Presto ultralontano

di Gregorio Tenti

“Sarà finito il chiasso, domattina, ma io sarò a letto e mi moltiplicherò per non morire.”
B. Brecht, Tamburi nella notte

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Fumavano e formavano lì davanti a tutti, prendevano gli uomini squagliati dai rombi della luce e gli uomini incastrati. Anche il loro gruppo cominciava a spalancarsi dal dolore. Altre figure lavoravano a saldare i ranghi, ma alla fine c’erano sempre loro, che uscivano rapidi e fedeli dall’edificio, che si lavavano i nervi dalla calce, tutti insieme. Ci mostravano la nostra utile grandezza. Si muovevano bene perché figli di carnefici, come la mano senza appetito della specie, cui dicono appartenga il presente. L’evoluzione ha tollerato lunghi sforzi e grandi voli; poiché certo è più facile sperare.

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Quel giorno tutta la località è scesa dalla primavera magica, abbiamo tirato le pietre sulle strade transennate. Il giorno dopo imboccavamo la discesa verso la struttura spenta. Di tanto resta poco, per il grande baccano; la poesia dei giovani nocchieri, la poesia dei vecchi autistici, la poesia della diffidenza.
Quella gente non la capivamo. Le virtù annesse erano oggetti strani che non crescono più, nidi freddi. L’ultima poesia, così palesemente ingenerosa, doveva essere un ultrasuono devastante, un’antrace per tutte le poesie del futuro.

Non abbandonarono il progetto, ma non mi riuscì di scambiarci nemmeno una telefonata. Perciò dovremo tornare a fare da noi.

Avevamo notizie da ambienti vicini, i suppliziati e i loro tasti e i tasti ci appartengono.

Non fabbricate altri diaframmi solo filamenti.

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Si scende in coppia, l’uno per far restare lucido l’altro. Abbiamo la nostra chance. Alla fine della strada sterrata si apriva la geometria sconosciuta in una breccia, il ripiegarsi di tutte le nostre credenze, ferma sotto il cielo lurido. L’avevano circondata di impalcature senza mai smontarle, segno che avevano perso tutte le speranze.
L’universo, in effetti, ha origini silenziose e mi sembra molto semplice. Queste origini sono in un certo numero di luoghi e vomitano un flusso bianco di silenzio entro un raggio corrispondente; la genesi ci separa già da una certa cautela, ci risparmia la vergogna, ecc

I miei maestri animosi ricavati in una stanza: vorrei organizzarli, gusci tenerissimi in gruppo razionale – in una cellula vicina cosa succederebbe. Riunirli una volta e farli circolare, vederli corrispondere in possessi ancora non civili, allevarli e inciderli, di nascosto da loro, e passare ad altro

I vecchi signori bevevano e passavano il segno, ma non tormentavano i loro fratelli. Intorno alla loro lingua masticata ci rapprendevamo come tagliole, fuori dalle nostre piccole redazioni di torturati.
C’è sempre stato un grande affetto. Intanto sei stanco però, perché ti sei negato il sonno: hai rastremato gli infissi, ma il mio nido non era lì.

Eri stato spostato da un edificio all’altro e alla fine avevi girato insieme a noi tutti gli avamposti di fortuna. Scappavamo in massa dai ricatti del nostro mondo, spostavamo il confine. Tu credevi di averci trovato per la prima volta, quando invece facevamo solo la guerra degli spazi, facevamo l’invasione, senza volerlo. Eri terribilmente contento.
Hai visto la terra che ti avevano insegnato a sgranare. Di cosa ti nutrirai?

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Piazzeremo una bomba soltanto per voi, spezzandola come un pane di carta argentata. I vostri strumenti si separeranno per chilometri da ogni parte. La bomba vi rincorrerà colpendo soltanto là dove vi nascondete, nei vostri cieli scheletrici, e aderendo completamente con se stessa a tutto il resto, e inoltre ai membri della vostra famiglia, già costretti da voi a parlare in codice per tutta la vita. Si scoprirà che eravamo stati manipolati. Ma non vedete il mito che si allunga e ci soffia sulle nocche senza una ragione?

*

Gregorio Tenti (1993) è dottorando in Filosofia all’Università di Genova e vive a Torino. Suoi testi sono apparsi su blog e riviste in rete. Nel 2015 è finalista del premio “Opera Prima” indetto da Poesia 2.0 con la raccolta Sirima abitale. Questi testi sono tratti da un’altra raccolta, dal titolo Corpi sommi, che è attualmente in preparazione.

Andrea Raos

andrea raos ha pubblicato discendere il fiume calmo, nel quinto quaderno italiano (milano, crocetti, 1996, a c. di franco buffoni), aspettami, dice. poesie 1992-2002 (roma, pieraldo, 2003), luna velata (marsiglia, cipM – les comptoirs de la nouvelle b.s., 2003), le api migratori (salerno, oèdipus – collana liquid, 2007), AAVV, prosa in prosa (firenze, le lettere, 2009), AAVV, la fisica delle cose. dieci riscritture da lucrezio (roma, giulio perrone editore, 2010), i cani dello chott el-jerid (milano, arcipelago, 2010) e le avventure dell'allegro leprotto e altre storie inospitali (osimo - an, arcipelago itaca, 2017). è presente nel volume àkusma. forme della poesia contemporanea (metauro, 2000). ha curato le antologie chijô no utagoe – il coro temporaneo (tokyo, shichôsha, 2001) e contemporary italian poetry (freeverse editions, 2013). con andrea inglese ha curato le antologie azioni poetiche. nouveaux poètes italiens, in «action poétique», (sett. 2004) e le macchine liriche. sei poeti francesi della contemporaneità, in «nuovi argomenti» (ott.-dic. 2005). sue poesie sono apparse in traduzione francese sulle riviste «le cahier du réfuge» (2002), «if» (2003), «action poétique» (2005), «exit» (2005) e "nioques" (2015); altre, in traduzioni inglese, in "the new review of literature" (vol. 5 no. 2 / spring 2008), "aufgabe" (no. 7, 2008), poetry international, free verse e la rubrica "in translation" della rivista "brooklyn rail". in volume ha tradotto joe ross, strati (con marco giovenale, la camera verde, 2007), ryoko sekiguchi, apparizione (la camera verde, 2009), giuliano mesa (con eric suchere, action poetique, 2010), stephen rodefer, dormendo con la luce accesa (nazione indiana / murene, 2010) e charles reznikoff, olocausto (benway series, 2014). in rivista ha tradotto, tra gli altri, yoshioka minoru, gherasim luca, liliane giraudon, valere novarina, danielle collobert, nanni balestrini, kathleen fraser, robert lax, peter gizzi, bob perelman, antoine volodine, franco fortini e murasaki shikibu. 

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