Dalla parte di Swann

di Davide Orecchio

Anche senza scrivere noi siamo racconto. I nostri corpi sono racconto. I nostri sguardi sono racconto. Camminando noi raccontiamo. Le nostre risate sono racconto e quando non ridiamo e restiamo in silenzio, oppure piangiamo, noi raccontiamo.

Accoccolati nel sedile del treno, noi raccontiamo la stanchezza e l’attesa.

Fradici del mare Mediterraneo, coperti da lana in prestito, riscaldati da una tazza di caffè porta dall’uomo nell’uniforme, noi raccontiamo la morte, lo scampato pericolo, la speranza della disperazione; senza scrivere un rigo, senza aprire la bocca.

Abbiamo visto una lacrima perenne sulle guance dell’orfano, quello è il racconto dei genitori che ha perso. Abbiamo visto la vedova perdere il respiro, ansimare, massaggiarsi il ventre che la pugnala, l’abbiamo vista piegarsi – quello è il racconto dell’uomo che ha perso.

Abbiamo visto l’albero scortecciato: racconta il passaggio, un tempo, di formiche divoratrici. Le foglie del rampicante che diluiscono dal verde nella vinaccia raccontano l’alluvione indigesta alla terra. Senza un rigo, senza parole.

Vediamo la striatura curva degli pneumatici sulla statale: racconta la distrazione, l’ostacolo, i freni, ma non dice l’esito. Abbiamo visto impronte di zoccoli sull’erba calpestata, è stato come ascoltare il viaggio del mulo, la stanchezza e il suo raglio.

Abbiamo visto il cranio glabro di un uomo: racconta la cura. Abbiamo visto la sposa coi fiori, racconta l’amore.

Miliardi di gesti che sono segni raccontano, raccontano, raccontano. Senza pagine, senza parole. Senza parole. Senza parole. Quando verranno, e se verranno, le parole saranno la traduzione di questi racconti, che sono la vita.

***

«Scriveva comodamente sul computer comodo storie di nazisti e fascisti passati. Proteggeva la vista dal nazifascismo con lenti azzurrate adatte allo schermo. S’indignava per la violenza antiumana di quel passato nazista, ma non ne riceveva terrore “perché il passato è passato”. Metteva anche lo smile 😀 e aggiungeva: “per fortuna è passato”. E rimetteva lo smile 😁. Ma commise l’errore di uscire per strada, lui così fragile nel tempo presente dove lo raggiunse un neonazifascista, che gli spaccò il cranio 🤕. Morì dissanguato in via Galimberti Tancredi Achille Giuseppe Olimpio, detto Duccio, avvocato, antifascista, partigiano italiano, torturato e sbarazzato in un campo la mattina del 3 dicembre del nostro passato fascista, che non è passato».
(da Vita e morte di un autore di romanzi storici)

***

Questo gatto è malato da un anno. Sembrava guarito. Ma s’è ammalato di nuovo. Dal bambù sono sgorgate le canne più fragili, più esili, in meno di un mese le foglie si avvitano. Il pavimento di clinker ha macchie calcaree, strati di pietra al perimetro di ciascuna soglia.

La voce dice: conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino. 

Quando intuisce il suo male il padrone del gatto si arrabbia, quando ha certezza del male coccola la creatura che risponde con piccoli, coscienti gemiti.

Chiede alla voce: posso contestare? La voce risponde: meglio che tu non bestemmi, tu china il capo, supplica, conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino.

La città non ha acqua, eppure la malattia si nutre di sorgenti segrete, la città non ha vento, eppure la malattia respira un libeccio segreto e si ossigena.

Chiede alla voce: posso ribellarmi? La voce risponde: fai quello che vuoi. Quello che fai è programmato, oppure riprogrammeranno il programma.

Tutti gli inquilini del palazzo hanno perso un gatto. Solo lui non ha perso un gatto, e il suo gatto è malato. Ora il palazzo è entrato nell’era dei cani. Lui si convince che l’assedio dei cani e l’estinzione dei gatti abbia a che fare coi ghiacciai che si sciolgono. Nel tempo del permafrost l’acqua perenne, dolomitica, pura consentiva la vita dei gatti. Poi scese a valle e si prese col fango, e intorbidita dai batteri e dai funghi vivificò la razza dei cani.

Chiede alla voce: questo gatto è giovane, dovrebbe salvarsi?

La voce dice: conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino.

Ma se una razza si estingue, un suo esemplare non si salva da solo.

Il municipio spegne i lampioni, ma nel buio della città la malattia vede bene.

Il municipio raziona l’acqua, ma nella siccità la malattia si disseta.

La razza di cui stiamo parlando è la razza dei gatti che lo hanno reso felice, e questa razza ha un solo esemplare, che è il gatto malato.

La voce indica gli anni, le cifre, il destino (il programma).

Sul computer azzurro lavora a uno scritto sulla storia del gatto. Ci vorranno almeno due anni per raccontarla. La storia del gatto inizia più di un secolo fa, attraversa due guerre, il tempo dei neri, il tempo dei rossi. Lo scritto sul gatto è la sua più grande fatica, il suo sacrificio più alto.

Ma la voce ripete: conta gli anni, combina le cifre, scopri il destino.

[foto: Irlanda, agosto 2008]

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3 Commenti

  1. Caro Davide,
    questo pezzo è davvero molto bello : ha rievocato qualcosa di “nostro”, che mi appartiene, come se nello spazio che circoscrive potessi muovermi anch’io, come se magicamente mi ritrovassi nella pelle di quella “voce dice”, di quel dire – e poi di tutto il silenzio che resta attorno. Perciò grazie

  2. La mia “la voce dice” è una segretaria altrettanto precisa, ma un po’ più sinistra, ipercritica, mai contenta, con una sua vena di cattiveria sottile, non mi perdona quasi nulla, mi coglie sempre in fallo. La temo molto. Mi aspetta sempre al varco. Non le posso nascondere nulla. Ma senza la sua implacabile redde rationem mi sentirei perduta.
    Grazie Davide.

    ,\\’

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