Filippo Rosso, Tre racconti da “Il Tao”

I.

La frontiera

 

Tra due mondi corre una frontiera.

Sulla frontiera, una di fronte all’altra, stanno in piedi due guardie, immobili come statue di pietra, l’una a guardia dell’altra.

Al di qua e al di là della frontiera si stendono due terre che un tempo erano la stessa terra.

 

I mondi, o le Potenze, o i due colori, il Blu e il Rosso, un tempo erano la stessa sostanza, un’unità in quiete, completa e senza ombra di rottura, senza premessa di deflagrazione.

 

La frontiera è la prova che l’unità non è stabile. Ciò che è coeso oggi non può esserlo domani. Lo zero genera l’uno, l’uno genera il due. Ciò che è quieto trema in un punto preciso ma indefinibile. La rottura si manifesta a partire dall’indivisibile.

 

Nessuno, neppure le Sfere, è a conoscenza di come si sia arrivati a vivere dietro la frontiera. La memoria ha smarrito le cause del conflitto, sono stati sparigliati gli antefatti e la cronologia.

È certo solo che c’è stato un antefatto, dei tumulti hanno preceduto l’apparizione di due fazioni, dapprima diverse in filigrana e poi perfettamente distinguibili. I contrasti hanno preceduto la presa delle armi e la guerra civile.

I figli sono stati istruiti all’odio. Generazione dopo generazione è stato mostrato loro il volto inconoscibile del nemico. La presenza di un oltrefrontiera ha alimentato la paura, la paura è diventata la materia prima di un riconoscimento.

 

Alla base delle due civiltà c’è la paura, e quindi la frontiera. È come se i due mondi si affermassero nel momento in cui si negano, si attraessero nel momento in cui si respingono. Mettendo in discussione la frontiera (ovvero il conflitto, ovvero il nemico), distruggerebbero con essa l’equilibrio che li tiene in piedi.

 

C’è paura del nemico, quindi ci si mantiene in guerra.

C’è la guerra, ed è una guerra di avamposti.

C’è un’immutabile, costante mobilitazione nell’equilibrio.

Che significato ha la frontiera? L’unico significato dato è “io segno la divisione”.

 

È certo che la frontiera è il risultato di un armistizio. Questo armistizio stabilisce: “l’unico rapporto è non avere rapporti”, ed è l’unico accorto vigente tra le due Potenze.

Scambi di ogni genere sono stati interrotti. Nessun dialogo è ammesso. Le disposizioni dell’armistizio non ammettono deroghe né modifiche.

 

Il solo tentativo di intavolare una trattativa è considerato formalmente un atto di rottura, una dichiarazione di belligeranza.

La guardia rossa e la guardia blu sanno che non devono muoversi, che non devono agire in alcun modo, non devono mettere in atto nessuna forma di sconfinamento.

 

Il gesto fuori controllo di una guardia, uno sparo, un’apostrofe improvvisa sono sufficienti ad una nuova escalation. È sufficiente che le pattuglie non siano perfettamente ordinate, che il ricambio delle guardie salti per un ammutinamento o per un’epidemia, per mostrarsi vulnerabili al nemico. Non sono ammessi segnali di debolezza.

 

E anche se fino ad adesso nulla è stato sufficiente a innescare un conflitto, rimane la certezza che prima o poi un conflitto avverrà. Segnali di malessere si stanno già facendo largo in alcuni segmenti della popolazione civile. Un giorno la curiosità di scoprire cosa c’è al di là della frontiera supererà la paura di violarla.

 

Si rimane in allerta. Le guardie delle potenze opposte continuano a controllarsi. Bisogna reprimere con ogni mezzo tentativi di destabilizzazione. Ogni cittadino è diventato una guardia.

 

Se qualcosa si verificasse, tutto capitolerebbe in fretta. Quando qualcosa si verificherà, tutto capitolerà.

Tra la roccia e la tela del ragno sono intime le corrispondenze.

 

 

II.

L’ospite

L’uomo che aveva varcato la porta a vetri dell’albergo aveva avvisato del suo arrivo, ma non aveva trovato nessuno ad attenderlo. Non ce ne era motivo. La stagione era un fallimento, le camere erano vuote. Aveva piovuto tutta la settimana e ci si erano messe anche le piante di carpobrotus edulis, negli anni, a rovinare la vecchia torre. Era stata un’invasione fuori controllo, a metastasi, ma nata da un piccolo punto, forse il frammento di una sola pianta. Venivano sradicate dai giardinieri, tentacolari e gonfie, oscene come alieni, e si rispargevano.

Poteva essere un estraneo alla razza umana anche quell’ospite. Quando il portiere era riemerso dallo sgabuzzino se l’era trovato davanti come una fastidiosa sorpresa. Perché non gli era sembrato di avere davanti un essere umano, ma la Morte (come nel Settimo Sigillo), o il Diavolo (come nel Maestro e Margherita) che erano venuti a fargli visita.

L’uomo era pallido che sembrava morto, ma i suoi occhi mobili e quasi indagatori erano vivi, da sbirro. Pareva davvero morto. Ma il portiere inizialmente non si era posto il problema di capire se fosse una persona in carne e ossa. Il problema, piuttosto, era stabilire se fosse un uomo o una donna.

I tratti del viso erano troppo deboli per essere quelli di un uomo. Le mani sottili stonavano con i fianchi stretti, e pareva che da sotto il cappotto spuntasse un accenno di seno. In fondo, che differenza faceva? O era la prima volta che si trovava davanti un effeminato, un ermafrodito, un invertito?

La prenotazione risultava a un nome maschile, e a quel nome la persona si era presentata con la sua vocetta esile, uccellesca, da ragazzina. Il portiere gli aveva passato la penna (ricordandosi poi di richiederla) e l’ospite aveva iniziato a scrivere lentamente il suo nome sul registro. La calligrafia era piuttosto stilizzata e neutrale. Materna, come quella di una maestra. Ma il tratto era netto e pesante.

Poi l’uomo aveva estratto dalla tasca la sua carta d’identità, così nuova e intatta che pareva finta, per ricopiare i dati. Era un italiano residente all’estero, come lui stesso si era affrettato a specificare. Quale paese, al portiere non interessava saperlo. Si era limitato a controllare che la strana successione di ü-ł-W-ſ-đ-¢ corrispondesse ai dati che erano riportati sul documento. Il portiere aveva preso la chiave e l’aveva invitato a seguirlo.

Che modo aveva di salire le scale? Sembrava arrampicarsi a ogni passo sulla punta dei piedi. Camminava sui tacchi, che però non aveva. Alternava passi rapidi a passetti ridicoli, e il portiere vedeva che restava indietro di parecchi scalini, e se lo trovava di nuovo dietro le spalle.

Il suo abbigliamento doveva essergli di impaccio. Trascinava una borsa enorme. Il maglione per quella stagione era davvero troppo pesante. Si poteva dire che non c’era alcuna coerenza nel suo modo di vestire, né era possibile determinare la sua estrazione sociale o riconoscere in lui qualcosa di familiare o di consueto, un gesto delle mani, un’espressione, un cenno. Anche il suo modo di parlare aveva qualcosa di stonato. Le parole gli uscivano fuori a sbuffate macchinose, sembravano pensate a ogni momento, estrapolate da altre frasi, rubate ad altri discorsi. Erano per lo più formulazioni di circostanza, e anche se non lo fossero state per il portiere non avrebbe fatto differenza.

Arrivati al piano erano entrati nella camera per ispezionarla. L’uomo era entrato per primo, aveva appoggiato la sua borsa e aveva detto: “La camera mi va bene. Sono stanca, dormo un’ora e poi scendo per la cena.”

Quindi, se era un uomo, non poteva parlare di sé al femminile e dire: “sono stanca”. E se era una donna, tutto ciò che fino a qualche istante prima poteva suggerirlo era scomparso adesso alla luce del giorno, la luce chiara che attraversava la finestra e metteva in risalto lineamenti perfettamente maschili, una figura corporea delineata, la pelle del viso neppure più pallida e cerea ma colorita dai tre piani di scale. Doveva essere stato solo un lapsus, una desinenza sbagliata messa là per errore. Come poteva essere una donna?

Il portiere aveva già smesso di chiederselo riscendendo le scale. Ma poi la sera, quando lo aveva rivisto a cena insieme ai pochi ospiti dell’albergo, a volte tra uno sguardo e l’altro gli era sembrato di non potere essere più certo. I suoi pensieri continuavano a oscillare su una linea indefinibile. Le sue certezze crollavano, si convinceva che qualcosa di quella persona sfuggiva alle catalogazioni.

Poi la stanchezza e la pioggia gli avevano tolto ogni altra curiosità. La spiegazione doveva essere quella più banale e più evidente.

Era un uomo: il suo era un nome da uomo.

E anche questo non faceva molta differenza. Quanto che fosse italiano o meno. Non conoscendolo e non avendo idea di chi fosse, non poteva che essere uno straniero. Andasse pure all’inferno, così si era detto. Se è il diavolo, un giorno tornerà e ci toglierà il dubbio.

 

 

III.

La traversata

  

Non sapevo che i colori fossero innumerevoli. Molti sono simili ad altri. Ma se mi metto a guardare le onde (ho ancora tre giornate di viaggio, in šāʾ Allāh), se ne cavano alcuni che scompaiono subito in altri, come serpenti d’acqua. A volte pare che ritornino sotto la stessa increspatura. Ma è solo un abbaglio. Le increspature e le onde non si ripetono mai. La luce non è mai la stessa. I miei occhi – così mi hanno detto – sono abituati a fare ordine tra tutte le cose tra loro diverse, sono costretti a dire “ho visto azzurro”, “ho visto celeste”, “ho visto il blu perfetto”. Sono costretti a mentire. So ormai che esistono infiniti colori che sono azzurro, che attraversano l’azzurro. Non sono mai la stessa cosa. Transitano. Hanno bagaglio e pelle diversa, diversa esperienza, madre diversa, diversa vita, che poi è l’acqua e la luce. L’azzurro è irrequieto come lo siamo noi uomini. È la natura del colore. Per questo chi dipinge il muro di un casa deve mischiare in continuazione la tinta, stemperare sempre con nuova acqua. Se il mio lavoro è dipingere un muro, se faccio questo di lavoro, dico, sulla tavola di legno tutta la vita mescolo qualcosa di diverso, di sommato all’altro, all’acqua fresca e umida della giornata, alla vecchia polvere di ieri, dell’altro ieri, di me ragazzo, di quando ero acqua, desiderio, cielo, pioggia leggera, pesce, sperma, girino. Non esistono colori uguali tra di loro. Questo ora so. Ogni pelle ha una madre e un padre e una terra: il sangue scorre dentro. Ogni sabbia ha una roccia, ogni roccia una filigrana. Il mare, tutti noi che lo guardiamo dalla barca e dobbiamo voltarci per non prendere la malattia che ti consuma gli occhi, il mare ha un colore diverso anche se io e te lo guardiamo nello stesso momento, anche se indichiamo col dito lo stesso pesce che salta sul gorgo, l’acqua che prendo tra le mani per togliermi il sale, la guardiamo insieme e non ha lo stesso colore per me e per te, perché io e te non siamo fratelli. Ci sentiamo in continuazione di morire, ma non siamo fratelli. La luce stordisce, si ha la nausea, la testa si riempie di vento, il mare ti gira intorno come danzando, ma restiamo in silenzio tra di noi, ognuno con gli occhi aperti, ognuno a guardia di sé. Io resto sveglio nel mio mantello, con una mano aggrappato al legno del bordo della barca e capisco perché il legno galleggia, si sente al tatto che il legno è estraneo al mare più di ogni altra cosa, più anche della nostra pelle e dei vestiti. Il legno è una materia di foresta, non ha parenti con l’acqua del mare, si incurva con il sale perché prova a staccarsene, come facciamo noi. Il legno è nostro padre, ci spinge su in continuazione, non ci fa scendere giù, non ci fa morire. Il legno mi fa sentire che posso anche fissare il mare e tutti i suoi colori per un po’ di tempo, prima di dovermi rigirare quando mi vince. La barca è il mio unico compagno di viaggio. Noialtri affollati sulla barca siamo perfetti sconosciuti, tra di noi indecifrabili e nemici. Non siamo tra fratelli. Fuggiamo, e io sono tutt’uno con il legno che fugge con me, e resto in silenzio. Non apro bocca. Cerco a volte di dimenticare il mare e di guardare in cielo se gira un uccello. Gli uccelli sono le nostre sorelle. Ci dicono se siamo arrivati, o se moriamo. Nella mia terra le mie sorelle si addormentano nel silenzio, ma poi gli uccelli sono con loro al loro risveglio. Senza gli uccelli non ci sveglieremmo. La traversata sarebbe senza fine, non ci sarebbe alba, luce del giorno, non ci sarebbero colori, non ci sarebbe niente. Gli uccelli portano loro la vita. Io devo tutto gli uccelli perché mi hanno fatto vedere che ci si può muovere e che bisogna provare. Possono esserci tutte le ragioni, ma non ci si muove senza voglia di muoversi.

Mi pare di avere visto sul pelo dell’acqua un fusto di plastica, forse siamo vicini alla destinazione. L’Europa non è lontana, ma credo che manchino ancora due giorni di viaggio. Il Nord non è parente di nessuno. Eppure io, come tutti noi, sento la sua presenza attrarmi come fa la terra coi piedi. È una forza che ti apre gli occhi, ti tira la pelle delle guance, ti fa tendere le orecchie, ti fa lavorare, ti fa dimenticare e ti fa sentire di dover essere un uccello marino. Ti manda via da casa. Ti fa sentire un’ombra lunga. Ti tira a sé, il Nord. Io devo andare via da casa. Perché bisogna. Questo ho visto fare agli uccelli, che sono le mie sorelle, e mi consigliano e mi spingono e vogliono che io vada via. Come sono gli uccelli del Nord? Il cielo è sereno come a casa, devono avere lo stesso corpo. Devono poter volare e insegnare anche loro qualcosa a chi vive al Nord. Forse stanno dicendo a quelle persone di chiamarci, perché non fanno altro che fischiarci da dietro il mare, gli uomini del Nord ci chiamano, e noi andiamo perché vogliamo essere alla pari e averli di fronte davanti agli occhi e vedere cosa hanno da dire. Per questo mi sono messo in viaggio da solo. Non ho nulla da dire a nessuno, se non agli uomini del Nord.

La terza notte è la notte più difficile perché si è nel mezzo del mare. Anche con la luna il mare oscilla come una parola, che chiama e chiama. La barca continua ad andare, e il gasolio profuma come i fiori. Quella parola nessuno te la toglie dalla testa. La luna è sempre più in alto e ti gira sopra, e non capisci se sei tu a girare in tondo o lei. Di notte l’onda fa paura, anche la più piccola, e non c’è modo di pensare che sia la stessa che di giorno, perché la cosa buia ha un’altra anima. Ogni corrente ti trascina via. Ogni sobbalzo è il parto di una donna. Il sospiro è il singhiozzo. Di notte il gasolio è nostro padre che ci spinge. Il gasolio è nostro padre.

Devo tenere gli occhi fissi su quella stella. È lei, mi hanno detto, quella che dobbiamo seguire. La terza notte è quella più difficile. Dobbiamo sempre guardare la stella.

 

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