Dannazione per delega

di Antonella Falco

Un racconto fatto di suggestioni letterarie. Un lucido delirio che chiama a raccolta gli eroi di un mondo di carta tenebroso e inquietante ma proprio per questo denso di misterioso fascino. Monologo interiore (più che racconto reale) che a tratti si fa vero e proprio flusso di coscienza – quella coscienza che rimuove la memoria dei misfatti perché ‹‹non ne vuol sapere d’essere sporca›› – Dannazione per delega è una raffinata plaquette uscita per i tipi di Babbomorto editore. La stessa casa editrice è frutto di un arguto esperimento di microeditoria scaturito dalla mente geniale di Antonio Castronuovo, scrittore e saggista, che in tal modo ha voluto produrre opuscoli caratterizzati da un’estrema cura grafica e dalla preziosità di testi brevi dal tono ironico o satirico o surreale, stampati in un numero limitato di copie e numerati a mano: insomma operette che si traducano in piccole rarità per appassionati bibliofili.

L’autore, Edoardo Fontana, colto, estetizzante, decadente quanto basta per circondarsi almeno sulla carta, dell’aura di scapigliato maudit, chiama a raccolta in questo racconto le sue ossessioni letterarie dando vita ad un caleidoscopio di immagini che sembrano nascere l’una dall’altra in un gioco potenzialmente infinito. È un ‹‹inabissarsi in spirali di parole››, cedere all’incanto di un ‹‹mondo ricreato di nuovo››, nel quale gli elementi di realtà sono destinati a perdersi ‹‹durante il transito da un altrove››.

Non resta che unirsi ‹‹al circo della notte››, prendere ‹‹la via delle tenebre›› di cui l’autore sembra essere un bizzarro e tuttavia sapiente conoscitore. E anche la notte, che può essere lunga e solitaria, sembra sapere tutto di lui e a tratti pare avvolgerlo amorevolmente e ricoprire col suo manto brumoso la coscienza in cerco d’oblio: ‹‹la dannazione esiste solo per chi la vuole››. Le ombre che si aggregano nel buio possono anche rivelarsi figure amiche per quanto inquietanti, non stupisce dunque l’avvicendarsi nel testo del Grillo Parlante, di mister Hyde, del suo creatore Robert Louis Stevenson e della di lui consorte Fanny Osbourne, di un misterioso scorpione che potrebbe pungere ma non lo fa e di un Dorian Gray adombrato nell’immagine di ‹‹una giovinezza infinita senza rughe e carne che si decompone››.

D’altra parte ‹‹senz’anima non si può morire›› e si può anche essere disposti a venderlo, questo ‹‹inutile›› fardello. Quelle citate sono solo alcune delle figure presenti nel testo, non veri e propri personaggi quanto, il più delle volte, fugaci apparizioni, icastici fantasmi di una ‹‹città irreale›› che è tanto vera quanto lo sono i labirinti dell’inconscio da cui scaturiscono i sogni. Sogni o più propriamente incubi? Il discrimine è vago come quello che nell’amante separa la felicità dalla disperazione. C’è dunque una donna amata, e attesa, in questa storia, una ‹‹lei che non arriva mai››. Spettro che ammalia con la sua assenza; essenza stessa, forse, dell’amore come arma a doppio taglio, come la mitologica lancia di Achille dotata del potere di curare, essa sola, le ferite che infligge. Del resto Rudyard Kipling scrive dell’amore in termini non dissimili: ‹‹Se qualcuno non mi avesse detto cosa è l’amore/ avrei creduto fosse una spada nuda››.

Verrebbe da chiedersi se vi sia una morale in questa favola di ispirazione gotica e decadente, in questo delirio affabulatorio che sembra figlio dell’assenzio, o se non sia meglio abbandonarsi all’inquieta vividezza delle immagini e all’oscura marea delle parole che seducono, senza farsi troppe domande, senza cercare significati reconditi, tanto ognuno ne troverebbe di diversi, né d’altronde andrebbe dimenticato quanto Oscar Wilde insegna, ossia che ‹‹la vita morale dell’uomo è il materiale dell’artista, ma la moralità dell’arte consiste nell’uso perfetto di uno strumento imperfetto››. E se è vero che art for art’s sake, se fondamentalmente l’arte è fine a se stessa, allora è l’autore di questo racconto ad imitare l’arte di cui è imbevuto, in un esercizio calligrafico che eleva l’estetica (della parola) ad etica.

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davide orecchio
davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: scrivetemi a d.orecchio.nazioneindiana@gmail.com. Non sono un editor e svolgo qui un'attività, per così dire, di "volontariato culturale". Provo a leggere tutto il materiale che mi arriva, ma deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I testi che mi piacciono li pubblico, avvisando in anticipo l'autore. Riguardo ai testi che non pubblico: non sono in grado di rispondere per mail, mi dispiace.
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