani di tuo padre.

Tuo figlio nasce e non ha dubbi. Non cresce in angoli
nascosti, non ha nulla da temere. Guarda indietro
e vede chiaro. Appoggia le sue mani sul tuo braccio,
ti riconosce, sa di essere a casa.
Mentre osservi
i contorni sfocati della stanza, in un momento
di pioggia e di buio, ti sembra quasi di essere felice.
Te ne convinci per lunghi minuti.

***

 
Trittico per un paesaggio

Questo paese di campane e di lago,
così sofferente al silenzio di chi vive,
così schiacciato da questo monte immobile.
Sembra di non averci mai vissuto,
ma di averlo attraversato distrattamente,
come si fa con la nebbia o la pioggia.

*

Siamo cambiati senza movimento: all’oscuro
delle unghie più nere, grati dei sentieri battuti,
le strade e i cortili puliti. Sangue? Macerie?
La guerra vera era noiosa: distante e prevedibile.

*

L’anziano che rallenta: la traiettoria di ottant’anni
di silenzio. Rade il muro di sasso con pazienza,
tende lo sguardo e poi fissa i ciottoli
sul bordo della strada. Il borgo è fermo.
La piazza una lama piatta che scintilla.
Il lago s’insacca tra alcuni rilievi. Sono morti
i vecchi platani, li hanno strappati anni fa.
Ora che c’è il sole si cercano altri spazi,
ombre nuove.

***

Residui

Il giardino è un perimetro di cenere e di sassi.
C’è del metallo accartocciato, fuligginoso;
un recipiente svuotato; di fianco un triciclo
incrostato di nero, con le ruote ritorte
sopra la macchia delle gomme fuse.
Nel mezzo una carcassa di bovino:
bruciate le ossa e la carne, il muso sfigurato
come un blocco di carbone. E poi polvere
attorno, terra scura. Legni arsi e locali
scoperti, senza muri e senza vita.

***

Tre mulini

Il primo è solido e ristrutturato:
un cartello ne indica l’epoca. Le famiglie
in vacanza si fermano a leggerne la descrizione;
i padri e le madri gesticolano dicendo
il movimento delle pale, dell’acqua,
gli ingranaggi di una farina bianca
che non hanno mai visto; i loro figli
guardano il muschio distillato sul legno
con pazienza, poi corrono a tuffarsi
dal pontile.

*

Il secondo l’ho visto
anni fa, appoggiato a un sentiero scosceso;
probabilmente immaginato da ragazzo,
in un bosco di luce e di colori
filtrati: la cascina diroccata e abitata
per poche ore nella polvere e nei sassi.

*

Il terzo, invece, del mulino ha ben poco:
somiglia a una bocchetta improvvisata
di metallo scadente, dove l’acqua
scorre per caso, muovendo lentamente
la struttura e i semplici, pochi ingranaggi;
le quattro pale sono lente e sfibrate,
il legno compensato è deformato dall’usura;
non ha mai visto il grano, non è servito
mai a nulla; l’ha fabbricato un uomo,
per sé: ci ha lavorato molti mesi, e da allora
ci viene ogni sera: lo guarda, segue l’acqua
che fluisce.

————-

Yari Bernasconi, Nuovi giorni di polvere, Casagrande 2015

4 Commenti

  1. Descrizioni di una battaglia persa, senza che fosse possibile vincere. nella prima lassa del ‘trittico’ il transito dell’umano ‘sembra’ attraversamento distratto, lo è invece davvero, un istante rappreso come vagito che si tuffa nel rantolo agonico. Rime petrose stordite dall’altezza, occhi piantati a terra.

  2. Tutto quello che ho letto di Yari Bernasconi ha questa particolare asprezza e una grande potenza evocativa. Per me è una delle voci più interessanti in circolazione.

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francesca matteoni
francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/
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