Quante cose abbiamo perso nella vita

di Pasquale Vitagliano

 

Le isole proprio non le capisco,
Con tutto quel mare intorno,
Sprecate nel silenzio del nostro sguardo.
Le montagne sopra a volte
Ti danno le spalle senza riserva
E il mare giace inamovibile.
I balconi sopraggiunti comunque qualcosa
Domandano in danno ai palazzi
Che autistici s’ergono senza espressione.
Anch’io silenzioso ascolto guardo
Questo quadro senza senso deluso
Per non aver trovato il modo di inserire
Il tempo certo che senza un linguaggio
Tutto sarebbe andato perso.

 

 

 

 

La perdita è il perno di questa teoria
Prima abbiamo cominciato con le persone
Perdite secche nemmeno i nomi ci hanno lasciato
Se non una mota di facce gesti azioni senza più paternità.

Poi abbiamo cominciato a perdere idee e concetti
E le parole sempre più peste nella testa troppe
Le cose che si fanno quando è una perdita di tempo
La memoria perché agiamo ora qui senza preavviso.

Alla fine finiamo per perdere le cose che portiamo
Le chiavi come le chiami quelle altre cose gli oggetti
Le cose che non trovi perché te le hanno tolte
Oppure perché le hai lasciate là dove sono sempre state.

 

 

 

 

Non lo puoi mettere a vista
Perché lo dovresti scrivere
E’ impossibile essere caravaggio
Dovresti leggere non guardare
Al massimo immaginare ed è difficile
Incantare col deretano derreiran dernier
Di-retro posteriore e non quella luce ignota
Sul cavallo oppure su un carnefice in ginocchio
E non c’è luce sulla sintassi se non questo
Bianco-nero cartaceo e piatto e immateriale insomma
partita persa pure con le figure e le immagini
Rimetto il futuro di questi versi nell’ideografia.

 

 

 

 

Non riesco ad adeguarmi ai twitter
Almeno se tratto versi anche se dicono
Che twitter ha riscoperto gli epigrammi.

Alla parola twitter preferisco la parola rutto
Perché proprio non riesco a cinguettare
Con le cose della vita che eruttano e tremano.

Rutto erutto tremo vibro non cinguetto
La lava la schiuma persino la salsa che ho dentro
Ventriloquo la più struggente delle suonate.

Spezzate le icone macchiate che spacciano
Facce di bimbi e pompini oscurate questi sfondi
Spastici e orrendi uccidete questo infernale vocio.

Spioni senza ideologia scemi simoniaci sfaldati
Senza alcuna voglia di parlare davvero salvati
Solo da una parola senza volto da un volto senza nome.

 

 

 

 

Che il presagio menta
Che menta il morso
Che menta il feto nascosto
Che menta il nome inaudito
Solo queste menzogne
Postulano il quieto vivere
Perché se il presagio vive
Vive sanguinante il rimorso
Vive succhiando l’ amarezza
Vive il soqquadro sovrano
Vive quello che resta dei corpi.

Benedette le vite dei coscritti
Piene di grazia e senza peccato.

 

 

 

Print Friendly, PDF & Email

2 Commenti

  1. “Non lo puoi mettere a vista”
    E’ vero, la luce forse non c’è. Eppure la potenza della parola crea un’ideografia infinita nella mente di chi legge e può lasciare segni più profondi e squarci più laceranti. Un’immagine caravaggesca, per quanto sublime, è icastica, compiuta. Bellissima la poesia

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Aborto 2022, o “Canti di Natale”

[...] Questa si è infilzata con degli spiedi d’acciaio, è morta dissanguata su una tovaglia di plastica unta, pur di non averne un altro ancora e oltre il sopportabile. Perché c’è un limite, ma chi può sapere quando sopraggiunge?

“Corpo di buio” – da The European Eel, di Steve Ely

di Stefania Zampiga
The European Eel, di Steve Ely: poesia all’incrocio fra biologia marina, cartografia e protezione ambientale, per avvicinarci al misterioso ciclo vitale fra due continenti e ricordarci connessioni e responsabilità etico-ecologiche.

Dare figura alle cose. I disegni di Lorenzo Mattotti

di Daniele Barbieri
[...] Fare arte è invece utilizzare questo spazio umano del controllo (la parola, il racconto, l’argomentazione, ma anche le regole metriche, il disegno, le geometrie…) per ritrovare la sintonizzazione senza perdersi nella natura (ovvero disfarsi, morire).

Orrore, vergogna, odio.

Di Sergej Gandlevskij
Sulle prime non mi davo pace alla ricerca delle parole giuste per descrivere l’inizio della guerra, ma ho finito per scegliere le più comuni, quelle che riporto nel titolo, poiché sono quelle che la stragrande maggioranza degli amici e delle persone che conosco ha nel cuore e nella mente.

Nella città più fredda, di Elisa Davoglio

Ho in mano un libro sul collasso del clima, sul crollo di un mondo personale, sullo straniamento emergenziale, sull'alienazione da conformismo, sulla scrittura? Prose in prosa dell'apocalisse? Cosa è accaduto alla città morbida, al suo tepore?

In ricordo di una grande studiosa: Liana Borghi 1940-2021

Di Nadia Agustoni
Liana Borghi ci ha lasciato da poche settimane. È stata una grande studiosa, capace sempre di intrecciare femminismo, queer, e studi di genere all’antirazzismo, al postcoloniale e all’eterna questione della classe, degli esclusi.
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
Print Friendly, PDF & Email
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: