Nominazioni

31 marzo 2017
Pubblicato da

di Valerio Nardoni

Esce per Giuliano Ladolfi Editore – prefazione di Mattia Gallerani – Nominazioni. Poesie dal ritorno, di Alessandro Raveggi, un libro scritto all’altezza di uno dei crocevia che la vita ci propone, quello, appunto, di chi si trova a dover «tornare». Nel caso di Raveggi, il ritorno è dal Messico (dove si era trasferito per alcuni anni) alla Toscana, e più precisamente alla campagna Toscana, nella provincia di Firenze. Lo scontro che possiamo ipotizzare, almeno a grandi linee, è quello tra alcuni ideali o idee futuribili che sono venuti meno, e quello dei valori lasciati, che tornano a bussare alla porta. La lettura, naturalmente, può essere anche diversa: ideali futuribili che si trovano a bussare alla porta e nessuno gli apre, e valori che sono rimasti dentro e coi quali si deve arrivare ad un armistizio. Senza svelare troppo, si può senz’altro anticipare che il libro prevede un lieto fine, ovvero una sintesi di questi due poli, che si riuniscono nell’arrivo di un bambino, che di per sé è quanto di più futuribile e tradizionale esista in questo mondo.
Compongono il libro due poesie collocate in limine, e tre sezioni, di cui una più corposa, Et in Arcadia ego (lo stridente ritorno in campagna di cui si diceva); seguita da due sezioni più brevi: Twomblies (una sezione di ecfrasi dedicate ad alcuni quadri) e Messaggi ai posteri, che contiene, in parallelo alla doppia apertura, due poesie di chiusura.
Caratterizzano il volume, e ne rappresentano motivo di interesse, l’urgenza del racconto (il compatto nucleo tematico del ritorno in patria, sul cui fondale si legge una più ampia riflessione su una sorta di fine della giovinezza, come età del narratore, integrata nel suo specifico momento storico); il lavoro sul lessico (anch’esso motivato sul ritorno all’italiano e all’italianità, con frequenti sbalzi lessicali tra termini recuperati nella memoria storica della lingua, come patrimonio colto e letterario, che vanno insieme a registrazioni quasi in presa diretta di berci fra vicini di casa); infine, il lavoro sul sistema libro, dall’organizzazione di una struttura articolata ma lineare, dove anche molti termini tendono a ritornare, per impastarsi, motivarsi e nominare con voce accresciuta il proprio senso.
In collegamento con il titolo del libro, Nominazioni, una delle parole che emerge dal lessico globale del libro è «le naturalità»: il sostantivo non rimanda (solo) alla naturalezza, ma col plurale acquista maggiore corpo, andando a definire tutte le cose che stanno sulla terra dove si è tornati. Su tutte le presenze dell’Arcadia, mondo dell’idealità dei sentimenti, attraverso il titolo della sezione – secondo il ricordo del famoso quadro del Poussin – si affaccia il segno inequivocabile della morte. Dopo il ritorno, la realtà si presenta in quanto materia muta, tutta da ricodificare; l’esistenza è dunque il mero esercizio gastrointestinale che deve ritrovare l’«incantesimo», cioè la formula che restituisca loro la bellezza e la magia. Questo è il confine sottile su cui il libro si tiene sul filo, con tutti i suoi esperimenti linguistici, mascheramenti vari, giochi di riflessi, come del resto è ben espresso nella poesia Introibo: «La realtà è qui / composta di cose mute, / gli uomini hanno il loro lercio nome, / loro lurida possanza / gastrointestinale, / sono ovunque, disarmanti, / una piaga che mangia vivendo e / soffocandovisi, / mentre quelle s’incagliano, / come si chiamano più le naturalità: / chi più lo sa, lo condivide»… fino a «Dal non poter nominare, / conto a menadito le cose / custode infante di una maledizione inversa, / in testa una tassonomia immancabile / rimane a redarguire, / a dire ‘forza su, c’è sempre / una svolta, un incantesimo’».

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