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D’amore e morte. Sull’ultimo romanzo di Lisa Ginzburg

di Ornella Tajani

In portoghese, desencontro è una parola dolceamara, scivolosa e però irresistibile, che contiene la dolcezza di qualcosa che è passato e l’impossibilità amara di restare nell’incontro. «La vita, amico, è l’arte dell’incontro», cantava Vinicius de Moraes in Samba delle benedizioni, sebbene anche lui sottolineasse che l’esistenza è costellata di mille disincontri. Nella versione italiana il termine fu tradotto con «disaccordo», che è solo una delle accezioni possibili, forse la più piatta, quasi che all’epoca dell’album, frutto della collaborazione tra de Moraes, Ungaretti e Sergio Endrigo, fosse sembrata prerogativa linguistica tutta portoghese quella di racchiudere, in una sola parola, molti mondi possibili.
Il disincontro contiene il bene e il male, «meu bem meu mal», canta ancora Gal Costa, e Lisa Ginzburg non manca di ricordarlo nel suo ultimo romanzo Per amore (Marsilio, 2016), un libro di amore e morte, come è stato detto, che è anche la cronaca di un desencontro – sentimentale, culturale, sociale, geografico. Vitulca, documentarista italiana, si innamora di Ramos, un ballerino brasiliano sulla via del successo, incarnazione del carisma, della gioia di vivere e della jouissance, e seguace del Candomblé, religione afrobrasiliana. I due si sposano a Parigi, dove lei vive, nella mairie del XVIII arrondissement: si scattano le foto di nozze in place Jules Joffrin, accanto alla giostra, e in quel momento, quasi vi fosse salita per un giro, Vitulca volteggia fra la propria felicità e gli sguardi scettici degli invitati al pensiero che la loro relazione non durerà.
Col matrimonio inizia anche la giostra di tentativi per reggere un rapporto che costringe ad attraversare di continuo le frontiere (oltre alla Francia e al Brasile, anche Birmingham, Roma, Bitonto, Siviglia), fra voli intercontinentali, telefonate Skype, sfiancanti altalene fra il vuoto e il pieno di una storia a distanza; dopo un po’ anche la presenza diventa faticosa, decisamente troppo piena se per Vitulca passare due mesi in Brasile con Ramos, nel bairro popolare dove lui vive, significa essere quasi costantemente circondata dalla sua tribù, composta da una famiglia numerosa e da un corteo di gente varia, amici, conoscenti opportunisti, ammiratori sempre pronti a «vampirizzare» la sua allegria. Ma è ai sentimenti che Vitulca bada, e in fondo lo ha sempre saputo che «un amore da lontano le si addice»; se è vero che, da documentarista, è abituata a osservare il dato di realtà, dall’altro conosce la regia e il montaggio, strumenti prodigiosi dell’ambiguo: così, l’inquadratura che sceglie di privilegiare vede lei e Ramos in primo piano, il resto sullo sfondo.
Sotto l’abbagliante bagliore della sua vitalità, del suo intenso desiderio di godere della vita, Ramos nasconde però un segreto forse taciuto anche a se stesso, una tragedia intima, un destino «fatale» nel senso di oggetto di interesse da parte del fato, il quale com’è noto solo s’interessa a esseri straordinari. È questo destino che l’autrice ripercorre, con una sintassi a tratti sincopata che rende bene il faticoso lavorio della ricostruzione, il viaggio a ritroso nel tempo che la protagonista s’impone per ricomporre i tasselli di una relazione durata anni. Ricostruire, leggere i segni che in passato si sono trascurati, è un’operazione ossessiva, perché nella realtà i segnali del fato si palesano solo a tragedia già avvenuta, e nondimeno danno luogo a ipotesi diverse, verità molteplici – vari mondi possibili, come detto in apertura.
La tour di Montparnasse, dove Vitulca e Ramos trascorrono uno degli ultimi momenti insieme, è un palcoscenico perfetto per il disincontro: pur offrendo uno dei più bei panorami parigini, è un luogo immensamente tetro, non felice; come se la bellezza lì davanti agli occhi fosse già passata, già ricordo. Nel disincontro però restano, già etimologicamente, i frammenti dell’incontro che è stato, e che in quanto incontro è fondativo, determinante a livello umano, emotivo e identitario. «In fondo, le nostre vite sono i nostri morti»: la splendida citazione di Jesmyn Ward posta in esergo al libro è anche il sigillo ideale di questo romanzo appassionato eppure ostinatamente lucido, il cui ritmo nel finale precipita, stringendosi in una spirale quasi soffocante, subito prima di sciogliersi in una scena tinta di serenità e di cauta, silenziosa speranza.

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ornella tajani
ornella tajani
Ornella Tajani insegna all'Università per Stranieri di Siena. Si occupa prevalentemente di critica della traduzione e di letteratura francese contemporanea. È autrice dei libri Scrivere la distanza. Forme autobiografiche nell'opera di Annie Ernaux (Marsilio 2025), Après Berman. Des études de cas pour une critique des traductions littéraires (ETS 2021) e Tradurre il pastiche (Mucchi 2018). Ha tradotto, fra i vari, le Opere integrali di Rimbaud per Marsilio (2019), e curato opere di Rimbaud, Jean Cocteau, Marcel Jouhandeau. Oltre alle pubblicazioni abituali, per Nazione Indiana cura la rubrica Mots-clés, aperta ai contributi di lettori e lettrici.
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