Dino Buzzati, la Luna e Dio

di Alessandro Montefameglio

 

Il 17 ottobre 1958 appare sul Corriere della Sera un articolo suggestivo. Il titolo è Se si scoprisse che la luna è molto più lontana del previsto, la firma è quella di Dino Buzzati e il testo consiste in uno dei più celebri tra gli “articoli lunari” che lo scrittore bellunese redasse tra gli anni Cinquanta fino al momento dello sbarco. Sul giornalismo di Buzzati, Montanelli si espresse assai acutamente, individuando una caratteristica che ancora oggi ne risulta un timbro specifico e originale: la censura (e «solo un cretino si può mettere a fare il censore») di fronte ad esso non aveva armi. Perché se gli articoli trattavano ad esempio – così almeno nel riferimento di Montanelli – di battaglie navali, il censore non sapeva nemmeno in quale secolo si era svolta la battaglia, perché Buzzati ne aveva fatto «una favola», l’aveva trasfigurata dalla mera vicenda reale. Questo rendeva Buzzati, però, «l’unico che riuscì a raccontare delle battaglie navali». Di fatto, questa arguta indicazione montanelliana ci invita a ragionare su una capacità di trasformare il mero fatto tipica del Buzzati giornalista che, senza rischiare di scadere nella fantasia fine a se stessa o, peggio, nel fake, riesce a farsi portatrice di una forza, quella di realizzare una “cronaca della meraviglia”, di mettere in pratica una visione dell’evento che esuli dalla semplice cronaca per giungere a interpretare profondamente tale evento. Per dirla gaddianamente, di fronte alla baroccaggine, alla complessità del mondo, sono le armi della letteratura e dello stile letterario a occorrere, non quelle del cronista. È così che tra il Buzzati scrittore e il Buzzati giornalista, come in pochi casi felici della letteratura italiana, non si crea nessuna idiosincrasia: quella di Buzzati è una “letteratura giornalistica” tout court. Come ben sottolinea Andrea Oppo a riguardo, le memorabili cronache buzzatiane dello sbarco lunare sono un vivo esempio di quest’arte.

 

Non è tanto un lavoro scrupoloso sul Buzzati giornalista quello che facciamo (su questo riportiamo agli atti del convegno di Feltre e Belluno che si tenne nel 1995 pubblicati nel 2000) né specificamente ci occupiamo degli “articoli lunari” di Buzzati (su cui abbiamo le ottime pagine di Rosanna Maggiore) perché in occasione dei recenti cinquant’anni dall’impresa lunare del luglio 1969, non è solo la Luna dell’Apollo 11 a interessarci, ma un atteggiamento tipico della letteratura di Buzzati di riflettere sull’esperienza lunare come esperienza del limite e del superamento di quel limite che la Luna ha rappresentato e tutt’oggi rappresenta.

 

Se si scoprisse che la luna… è un articolo stimolante per molte ragioni. La prima, abbastanza evidente, è contenuta già nel titolo, squisitamente buzzatiano. Quello che Buzzati esprime attraverso il titolo è un presentimento (molta della sua letteratura è, di fatto, una letteratura del presentimento). Raggiungere la Luna, d’altra parte, è nel ’58 ancora solo una possibilità. Poter osservare «il retro del satellite, l’altra faccia misteriosa» sembra essere per Buzzati l’esito di una pizzicante curiosità, quasi metafisica. La seconda ragione invece è tutta letteraria (la Maggiore la ricostruisce splendidamente), perché l’articolo gioca su un rovesciamento leopardiano, di fatto prendendo spunto da alcuni temi lunari propri di Leopardi (in primis il Canto notturno) per ribaltarli: la vergine, sapiente Luna di Leopardi diventa, in Buzzati, una Luna vecchia, butterata e ignorante. Si intravede però anche la possibilità che un’effettiva riuscita dello sbarco possa coincidere anche con la caduta dell’aura poetica di quello che è di fatto un mito irraggiungibile (cosa che a sbarco avvenuto per Buzzati effettivamente accadrà). Per ciò che riguarda la passeggiata sulla Luna, d’altra parte, di fronte ad essa le passeggiate di Colombo, Marco Polo e Ulisse non risultano altro che passeggiate «in giardino». Buzzati, inoltre, auspica in cuor suo che l’uomo sulla Luna non metta piede mai. Conferma di questo l’abbiamo nel ‘69 quando, nell’occasione di un altro articolo lunare, Non deluderci, Luna, Buzzati afferma come speri di fatto che di fronte all’uomo-Ulisse, vicino al raggiungimento del suo scopo, «la Luna se ne vada», si allontani, sprofondi nello spazio silenzioso e sconfinato, non diventi altro che «una palla, una pallina, un lume, un lumicino, un punto di luce, e poi più niente».

 

È evidente che, in qualche modo, Buzzati prenda la Luna, tanto nella sua declinazione letteraria quanto in quella concreta del vicino sbarco, come un’occasione non solo poetica, ma filosofica e antropologica, di discutere della possibilità umana di valicare certi confini. Curioso che il 1958, data del primo articolo che abbiamo menzionato, è anche quella che dà titolo a un racconto brevissimo, tanto incantevole quanto inquietante, intitolato 24 marzo 1958 e apparso già nell’antologia Il crollo della Baliverna del 1954 (oggi è sfogliabile nei Sessanta racconti). In questo racconto fantascientifico si racconta meglio che altrove il tentativo dell’uomo di avventurarsi oltre i confini segnati dalla propria terra. La narrazione ha come protagonisti tre satelliti lanciati nello spazio tra il 1955 e il 1958 e che «ivi sono rimasti appesi, presumibilmente per sempre, girando girando intorno a noi». Quello che osserviamo tramite lo sguardo dell’ottuagenario Forrest, che ideò i satelliti e che ora li osserva ansiosamente durante «insonni notti di asma», è nient’altro che il risultato di un fallimento umano. Forrest vede sbucare dal cornicione ora il primo satellite, ora il secondo, ora il terzo e, con l’occhio puntato su un piccolo telescopio, «guarda, guarda, per ore». Il suo gesto ricorda un po’ quello di Galileo che, agli albori della modernità, fissa meravigliato per la prima volta gli irraggiungibili crateri lunari, seppure un Galileo rovesciato, rassegnato di fronte alla possibilità, un giorno, di raggiungerli. C’è chi, d’altra parte, la Luna la osserva e la sogna e chi vi passeggia sopra.

 

Il primo satellite – Hope, la “speranza” – ha la forma di una «tozza matita» argentata, di cui se ne osserva solo una metà, proprio come la superficie lunare. «Appeso, dimenticato e morto» gira assieme ai corpi degli astronauti, che riposano dentro di esso. Così Lois Egg, dedicato alla Lois il cui cadavere giace assieme a quello del marito nel satellite omonimo, il secondo, liscio, ellittico, arancione. Infine Faith, la “fede”, fede in Dio, certo, ma anche nel ritentare l’impresa impossibile già due volte fallita, giallo e nero, con i suoi cinque uomini, di cui abbiamo ricordo nei «cinque diversi cimiteri, sparsi sul nostro piccolo mondo, cinque tombe vuote». Come è già possibile intuire, l’esperienza di valico del limite coincide, in questo racconto buzzatiano, con un’esperienza di morte e di silenzio. La data che dà titolo al racconto non è la data di ambientazione dello stesso, che è il 1975, bensì proprio quella di quest’ultima tragica spedizione, che Forrest ricorda angosciosamente mentre osserva i veicoli. Provo personalmente per queste pagine una forma di thauma che poche volte ho sperimentato in letteratura: non riesco a togliermelo dalla testa, sono profondamente angosciato da esso. Il fatto che scuote terribilmente il cuore del lettore compare quando Buzzati racconta gli esiti delle rispettive missioni spaziali, le quali hanno tutte in comune di essere terminate con una voce mozzata, quella degli astronauti nel tentativo di comunicare una frase indicibile, un misterioso messaggio che azzarda a descrivere una visione straordinaria e disumana. What a sound…, il primo, an odd…, il secondo, damm it, but here we have got in…!, il terzo. E poi il silenzio. L’apparente gioco di sinestesie ci fa comprendere che mentre Hope entra in contatto con un suono letteralmente inaudito e laddove Lois Egg ha di fronte la visione di qualcosa di eccezionale, è proprio Faith a essere stato protagonista della vera esperienza fisica di quel “luogo” oltreumano che il satellite, nel tentativo di superare i confini terrestri, incontra senza però riuscire ad accedervi. Il realismo di Buzzati – eccezionale – gioca cercando di riportare la tensione di queste pagine alla più viva concretezza («ci sono se li volete, in vendita, i dischi che riproducono tale e quale la famosa telefonata. La voce è limpida e tranquilla anche là dove esclama: “Accidenti, ma qui noi siamo capitati in…!”. E poi si ode il fruscio della puntina, nient’altro che uno spaventoso silenzio»). Di fatto le tre esperienze risultano analoghe, perché la risoluzione del mistero di quelle trasmissioni porta ad affermare come tutti e tre i satelliti siano stati protagonisti della medesima esperienza, ovvero quella di essere stati invasi da una musica di fronte a cui la nostra anima trema. What a sound, an odd… music, vut here we have got in… Paradise!

 

Chi soffre della mia stessa malattia mentale, forse avrà fatto coincidere quella musica non tanto con una pitagorica e ancestrale musica delle sfere, bensì con Ashes to ashes di David Bowie, il “requiem” in cui Bowie (ri)racconta del suo Maggiore Tom, il protagonista che aveva accompagnato proprio i primi passi dell’uomo sulla Luna, molti anni dopo Space Oddity (proprio come Forrest osserva anni dopo, con sguardo funebre, i resti dei tre satelliti). Il messaggio dell’Action man, il tristissimo verso «I am happy, hope you’re happy too», i «sordid details», la nostalgia della «early song»… Major Tom è «confinato nell’alto dei cieli», in una solitudine cosmica, e se ne vuole tornare giù, sulla Terra. Ma per chi pensi che il paragone con Bowie sia del tutto profano, il brano buzzatiano dialoga splendidamente anche con Dante. Non solo perché è Buzzati stesso a citarlo, bensì perché i riferimenti teologico-cristiani richiamano direttamente gli ultimi versi di Paradiso, XXXIII, laddove – non c’è bisogno di ricordarlo – il tema dell’impossibilità di dire, di descrivere e di proferire parola di fronte alla visione di Dio da parte di una voce che, per quanto alta poeticamente, rimane drammaticamente umana, troppo umana, è uno dei veri protagonisti di questi versi danteschi. Ma in Buzzati vi è tutt’altro che la grande conclusione “umanistica” dantesca, la visione dell’effige dell’uomo nel cuore della luce divina, lo sguardo indimenticabile di Bernardo che spinge l’umile uomo-Dante nel cuore di quella visione, perché vi è persino il dubbio che quanto raccontato possa risultare una bestemmia, un’ingiuria di fronte a Dio. C’eravamo così vicini, alla casa di Dio… Il Paradiso coi suoi angeli se ne stava lì, a pochi passi dai quei satelliti, ma la «pulce delle pulci disseminate nell’Universo» non ha affatto giubilato della «meravigliosa vicinanza a Dio» e ora rimane appesa sulla calotta del cielo, destinata a restarvi per l’eternità e a un minuto da quell’eternità. Ecco il male del mondo per Buzzati, ecco il grande smarrimento terrestre. Invece di gioire di questa vicinanza l’uomo ne è quasi offeso, come un «cagnolino randagio» di fronte a un danese di gran razza, come un bifolco che costruisce il «suo tugurio» a pochi passi dal palazzo del re. E quella musica celeste non è nient’altro, per l’uomo, che un estremo pericolo mortale. L’esito, come immaginiamo, è un pessimismo cosmico (ancora) di leopardiana memoria: il confine ultimo del mondo, seppure così vicino, ci è vietato.

 

È qui che Buzzati cita la Luna: «l’uomo è triste. Mai come ora egli ha fissato gli sguardi nelle profondità delle valli dell’eternità, smarrendosi nel formicolio degli astri. Persino la Luna, che un tempo pareva una cosa nostra, ha riacquistato la severa maestà delle montagne inaccessibili». La storia dello sbarco sembra venire meno a questo pronostico buzzatiano e un autentico Forrest, in un 1975 reale, ricorderebbe di fatto quello che oggi viene rammemorato come uno dei più grandi successi dell’umanità – forse il più grande. La Luna è oggi, in qualche modo, cosa nostra. Perché allora Buzzati suona, nonostante tutto, così vero?

 

Sergio Zavoli, in un’intervista a Wernher von Braun del 1965, espresse allo scienziato tedesco, che fu capo del programma spaziale americano, il timore che l’investigazione dello spazio potesse costare un prezzo alto da pagare per l’umanità. «Forse» rispose Braun, affermando poi, però, come «non ci sia niente di male nello spingere oltre la nostra indagine (a parte l’uso che sapremo farne)». Nell’intervista, Braun sembra interessato particolarmente all’aspetto religioso e teologico della questione. Lo scienziato esprime che comprendendo il regno di Dio anche il resto dell’universo e non solo la Terra, l’uomo non dovrebbe affatto porsi dei limiti. Perché viaggiare nella casa di Dio dovrebbe rappresentare un peccato? Come è legittimo per l’uomo spostarsi in una città o in un’altra, è legittimo anche esplorare il satellite lunare o, rivolgendo il discorso a questioni a noi più contemporanee, altri pianeti. «Credo anche che se Dio vedesse in ciò un male ci avrebbe dato un avvertimento, un segno della sua volontà» afferma Braun. Una visione teologicamente semplicistica, diremmo noi, ma forse risponderebbe meglio Buzzati: in Buzzati, infatti, il segno è stato dato eccome, ed è un segno nefasto. E il male sta proprio nella capacità del tutto umana, del tutto terrestre, di ignorare (e forse abusare) della vicinanza a Dio.

 

Il 22 luglio 1969, Buzzati scrive così in un articolo intitolato Il momento sublime: «Armstrong e Aldrin ci avevano portato in una sorta di aldilà che vedevamo con i nostri occhi e in cui tuttavia la nostra mente si smarriva». È un aldilà misterioso, certo, oscuro, ma al quale, ottimisticamente, possiamo adeguarci, che presuppone una capacità di ripensare il cosmo, forse persino razionalmente. Di certo però il fascino poetico, favolistico della Luna è svanito dal momento in cui il piede è stato posato sulla sua sabbia. Un anno prima, il 28 dicembre del 068, ne La nuova speranza, Buzzati rifletteva però sulle conseguenze del cambio di sguardo che ha avuto l’osservare per la prima volta nella storia dell’umanità la Terra dalla prospettiva lunare. La Terra, «la faccia di questo angusto isolotto su cui viviamo», diventava per l’uomo un punto proprio come lo era stato per secoli la Luna, «ma non era una faccia attraente». «Si distingueva anzi una specie di naso grosso e rapace, una bocca dura, due occhi carichi di malizia. Che lezione. Noi eravamo su quella specie di minuscolo pomo perso nell’eternità degli spazi, miliardi di esseri come me come voi rinserrati gli uni sugli altri che si guardavano in cagnesco, litigavano, protestavano, si ammazzavano». Guardando la Terra dalla Luna l’uomo si avvede dell’insensatezza del suo vivere terreno. Rispondo con le parole del nostro racconto, 24 marzo 1958: «la Terra è diventata grande come una nocciola, una contristante prigione da cui non potremo più fuggire». Già allora – la citazione della Luna avviene pochi istanti dopo – Buzzati probabilmente si immaginava il cambio di prospettiva, dal momento in cui a guardare la Terra era l’Eterno, al di là (e aldilà) di quel confine che i tre satelliti non erano, nella finzione buzzatiana, riusciti a oltrepassare. L’uomo non è fatto per superare certi confini. Lo sappiamo dal modo in cui la letteratura di Buzzati riflette sui concetti di luogo e di spazio, lo sappiamo dal confine stabilito dal deserto de Il deserto dei tartari, lo sappiamo da I sette messaggeri, dove il limite (terrestre) orizzontale trasfigura pressoché sempre in un limite (eterno) verticale. E cosa c’è al di là, ammesso che l’uomo riesca a compiere l’impossibile passo? An odd music, «suonano e cantano, lassù» gli angeli, «e non esiste involucro grosso abbastanza – fosse anche spesso come la muraglia cinese – che possa chiudere il varco a quelle note, più belle di quanto noi possiamo sopportare». Ma d’altra parte quello di Buzzati è un mondo in cui persino i cani possono vedere Dio.

 

 

 

 

 

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

Tags: