«La stiva e l’abisso», visioni e vertigini di Michele Mari

di Antonella Falco

L’affabulazione, ossia un’invenzione favolosa, una costruzione della fantasia, ma anche l’organizzazione di un soggetto in un intreccio che si presti ad una rappresentazione scenica: quanto è forte il potere affabulatorio delle parole? Quanto è pervasiva la magia del narrare? Da dove provengono le storie che ci ammaliano? Come nasce la fascinazione imperitura che esse esercitano sulla nostra mente? Sembrano essere queste domande la scaturigine profonda di uno dei libri più belli e sbalorditivi di Michele Mari, La stiva e l’abisso, che Einaudi ha di recente ripubblicato restituendo al pubblico dei lettori un testo di cui molti sentivano la mancanza (la prima edizione, uscita per Bompiani, risale infatti al 1992, mentre del 2002 è la prima edizione einaudiana).

Il libro si presenta come un romanzo d’avventura marinara, di ambientazione seicentesca: un galeone spagnolo è costretto all’immobilità in mezzo all’oceano a causa di una misteriosa e perdurante bonaccia. All’immobilità della nave sembra corrispondere quella del suo capitano, il nobile e colto Torquemada, inchiodato al letto da una dilagante cancrena. Tocca pertanto al suo secondo, Menzio, uomo di modi triviali ed eloquio sguaiato, animato da crasse ambizioni, riferirgli tutto quanto accade a bordo. Le informazioni che il secondo fornisce al capitano sono però deliberatamente vaghe e obbligano Torquemada a sopperire alla mancanza di dettagli con la sua febbricitante fantasia e con quanto riesce a sapere dal giovane mozzo. Intanto la maggior parte dell’equipaggio, ad eccezione di Menzio e di pochi altri, riceve nottetempo la visita di bizzarri e coloratissimi pesci dotati di magiche virtù affabulatorie, i quali, mediante intimi e clandestini commerci con i marinai, trasmettono loro un variegato patrimonio di storie, a volte gioiose, altre volte dolenti, ma sempre estremamente ammalianti. Sono storie che queste misteriose e affascinanti creature marine hanno assimilato cibandosi dei cadaveri di marinai periti nel corso di naufragi o di battaglie. Complice la bonaccia che li costringe ad una protratta inattività, gli uomini della nave abbandonano qualsiasi occupazione che non sia il sognante vaneggiamento delle storie narrate loro dai pesci, e uno dopo l’altro si lasciano morire d’inedia. Ignorato dalle favolose creature, forse per via dell’indole triviale, Menzio è l’unico che conservi intatta la sua lucidità mentale e si ostina nella ricerca di un fantomatico tesoro nascosto, ricerca che lo impegna in efferate torture, giri di chiglia e propositi di ammutinamento.

Tra i personaggi, oltre alle figure chiaramente contrapposte di Torquemada e Menzio, raffinato ed erudito il primo, incline ad abbandonarsi ad iperboliche e deliranti fantasie relative alla propria gamba incancrenita e al modo di disfarsene (che dal punto di vista stilistico e lessicale rappresentano alcuni dei momenti apicali dell’intero romanzo), grossolano e illetterato il secondo, e non privo di una a volte inconsapevole comicità che si palesa soprattutto in talune sue uscite linguistiche, nell’invenzione di neologismi e nel sottile gioco degli equivoci (a loro volta i momenti più spassosi di tutto il libro), altri due personaggi spiccano sugli altri. Uno è l’ufficiale al sestante Emanuele Torriani, che chiuso nel suo studiolo, scrive il trattatello sul ‹‹pesce implicito›› e sul ‹‹pesce ottativo›› per poi calarsi in mare all’interno della ‹‹Batispecola››: un rudimentale prototipo di batisfera da lui stesso ideato e costruito incollando pezzi di vetro con pece, cera e catrame. A bordo della Batispecola, Torriani scompare tra gli abissi, congedandosi da Torquemada con una lettera nella quale fra le altre cose scrive: ‹‹io scendo per mera fascinazione, come una falena attirata da un lume››. L’altro è il clandestino Ismahíl – clandestino ‹‹per professione›› e con esperienza ormai trentennale – che così ci viene descritto: ‹‹avrà forse sessant’anni, anche se le fittissime rughe che gli scavano tutto il viso, unitamente alla prolissità della chioma e della barba, che gli giungono alle ginocchia, lo fanno sembrare molto più vecchio: una cert’aria da Matusalemme, a pensarci bene, ce l’ha. Ma ciò che ne fa l’unicità è il suo eloquio: Ismahíl, infatti, si esprime in quella straordinaria favella, parlata in alcuni lembi costieri dal Mediterraneo all’Oceano Indiano, che è la lingua franca, ove, come in una speziería, mescono i loro aromi un po’ di francese, un po’ d’arabo, un po’ di latino, un po’ di veneziano, un po’ di greco, un po’ di napoletano, un po’ di giudeo, un po’ di genovese…››

Per quanto riguarda i marinai, bisogna sottolineare come al loro progressivo decadimento fisico non corrisponda tuttavia una altrettanto evidente prostrazione morale: al contrario, le storie narrate dai notturni visitatori marini, liete o tristi che siano, innescano negli uomini dell’equipaggio un intenso processo di elevazione spirituale, corrispondendo viepiù al disprezzo delle cose materiali un crescente arricchimento della loro vita interiore.

Quello che viene a delinearsi a bordo della nave è dunque uno scontro tra le astratte istanze della fantasia, dell’affabulazione e del sogno da un lato, e le più concrete e materiali istanze del realismo dall’altro.

‹‹Sognare è vivere un’altra vita, altre vite…››, dice un marinaio a Menzio che tenta di venire a capo del mistero dei pesci. Ma è Torquemada, in virtù del suo nobile spirito e della sua indole speculativa, colui che più profondamente si interroga su quanto sta accadendo al proprio equipaggio: ‹‹è anche vero, però, che raccontarsi storie e storie su storie significa essere pazzi. Non è forse pazzia, un’ininterrotta vertigine favolosa, un delirante pascolo di forme che vogliono essere il mondo, che vogliono essere il Paradiso e l’Inferno? Sí, è pazzia, ma d’altronde, che favola è quella che s’affianca docile e inerte a questa nostra vita, che t’avverte prudente: attento, sono una favola, assaggiami e via, passa oltre, io qui peraltro finisco, ritorno la nebbiolina che fui, che favola è questa mi chiedo, che non ne genera altre con la collaborazione del tuo sangue già infetto, del tuo sangue ormai favoloso?›› E d’altra parte sono proprio le favole che fanno bella la vita e che permettono di lenire, con le pietose illusioni che regalano agli uomini, la dolente consapevolezza che sempre accompagna ogni umana sapienza: ‹‹più cose si imparano e più si è tristi››, constatano due marinai dialogando fra loro, e pressappoco le stesse parole rivolge il capitano Torquemada a Menzio: ‹‹il sapere è permeato di angoscia, sempre››.

Come anche altri critici hanno notato, i primi tre romanzi di Michele Mari, sebbene questa sia in realtà una considerazione estensibile, in maggiore o minore misura, all’intera opera dello scrittore milanese, costituiscono un omaggio agli autori, alle opere e ai generi letterari che più intensamente hanno influenzato il suo immaginario di precoce e famelico lettore. Così Di bestia in bestia (1989) costituisce l’atto di ossequio nei confronti del romanzo gotico, Io venía pien d’angoscia a rimirarti (1990) è il riverente omaggio al nume tutelare Giacomo Leopardi, e La stiva e l’abisso rende il meritato onore alla narrativa di mare e d’avventura. Fra gli autori ai quali Mari deve essersi ispirato vi è senza alcun dubbio Herman Melville, del quale vengono richiamati elementi di almeno due suoi romanzi: Moby Dick e Benito Cereno. Al primo sembra riconducibile l’impianto dell’opera, con la sua scrittura che speditamente trapassa da un registro cronachistico – da diario di bordo – ad uno lirico, ad un altro che risente del trattato scientifico, ma soprattutto viene naturale istituire una correlazione fra i due capitani, Achab e Torquemada: Achab, ‹‹che con la sua mutilazione e la sua protesi in osso di capodoglio porta in sé lo stigma del nemico così come lo interiorizza con i suoi deliri e i suoi farneticamenti›› (sono le parole di Mari ne I demoni e la pasta sfoglia), Torquemada con la ‹‹gangrena›› che gli divora la gamba, oggetto di reiterate e deliranti fantasie, si direbbe quasi delle vere e proprie allucinazioni, relative alle più bizzarre e improbabili modalità di amputazione dell’arto. L’ossessione di Achab è la balena bianca, di cui la sua protesi d’osso è simbolo e compendio; l’ossessione di Torquemada è la propria gamba incancrenita e la conseguente immobilità cui è costretto, simbolo a sua volta della stasi dell’intero equipaggio e della nave stessa, prigionieri, l’uno e l’altra, della misteriosa e interminabile bonaccia. E proprio la bonaccia, con il clima di sospensione fisica e metafisica che determina, e che fiacca le membra dei marinai, rappresenta il debito che Mari contrae nei confronti dell’altro romanzo melvilliano, il Benito Cereno, sebbene tanto la bonaccia quanto l’estenuante torpore dell’equipaggio appaiono riconducibili anche ad un’altra opera di un autore sicuramente caro a Mari, La linea d’ombra di Joseph Conrad. A L’isola del tesoro di Stevenson si devono invece i tratti pirateschi di alcuni personaggi e il mito ossessivo della ricerca di un tesoro nascosto: ovviamente l’omaggio, in quest’ultimo caso, trascende nella parodia. Per quanto concerne le favolose creature marine che visitano di notte i marinai, esse troverebbero facilmente posto nel Manuale di zoologia fantastica di Jorge Luis Borges e Margarita Guerrero, accanto ad esseri mitologici quali il Catopleba, l’Anfesibena e le Sirene (queste ultime citate non a caso poiché i pesci ammaliano con i racconti come le Sirene ammaliano col canto).

A parte queste ascendenze palesemente evidenti, ve ne è però un’altra, forse più carsica ma non meno feconda, quella nei confronti di Edgar Allan Poe. A veicolarla è il concetto di delirio. È lo stesso Mari a spiegarcelo in una pagina de I demoni e la pasta sfoglia in cui parla del Gordon Pym: ‹‹…l’intenzione avventurosa, o epico-marinara, o picaresca, è fin dall’inizio frustrata, o meglio corrotta, dal genio di Poe per il delirio. Il delirio è vago, solipsistico, morboso, dove l’avventura vuole robustezza e precisione di coordinate, oggettivazione di contrasti, ariosità di spazi; soprattutto, il delirio è narrativamente improduttivo, tende al lirico o al sublime, disdegna il principio di causalità››; e, poco più avanti, a proposito del personaggio di Arthur Gordon Pym, scrive: ‹‹La sua è una vicenda senza progresso e senza dialettica››. Potremmo dire lo stesso del capitano Torquemada, né occorre aggiungere altro circa la sua falotica attività onirica ad occhi aperti. Un delirio, appunto.

Gran parte dell’unicità de La stiva e l’abisso si deve agli aspetti linguistici e stilistici, alla filologica precisione del lessico marinaresco e mercantile e al rigore scientifico della nomenclatura relativa alla fauna marina, fino ai veri e propri virtuosismi verbali che sostanziano le fantasie di Torquemada intorno alle proprie carni marcescenti. E poi non mancano neologismi, iperbati, allitterazioni, nonsense. Appare ormai superfluo sottolineare come tale meticolosa accuratezza filologica, tale esuberanza verbale e tali virtuosistiche altezze di stile siano ormai da lungo tempo prerogativa pressoché esclusiva della scrittura di Mari, che in simili frangenti, dove altri impallidirebbero di fronte a tanta ardita impresa nomenclatoria, sembra divertirsi, avvezzo com’è a maneggiare la lingua quasi fosse duttile argilla da plasmare secondo il proprio ludico diletto.

Viene da chiedersi se Mari in questo romanzo che ha del tautologico – nella misura in cui le tautologie logiche ragionano circolarmente intorno ad un argomento, e qui si ragiona, e si scrive, circolarmente sull’arte dell’affabulare, in una sorta di grandiosa metanarrazione non esente neppure da rimandi al teatro cinque-seicentesco – non abbia costruito una sua personalissima teratologia dell’affabulazione. In fondo i pesci affabulatori sono dei mostri, non già per la spaventosità dell’aspetto che anzi ha un che di estetizzante e di barocco dovuto all’iridescenza dei colori e alla forma affusolata dei corpi, quanto piuttosto, nel senso etimologico del termine, per il loro carattere assolutamente prodigioso.

Visionario e vertiginoso, La stiva e l’abisso, è un romanzo nel quale Mari rende omaggio, fra i mostri che popolano i suoi libri, al mostro che tutti li sovrasta perché di tutti è l’origine indiscussa e indefessa: la letteratura, la quale facendo proprie l’iperbole e la morbosità che stanno alla base dell’arte moderna, si fa incarnazione di una realtà sfuggente e ambigua, nutrita di simboli onirici e votata a scandagliare gli spazi ignoti di quella landa brumosa che è la mente umana. Certo, sono solo storie, affabulazioni, sogni, ma il loro intento, come dice Magritte, non è quello di far dormire ma, al contrario, di svegliare.

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