Gianluca Garrapa intervista Peppe Millanta

Vinpeel degli orizzonti, Peppe Millanta,

Neo edizioni, 2017, pagg. 256

 

 

1.

«Ma come farò a sapere se arriverà proprio a te?»

«Se si tratta della mia storia, di certo arriverà a me»

 

 

Gianluca Garrapa.: All’inizio non ero ben sicuro. Più volte ho rivisto la biografia dell’autore per capacitarmi che fosse proprio un mio contemporaneo e connazionale a traghettarmi in questa narrazione, ho provato l’impulso di chiamare l’autore e ascoltare la sua voce:

come si può raccontare quella che, per comodità, si vuol chiamare favola, e in questo modo sbrigarsi a definire quello che non può darsi come categoria?

Perché hai scelto proprio questo modo di raccontare?

 

Peppe Millanta: Perché credo nella potenza della fantasia, come mezzo per spiegare la realtà che abbiamo intorno. Spesso la fantasia viene intesa come un qualcosa di distraente, di ludico, quando invece riesce ad aprirci finestre e prospettive totalmente nuove sul mondo. La fantasia infatti riesce a ridurre ciò che è grande e a ingigantire ciò che è piccolo, donandoci occhi nuovi sulle cose e sulla realtà che ci circonda. Inoltre credo ancora nella potenza delle favole, tra le cui pieghe si possono nascondere messaggi e tematiche anche dense senza però appesantirsi troppo. Il modo di raccontare che ne è venuto fuori è un po’ frutto di queste due considerazioni e di una mia inclinazione a non prendermi mai troppo sul serio.

 

 

2.

 

G.G.: La follia, il mare, Ma quello che ogni sera cercava sulla battigia di fronte casa, era il rumore del mare di una notte che avrebbe voluto rivivere per sempre, la madre e la donna, l’allucinazione, l’oggetto parziale, la gamba di legno. Pare che questa favola nasca da un profondo travaglio esistenziale che l’autore riesce a trasformare in favola e, d’altra parte, una famosa psicanalista consigliava, ai suoi allievi che volevano diventare analisti, di leggere favole, filastrocche, ma anche Shakespeare e la grande poesia, quella, cioè, che parla di quel che non si riesce mai a parlare. Oh! quanta poesia in questo racconto che a volte ricorda, ma sempre per comodità d’intendimento, il Calvino delle storie che si intrecciano, o forse meglio dire entanglement. Millanta ha, e non sarò l’ultimo a confermarlo, il dono raro della fantasia. Il libro deborda. La società dello spettacolo che ha rimosso il desiderio a vantaggio delle immagini false. Il nastro dell’esistenza che si inceppa. «Qui a Dinterbild è dove si finisce quando qualcosa inceppa le nostre vite…»

La struttura stessa della narrazione non è però ordinaria: capitoli brevi, sezioni separati da una sovra-storia che però si aggancia, nel senso, ancora e àncora, quantistico di entanglement, al plot principale e poi il finale-mongolfiera, per chi volesse andare altrove, proseguire altrove, in Internet, e non dimenticare e non vi dico come. L’oblio è un tema caro all’autore. La memoria, la mancanza di memoria.

In questa favola ho scorto un richiamo al nostro non molto favoloso paese che spesso dimentica la storia. È proprio così?

 

P.M.: Sicuramente si tratta di una storia, di una dinamica, di relazioni che portavo con me da parecchio tempo, anche se in maniera sommersa. Diciamo che mi sono accorto di quello di cui volevo parlare soltanto dopo, a libro finito. Era una storia che mi emozionava, e sono partito semplicemente da quello. Non c’è però nel libro alcun riferimento all’attualità. Volevo parlare a e di qualcosa di un po’ più intimo, che riguardasse la sfera personale più che quella collettiva. Questa maledetta incapacità a volte di sfiorarsi, di dirsi parole semplici come “Ti amo”, “ti voglio bene”, “scusa”, di impigliarsi l’anima l’uno in quella dell’altro per starsi e sentirsi più vicini. L’oblio è sicuramente una tematica a me cara. Ho sempre avuto il vizio di recuperare storie, di spolverarle e tirarle a lucido. L’oblio, la perdita di memoria, sono cose che mi terrorizzano, e raccontare storie è un po’ un argine contro ciò, per quanto tenero nella sua insensatezza.

P.S. Grazie per avermi fatto scoprire il significato di “entanglement”!

3.

 

G.G.: Ogni tanto si fermava e ne usava una per rovesciare qualche pezzo di legno nella speranza che fosse la sua gamba: mi vengono in mente le osterie e certi personaggi di Moby Dick e di Melville in generale, il personaggio folle, di cui non voglio dire il nome, ci sarebbe potuto stare benissimo lì dentro, e anche mi torna in mente e al cuore la lettura del giovane Holden, il tono lieve di chi scavalca l’interiore e scivola sulla superficie delle cose.

 

Cosa ci puoi dire dei tuoi riferimenti letterari?

E poi un’altra cosa: riguardo ai nomi dei personaggi e all’odonomastica (i nomi delle strade, della piazze ecc) e dunque all’ambientazione, come mai hai scelto (scelta che io ho apprezzato tantissimo e che mi fa pensare, non so perché, al regista e attore teatrale Eugenio Barba e al suo Odin Teatret) un altrove freddo e lontano dall’Italia?

 

P.M.: Riferimenti letterari tanti, anzi tantissimi. Ho iniziato a scrivere a seguito di un furto in biblioteca (ormai il reato è prescritto e lo posso dire senza patemi). A 14 anni, dopo aver attinto per anni dalla libreria di famiglia, decisi di scegliere un libro da solo. Mi recai nella biblioteca della mia scuola, e fui attratto da un bel tomo verde che racchiudeva tutti i racconti di tal Dino Buzzati. Fui folgorato. Quella spremuta di vita in così poche righe, quelle metafore sul mondo mi lasciarono confuso e stordito. Per la prima volta sentii l’impulso di scrivere, di raccontare. Iniziai a emulare i racconti di Buzzati (anzi no, lo ammetto, tentavo disperatamente di copiarlo). Poi arrivò Calvino, e da lì mi si aprì tutta la letteratura francese: Boris Vian, Queneau, Perec. Gli autori americani, pur essendo lontani dal mio immaginario, sono stati una splendida scoperta. Twain, Dos Passos, la crudezza di Steinbeck e Hemingway, il modo di scrivere assurdo e incantevole di Faulkner. L’incontro però determinante fu con il Sud America. Marquez e Cortázar in particolare. Ma anche Manuel Scorza, Amado, Allende. Una fantastica galleria di storie assurde, esotiche, che mi facevano e mi fanno vibrare qualcosa dentro di piacevole. Fu con loro, e con Marquez in particolare, che capii cosa mi piaceva. C’è da dire però che per me la narrazione è un qualcosa che va al di là della letteratura. Credo sia formativo ascoltare il testo di un “Geni e lo zepelim” di Chico Buarque tanto quanto un “Calapranzi” di Pinter a teatro. Sono storie, tutte, che rimandano a immaginari e mondi da cui attingere e di cui nutrirsi. E quindi di riferimenti ne ho davvero tanti.

4.

 

G.G.: Davanti a lui, sopra i fornelli, la piccola tenda della finestra svolazzava, sollevata dall’aria calda della zuppa che bolliva. Vinpeel aveva visto quella scena almeno mille volte, eppure quel giorno, e in quell’attimo, quella danza assunse per lui un significato diverso: Accade anche a chi legge, per lo meno a me è successo, di arrivare a percepire in modo diverso quel quotidiano fatto di nuvole e timori infantili, e luoghi affatto familiari, il perturbante che si annida nelle pieghe della buona ragione, accade di dire: è vero! non ci avevo mai pensato.

Non ci avevo mai pensato che il nastro della vita si possa inceppare perché smettiamo di ricordare. Rimosso. Difesa. Gabbia tipografica mutevole e imprevedibile. La fantasia della griglia tipografica sulla superficie della pagina dove l’essenza diventa forma, (ahimè, in questo luogo tipografico non è possibile ricollocare la scansione a cascata, quasi poetica del fraseggio, altrimenti avreste l’impressione di uno dei protagonisti, Selmer: Selmer stava leggendo non da uno spartito musicale, ma da uno spartito di luci. Non c’erano note lì ma colori, non strumenti ma forme, non armonie ma cromie, ed era qualcosa che nessuno aveva mai visto.), oppure il tentativo di rappresentare la musica sulla pagina:

 

A partire fu un botto, seguito da un secondo, e poi da un

terzo, a intervalli regolari, come se fosse un metronomo.

BUM BUM BUM BUM

Selmer contò le due battute d’aspetto e diede il via ai musicisti

che iniziarono a suonare a tempo con gli scoppi.

BUM BUM BUM BUM

La musica andava e si mischiava a quei botti come fossero

strumenti dell’orchestra.

BUM BUM BUM BUM

 

E non è sbagliato dire che la scansione musicale è molto presente considerando che il romanzo si apre con un Preludio, dopo che il testo e l’atmosfera sono stati accordati e avviati su quel Devo andare, Devo andare (questo refrain mi ricorda l’inizio dell’Amleto: Vendica tuo padre, Vendica tua padre, e tutta la tragedia vive di quest’impossibilità), sintagma che, lo capirete leggendo, dà il la a tutta la vicenda.

 

Come hanno influenzato la tua scrittura gli interessi musicali e la tua formazione teatrale

 

P.M.: Molto. Soprattutto la musica. Ma più che per la scrittura, per l’approccio alla vita. Per anni ho fatto (e continuo a fare) il musicista, sia di strada che in giro. È una cosa che ti costringe a girare parecchio, e ti mette a contatto con un sacco di persone e storie differenti. Storie lontane, diverse. Sembra un po’ un controsenso, ma fare il musicista insegna ad ascoltare chi hai davanti, a tentare di capirne e carpirne gli umori. È un qualcosa che non ti permette di chiuderti in te stesso, ma di avere sempre la percezione di un qualcuno che ti sta ascoltando a sua volta e da cui non puoi prescindere. Questo credo ti porti a scrivere in maniera più aperta verso un ipotetico lettore, e a non chiuderti e ad avvitarti su te stesso nella tua scrittura. Ti insegna, forse, che un pubblico c’è, e va affrontato sin dal momento della stesura del tuo libro. Anche il teatro ha avuto la sua importanza. Vengo da lì. Ho scritto numerosi spettacoli teatrali, e forse il fatto che la parte dialogica del romanzo sia così preponderante è un po’ una eco di questo pregresso. Il teatro ti costringe ad essere sintetico, a far passare il carattere, il desiderio, le ferite di un personaggio solo attraverso le sue parole. Il teatro non ammette descrizioni. Non ammette intorcinamenti interiori. Costringe all’azione molto più che il cinema.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

5.

 

G.G.: «E perché?»

«Perché non capisco quello che mi accade. E allora mi paralizzo».

«Ma cosa ti accade, di preciso?»

«La Cosa».

«In che senso?»

«Sento le farfalle nella pancia che iniziano a sbattere le ali e che poi svolazzano per tutto il corpo, come impazzite. Io la chiamo così, La Cosa…»: La Cosa. La chiama proprio così! allora voglio informarmi se questa Das Ding, filosofica e psicoanalitica, lui sa cosa è, o se il viaggio interstellare tra gli astri fermi qui sulla terra, lo abbiano condotto rabdomante tra le verità inconsce.

 

Esiste tutta una letteratura psicoanalitica difficilissima che tenta di spiegare La Cosa, e tu sei riuscito a farlo con l’arte: credi che la poesia, il teatro, la musica e la scrittura possano anticipare le scoperte della scienza e della psiche?

 

P.M.: Più che spiegare, credo che compito dell’arte sia quello di trasmettere, di far capire più il “cos’è” che il “come funziona”. Ma si tratta in entrambi i casi di un processo creativo, che procede per vie tortuose. La maggior parte delle scoperte scientifiche avviene, più che grazie ad un metodo scientifico, grazie alla cosiddetta serendipity, cioè al trovare una cosa non cercata e imprevista mentre se ne sta cercando un’altra. In letteratura e nelle arti in genere è più o meno lo stesso. Si sa a grandi linee dove si arriverà, ma neanche l’autore è certo del risultato finale. Si tratta quindi di due processi creativi molto simili, ma con finalità diverse. Non credo sia un caso se in passato la medicina fosse definita un’arte. Sicuramente alcuni grandi narratori sono stati in grado di anticipare i tempi, di offrire spunti sia alla scienza che alla psicologia (Dostoevskij è solo l’esempio più famoso), ma credo che il bilancio sia perfettamente in pareggio, in quanto non si contano gli scrittori che hanno rubato a loro volta alla scienza e alla psicologia. Si tratta di fenomeni umani creativi, ed è normale e giusto che si influenzino a vicenda.

 

 

 

 

6.

 

G.G.: Ogni cosa lì dentro era la traccia di un desiderio mai realizzato, di una speranza interrotta, di un sogno ad occhi aperti. Poi, tremendamente, appare il desiderio che ha molto a che fare con il vuoto paralizzante della Cosa, con il godimento mortifero della Cosa, che solo l’arte riesce a costeggiare senza farci inghiottire.

 

Cosa è per te il desiderio e come ti aiuta nel tuo lavoro di scrittore e musicista? Ovviamente non ti chiedo come il desiderio ti ha condotto nel mondo del teatro. E dunque mi piacerebbe che tu ce lo dicessi J

 

P.M.: Il desiderio credo sia il motore dell’universo. Il “Volli, sempre volli, fortissimamente volli” dell’Alfieri credo sia alla base di tutto. Desiderare significa immaginare un’alternativa, un Altrove appunto, un qualcosa che ancora non c’è per il resto del mondo ma che c’è già in te. È il primo passo per il cambiamento, vitale, necessario. È uno sforzo innanzitutto di fantasia, il desiderio (per riallacciarci all’importanza detta prima), e non è un caso che siano i bambini quelli maggiormente capaci di desiderare, e quindi di anticipare il cambiamento dentro di loro. È quando si smette di desiderare che si smette di cambiare, anche solo in potenza. E ciò che non cambia, non muta, è non vita. Il desiderio credo sia il motore dell’universo. Non esiste ancora una formula fisica per definirlo, ma credo incida parecchio nelle relazioni tra tutto ciò che popola lo spazio. A me il desiderio ha dato la forza di lottare, di andare anche contro quando è servito, mi ha fatto compiere scelte dolorose, ma mi ha sempre permesso di crescere, di maturare, di fare un passo in avanti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

7.

 

G.G.: Il mare che toglie e che da, il mare sempre, il mare madre, il materiale fonico delle conchiglie, Uscì di casa mentre suo padre raccoglieva conchiglie e se le portava all’orecchio. Ogni tanto se ne metteva una in tasca, gli oggetti che parlano e che sembrano reclamare una vita di cose, di cause, opposte ai gadget della dissocietà del mediale: gli oggetti dicono ciò che appare di noi, di più inautentico, le conchiglie dicono i nostri desideri, il desiderio dell’altro, lo scambio, il dono: mi vengono in mente le collane di conchiglie, di cui parlava l’antropologo Malinowski, usate dagli abitanti delle isole Trobriand che compivano viaggi lunghissimi in mare tra le isole per scambiarsele come doni. Millanta ci racconta, oltre che la psicoanalisi, anche l’antropologia dei gesti rivolti all’altro, la domanda d’amore cui l’altro può anche non rispondere. Ci racconta il linguaggio che deforma le cose perché le cose hanno una loro vita e il nome deformato diventa una sorta di catacresi, va oltre il proprio significato: la locamba: Dopo una lunga consultazione optarono per l’unica soluzione possibile: Locanba Biton.

 

In questo modo di usare gli oggetti e di renderli cose, cause, ci vedo un aggancio alla società dei consumi che ci ha trasformati in oggetti soggetti di oggetti. È proprio così?

 

P.M.: No, anche qui non c’era alcun intento di denuncia sociale. Può darsi che questo tempo sia maggiormente denso di queste problematiche, ma credo che la storia del libro riguardi tensioni presenti in noi da sempre, al di là del periodo storico. L’utilizzo di oggetti che acquisiscono delle vere e proprie funzioni narrative all’interno della storia è un gioco che permette di amplificare i simboli che da sempre utilizziamo per orientarci nel mondo, e per creare un mondo sospeso, in cui chiunque possa per assurdo identificarsi non appartenendo a nessuno. La storia del libro non è infatti calata in nessuno spazio definito. Non ci sono coordinate spaziali né temporali che possano aiutare a definire il “quando” e il “come”. Credevo fosse utile raccontare in questo modo, per permettere a chiunque di arrivare al nocciolo della questione e di immedesimarsi nell’atmosfera del libro: visto che il mondo descritto non appartiene a nessuno, è abitabile da chiunque

 

 

 

 

8.

 

G.G.: Vinpeel degli orizzonti sa insegnare l’emozione. È un viaggio che potrebbe condurci fuori dall’autismo dei sentimenti che ormai sembra riguardarci un po’ tutti. Le navi. I viaggi e i paradossi. E attraverso opere del genere che si può conoscere il profondo, le opere che hanno come sfondo il mare, come meta il cielo e destino l’Altrove: L’Altrove non era altro che un sogno e, come tale, si dissolveva nel crepitio di un fuoco che andava spegnendosi.

Questo romanzo è un eterno contorno bellissimo e dolce, malinconico e ben congegnato che poi vola nel mare d’Internet… ma non vi svelo il segreto. Non voglio levarvi quella meraviglia che ha colto, credo, chiunque abbia letto, divorato, e amato,Vinpeel degli orizzonti parla della nostra storia. Non c’è dubbio.

 

Ma se ti chiedessi perché è fondamentale scrivere e raccontare le nostre storie, mi risponderesti con le stesse parole di quella ragazza sulla nave, giusto? Che dice:

«È vitale che succeda» fece lei «perché senza qualcuno che ci racconti la nostra storia, restiamo senza sogni, e se non hai sogni puoi impazzire».

 

P.M.: Credo che il diritto – dovere di ognuno di noi sia quello di vivere la propria storia, e cioè seguire le proprie inclinazioni, i propri desideri appunto. A volte abbiamo bisogno che questa storia ci venga raccontata da altri, perché ci sono momenti in cui non sappiamo davvero cos’è che vogliamo, cos’è che desideriamo. O forse abbiamo solo paura di confessarcelo, e per questo ce lo neghiamo. Ed è solo attraverso gli altri che riusciamo a capire pezzi di noi che spesso ci rimangono sconosciuti, e che ci aiutano a raccontarci, ad andare un po’ più avanti nella nostra narrazione interiore. E’ un po’ come quando hai il blocco della pagina bianca. Per andare avanti hai bisogno di un input esterno, di un aiuto. Di un qualcuno in cui specchiarti, per farti raccontare quello che sei.

  1 comment for “Gianluca Garrapa intervista Peppe Millanta

  1. vincenzo
    19 ottobre 2018 at 17:54

    Sparu a cu visti e nziertu a cu nun visti.

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