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Sale del ricordo

di Luca Baldoni

Mi prendesti da parte una sera per propormi
un’avventura. I ragazzi di sopra avevano quell’acido che
ci avrebbero fraternamente regalato. Io non l’avevo ancora
mai provato, ma me lo chiedesti con timore soprattutto
perché volevi farne un rituale, un’impresa comune di coscienza che

sconfinasse nell’umano.
 Accettai e iniziarono i preparativi.

Perché decidemmo di lasciar perdere i locali e di allestire
un’epifania in casa ad uso del sesso e dell’amore, inventando
insieme l’attesa per l’apertura di orizzonti dentro
ai nostri cuori. Devo ammettere che ormai non ricordo quasi
niente se non che la notte grazie al cielo sembrava non volere
più finire, e le parole sgorgavano dalle nostre bocche senza
esitazione, e ai primi bagliori grigi dell’alba sulle pietre della strada
mi dicesti che ti stava venendo freddo e io andai su di sopra a
prenderti la coperta verde da mettere sulle spalle.
E se non ricostruisco gli atti, le parole, la sequenza, ricordo che intenso
piacere era guardare, toccare, ascoltare, raccontare,
vederti di fronte a me per ore, scopare, confessare, annusare come se
tutto nella vita potesse veramente essere eccezionale, e allora
non potevi che desiderarne il prolungamento, che non avesse mai

fine, che la luce non scacciasse più la luce
e il giorno e la notte potessero incontrarsi.

***

VII.

Sotto cielo e vigore hai imparato a giocare con corpi e traiettorie, girando gli astri dentro al culo del tuo amore. Svagato tripudio inviso al tempo, offesa cercata e non voluta da trip evanescente azzardato tra isole mitiche e natanti. Senza ormeggi in dotazione, né una palma alla cui ombra partorire.

Taci dell’invocazione al figlio del delfino. Della forza della pinna che batte contro l’onda, del fianco che s’impenna e vola, del dorso levigato che inanella miglia dopo miglia, da sponda a sponda. Astri e delfini in un gioco da bambini, svagata diversione riversata sul mondo come pace, forza, affermazione.

Hai fuso gli elementi in un fiotto di bagliore, sciolto i corpi dalle loro vessazioni – per una breve stagione senza cuore. Tu stesso ne hai consacrato i rituali, le danze sfrenate sotto il sole.

A te, maestro-principiante, la lezione.

***

Christian mi portò a passare
il fine settimana in riva a un lago,
dove lui e amici possedevano
un terreno con alcune semplici
casette di legno.
Ricordo la sera, noi abbracciati
con altri uomini seduti intorno al fuoco;
quasi mi addormento, il tedesco diventa
imponderabile, guardo in alto le fronde
il vento che le scuote
l’oscurità illuminata dalle stelle.

Forse mi addormento… ma c’è un risveglio
in mezzo ad un racconto:
da uno dei più anziani una crepa nella voce
parole e pause in successione, un gesto:
scoprirsi l’avambraccio, battere la mano
sul tatuaggio.

Un brivido così forte –
un ricciolo rosa sfugge dalle braci,
rovinosamente

viene risucchiato verso l’alto.

***

Secondo movimento: Culmine

L’ultima notte del millennio eravamo a Londra. Se l’avessi
saputo quando ero adolescente – e mi immaginavo adulto
cosa avrei fatto dove sarei stato con chi proprio in quel
frangente – mi sarebbe sembrato eccezionale. Mentre di
quella sera non ricordo quasi niente perché troppa era
la stanchezza, l’umiliazione, ricadute su entrambi armati
l’uno contro l’altro per dar fuoco alle nostre frustrazioni.
So che eravamo con amici tra la folla vicino al ponte
in ferro di Hammersmith, e allo scadere della mezzanotte
guardammo tutti verso est per veder partire
dall’altro capo del Tamigi una scia di fuoco che
doveva solcare il cielo come un arco teso.
Ci fu qualcosa… che tra le urla della gente mi sembrò lontano,
inconcludente, come visto in un cannocchiale
rovesciato. Il giorno dopo si seppe dai giornali
che c’era stato un errore colossale:
i fuochi erano scoppiati solo in parte, il serpente
luminoso dopo un volo sregolato
si era spento vicino al Parlamento.

Avevo già chinato la testa
al passaggio del tempo, pestato la polvere
su un altare spento.

***

VIII.

L’insegnamento può solo essere
sottratto al nemico ridacchiante
e messo rapidamente in saccoccia
come un dono inaspettato.
Tuo malgrado mi hai dimostrato che
la poesia è come l’arte dell’arciere:

mira al cuore, sfonda il tuo piacere.

**********

dalla prefazione di Pierre Lepori

La poesia di Luca Baldoni – per addentellati biografici ma anche interessi di studioso (che lo hanno portato a firmare una corposa antologia della poesia omosessuale italiana del Novecento) – si ricollega chiaramente alla grande tradizione dell’autobiografia in versi, del romanzo intimo che esplora senza peli sulla lingua l’omoerotismo. Ma non deve per questo essere limitata a un puro esercizio militante, tali e tante sono le stratificazioni  e le inflessioni di questo nuovo volume di versi.

Nella breve nota iniziale, l’autore sembra quasi scusarsi della lontananza temporale da cui ritornano queste poesie (parte di una trilogia conclusa da anni) – e rivela una battaglia editoriale tanto più assurda giacché il libro, diciamolo subito, è splendido. Parla di queste poesie come di Juvenilia, ma varrà subito la pena di relativizzare l’excusatio non petita: se questo può essere valido (forse) per la primissima sezione, la gioventù non è qui una questione di stile, ma di emozione. L’emozione acerba di questi versi è percorsa dal sudore giovanile, dal rimpianto che inizia già prima di essere pensato; dalla nostalgia con cui le parole inevitabilmente toccano il tempo.

Questa prima parte (Riverrun) è in realtà d’una bellezza stregante, per panorami, libertà delle emozioni, per voluttà timbrica. Vi si coglie una voce intatta e forte, capace di denuncia e di rivendicazione, ma anche di sublimare una tradizione culturale poco italiana (l’autore è anglista e traduttore) che va da Auden a Dylan (torna alla mente la voce calda di Under Milk Wood, nell’ultima di queste poesie irlandesi, nonostante la realtà cittadina che descrive); certi affondi più scabrosi possono far pensare a Ferlinghetti o Ginsberg, sia per tematiche, sia per la forza liquida della lingua. Questa prima sezione riesce a farci percepire la nitidezza del tempo e al contempo il luccichio sfasato del reale; oscilla continuamente tra autobiografia e flusso disperato delle immagini, nella città straniera. Ritroviamo l’autore dimenticato dall’amante, febbricitante in una stanza; romanticamente abbracciato su una spiaggia; ma anche capace dell’emozione delle battaglie, della gioia di una vita coraggiosa e disinibita. È una poesia che racconta il singolo e la sua epoca, una poesia che è città, nebbia, confusione di voci, pedinamento del reale (per rubare una citazione a Zavattini).

Per chi ha vissuto quella temperie e quelle lotte, l’immedesimazione è possibile (anzi quasi auspicata); ma non è indispensabile, perché la versificazione tersa e metricamente generosa permette a ognuno di metterci del suo: il lettore vi leggerà le sue notti, la sua gioventù, la sensazione che il tempo – perduto e ritrovato – ha una consistenza materiale. È questo il “sale del ricordo”, che ci prende alle spalle e resta come un’infinita adolescenza negli occhi.

Il secondo capitolo prende il largo, sull’isola di Mikonos (classica destinazione turistica gay), e il tono si fa penniano nel suo “lasciarsi possedere dal sole”, nel suo “paradiso altissimo e confuso”: il rischio del cliché mediterraneo e gaudente è superato con impeto, grazie a un linguaggio di corpi e vento. In queste vacanze erotiche tutto è caldo, melanconico, magari dolcemente ironico: come la scena in cui il ragazzo “di vita”, ritrovato l’estate seguente, rimbrotta il poeta che torna (“Sei proprio innamorato, anche tu hai preso a ritornare”). E poi cielo, mare, corpi, traiettorie; e poi le intermittenze del cuore, dell’attimo bello ma già perso, del Kairos. Senza temere il ridicolo, questa sezione porta quasi il titolo di canzone cantata a squarciagola: Summers of Love, come se, per contrappasso epocale, la pop melensa dei Frankie Goes to Hollywood fosse la quintessenza della poesia: è il suono magico e avvolgente di viandanti gatti amanti. Sole e adorazione.

La sezione seguente ci porta a Berlino, che dopo la caduta del muro divenne quasi un luogo di pellegrinaggio (in particolare nei quartieri di Schöneberg e  Kreuzberg); e dove l’autore non riconosce – come molti altri prima di lui – la mitica Alexanderplatz di Döblin e Fassbinder; è la Berlino della libertà scabra (anche omosessuale), in cui risuonano gli echi della storia, nella Kaiser-Wilhelm-Gedächtniskirche o nel portale della Anhalterbanhof, susù fino agli amori tumultuosi di Erika e Klaus Mann, ai Cabaret di Weimar, all’Istituto di sessuologia di Hirschfeld. Baldoni si commuove visitando un approssimativo museo di storia omosessuale (lo Schwules Museum sulla Lützowstrasse), ben diverso dagli altari con madonnine dell’Italia meridionale. La città diventa uno specchio utopico, ma anche un vortice, in cui l’individuo viene risucchiato dalla storia: come in una serata di chiacchiere dolci sulle rive del Wannsee, in cui il ricordo dei campi di concentramento fa capolino come una coltellata; o più semplicemente, come un “ricciolo di brace rosa” (riferimento ai triangoli rosa della Germania nazista).

Quello che ci aspetta, tuttavia, nell’Anno Duemila (il capitolo seguente) è un disinganno crudele, senza scampo. Come uno sberleffo all’utopia, nemmeno i fuochi d’artificio di Londra mantengono le loro promesse, sono pétards mouillés; e il disincanto di un’epoca crassa e iperliberista sgretola i furori dell’utopia. La prosodia si distende, tende quasi alla prosa, e le immagini sono vivide e sarcastiche. Fino al culmine tremendo, la scena in cui un giovane padre già completamente conquistato dal marketing cerca di convincere l’autore della necessità di passare ad altro, di metter su pancia, moralmente parlando. Parole vuote di un’epoca vuota, che sono però un muro di gomma contro cui l’intimità ferita dell’io-poetante non può che rimbalzare. Con il dandismo di un Wilde frastornato, Baldoni sceglie la sua strada di vagabondaggio senza tante storie, coi ginocchi bagnati di nostalgia. Ma, per l’appunto, in questo la prima parte è essenziale per capire la caduta: non era una gioventù fine a se stessa, ma una cifra di fedeltà…

La conclusione è elegante e laconica, disperata e dolce. I versi si asciugano, le mani si cercano in vano, la fuga su un’isola di foscoliana memoria sembra l’unico orizzonte pagano ancora possibile. Occorre lasciare alle spalle ogni esibizione di cultura e censo, ogni appartenenza e identità, ma restare fedeli e continuare a correre “col cuore stretto nel palmo della mano”. Un cuore strappato con un gesto violento e necessario. Anche se sono ormai così lontani, quella gioventù, quegli ideali spingono a un nuovo viaggio. Sembra di sentire, sornione, dietro le spalle, il buon vecchio Penna sussurrare “felice chi è diverso / essendo egli diverso / Ma guai a chi è diverso / essendo egli comune”… Il percorso di questa raccolta, tutt’altro che giovanile, si conclude così, con la promessa di una fedeltà, con la consapevolezza che la poesia può ancora salvare il mondo (come afferma Jean-Pierre Siméon), ma soprattutto il mondo interiore. L’unico che abbiamo.

da Luca Baldoni: Sale del ricordo (Lietocolle, 2018)

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francesca matteoni
francesca matteonihttp://orso-polare.blogspot.com
Sono nata nel 1975. Curo laboratori di tarocchi intuitivi e poesia e racconto fiabe. Fra i miei libri di poesia: Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014). Ho pubblicato un romanzo, Tutti gli altri (Tunué, 2014). Come ricercatrice in storia ho pubblicato questi libri: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014) e, con il professor Owen Davies, Executing Magic in the Modern Era: Criminal Bodies and the Gallows in Popular Medicine (Palgrave, 2017). I miei ultimi libri sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ, 2019), il testo di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia, 2019), e un mio saggio nel libro La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico di Vita. Il mio ripostiglio si trova qui: http://orso-polare.blogspot.com/