mescolarsi

di Antonio Sparzani
migrazioni

Di fronte a questa faccenda dei migranti, profughi, rifugiati, non è neppure chiaro come chiamarli, da un po’ di tempo mi si muoveva qualcosa nella testa che non riuscivo bene a mettere a fuoco, ma che sentivo come diventare qualcosa di più grosso di quanto non pensassi tempo fa. Che pure è un po’ di tempo che ne arriva di questa gente, però è come se ci fossero dei salti di qualità ogni tanto, che poi saranno diversi da persona a persona, questi salti, però è anche probabile che in una determinata zona del mondo, sotto il bombardamento di avvenimenti così costanti e inesorabili, in molti si abbia la stessa reazione, o percezione, come se qualcosa stesse cambiando alla base, cioè nel modo in cui pensiamo il mondo, come siamo stati abituati fin da bambini.

Almeno quelli della mia generazione, figli degli anni quaranta del secolo scorso, tempi duri per quasi tutti, non c’era da sfogliar verze. E l’idea che c’era allora del mondo era quella di un posto diviso in tanti posti più piccoli, ognuno con la sua bella popolazione, con certe caratteristiche, lingua, abitudini, religione, modo di vedere le cose e di trattare gli altri, e le altre. E questa idea qua non è facile scalzarla davvero, tant’è che ancora adesso che questo modello sta davvero facendo acqua da tutte le parti, ancora adesso, sì, siam tutti qui a pensare che siamo una nazione fatta in un certo modo e con certe abitudini ecc. che viene invasa da altri uomini e donne che devono integrarsi in quelle nostre abitudini e diventare in prospettiva italiane e italiani brave e bravi come siamo noi.

E invece credo sia questo che non funziona più. Quando si mescola il blu col giallo viene fuori il verde, che è proprio diverso dai due punti di partenza, non possiamo dire al verde di assomigliare al giallo o al blu, certo, se ci mettiamo poco giallo, sarà un verde che ancora tende al blu, ma qui non si tratta più di “poco”, di poche persone che si spostano, di qualche sparuto gruppo che cerca di intrufolarsi in una grande massa, qui si tratta di masse consistenti di persone che non “si intrufolano”, ma si mescolano bellamente con altre masse consistenti.

M’è capitato ieri di sentir parlare un giovanotto dai tratti somatici chiaramente orientali, e quindi mi aspettavo, più o meno inconsciamente, di sentire un italiano smozzicato, incerto e parlato male, e invece questo parlava come un perfetto milanese, con l’accento giusto, e forse anche con maggior eleganza. È stato come un lampo nella mia testa: lui è milanese, è italiano, come me e come i miei amici, l’unica differenza sono alcuni tratti del volto, che poi un po’ alla volta, col passare delle generazioni, cominceranno a sbiadire, così come cominceranno a modificarsi i lineamenti dei nostri figli e delle nostre figlie che si incroceranno presto o tardi con qualcuno con lineamenti diversi. E allora?

Mi sono venute in mente le poche cose che so delle invasioni, cosiddette barbariche. Ma anche di quelle precedenti, gli indoeuropei che un po’ alla volta hanno invaso l’Europa, incontrando le popolazioni locali e con modalità probabilmente le più varie, non tutte così incruente, mi immagino; fatto sta che il risultato è stata una bella mescolanza di genti davvero diverse. Molti anni fa comperai un libro sulla storia dell’Inghilterra, di un illustre storico, George M. Trevelyan, libro (A shortened history of England) che percorre la storia di quel paese dalle origini ai giorni nostri – o veramente suoi, Trevelyan morì nel 1962 – e il primo capitolo è intitolato The mingling of the races, capite, mingling, la più turbinosa delle mescolanze, Iberici, Celti, Romani, Anglosassoni, e perfino Vichinghi. Adesso questa mescolanza sopravvive nella lingua, le parole di quello che chiamiamo inglese sono spesso distinguibili per la loro origine, celtica, sassone, latina, ecc. Sono passati secoli, naturalmente, ma tutti si sentono (fieramente) inglesi, o, meglio, Britons.

Non ci si oppone a questi avvenimenti così macroscopici, i poveretti che ci provano durano – sulla scala della storia – lo spazio di un mattino, con tutta la tecnologia del mondo. Senza contare che, nel lungo periodo, questi mescolamenti sono positivi, nuove forze arricchiscono situazioni stagnanti, nuovo sangue e nuove idee, possibilità insospettate saltano fuori. Certo, con tutti gli incidenti di percorso del caso, nessuno di questi percorsi è indolore, ma il marocchino cattivo, o l’ivoriano sadico, non saranno peggiori del lombardo mafioso o dello svizzero assassino. Si tratterà di indirizzare, ma questo potrà saltar fuori solo dall’intelligenza e dal buon senso di governanti meno ottusi degli attuali, i percorsi educativi, sociali, e anche giuridici, per agevolare questa transizione nel suo periodo più caldo, che è questo, e forse quello dei prossimi cinquant’anni. Toccherà attrezzarsi, però fabbricandosi faticosamente gli attrezzi, che non ci sono già fatti, sperimentando e cercando ancora una volta – e in un contesto assai più esteso – di dare valore, concretezza e significato materiale a quelle vecchie parole che informarono la rivoluzione francese, libertà, uguaglianza, fraternità, ricordate?

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4 Commenti

  1. E’ un discorso che condivido pienamente, ma è purtroppo per persone intelligenti e non (del tutto) impaurite e quindi ancora disposte a ragionare. Invece siamo in mezzo a maggioranze di persone (in buona fede e spesso in malafede) impaurite e perfino incarognite (dalla crisi e da altri problemi)…

  2. È vero, Antonello. È così vero che era addirittura la filosofia inclusiva dell’impero romano. Ma è inutile nascondercelo: sarà un percorso durissimo. La differenza delle culture è enorme, e la novità è che chi arriva non è più tanto disposto ad adeguarsi alla nostra cultura, ma pretende di portarsi la sua (che libertà, unguaglianza e fraternità non sa nemmeno cosa siano). Ripeto: non c’è altra strada che l’accoglimento, ma l’integrazione sarà il duro lavoro di due o tre generazioni.

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Antonio Sparzani, vicentino di nascita, nato durante la guerra, dopo un ottimo liceo classico, una laurea in fisica a Pavia e successivo diploma di perfezionamento in fisica teorica, ha insegnato fisica per decenni all’Università di Milano. Negli ultimi anni il suo corso si chiamava Fondamenti della fisica e gli piaceva molto propinarlo agli studenti. Convintosi definitivamente che i saperi dell’uomo non vadano divisi, cerca da anni di riunire alcuni dei numerosi pezzetti nei quali tali saperi sono stati negli ultimi secoli orribilmente divisi. Soprattutto fisica e letteratura. Con questo fine in testa ha scritto Relatività, quante storie – un percorso scientifico-letterario tra relativo e assoluto (Bollati Boringhieri 2003) e ha poi curato, raggiunta l’età della pensione, con Giuliano Boccali, il volume Le virtù dell’inerzia (Bollati Boringhieri 2006). Ha curato due volumi del fisico Wolfgang Pauli, sempre per Bollati Boringhieri e ha poi tradotto e curato un saggio di Paul K. Feyerabend, Contro l’autonomia (Mimesis 2012). Ha quindi curato il voluminoso carteggio tra Wolfgang Pauli e Carl Gustav Jung (Moretti & Vitali 2016). È anche redattore del blog La poesia e lo spirito. Scrive poesie e raccontini quando non ne può fare a meno.
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