Il fitto buio

di Ruska Jorjoliani

Se devo pensare alla luce, penso al buio, com’è nell’ordine delle cose. Dici una parola a un uomo e lui pensa al suo contrario, gli dai una mano e lui vuole anche l’altra, lo accechi e lui continua a vedere, finché non lo costringi a morire e quello, invece di vivere, muore per davvero.
Dicevo della luce. Che è come dire del buio, dunque. Siamo io e mio padre, persi nel bosco dopo una giornata di caccia, coi servi che gridano i nostri nomi da qualche parte, ma noi non li sentiamo. Seduti attorno a un tizzone che non vuole diventare fuoco, lui non dice niente e intanto mi lancia occhiate di stizza, come se l’avermi dato due volte dello stupido per non avere saputo tendere bene l’arco non fosse bastato, ora anche la resistenza del tizzone pare sia colpa mia. Non voglio guardarlo a mia volta, tanto so che gli si vedono nel buio solo il bianco degli occhi e la fibbia d’argento della cinta. Tremo dal freddo e dalla paura dei lupi. Lentamente, però, il fuoco prende forma, e le nostre ombre, una grande e una piccola, strisciano alte sugli alberi dietro di noi. Diventa chiaro che non è tutto uguale. Il buio è sempre uguale a sé stesso ma grazie alla luce io e quest’uomo taciturno ci definiamo meglio, i confini tra noi si fanno più netti, e comincio a capire che questa notte segna un passaggio, sancisce un distacco, perché si è in due soltanto se si è diversi, e io mi sento talmente diverso da sentirmi solo.
La cifra del governo di mio padre era racchiusa in tre leggi. La prima, non scritta, voleva che la morte fosse una vergogna. Chi avesse avuto in casa un morto, avrebbe dovuto prima nasconderlo, poi sbarazzarsene nel più discreto dei modi – sotterrarlo all’alba, per esempio, come l’ultimo dei malfattori, fosse anche il più santo degli uomini. Saputo del recente lutto, se uno chiedeva al proprio vicino: «Dunque, è morto?», quest’altro agitava subito le mani: «Un morto? Da noi? Macché».
La seconda legge imponeva un albero, il terebinto, di cui nessuno sapeva né l’origine né l’utilità. Si sradicavano ulivi e viti pur di creare spazio per questa pianta dagli insipidi frutti rossicci a grappolo.
La terza legge vietava di raffigurare il paesaggio negli affreschi. Chi pregava doveva concentrarsi sul volto dei santi e non farsi sviare dalle forme e dai colori.
Un giorno il bottaio della nostra città mise fuori la sua merce e, nonostante il baccano dei bambini che giocavano nel vicolo, si addormentò su uno sgabello. Non passò qualche minuto che uno dei bambini ebbe l’idea di nascondersi in una delle botti. La scoperchiò, s’infilò dentro. Non se ne accorse subito, ma quando aprì bene gli occhi si ritrovò in grembo a un corpo inerte piegato in due, freddo al tatto, dal volto sfigurato. Si mise a gridare a squarciagola. Il bottaio balzò in piedi e per poco non si accasciò lungo disteso in mezzo al vicolo.
Si trattava del cadavere di un giovane pittore, chiamato da una città vicina per affrescare la nuova chiesa. Lavorando giorno e notte a una delle pareti, aveva voluto raffigurare, dietro il corpo martoriato di San Sebastiano, un poggio con accanto un fiume serpentino e una macchia d’alberi dai tronchi flessuosi. Lo schizzo era ancora una sinopia quando gli fu consigliato di lasciare lo sfondo uniforme dietro il santo. Lui l’aveva preso come un vero e proprio consiglio, per cui si era limitato, nell’ultima stesura del colore, ad aggiungere piccoli puntini rossi agli alberi – così da farli sembrare terebinti.
Ci fu un processo pubblico. Nessun colpevole, tranne il bottaio che venne condannato non per avere ucciso il pittore, ma per essersi tenuto così a lungo il suo cadavere.
Sentenze del genere erano all’ordine del giorno.
Pensavo fossero in molti dalla mia parte, stanchi della tirannia di mio padre. Invece, com’è nell’ordine delle cose, i miei concittadini prima si guardarono attorno, si parlarono sottecchi, e poi passarono dall’altra parte. Soltanto mia madre si girò per fissarmi da sopra la spalla e per dirmi, senza dirlo davvero: «Vedi, io esulo dall’ordine delle cose, equidistante tra te e lui, ma non costringermi a fare un altro passo in più». E abbassò gli occhi come davanti a una porta che si chiude su qualcosa di già deciso. Di rimando, con il mio ultimo sguardo simile al piede che si infila veloce tra lo stipite e il battente, cercai allora di impedire che quella porta si chiudesse, ma invano, ormai eravamo entrambi ciechi. Lei, così, simbolicamente, mentre io fui davvero privato della vista e rinchiuso in questa torre che chiamano “rognosa”.
Imprigionato qui, ho tutto il tempo per pensare. Qual è la misura giusta del vedere? Quando i miei due guardiani si sporgono dagli spalti e vedono, mettiamo, la piazza brulicante di gente, oppure il paesaggio che si profila più in là, oltre le mura, quale dei due ha la vista giusta? Conta più il numero esatto delle persone che si muovono laggiù o la percezione dell’esatta sfumatura di verde delle colline? Ai miei guardiani importa soltanto di farmi avere la brodaglia giornaliera in una ciotola di legno e di non rivolgermi mai la parola, tranne quelle rare volte che qualcuno mi degna di una visita. Allora uno dei due accosta la scala, apre la botola, e l’altro si mette a gridare: «Una visita per l’orbo!».
Ieri è venuto a trovarmi nientemeno che il Monsignore. Non è salito quassù, adducendo la vecchiaia, ma si è informato dal piano di sotto con una voce querula: «Preghi mai Dio, figliolo?». Io gli ho risposto: «Mi dica, c’è ancora quel bagolaro davanti alla spezieria?». Se n’è andato scuotendo la testa, senza salutarmi.
C’è una feritoia verticale nella mia cella alla quale mi consentono di avvicinare una volta al giorno, per il resto me ne sto a distanza di circa cinque passi – è quanto mi permettono i ceppi. Nella feritoia sono state inserite delle sbarre di ferro – due verticali e tre orizzontali – cosicché il mondo esterno è diviso in dodici rettangoli. Ogni mattina, accompagnato dai rumori di botteghe che si aprono e gli strilloni che si schiariscono la voce, io mi dedico al rettangolo del giorno: ricostruisco nella mente, subordinando il vedere al ricordo di aver visto, il pezzo del paesaggio corrispondente al rettangolo.
Oggi, per esempio, un giorno di primo autunno – che intuisco dagli odori e dalla temperatura – mi dedico al numero 9, quello che sta giusto sopra l’ultimo in basso a destra, il dodicesimo. Mi ricordo che c’era uno stallaggio, coperto di tegole marroni, sotto il fregio del coltivo a zafferano che tocca il lato del rettangolo soprastante, il sesto, nel quale campeggiano a loro volta tre cipressi, quello di mezzo più alto rispetto ai laterali. Il cielo, dunque, il cui spicchio dovrebbe vedersi a destra degli alberi, è certamente di un blu slavato, con qualche ricciolo di nuvola sparsa tendente verso sinistra, dal momento che il vento sa di mare, cioè spira da ovest.
«Una visita per l’orbo!» grida uno dei guardiani.
La riconosco dall’odore di vecchiume dell’abito che non è suo, che si è messa per non farsi riconoscere da nessuno, tranne che da me. Non si allontana dall’orlo della botola e emette balbettii, parole sconnesse, appena udibili, poi scoppia a piangere.
«Ti concederà la grazia, vedrai» bisbiglia. «Basta che tu gli chieda perdono».
Cerca di avvicinarsi, ma io mi scosto. I ceppi sferragliano sul piancito.
«Madre, dimmi piuttosto» le do le spalle, «è già cominciata la vendemmia?».
Immagino che abbia chiuso gli occhi, al solito suo, come per una fitta improvvisa.
Ricordo che proprio in questa torre, dove lei mi portava spesso da piccolo, in un angolo alto della feritoia del piano inferiore, trovammo per caso un nido. C’erano dentro uova azzurre, di un azzurro lucido che non avevo mai visto prima, e sembrava che palpitassero. Eravamo rimasti a guardarle per un po’, col fiato sospeso. Poi, senza accorgermene, avevo cercato la sua mano.
Silenziosa, ritirata in sé, se ne va.
È come se lo spazio mi fosse crollato addosso. E io, con la semplice presenza delle immagini, lo sollevassi quel tanto che basta per respirare. Stanotte, per esempio, nel rettangolo più in basso a sinistra, accanto alla torre e la casa del podestà, dalla cui finestra continuerà a riversarsi la luce fino all’alba, vedo allungarsi in diagonale filari di vite, sormontate dalla luna e da sagome scure, lanceolate, dei cipressi.
Prima che sorga il sole, senza essere annunciato, sale sulle scale un uomo che non conosco. Cammina con passo leggero, non dev’essere un gigante. Mi porta un fiasco di vino bianco e mi annuncia che ho tempo fino al vespro dell’indomani per decidere. Se ne va senza aggiungere altro.
Tra poco sarà l’alba. Non so se il bagolaro ci sia ancora – il vecchio speziale diceva sempre di volerlo tagliare per sostituirlo con un terebinto. Eppure chiuderebbe il rettangolo 11, quello sotto il vigneto, e segnerebbe l’inizio, su un terreno rialzato, dell’uliveto.
Se quell’albero esiste ancora, allora è una macchia verde bucherellata come una schiumarola proprio lì, davanti a me. È in quella direzione, più o meno, che nel buio fitto dei miei occhi scorgo ogni tanto una luce lontanissima, rossa forse, o gialla. Dev’essere il buco della serratura di una enorme porta, penso, e sono certo che qualcuno prima o poi vi accosterà una pupilla grande, acquosa, e finalmente mi vedrà.

 

NdR: questo testo è apparso nel numero 4 della The FLR (The Florentin Literary Review), dedicato al tema del “paesaggio”, in edizione bilingue, versione inglese a cura di Frederika Randall.

 

Ruska Jorjoliani è nata nel 1985 a Mestia (Georgia). Un grave conflitto interno, avvenuto nella sua regione tra il 1992 e il 1993, l’ha costretta a rifugiarsi prima nella capitale Tbilisi, poi in Italia, a Palermo, nel 2007. Laureata in filosofia all’Università di Palermo, il suo romanzo d’esordio “La tua presenza è come una città” (Corrimano, 2015) ha ricevuto una menzione speciale al premio Hermann Geiger 2016 e vinto il premio Miglior Libro dell’anno Librinfestival 2018. La traduzione tedesca, uscita per i tipi della svizzera Rotpunktverlag, è stata nominata tra i 10 migliori libri dell’anno dell’editoria indipendente tedesca. Nel 2018 ha vinto la prima edizione del Bando di Residenza per Scrittori della rivista The FLR.