La renitenza al risveglio ( bagatella mattiniera)

1 dicembre 2016
Pubblicato da

di Giorgio Mascitelli

freccia-rossa

La renitenza al risveglio è un piacere sottile e pericoloso che affligge Guido della Veloira  tutte le mattine. Il risveglio non è mai istantaneo, ma è un processo lento che spesso precede il suono della sveglia e in cui l’apertura degli occhi è solo una fase che succede al sorgere, sotto la cupola del sonno, di un barlume di coscienza delle cure del giorno, cioè delle angosce che esso porterà. Quando gli occhi si aprono una prima volta nell’oscurità per subito richiudersi, l’acre sapore delle angosce del giorno emana i suoi miasmi che s’insinuano fin nei precordi. Allora, e solo allora, comincia una lenta pantomima di giravolte sotto la coperta che non è un semplice stirarsi, ma è un complicato rituale di dilazione e di liberazione dell’istante dalle incombenze del poi. Il dolce tepore tra le coltri suggerisce che non è ancora arrivato il momento di alzarsi e questa salutifera consapevolezza del non ancora diventa piacere. Piacer figlio d’affanno, mentre la sveglia non suona ancora, ma emette il suo regolare ticchettio.

Proprio la sveglia è una specie di relitto vivente, come certi pesci negli abissi degli oceani,  di un’epoca passata in cui la misurazione rigorosa del tempo era necessaria per una misurazione rigorosa del lavoro che a sua volta era preludio di una vita rigorosa fondata sullo sfruttamento del lavoro. Il tempo dell’orologio fu il tempo della produzione. Ora che il tempo del computer è di una rapidità incalcolabile per qualsiasi mente produttiva, la sveglia diventa uno strumento obsoleto che si ostina a porre dei limiti a ciò che non ne deve avere perché usura è operativa ventiquattro ore su ventiquattro.  E’ il tempo incalcolabile  del progresso.

La sveglia suona, frattanto,  ma il rivolgimento nel letto prosegue per un istante allo stesso modo che la lucertola a cui è stata tranciata la testa prosegue per un frangente millesimale i suoi movimenti. Ancora due minuti e poi non si può più differire l’incontro con il muro del giorno.

Le angosce nel dormiveglia sono dismisurate ché ancora la ragione non le ha chetate, poste tra parentesi, contenute, analizzate, delimitate: verosimilmente sono sproporzionate. Il pieno risveglio le disciplina, anzi è la disciplina. Ma basta distrarsi un attimo con il tubetto del dentifricio in mano oppure nell’aspettare che il caffè venga su nella moca perché questo paziente lavoro degli strumenti della ragione vada in malora. D’altra parte se non ti puoi fidare nemmeno più della sveglia, è logico che per Guido della Veloira tutto diventi incombenza.  Ma dopo colazione, contro la forza centrifuga dell’angoscia del mondo che vorresti tenere fuori dal tuo mondo, muove con passo sicuro una uguale e contraria centripeta: la paura di attardarsi e di essere escluso.

Forse è vero quel che dice sempre Giampaolo  che si conosce il mondo solo nell’esclusione, nella separazione, quando la macchina sociale ti ha esodato fuori per qualsiasi motivo ( salute, età, pazzia, migliori opportunità d’investimento altrove); forse è vero che l’uomo è  così stolido che ci capisce qualcosa solo quando ormai sta sorseggiando la spuma o il gingerino al circolino della vita, mentre gli altri sfrecciano intorno. Quanto a Guido della Veloira lui non condivide le opinioni di Giampaolo, ma segue la doxa. Come chiude la porta di casa, gli si accende una spia rossa nel cervello, la cui luce è osservabile attraverso le tempie in certe giornate non molto luminose, che dice ‘non lasciatemi indietro’.  Non è facile di seguire le opinioni di Giampaolo tuttavia, persino il protagonista di Pentotal si lamenta di essere isolato in una Bologna del Settantasette in cui avrei immaginato che si pensasse a tutto fuorché all’ansia da esclusione. Essa non molla facilmente la presa, bisogna aver subito un danno pressoché irreversibile alla capacità di nutrire ambizioni o aspettative per essere sputato fuori.

Può anche darsi che Giampaolo abbia torto e ogni posizione che ci si trovi a occupare nell’arco dell’esperienza è soltanto un angolo della visuale senza alcuna priorità. Per il momento Guido della Veloira non si pone il problema e non conosce nemmeno Giampaolo, finché il fiato non si fa grosso nel correre e nel superare le persone per prendere il treno del metro che sta arrivando, ma senza sgomitare solo di agilità, anzi perfino disponibile a cedere il passo all’attempato claudicante e nonostante questo sempre per primo lì alla porta. Ma poi questi tempi finiranno. E anche adesso, che è nel pieno delle forze ma non lontano dagli affanni che tramano  nella penombra del risveglio, basta un incidente banale qualsiasi, che so un treno guasto, una giornata di sciopero del metro, uno che si butta sotto il treno per cancellare questa facciata olimpica di tranquillità e da sotto riemerge il solito banale urlo di sempre.

l’immagine è Freccia rossa di giovane artista milanese contemporaneo)

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5 Responses to La renitenza al risveglio ( bagatella mattiniera)

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  2. Giovanni Palmieri il 3 dicembre 2016 alle 14:42

    Commento laterale: nel Tribunale (del mondo) nessuno ti chiama (neanche per discolparti) e nessuno ti vuole ma se arrivi, nessuno ti caccia o ti respinge. Potresti non essere mai nato e sarebbe la stessa cosa. Non è consentito stare fuori dal Tribunale… si può al massimo spingersi al suo interno o restarne ai margini.
    Ma questa è davvero una scelta?

    • giorgio mascitelli il 3 dicembre 2016 alle 15:24

      Le persone normalmente non scelgono queste cose, salvo forse qualche mistico o qualcuno che è giunto alla sazietà del mondo. Diciamo che Giampaolo nella sua posizione fa di necessità virtù ( come noi del resto…).
      Grazie per l’attenta lettura Giovanni

  3. Biagio Cepollaro il 9 dicembre 2016 alle 20:35

    Bello, George. Mi piace quel momento del risveglio che corre sul filo di una depressione storicamente determinata, come sarebbe, poniamo,al contrario, il platonismo edificante di Botticelli, e non accidentale, meramente privato e individuale. Mi piace questo scavare su quel limite quotidiano e indecente che non ha ancora perso il decoro (l’urlo che sarebbe banale ma anche liberatorio e inutile).

    • giorgio mascitelli il 9 dicembre 2016 alle 21:56

      Grazie, Biagio, c’è in questo racconto verosimilmente una contiguità di approccio con la tua poesia del corpo: a livello quantitativo è la stessa porzione di esperienza che viene presa in esame

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