Città dei porci. L’appartamento, la città

3 gennaio 2017
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cittadeiporci1

di Davide Orecchio

L’appartamento, la città
Sul marmo dei padroni e nel cartongesso dei servi. Dov’è la conurbazione degli avi e dei posteri. Nel solco dei padri e sulla calce dei figli. Un maiale si sveglia. Non è città alta. Dov’è il relitto del Prenestino e non si tollera sole sui cavalcavia, né arriva luce al grigio del lotto, qui è solo l’ombra di città alta. Sul naviglio di Tor de’ schiavi e dei Platani (era una cerbottana di traffici) regna una secchezza che sfibra pure l’Alessandrino, Tor Bella Monaca e disidrata tutti i chilometri che avanzano della città. Ma la città dura. Ma la città è un fatto del mondo, e nell’apnea di un’alcova 10 mq citoyen apre gli occhi. Coscienza chiama, pronuncia lavoro. Dettato, coscienza, risveglio. Lavoro. In basso, raucedine. In basso: laterizi, sfridi di selce. Poggia sulle maioliche infarinate da grommi di polvere e cipria e la minzione del mondo (emorragico; incontinente) ← il materasso.

Il cotone imbottito spalleggiava il sonno di Felix, maiale dal sonno felice. Un tera di maiali abita Roma, a sud-est per lo più, dove citoyen chiude il sonno felice. In basso. Navigando maioliche. Più in basso. C’è il cotone dove Felix apre gli occhi. Felix è un fatto del nuovo mondo. Posa la mano sul petto. Non è una zampa. È una mano, seppure abbia quattro dita, ma prensili nell’arto anteriore; per questo è una mano. Non è una zampa. Due mani che soggiornano in braccia che stirandosi mostrano il rosa e le setole bianche a riposare nella faretra degli arti. Le frogie s’allungano in narici che ricordano l’uomo, ma sono troppo umide e molli, troppo larghe per dirle di un uomo. Le unghie bestiali, curve, uncinate trattengono orizzonti di sporco tra lunula e vallo. C’è dolcezza negli occhi, intelligenza non di verro, non di uomo, di una nuova creatura. Il grugno sporge pochissimo. Di peluria giusto un accenno. Quanto a coda e bacino, non c’è altro da aggiungere che già non si sappia; però non li vedo, un lenzuolo li copre.

Qui nel risveglio affiora un pensiero: un’altra notte senza memoria. I miei sogni inutili, ma ha il logos, Felix, e quando vuole lui parla, e calcola e legge: è un maiale un po’ smemorato, però di città, dove coscienza chiama e pronuncia lavoro. Dettato, coscienza, risveglio. Lavoro. Ma non ricorda il padre e la madre. Ma non ricorda un bel niente. Questo è il suo cruccio (il maiale di città si preoccupa molto) e per offrire al giorno il lavoro ← sfoglia il lenzuolo, scende dal letto. S’alza sui piedi. Creatura del Grande Salto Biologico: massaggia i fianchi. Scuote le spalle. Riallaccia il pigiama nero di Teflon che copre la coda mozza e il suo rosa. Eretto, apre la finestra che lui chiama Lee Harvey Oswald. Su due piedi. Il maiale. Cammina. Getta onde dai fianchi. Non si sforza. È la sua natura. S’affaccia al davanzale di Lee Harvey Oswald che racconta un sole che non rischiara gli intonaci del conglomerato dal cui basso spingono poche schiere di pini grigi; le altre finestre, gli infissi: vetro opaco, alluminio, sempre cemento; panni stesi di flanella e tweed prospettano sul rudere di una tangenziale; gabbiani minacciano gatti insultando l’aria dei droni mentre Felix chiude Lee Harvey Oswald, arretra verso la cucina salotto allargando le due ante di una porta a soffietto che lui chiama Sacco e Vanzetti, e accede alle pietanze.

Su due piedi per la sua natura di animale evoluto e che si evolve specie su specie, di strato in strato, cammina verso lo spirito di una carta da parati perfetta, insostituibile, già che Sacco e Vanzetti gli si chiude alle spalle per la forza di un piccolo moto, di un vento. La cucina: un banco di legno all’ombelico di Felix che ad alta voce scherza: Non tutte le ciambelle riescono col buco, ma a me piacciono le ciambelle senza buco, sono buone e nutrienti, questa mattina ne sfornerò e mangerò; sebbene già stia mordendo le ghiande e le bacche, e poi le mescoli al latte coi cereali, che sono gli alimenti che ama assieme alle verdure cotte oppure fresche, alla frutta e alle olive.

Dettato, coscienza, lavoro. La baia dei porci è un fatto del mondo. Adesso ti spiegherò gli strati della città. E le sue caste. Quale sia il welfare di ciascuna di esse, e la durata. La durata è il primo fatto del mondo: per il corpo, per la coscienza. Adesso ti spiegherò welfare e durata per i maiali in città. Invece no. Dettato, coscienza, lavoro; io sono un dettato che deposita righe, parole che investo nel tempo, che danno tempo al maiale (perdonami: “adesso io” nulla) perché il maiale sia pronto e lo è: lavato, vestito, Felix già esce e indossa i calzoni, la camicia, la giacca (tutto è di fustagno), le scarpe no perché le grandi zampe le vietano, il cappello di feltro, apre la porta di casa che lui chiama l’Albigese, chiude l’Albigese ed ecco: ora Felix è nel mondo.

La città bassa ← Felix non ricorda ma vede: sulla rotonda attorniata dalla calce cinerea, nella giostra degli angoli retti che dice: Niente balconi, neppure luce, no alle mezze misure; Felix vede: la scolatura di sole, e sorride. Il maiale ama il lavoro e l’asfalto imperfetto che Felix attraversa, adesso che ancora transita nel bitume dove s’aprono buche otturate da manutentori distratti.

Sorveglia. Ed è sorvegliato. Non ricorda ma vede. Ed è visto. Ha l’apprensione. Non sempre è un vantaggio. Il nitore di ciò che muovendosi appare, eleva tutto al rango del rischio, così che nella percezione del porco si susseguono aggressioni possibili, false. Eppure nel dubbio Felix sorveglia. Ha l’apprensione per il rapido teatro aggressivo, e disordinato, di questa strada e – come una frase che ripercorra una sola parola e un periodo che moltiplichi la frase che s’accontenta della stessa parola – il corpo della città (lo stampo e la forma) rovescia radici di calcestruzzo e acciaio, l’intimo esposto, mette sottosopra i rizomi tra guano e cancrene, tra polvere e fango.

La più nera delle nuvole ha lustro e candore in confronto con la città laboriosa dove persino lo sporco è l’effetto ammirato, portato a esempio del non distraiamoci, non perdiamo tempo a pulire, il tempo che non abbiamo. Già s’allunga sul lato, nell’ombra dei palazzi zombie dove si elenca e calcola, si ordina e smista, il mucchioselvaggio per i piedi che vanno, per i porci che sudati marciano a muso alto, abbigliati da giacche, spolverini, gonne lunghe alla moda formale e desueta che è il loro modo; calzoni di flanella o tela grezza allacciati sopra l’ombelico dei maschi; vesti a campana che nascondano le sagome del corpo alle femmine; no calzature; sì cappelli; adorano cappelli: da baseball o a falde larghe i verri, e le scrofe a clochè.

I tetti s’abbassano, i palazzi s’accorciano. Il cemento s’inchina a lamiera e plastica. Imbuti di vuoto, di nulla, di aria e catrame s’infilano tra le officine. Pochi alberi. Molti cespugli selvatici. Orzo, malva, cicoria. Grandifrogie solerti: spostano, trasportano, riparano, sollevano, ammucchiano, smontano, consegnano, catalogano, obbediscono. Dettato, coscienza, lavoro. Detriti di quarzo che la polvere di aeternus cosparge e trapunta. Col difetto di erodersi presto e disperdersi, l’aeternus cade dalla città alta ma ha il pregio di riformarsi subito lassù (il metallo più resistente che c’è, e che si rigenera), mentre qui si deposita in scarti.

Qui → le fondamenta della città si mestano col versamento di funghi e orchidee. Combinazione casuale urbanistica di stili di vita. Il tempo all’altezza degli uomini, la civiltà, la tecnologia cade di piuma in piuma nello strato dei porci e l’incontra, come se Cesare s’imbattesse in un papa. È il meticciato che nulla ha al suo posto, quando dappertutto sgorgano malerbe, cespugli di ortica e gramigna, tribù di avena selvatica e da una strada inizia una strada che porta a una strada che Felix percorre quando un mucchioselvaggio mobile, automatico l’ha consegnato alle barriere della Bufalotta ← deve elevarsi per il lavoro del giorno. Il volo di un trasporto ignipotens forma rette e parabole. I maiali non volano, appena camminano. Barcollano. L’uomo vola nel trasporto ignipotens. Le pareti della città alta raddoppiano uno stormo di rondini. Lassù è la meta di Felix, oltre i culmi di aeternus che dico, che detto, attorno a tubi grandi di cristallo e plexiglas, su binari trasparenti per i treni che salgono quasi verticalmente, quasi con la violenza del piombo per poi mitigare la forza quando sono vicini alle piattaforme, ai funghi, alle orchidee, e allora addolcirsi e chinarsi come proboscidi.

La città alta è un fatto del mondo. Il cielo ha i suoi coloni. Felix non ha un cielo ma ha la città alta negli occhi. Il silenzio delle caserme, dei ministeri, delle anagrafi e dei catasti. Lo schermo istoriato del planetarium politico. Ascensioni, metalli puliti, propulsioni inodori.

Poi, dove i normoarto hanno i condomini che abitano, è un giardino di funghi che portano addomi ipertrofici, cappelli convessi di vetro e vanadio che li riboccano (conficcati nel suolo grazie a ife di carbonio, sorretti da gambi) e i normoarto di lassù a loro volta vedono tutto: le baie dei porci, le barriere, le vicine orchidee dei rigenerati (rifugi di lusso a forma di sprone, sotto tetti simili a spighe o pannocchie), i docks dei multiarto (Garbatella, Fiumicino, Infernetto, l’Estuario); e la città sta così, senza cadere, a centinaia di metri d’altezza, e nella bruma un verro si prepara a salire e per dettato, coscienza, lavoro siede nel treno dal cui finestrino scorge i piedritti, asparagi opachi ancorati intorno.

Leve di città alta sono un fatto del mondo. Crescere e quindi restare con la pigrizia dei metalli incrollabili. I monumenti residenziali. La parete del convoglio è plastica armata, traslucida sui lati e sul tetto quanto il lombrico che già spinge il treno – binario curvo, arrampicato. Un acquario vede un acquario. Dentro c’è Felix, il pesce rosso della vasca di vetro che s’immerge in forme di spazio, di luce. I crinali opachi dei funghi uguali a gobbe di capodogli, di argentinosauri. Carapaci negli uffici del cielo. Scuole fatte di sorbite e titanio. I colori giostrano il grigio antracite che detta l’asfalto (e io dico con coscienza, lavoro) contro il mezzotono dei primi azzurri e rosa attorno ai pilastri. Specchi, congegni, la somma. Abbiamo una comunità. La città è nella durata e nessuno dice la morte. La morte non è. La morte non è la città. Ogni cosa e creatura vivente ha il suo biochip e comunica a ogni cosa e creatura vivente. Col solo fatto di avere bisogno il gelsomino esprime la sete e viene innaffiato. È quanto avviene per le malattie dei corpi: si annunciano, sono curate. Serbatoi da riempire, scorte di acqua, la manutenzione degli edifici aerei e più grandi: piccoli esempi del mondo delle cose che si sono fatte segnali.

[…]

L’appartamento, il sogno
Dal salotto piccolo Felix apre Sacco e Vanzetti per avvicinarsi al letto e svestirsi. Le ore della fatica sono trascorse? I transiti, le vertigini, la vista dell’orrido, il vuoto desolato atmosferico. Il lavoro. È successo. È durato. Ma l’animale non rispetta la partitura del tempo. Felix è un carattere onirico. Accanto alle palpebre le pupille già ruotano e inseguono le memorie perdute. Un giro: l’intera infanzia; due giri: dalla nascita a oggi. Gli capita spesso al ritorno. I ricordi irritano la sua smemoratezza. Desidera il vissuto boogie-woogie che sincopa gli accadimenti, com’è per tutti. Vuole un passato ← ha diritto a. Ma non ricordarlo, riflette, è come non averlo. Non ricordare famiglia è come non avere famiglia. Io sono orfano, quindi. Non come se lo fossi, proprio lo sono.

E ora, sul divano di velluto verde, imbottito di gommapiuma e sostenuto da cinghie di piombo elastico, Felix mangia la sua zuppa di farro e non usa il piccolo tavolo da pranzo di acciaio e dal soffitto gli penzola addosso una lampada a forma d’alveare, color avorio, anch’essa d’acciaio cromato, attraversata da solchi come un guscio imploso o una sfera scolpita dal tempo. Sui tramezzi è incollata una carta da pareti che raffigura l’ederagelso, grigia, e arbusti di un bambù tra le cui fronde s’intravedono le piume di un falco dissimulatore e, più distante, un bosco di abetimimosa.

La scodella è posata sul pavimento, il Musagete trasmette la BWV 871 di Bach, la radio a valvole, a onde medie, con le bobine e i circuiti accordati è compagna della notte di Felix con l’offrirgli una musica di secoli fa, ed è un congegno di secoli fa, armato da una cassa di legno alta almeno un metro, sorretto da gambe arcuate e basse, ha tre manopole e una grata, ha uno stemma azzurro sul pannello frontale, suona Il clavicembalo ben temperato ← la filodiffusione trasmette → le scale di Bach sul pianoforte e nella monofonia del Musagete: dal passato; stridule, prigioniere di un timbro in sordina, di una macchina carcere che le porta a gracchiare a causa della rigatteria, dell’antichità.

Speriamo bene – bisbiglia Felix sdraiandosi intanto che inizia il corteggiamento tra il sonno e il maiale. Il Musagete adesso racconta l’inseguimento tra un pianoforte e un violino, che si rincorrono tra dispetti e vendette piccole, alzano la voce, affrettano il ritmo, stridono dopo le consonanze, dopo i fraseggi come in una lite ← che è la Sonata per violino e pianoforte di Janáček, ora filodiffusa.

Felix ha sonno, ma non gli si spegne il pensiero d’essere il mondo e non soltanto nel mondo che vede, e la speranza che anche il mondo desideri essere lui, il porco. Che ci sia posto nel mondo per i vagiti del porco, le sue ambizioni, la sua voglia di fare e poi riposare, per i sogni del porco, che il mondo comprenda i suoi incubi e pretenda giustizia per lui (ossia per sé, se il mondo vuole essere il porco), che accetti cosa gli piace e cosa no, che difenda il porco, protegga il porco, capisca la sua forma di vita.

[…] Ora che Felix dorme dove la notte si traveste coi panni e camuffa da tepore per gli occhi e abbandono e nella musica il maiale si copre con le tende del sonno → l’accompagna la melodia (l’accompagna la corda). L’accompagna la fatica cui il corpo cede (l’accompagna l’argano). Lo tirano fuori dalla darsena con le sue muffe, le sue alghe e i detriti corrotti di sabbia e di scogli. Gli danno una spinta dolce verso la calata, oltre la bitta, il molo e il pontile. Fino all’acqua per il varo del sogno.

Il mare che si muove appena scherzando con l’inerzia di luna e stelle e rispecchiandola o tradendola nella mossa delle onde, gli sembra quieto. Navigare ← ha l’aria di un viaggio tranquillo. Un tragitto verso il risveglio. Ma non è. L’acqua s’increspa, cresce in una montagna e precipita. Schizza, schiaffeggia, soffia. Felix adesso ha paura. Luna e stelle sono scomparse. Si volta verso il porto, che non c’è più. Davanti ha una burrasca? Solo per poco. Poi tutto cambia. Neanche il mare c’è più, la tempesta sbiadisce, il cielo nero lo succhiano per un imbuto inverso che invece di erogare aspira ed ecco una stanza, riposi ulteriori, corpi che sognano e sono sognati e la stanza ospita due letti, uno matrimoniale, dove dormono due maiali, il padre e la madre di Felix, e l’altro ridotto, dove si corica un cucciolo: colui che sogna.

Le pareti di legno, il rumore del vento, il frullo esterno delle foglie sui rami: è un abituro piantato nella campagna. I maiali che dormono hanno sussulti, perché non sono abituati alla natura né al suo silenzio o al ruglio che l’interrompe. C’è una finestra: i suoi scuri – chiusi ma non sigillati – il vento li divarica un po’. Anzi non è il vento ma un pollice enorme. S’insinua nella fessura tra i due battenti e li schiude. Si ritrae e lascia spazio per quattro dita, dall’indice al mignolo fratelli e delle proporzioni del pollice, che tirano via, triturano e masticano le stecche della finestra (quasi fossero i denti di un corpo che ha fame, e quelle spiedini di carne e non regoli di truciolato) e poi gli infissi, gli scuri di una casa di bambola (non di maiali), rimpiccolita dal dorso di una mano ciclopica che ormai sta quasi dentro la stanza.

E lo vedo (Felix lo sogna, lo vede) e lo detto ← la filigrana dell’epidermide, il tessuto delle rughe, la mappa di croste ed escoriazioni, le gobbe sulle nocche, sentieri e rigagnoli tra unghie e polpastrelli, il colore del sangue che pulsa sotto la superficie, il meccanismo delle falangi. La mano è nella stanza. E nella stanza il polso fa capolino, il telescopio. Gattona verso il letto matrimoniale con l’andatura paziente ← la mano. Felix (che sogna) prova a lanciare l’allarme, ma gli esce un gemito, non l’urlo inteso, lo spavento di un mimo. Il mostro sfila le lenzuola della madre e del padre, che restano spogli, addormentati, sereni. Il palmo si spalanca, protende le unghie verso i maiali. Così li afferra e risveglia. Niente è più vero di un predatore. Niente ha più coscienza di una preda. La mano cattura i corpi senza troppo sforzo e li ravvolge con poca fatica, come un abito di misura abbondante ci calza e cerchia. Il buio si è ritirato nel suo cavallo di Troia. Il padre e la madre urlano e supplicano. La mano gigante si ritira, arretra col suo bottino. Felix (il cucciolo) s’è alzato sul letto e la sua voce non torna. Assiste al sequestro. Il Felix sognato e il Felix che sogna ← non capiscono: perché questo rapimento, questa tortura? A chi appartiene la mano? Cos’è la mano? Oltre la finestra dalla quale è venuta, verso il bosco e un buio più vasto, incontro a un perimetro di misteri e torture: non c’è più tempo, la mano è sparita.

Un ultimo sguardo alla madre che piange. Un ultimo ascolto alla lotta del padre. Un ultimo rantolo dalla voce perduta. Ritorna il buio, che è il padre dell’orfano. Il cucciolo piange nella stanza vuota, ritrova la voce, prima un lamento, poi l’urlo che è forte e lo sveglia → non il cucciolo ma sul divano Felix, il sognatore Felix, la vittima e di chi è questo incubo?, si chiede, mio non è, io non ricordo i miei genitori, non ricordo di averli persi così, perché sogno questo?, chi mi ha trasmesso quest’incubo?, è un’infezione, viene da altri, di chi è questo dolore? Dettato, coscienza, risveglio: ma solo per poco. Sul divano verde. Già s’arrochisce ← il risveglio, la coscienza → cade dal trauma, rotola sotto al tavolo, s’alza dalla sedia, esce di casa, sgorga dalla bottiglia, evapora dalla pentola, sfuma da ciocchi in cenere. Il braccio scivola dalla fronte. Il corpo s’intenerisce. Le labbra si schiudono. Il volto si china.

Prima che il sonno ritorni, una voce prova a convincersi: I maiali non temono la morte. I maiali non pensano la morte. I maiali non muoiono mai.

(Foto di copertina: Pig slaves, Doctor Who; fonte: http://tardis.wikia.com/wiki/Pig_slave)

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5 Responses to Città dei porci. L’appartamento, la città

  1. giorgio mascitelli il 3 gennaio 2017 alle 19:10

    Bello, mi è piaciuto anche perché il grottesco è nel mondo e non nel maiale.

    • davide orecchio il 4 gennaio 2017 alle 14:01

      Ti ringrazio Giorgio. E’ come scrivi tu; anzi, me ne rendo conto proprio leggendo il tuo commento.

  2. sparz il 3 gennaio 2017 alle 21:52

    bello, Davide, mi piace la tua scrittura, come sempre.

    • davide orecchio il 4 gennaio 2017 alle 14:01

      grazie per aver letto, Sparz, e per il “come sempre” :-)

  3. orsola puecher il 8 gennaio 2017 alle 07:29

    [ quoto il come sempre per la scrittura precisa ma immaginifica ]

    Una nuova saga, una specie di Animal Farm “au contraire”… chissà se nel sogno di Felix ci potrebbe essere l’antropomorfizzazione, o forse in una nuova futura tappa dell’evoluzione la “maializzazione” dei piedritti

    https://youtu.be/dPFvWz1tO5o?t=1h4m38s

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