La vita lontana

Domani 1 marzo esce il romanzo di Paolo Pecere, filosofo e ricercatore, “La vita lontana”, edito da LiberAria, nella collana Meduse curata da Alessandra Minervini.
Di seguito, l’incipit in anteprima. Buona lettura.

di Paolo Pecere

Il giorno d’agosto in cui Livio e Marzio sono nati ci alzammo presto e scendemmo a vagare per le vie deserte, come una coppia di palombari nello scafandro dell’auto, sonnolenti e senza direzione. Elio guidava piano, rideva fuori sincrono, mi sfiorava dolcemente il braccio. Nella pancia sentivo un solletico elettrico. Forme di vita cominciavano a uscire di casa per procurarsi cibo e giornali, il vento palpitava sotto i panni appesi, i filamenti delle nuvole si aprivano. Dai tetti delle palazzine scese una scala musicale: l’esercizio di un musicista al flauto, appena distinto tra gli sbuffi dei motori, o un miraggio uditivo di cui una voce bisbigliante in me giurava l’esistenza. Un giorno sei stata felice.
– Mare? – disse Elio, e poi silenzio. Comunicavamo col pensiero, seguendo una traccia invisibile, centrifuga, per un istinto migratorio che portava via dalla calotta della città, oltre l’agro romano, verso un’altra vita.

Sostammo al recinto di un cantiere abbandonato, ai margini di Casal Monastero. L’erba spuntava dalle spaccature del cemento tra gli avamposti di mattoni rossi, mossa dal vento secco e pulito. Qui mancava una scuola, osservai. Per Elio, come sempre, non bastava: bisognava abbattere, rifare tutto da capo, come disse, passando la mano sul profilo preistorico di un escavatore chino al suolo, poi sul mondo intero. Gli accarezzai la testa, già scaldata dal sole. Ripartimmo. La campagna si allargò intorno a noi.
Persi l’orientamento nel terreno senza linee, forse mi addormentai, mentre Elio procedeva sicuro. Una sterpaglia bruciava in lontananza, sotto una macchia di grigio. Il vento secco mulinava impregnato di fumo. Il forte calore piegava la luce, mischiando boschetti e lotti edificati all’orizzonte. Poi scomparvero i riquadri colorati delle costruzioni: qui il passato assomigliava al futuro, e saremmo potuti essere chiunque.
Ritrovammo l’orientamento sulla via Pontina, dove ci fermammo a rinfrescarci all’ombra di una bancarella della frutta. Due giovani sikh fumavano appoggiati alle biciclette. Ci dissero di essere fratelli. Elio fissava i capelli neri e il fuoco sulle sigarette con la concentrazione introvertita che adoravo. Il fruttivendolo accettò di scattarci una foto: noi due con i fratelli indiani, tutti con espressioni imbarazzate, disposti a riconoscere il destino in quell’incontro casuale.
Tirammo ancora gli sportelli. Il crepitare di cicale e aghi di pino frantumati sull’asfalto riprese, si perse nell’urto dell’aria, tornò distinto mentre ci veniva incontro e si fermava il lungomare del Circeo. Scivolammo tra le nostre ombre sulla sabbia, unendoci ai gruppi di bagnanti rifugiati sotto il monte, tra la cresta dei cespugli e il mare. Oltre la duna scomparivano le auto e il dormiveglia collettivo era lo sfondo di un film di cinquant’anni prima, dove la somiglianza tra Elio e Marcello Mastroianni diventava quasi identità: osservai la distesa della fronte incresparsi lievemente mentre s’inginocchiava, affondava il braccio fino al gomito, traeva la terra nera, piantava l’ombrellone. Per la fibrillazione degli ormoni fantasticavo dettagli surrealisti alla deriva: atleti greci, bronzi metafisici, torri nel nulla.
Sfilammo i libri dalle borse. Sulla spiaggia, tra caldo, gravità e ingloriose sfide a racchettoni, tutti cedevano al torpore, e leggere era un modo di riaffermare chi eravamo. Sfilai il segnalibro da un romanzo austriaco che mi sforzavo di finire, in cui non si capiva se la narratrice amasse un fantasma o un personaggio reale. Elio sfogliava la rivista Focus, numero doppio con dieci ipotesi sull’autodistruzione della specie umana, commentando a voce alta. La luce era accecante e il litorale, oltre il riparo delle ciglia, assomigliava al cartone preparatorio di un dipinto che non si è potuto finire. Sotto il cielo smaltato riposavano figure primitive, due buchi neri e un taglio muto al posto del viso. Un cane fissava qualcosa nello spazio turchese.
Elio mi lesse, con la voce a tratti cancellata dal vento, l’articolo tipicamente estivo sulla scoperta di un gruppo di psicologi californiani. Parlava di un sogno identico sognato da migliaia di persone: l’alta marea che sale lentamente intorno alle caviglie, mentre nessuno si allarma, finché l’acqua arriva al collo. Uomini e donne stancamente sorpresi, mentre i vestiti diventano una seconda pelle e il peso del corpo si confonde con la corrente, osservano con muta rassegnazione la superficie del mare che sale, scambiandosi occhiate che esprimono domande primordiali: di chi è la colpa, e perché non fa qualcosa. Una rappresentazione nell’inconscio collettivo di una catastrofe prossima ventura, che Elio riportò seccamente alle sue convinzioni.
–  Tutti sanno, ma non reagiscono: che fine miserabile!
–  Sciocchezze. E poi, tu che ne sai?
–  Non posso prevedere il futuro. Ma so che è brutto.
L’apocalisse, nientemeno. E rieccolo a gesticolare verso i bagnanti, colpevoli di letargia morale. Ma la giornata mi appariva dolce. Tenendomi una mano sulla pancia, appoggiai il libro aperto tra le gambe, vidi le pesche e le banane calcate nel borsone di stoffa e, oltre il bordo dell’ombrello, il profilo di un torso: tutto sembrava un rebus della Settimana Enigmistica, l’attesa equanime di una soluzione. E ancora il nostro gioco sfaccendato, che andava avanti in pratica dai tempi del liceo: lui che s’indispettiva per il pianeta abusato, disperando della resistenza ai fatti della specie umana, della stupidità come malattia autoimmune, col sorriso che cercava una reazione; io che gli davo un po’ di corda, fidandomi dei suoi eccessi più che dei miei compromessi, ma concludevo che le cose si sarebbero aggiustate, non sapevo come. Due bambini giocavano a rincorrersi tra gli schizzi, sotto la linea dell’orizzonte. In quel momento per me il mondo – non il pianeta – era bello, fatto apposta per gli occhi e i pensieri sublimi.
Alle dodici spaccate il libro si bagnò. L’acqua impregnò le lettere fino a gonfiarle.
– Non ho sentito niente! – dissi. Solo un vago bruciore.