La stanza profonda

7 aprile 2017
Pubblicato da

di Vanni Santoni

Ultimo anno. Smolla il master, smollano tutti. Gli smartphone, fino a lì banditi dagli stessi giocatori, cominciano a esser consultati da sotto il tavolo; a inizio giocata, mentre interpreti un comprimario importante, il Paride e il Bollo, di solito i più attenti, si stanno scambiando i dati del fantacalcio. Anche solo richiamare l’attenzione di ognuno chiede ogni volta uno sforzo ulteriore:
Leia, dai, sta a te. Che fai? Hai un reietto, il #3, ingaggiato.
Attaccalo, va’, dice Andre rimettendo il telefono in tasca.
No, macché, fa il Silli, non sprecare la mossa su quello. Disingaggiati, prenditi l’attacco d’opportunità, tanto cosa vuoi che ti faccia, e vieni a tirare al boss insieme a me…
Ma Leia niente, continua a scribacchiare. Non sulla scheda, su un quadernino.
Leia!
Oh, come? Scusa, non stavo seguendo.
Che fai, attacchi? Sennò ti metto a fine griglia.
No, no, attacco, aspetta un attimo…
Cosa scrivi, fa il Silli, e le sbircia il quaderno: Aprile gl’è i’ mese… Cos’è?
Niente… Ve la volevo anche leggere, ma non ho finito…
Ma cos’è, chiede anche Tiziano.
Nulla, ho tradotto La terra desolata di Eliot in valdarnese.
E perché?
Così per ruzzo…
Leggicela allora!
Non l’ho finita…
Leggici fin dove sei arrivata.
Va bene. Aprile gl’è i’ mese più ignorante…
Perché ignorante?
Perché “crudele” in valdarnese come lo vuoi dire, Silli? Avevo considerato anche balordo, ma ignorante secondo me è più preciso. Ora mi tocca ricominciare:
Aprile gl’è i’ mese più ignorante,
governa serenelle dalla rena stecchita
Serenelle?
I lillà. Chiedi a tua nonna come si chiamano quei fiori, ti dirà: ah, le serenelle.
Dai Leia, continua…
Meno male ci sei tu, Tizzi.
… intruglia ri’ordi e voglie,
scozza le barbe tonchie…
Tonchie?
E dai Silli, lasciala finire.
…a scrosci marzolini.
D’inverno si stette a i’ caldo,
coperti di brina da dimenticassi ugnicosa
e per campare, du’ patate secche
L’estate ci lasciò basiti,
arrivando su i’ borro d’i’ Giglio co’ una giubbata d’acqua
ci si fermò alle Logge, e ci si smosse co’i’ sole
giù lungo i’ corso.
si prese un caffeino e si ragionò per un’ora
“No, macché aretina… Sto a Ricasoli, ma i’ mi’ babbo è di Meleto”
Caffè lo potevi lasciare. Non è che così è più valdarnese, dice il Silli.
Sì, insomma, dice Andre stappando una Moretti con l’accendino, fa ridere, ok, ma quindi?
Voleva fare la grossa. Ancora il Silli. La terra desolata… Ci volevi dire che sarebbe meglio andar via, che sarebbe meglio sbarbarsi? Lo sappiamo anche da soli, cosa credi.
Ma veramente…
Parli bene, tu, perché puoi permettertelo, di andar via. Poi vieni qua a menartela… Cosa credi, di essere l’unica che sa Eliot? Tieni, ti rispondo così: Houses rise and fall, crumble, are extended / Are… Pass… No, aspetta, com’era…
Io forse vado via l’anno prossimo, dice Tiziano per allentare.
Dove vai?
Mah, penso a Londra…
Sarebbe bono, dice il Bollo, lì uno che macina Javascript lo pagano a modo, altro che programmatore da Prada.
Non mi toccare Prada, fa Andre.
Vabbe’, te fai il sistemista, non fai una sega tutto il giorno…
Il Florian, dice il Paride, è un po’ che sta all’estero…
Perché Erme no? Anche il Mella avevo sentito dire che se ne era andato…
Lui, dice il Paride, che fine ha fatto non lo sa mica nessuno… Ma tu, Leia, non vai a stare a Pisa?
Oh, basta. Vogliamo giocare! Così Andre.
E ricominciate:
Allora Leia, hai un lanzichenecco ingaggiato.
Con il Mantello Sfuggente di Ophelia posso disingaggiarmi una volta al giorno senza subire attacchi di opportunità. Mi disingaggio, muovo di quattro metri a sudest e gli scaglio due giavellotti alla testa… Preso. Critico. Preso. Critico.
Tornate nel gioco, e fino a notte. E sì, pensi mentre amministri la fine di quello scontro, sembrava quasi che voi, voi rimasti, foste ancora tutti lì per il gioco; o meglio il gioco rappresentava l’ostinazione di alcuni, la prudenza di altri, la necessità di altri ancora, di rimanere nella terra desolata, e anche tu, del resto, non te ne eri già andato a Firenze? E quante volte avevi considerato l’idea di spostarti ancora più in là, di lasciare l’Italia, ma non sarebbe stato spaventoso, poi, rientrare? Se ti capita di dover tornare, hai bisogno di un’Itaca, non di una Mordor…

Estratto da: La stanza profonda (Laterza, 2017)

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2 Responses to La stanza profonda

  1. Ale il 8 aprile 2017 alle 20:01

    Bhe, i mmontearchino e’ unn è male: e’ ci garba la terra desolata hosì.

  2. […] a birrini, su Finzioni; una videointervista di Sacha Biazzo su Fanpage; un estratto dal libro su Nazione indiana, e una recensione di Daniele Gambetta su il […]

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