Mezz’ora di panico

di Walter Nardon

 

Ogni giorno un colpo d’ascia mi prende su un fianco. Finirò per cadere, ma non importa. Voglio solo che Erin rimanga perché lei è luce, gioia che non si spegne.

Forse sarebbe bastato osservare il modo in cui aveva stretto le dita sulla maniglia di acciaio per capire che qualcosa, là dentro, stava precipitando. Ecco dunque Erin, colta nel glorioso gesto di aprire la porta dell’Agenzia di Viaggi «Zippa», di cui era una delle più ascoltate frequentatrici e, occasionalmente, anche clienti: ma la porta stentava ad aprirsi. Uscita cinque minuti prima dalla parrucchiera, capelli biondi, taglio sulle spalle, portava un vestito turchese a mezze maniche acquistato a una fiera del vintage, eredità estiva dei primi anni Settanta (sotto, infatti, per scrupolo filologico non indossava nient’altro. E io sapevo quanto potesse essere scrupolosa). Se c’è una gloria nella materia, lo splendore esultante della Volontà, beh, Erin ne era piena, ma la porta, appunto, opponeva resistenza e anzi quasi non si apriva.

«Cazzo, Rita, bisogna fare qualcosa per questa porta» disse, entrando.

«Amore, sono tre giorni che aspetto il falegname».

Rita scriveva al computer sotto lo sguardo del figlio unigenito diciassettenne Enrico, che sembrava troppo teso, come se il suo futuro potesse davvero dipendere dalle migliori soluzioni ferroviarie disponibili in quel momento. Il fatto è che sua madre non le stava cercando per lui, naturalmente, ma per la signora Amalfi, che stava frugando nella borsa con impegno smisurato per recuperare un biglietto da visita: «Dove l’avrò messo?». Dietro, sulla sinistra, Erin incontrò lo sguardo di Flamingo (all’anagrafe Francesco Donati), seduto in coda con un dépliant in mano: era in cerca di informazioni su una nuova meta per lui e sua moglie, vale a dire un nuovo villaggio turistico lontano dalla Tunisia, da Rodi, Creta e Ibiza, insomma dal Mar Mediterraneo, un’area che – pur non essendo i due coniugi mai arrivati in Grecia, e a dire il vero neanche in Sicilia – cominciava a sembrare loro troppo stretta. Ecco, vicino a Flamingo ero seduto io.

C’erano trentacinque gradi: Erin si fece aria con una mano.

«Lascia perdere, Erin, oggi non funziona neanche l’aria condizionata».

Si sedette così in coda vicino a Flamingo e si mise a leggere l’oroscopo sul cellulare.

«Scusa, Erin», fece lui, «cosa ne pensi delle Maldive?»

«E che ne so, Flamingo. Perché, mi ci porti?» Aspettò un istante, per far crescere in lui una sfumatura d’imbarazzo, fece un cenno verso di me, poi aggiunse: «Ah, ci vai con la tua signora. Che ti devo dire? non me le posso permettere».

«È quello che dico anch’io, ma Miuccia insiste. Certo, è una spesa. Devo proprio sentire Rita. Non so come faremo a pagarlo. Speriamo che ne valga la pena».

Erin allungò una mano e la pose sul suo ginocchio. Stava quasi per dire: «Avercene, di uomini come te», quando fu interrotta.

«Ecco qui!» esclamò la signora Amalfi, riemergendo dalla borsa: «La locanda segreta del pescatore, proprio questo: indimenticabile. Mi sento proprio di consigliarlo a suo figlio». E poi, tirando indietro la testa e guardando verso di lui:

«Ti ci porti la fidanzata, vero?».

Enrico la fissò per un istante, come se volesse studiarla, proprio mentre sua madre a sua volta si era girata verso di lui.

«Niente fidanzate, per ora», disse lei.

Qui la faccenda si faceva seria.

La cosa andava avanti da un paio di anni, tanto da essere diventata una delle tre o quattro cause principali dei «pensieri» di Rita. In certi momenti tardo pomeridiani, infatti, prossimi all’ora di chiusura – quando le preoccupazioni riemergevano in toni più languidi – dopo essersi lamentata con Erin dell’ex-marito Giorgio, Rita scivolava impercettibilmente verso le sorti del figlio:

«Niente amiche, niente feste. In casa non porta mai nessuno. Solo un paio di compagni. Serio, impegnato, per carità, ma una sfinge. Non so più cosa immaginare. Certo, anche se fosse gay – perché, sai, mi sono trovata a pensare anche questo –, non direi niente, anzi. Ma vorrei almeno capirci qualcosa. Dico: niente di niente, sta tutto il tempo al computer a scrivere agli amici. Sì, anche a qualche amichetta, ma non gli esce mai niente di bocca. Io non lo forzo, ma potrebbe anche rendersi conto delle mie preoccupazioni». Togliendosi gli occhiali, si strofinava gli occhi.

«Davvero un posto squisito La locanda segreta: vedrà. E che distinzione. Perfetto, per una cena da ricordare».

Emma Amalfi non prenotava mai i lunghi viaggi intercontinentali fiore all’occhiello della nostra agenzia: aveva fatto qualche crociera sulle coste settentrionali dell’Africa, sì, e anche a nord, in Norvegia, ma ora preferiva i posti a portata di mano. Di norma andava tre, o quattro volte l’anno sul lago di Como, preferibilmente a Bellagio, dove alloggiava nel miglior hotel disponibile, che preferisco tacere. Era la vedova di Giovanni Amalfi, stimato imprenditore del settore metallurgico (ramo tubature), di quindici anni più vecchio di lei, morto prematuramente due estati prima. Il figliastro Sergio aveva preso in mano l’azienda di famiglia con sicurezza e, forse anche per questo, veniva a trovarla di rado. Così lei si muoveva, ma mai da sola: per lo più portava con sé Tina, una giovane assistente personale (e quasi-badante), ed era poi spesso accompagnata da una piccola compagnia di amiche e di amici. «A lei sono sempre andati bene tutti, uomini e donne, pur di non restare sola» commentavano le più informate.

Enrico muoveva lo sguardo dallo schermo del monitor di sua madre alla porta, in apparenza per desiderio di andarsene, ma in realtà per timore che arrivasse qualcuno. Per non dare nell’occhio, mentre si spostava scrutando la porta, aveva aggiustato il volume della radio, ma era chiaro che non aveva tregua. Era un ragazzo chiuso e un po’ orgoglioso, diceva Erin, ma sulle sue preferenze, per quanto lei avesse consolato Rita in modo convenzionale (tanto quanto lo era stato il suo sfogo), aveva maggiori sicurezze: lo aveva scoperto a fissarle il didietro con occhiate molto significative. La tensione in quel momento era cresciuta al punto che, per provocarlo, gli aveva preso la mano e se l’era messa proprio sul culo. Lui si era imbarazzato, ma neanche tanto: in fondo aveva gradito. Così Erin: certe cose una donna se le sente. Quindi, secondo il suo intuito – infallibile in quest’ambito – il ragazzo non solo non avrebbe faticato molto a trovarsi una ragazza, ma doveva già essere impegnato in qualche forma di pratica poco solitaria. Quanto a lei, invece, me l’aveva detto: l’oroscopo invitava alla prudenza, sia in campo erotico che in affari. Lo dicevano tutti che non era l’anno dei Gemelli. «Sì,» aveva aggiunto, «ma possiamo lavorarci».

La porta si aprì con forza ed entrò un giovane barbuto vestito di grigio con due pacchi in mano: uno grigio e uno rosso. Enrico quasi trasalì.

«Ah, bene,» disse Rita, «dev’esserci anche il toner per la stampante. Enrico, saresti così gentile,… Ecco, sì, sai già cosa devi fare». Non molto sollevato di rispondere alla richiesta, il figlio prese i due pacchi, andò verso l’angolo dove era posta la macchina e aprì quello grigio, mentre il corriere faceva firmare Rita sullo schermo del suo dispositivo.

«Questi corrieri sono sempre più in forma», notò la Amalfi «Che sia per il lavoro che fanno?» ma il giovane fece finta di niente se ne andò, lanciando un sorriso a Erin, che per lunga esperienza aveva imparato a catalogare gli sguardi maschili (questo, ad esempio, era innocuo).

Il problema era un altro, me lo avrebbe esposto in dettaglio più tardi: aveva bisogno di un prestito. Cosa di poco conto, d’accordo, ma le serviva perché era rimasta, per così dire, a corto di liquidità, visto che il centro estetico dove aveva un contratto part-time aveva annunciato che avrebbe pagato gli stipendi con una settimana di ritardo. E lei aveva quel paio di spesucce, due o tre acquisti già messi in conto che non potevano aspettare. Poi aveva prestato cinquecento euro a sua cugina Romana proprio a inizio mese: vai a vedere se aveva fatto bene. Ma a Rita aveva sempre restituito tutto, tutto fino all’ultimo centesimo. E non si trattava solo di questo: erano amiche fin dai tempi del biennio a Ragioneria. Il fatto è che, per conservare la sua indipendenza, non voleva in alcun modo che mi intromettessi nelle sue vicende finanziarie.

«I corrieri sono sempre più giovani,» disse Flamingo «c’è grande ricambio. Non deve essere un mestiere facile».

«Già,» disse Erin, «e a me sembrano anche tenuti male».

Flamingo sorrise, abbassando la testa. Io lasciai perdere: c’era tutto il tempo per entrare in azione.

«Ecco, dunque, signora: la soluzione migliore per il viaggio è questa. Veda un po’ se le va bene». Rita girò il monitor verso la signora Amalfi, che annuì un paio di volte.

«Lei che dice, stampo?».

«Stampi, stampi: la ringrazio», disse l’altra, riprendendo a cercare qualcosa nell’enorme borsa di pelle nera a strisce intrecciate.

 

2.

Mentre la signora Amalfi era immersa in una delle sue apnee, entrò il soggetto che rese manifesto il timore di Enrico. L’aspetto mostrava un’intenzione superiore alle effettive possibilità. Statura media, pantaloni della tuta neri molto larghi, che si stringevano dal polpaccio in giù, canottiera in tinta, capelli neri tagliati cortissimi, occhiali da sole, ma soprattutto un impressionante esemplare di mastino napoletano con museruola al guinzaglio. Al collo del cane, sotto il muso ingabbiato nella struttura metallica, una catena con la targa «Leonardo», che poteva essere riferita al cane stesso, o forse a una delle sue vittime. Con un certo sforzo, riuscii a trattenere il fastidio. Tornando dall’angolo della fotocopiatrice con il secondo pacco, Enrico teneva lo sguardo a terra. Poi intervenne Rita:

«Frankie! È un po’ di tempo che non ti fai vivo. Ce l’hai ancora la Honda blu?».

«Sì, ma sto cercando di venderla», fece Frankie, cercando subito lo sguardo di Enrico e spostandosi verso la zona di Flamingo ed Erin.

«Strano. Enrico non mi ha detto niente», aggiunse Rita, sempre guardando il monitor. Mentre Frankie si accomodava allungando le gambe, con il cane accovacciato alla sua destra, Enrico scomparve per la porta che dava verso l’interno.

Io detesto quasi tutti i cani, soprattutto quelli di grossa taglia, ma questi mettevano a disagio anche Flamingo. Sua moglie, poi, a causa di un episodio a cui aveva assistito da bambina (un’anziana che tornava dalla spesa era stata attaccata alle spalle da un pastore tedesco) ne era addirittura terrorizzata. Lo sguardo di Frankie, colto a fatica sotto gli occhiali scuri, secondo Erin significava grane di tipo serio, tali da minacciare il clima di quel pomeriggio, togliendo soprattutto spazio alla sua piccola faccenda.

«Allora, Enrico, ti decidi?» disse Frankie a voce alta, in modo che tutti potessero sentire, mentre con la mano destra accarezzava la testa del mostro.

Visto che l’altro non si faceva vedere, fra le espressioni di sorpresa dei presenti, rispose Rita: «Fammi capire, Frankie, su cosa si dovrebbe decidere?»

Frankie alzò appena il capo, guardando la signora Amalfi di sotto in su: «Lui sa già di cosa si tratta», e poi, di nuovo, alzando la voce «Vero, Enrico?».

Il cane emise un grugnito un po’ cupo, che a me sembrò un’espressione particolarmente riuscita, forse la più alta della sua intelligenza. La signora Amalfi, ancora seduta sulla sedia, aveva preso a guardarsi attorno cercando uno sguardo d’intesa, come se questo potesse bastare a rassicurarla. Io rimasi impassibile. Solo Flamingo le fece un cenno di capo, al che lei incrociò le mani sopra la sua borsa.

«En-ri-cooo!» continuò Frankie.

«Ecco, adesso è fatta», disse Erin. «Chissà cosa avrà per le mani, sicuramente qualcosa dei loro traffici via Internet».

Rita cominciava a preoccuparsi: «Frankie», disse, col tono di una raccomandazione, «ho qui alcuni dei miei migliori clienti».

Ma Frankie si disinteressò dell’avviso: «Enricoo!», riprese, guardando a terra.

Così, uscendo dalla porta privata, Enrico apparve con in mano la scatola rossa, il secondo pacco, che era stato evidentemente manomesso. Ora, infatti, le due alette della parte superiore non si incontravano più verso la metà, dove erano state assicurate con una striscia di nastro adesivo, ma si impennavano verso l’alto, cercando di contenere qualcosa di più grande, la cui sporgenza era stata nascosta da una generosa, ma complicata serie di strisce di scotch. Chissà? forse poteva trattarsi di una console per videogiochi o di un dispositivo per la realtà aumentata. Tutti lo osservarono, ma Enrico, sotto gli occhi interrogativi del pubblico, fece finta di niente e, quando fu vicino a Frankie, gli mise in mano il pacco senza aggiungere altro.

«Ecco, così si fa. Ci voleva tanto?» disse Frankie.

Enrico gli fece solo un cenno: stava per girarsi e andarsene, quando Frankie lo prese per un braccio. Il cane ringhiò.

«Tienimelo lontano», disse Enrico, «domani potresti pentirtene».

Ecco, bravo Enrico, reagisci: del doman non c’è certezza. Si vede che hai studiato. Devo confessare qualcosa che non forse non piacerà a tutti: sia il bravo ragazzo, che il rapper col mostro al guinzaglio mi sembravano dei veri deficienti. Il primo goffo, totalmente imbranato nel nascondere qualcosa che avrebbe potuto risolvere altrove molto più in fretta (a meno che non fosse a tal punto succube del socio da aver bisogno di qualche testimone che assistesse allo scambio). Il secondo, decisamente peggio. Dopo aver infittito il numero di tatuaggi sull’avambraccio destro, negli ultimi mesi la sera si era fatto condurre fino al bar Sport Plus dal cane che teneva al guinzaglio, come dovesse d’un tratto recuperare una presunta credibilità popolare, evidentemente perduta nei mesi in cui – figurando disoccupato – aveva dovuto assistere sua madre accompagnandola mentre si aggrappava al deambulatore e poi, quando infine si era dovuta sedere, sul piccolo mezzo a quattro ruote. Tre anni prima aveva abbandonato l’istituto tecnico tecnologico – cose inutili  – per intraprendere con una certa spavalderia la strada che l’avrebbe condotto di lì a poco ad ambire un contratto a termine nel campo della pulizia strade destinato alle persone a rischio di esclusione sociale. Insomma, una carriera ben avviata.

Ma certo, insieme, o più o meno insieme, i due avevano un piano. I giovani hanno sempre un piano.

Per fortuna c’era altro, c’era Erin. Anche guardando altrove, non le staccavo gli occhi di dosso.

 

3.

Mi ero reso conto che, per quanto ci conoscessimo poco, qualcosa si stava consolidando. A breve, forse, avrei potuto contarci. Mi lanciò un’occhiata, come se non vedesse l’ora di togliersi di torno i due per poter finalmente parlare con Rita. Per quanto fossi stato declassato e avessi visto spegnersi tanto di ciò che mi teneva in vita, lì, anzi solo lì, ero certo che ne sarei uscito.

Ci sono occasioni in cui sembra che ci sia impedito di chiamare il dolore col suo nome, e così la nostra speranza, come se farne parola non fosse decoroso e fosse invece molto più nobile ripiegarsi su se stessi in un meditato dialogo interiore. Lo dico subito: andate affanculo.

Frankie e il cane erano usciti da poco, quando la porta si aprì di nuovo a fatica per fare entrare una ragazzina magra e accigliata che quasi si scontrò con la signora Amalfi, fiera proprietaria dei migliori biglietti disponibili sul mercato.

«Arrivederla, di nuovo. Ciao, Alessandra», disse Rita in rapida sequenza, cambiando appena il tono, gli occhi puntati sul monitor.

Alessandra era un’amica di Enrico, ossia, secondo Erin, la sua ragazza. E in volto era scurissima. Evidentemente poco prima aveva incrociato Frankie con il pacco.

«Allora, Enrico, le hai poi studiate le Rime di Dante?» chiese Flamingo sedendosi davanti a Rita.

Enrico confermò con un cenno, mentre con la mano invitava Alessandra a entrare nel magazzino. Erin sorrise. La ragazza aveva proprio l’espressione del «Non provare a toccarmi».

«È proprio così, me lo dico ogni volta, quando si leggono queste grandi cose c’è sempre qualcosa di commovente. E scusa, la teoria dell’illuminazione in Agostino?»

Flamingo era una di quelle care persone che riescono a scassarti le palle con la loro carriera scolastica come se la vera scuola fosse stata inventata esclusivamente per loro, anzi, fosse stata aperta per il loro ingresso e, fatto ancor più inverosimile – visti i risultati – , chiusa dopo il loro diploma. Poi, nella maggior parte dei casi questi atleti non fanno mica i professori: no, spesso sono, come lui, funzionari a riposo con la fissa della cultura, che nelle loro mani si trasforma fino a diventare qualcosa a metà fra l’oggetto decorativo e il segno di distinzione sociale. In sintesi: era un brav’uomo che però ogni tanto avrebbe meritato un paio di legnate.

In effetti, mi ero trovato a pensarci più di una volta, ma in quel momento non mi sarei mai sognato di sfiorarlo, anzi gli volevo bene in modo particolare perché, visto che era arrivato alla scrivania di Rita, mi aveva finalmente lasciato solo con Erin.

Ero lì per questo. Il biglietto del treno avrei potuto comprarlo anche in stazione, sia pure dopo una coda meno interessante (il commercio via rete dei tre giovani, devo dirlo, mi incuriosiva). Più che altro, qui me ne ero rimasto in pace, seduto a guardare i clienti e soprattutto mi ero sentito pieno di fiducia: sapevo che Erin sarebbe passata, passava sempre. Vi potete fare una vaga idea di quello che per me quel momento poteva significare solo se riuscite a definire lo stato d’animo di un uomo incoraggiato per sette anni ad aspirare a una promozione e poi d’un tratto, non dico solo declassato – sì, poco fa ci sono andato leggero – ma proprio licenziato in tronco (la riduzione del personale non avrebbe dovuto colpirmi in alcun modo). La vitalità di Erin mi teneva in vita.

«Ma tu sei qui perché devi andare in vacanza? Perché non mi hai detto niente?»

«Erin, figurati se non ti avrei detto qualcosa. Devo solo prenotare un biglietto del treno per Roma, per andare da mio cugino Vincenzo».

«E così sulle Maldive pochi sconti, niente da fare» commentava intanto a voce alta Flamingo.

China sul cellulare, Erin spediva messaggi a Ramona. Aveva dei magnifici occhi verdi.

Perché non mi muovevo di più con lei? Avevo qualcosa da perdere? Sì, forse c’era qualcosa. Da quando la mia situazione economica si era, per così dire, complicata, ero diventato più sensibile alle questioni morali o, per meglio dire, lo sforzo mi costava di più: ad esempio, se in precedenza davanti a parole come “dignità” ero sempre passato oltre ora, invece, dopo essere stato umiliato, faticavo a pensare che non riguardassero anche me. Sapevo che avrei dovuto superarle e che le avrei superate presto, ma non ne ero più così sicuro: avvertivo la quantità di coraggio necessaria per compiere un passo che tempo prima mi sarebbe parso del tutto normale. Dal punto di vista emotivo, mi ero indebolito. Forse stavo invecchiando: solo lei poteva farmi ritrovare la strada.

D’un tratto la porta cedette di schianto e si spalancò sotto il peso di una spinta fuori del comune. Era Frankie, fuori di sé, aveva lasciato il cane legato al lampione.

«È rotto, cazzo. Dove sei, Enrico. Dove cazzo sei?»

Rita aveva già visto Frankie in quelle condizioni (non era ancora impraticabile, ma ci si stava avvicinando), perciò sapeva che entro breve avrebbe dovuto cominciare a preoccuparsi.

«Stai calmo, Frankie. Mettiti a sedere. Arriva subito».

Ma quello continuava a camminare avanti e indietro, un paio di volte si era anche preso la testa fra le mani: «Enricooo!»

Flamingo cominciava ad agitarsi. Erin mi guardò come se la giornata dovesse andare in fumo. Enrico ricomparve di corsa, ansante, con Alessandra al suo fianco, evidentemente accaldata.

Frankie non si curò di Flamingo e si piantò quasi dietro le sue spalle:

«Mi hai fregato. Quella merda non funziona. Ora, o hanno fregato anche te sul sito, oppure sei tu che stai cercando di fottermi. Fammi capire bene come è andata la faccenda, perché se non riesco a dare una spiegazione credibile sono nei casini e di conseguenza ci sei anche tu».

Un altro esempio del giovane Frankie, perentorio, ma non proprio efficace. Del resto, nelle sue intimidazioni non era del tutto credibile: conosceva la parte, ma la diceva un po’ troppo in fretta, tanto da renderla più forzata che spontanea, come se nella vita avesse buttato del tempo e ora volesse recuperarlo tutto in una volta. No, le cose non vanno in questo modo. Non era certo con un commercio come il loro che Frankie avrebbe potuto svoltare. C’era poi un altro dettaglio, che disinnescava ancor più apertamente la sua minaccia: come succede spesso, anche lui era uno di quelli che si credono molto diversi da ciò che sono. Era un ragazzo smarrito, non un delinquente. Non c’era bisogno di Freud per capirlo, lo si vedeva al primo sguardo. E ne aveva viste troppo poche per fare la voce grossa.

Ad ogni modo, che quel giorno avesse preso o meno qualche integratore chimico che non avrebbe dovuto ingerire, si accese fino al parossismo. Fu uno spettacolo inquietante e penoso. Presa in mano la lampada da tavolo di Rita, con la quale sfiorò Flamingo, ne staccò il filo dalla ciabatta a terra e disse:

«Se non mi ridai tutti i miei soldi sfascio il computer di tua madre. Così almeno siamo pari».

Rita cacciò un urlo, poi disse: «Basta, basta! Andate tutti e tre fuori dei coglioni! Frankie, giuro che se solo fai qualcosa al mio computer, avrai di che pentirtene». Poi, girandosi: «E tu, Enrico, che cazzo combini? Questo maledetto aggeggio funziona o no?»

Enrico rispose senza eccessivo timore, guardando verso Frankie: «Funzionava, eccome. Comunque, basta che lui me lo riporti. Se me lo riporta intatto, io gli do i suoi soldi senza problemi». Alessandra guardava a terra, ma anche lei non sembrava molto turbata.

Frankie teneva la lampada con tutte e due le mani, tremando leggermente per lo sforzo nervoso.

Ragazzi, che giornata. E io che speravo di starmene un po’ solo con Erin a parlare delle nostre uscite. Lei si strinse un po’ a me, accavallando le gambe nude, sempre più preoccupata per la sua faccenda. Si sa che nelle questioni finanziarie, quando manca la fiducia, può andare tutto a finire male.

La tensione non mostrava affatto di volersi risolvere, così chiesi a Erin se pensava che fosse il caso di intervenire: «Va bene», mi disse «ma cerca di non esagerare».

«Hai ragione», le risposi. Quando non si ha molto da perdere, anzi, quando ogni giorno la sorte ti dice che hai perso, non sei proprio in vena di far tacere la Volontà: di conseguenza, davanti a determinate evenienze, tornano a scattare automatismi per i quali, poi, è facile esagerare. Me lo chiesi: se qualcuno si fosse venuto a trovare nelle mie condizioni, avrebbe dovuto prendere l’iniziativa?

Dietro di me, vicino all’entrata, Rita aveva lasciato una barra di ferro, presa forse in un cantiere, con la quale presumibilmente aveva cercato di porre rimedio in modo fantasioso al guaio della porta. In certe faccende è tutta questione di determinazione: bisogna che questa sia lineare, limpida, senza turbamenti, per essere più preciso direi che dovrebbe assumere un nitore metallico.

Mi alzai in silenzio. L’unico che se ne accorse, oltre a Erin, fu Flamingo, che sgranò gli occhi. Frankie era troppo occupato dall’oggetto dei suoi pensieri e da Rita, teneva lo sguardo su Enrico e Alessandra.

Presa in mano la barra, aprii la porta e cominciai a battere il ferro per terra. Il nostro Leonardo cominciò ad abbaiare. Frankie si girò con stupore tale che quasi lasciò cadere la lampada da tavolo per la sorpresa (e sarebbe stato un bel guaio).

«Mi pare che siamo davanti a una scelta», dissi. «Tuttavia, per chiarire meglio i termini della questione, vengo subito al dunque. Ora Frankie, lo so che in fondo sei un bravo ragazzo, dovresti andare a prendere il pacco col dispositivo e restituirlo integro – intendo il dispositivo – al qui presente nostro eroe Enrico, il quale, come già anticipato, ti ridarà in fretta i soldi che ha ricevuto da te. Il mio intervento serve solo a dirti che dovresti farlo in fretta, ma serenamente. Anzi – sai una cosa? –  penso che ti accompagnerò in modo che tu non possa essere distratto da imprevisti che per strada, si sa, possono sempre capitare».

Tutti mi guardavano come fossi sul palco a teatro. Meritavo decisamente di meno. Vidi però che Rita cominciava a rasserenarsi. Erin, poi, era divertita (Amore, la mia esibizione è per te). Continuai a testa bassa, osservando la punta della barra che colpiva il pavimento:

«Lascerai qui il tuo cane attaccato al lampione, andremo a fare questa commissione e ce ne torneremo qui insieme. Tutto bene, no? dov’è il problema? Io non ne vedo. Mi sembra che sia semplicissimo.

Frankie, ti piacciono i film? Credo di sì. Allora hai già capito come funziona. Qualora però qualcosa non dovesse andare per il verso giusto ossia qualora, per pura ipotesi, avessi incautamente danneggiato il dispositivo, la barra di metallo che tengo in mano si farà garante delle condizioni contrattuali e – nel caso tu non abbia pensato a un congruo indennizzo per l’eventualità, cosa che nel dubbio ti incoraggio a fare fin d’ora – colpirà il tuo cane sul muso finché sarà opportuno, per poi proseguire la sua azione su di te. So che sto chiedendo molto al metallo ma, dall’idea che mi sono fatto, credo che possa rispondere a dovere. Naturalmente, tu non farai parola di tutto questo, anche perché io lo racconterò molto prima di te a quelli che credi tuoi amici, e che per me sono sempre stati dei buoni alleati, presso i quali – pur essendo occupato da tempo in altro ambito professionale –, godo ancora di una certa stima. E sai che l’esperienza di mediatore non mi manca.

A proposito, scusate, su questa soluzione siamo tutti d’accordo?»

Eravamo tutti d’accordo.

 

4.

Che dire? In certe giornate non hai neanche il tempo di chiederti cosa tu ci faccia al mondo, che subito un nuovo avvenimento arriva a catturare la tua attenzione distogliendola dagli interrogativi più sensati. Per quanto ormai avesse superato la soglia della maggiore età, Frankie era uno di quei disgraziati che vanno più aiutati che ripresi. Trovandomi costretto a esercitare, per così dire, le mie doti pedagogiche in un ristretto arco di tempo, nel percorso agenzia-casa sua-agenzia tentai di fargli capire che negli affari l’osservanza di alcune semplici regole è determinante per garantire la correttezza di qualsiasi transazione e che, nel caso l’oggetto del contratto presentasse difficoltà di funzionamento superiori alle aspettative, era e sarebbe sempre stato poco opportuno percuoterlo mettendosi a schiacciare pulsanti a caso, fiduciosi in una soluzione magica del problema.

«Almeno una ricerca su Internet fatta come si deve, avresti potuto farla».

«Sì, l’ho fatta, ma non ho trovato il tutorial».

Ecco, dare di matto per non aver trovato il tutorial mi sembra una condotta che non promette bene, in termini di carriera.

Camminavamo a fianco, io con la barra in mano, come se dovessi consegnarla da un momento all’altro. Devo dire che la restituzione del dispositivo con rimborso istantaneo di quanto pagato (previa opportuna verifica dell’integrità del bene) ebbe luogo al meglio.

Erin ne era davvero felice. Arrivata al bancone dopo che Flamingo si era rimesso sulle sedie d’attesa per capire come il problema-Frankie si sarebbe risolto, aveva potuto concordare con Rita ciò che le serviva, ottenendo fra l’altro – come mi disse in seguito – tutto ciò che aveva chiesto.

Sempre tenendo la barra in mano, io ero uscito un attimo a telefonare al fratello di Frankie per dirgli che il ragazzo aveva dato in escandescenza davanti a Rita, che io gli avevo detto di mettersi in riga e di rispettare i patti e che sì, avevo un po’ esagerato con le minacce, a parole, ma che non lo avevo sfiorato e neppure insultato. Aldo aveva capito benissimo la questione, al punto che prima di riagganciare era arrivato perfino a ringraziarmi.

Ecco, qui saremmo al tutto è bene ciò che finisce bene se non fosse che poco prima di rientrare fui urtato dalla signora Amalfi che era tornata di corsa per fare cambiare la sua prenotazione perché, a suo dire, Tina ci teneva tanto a dormire in camera con lei, nel caso avesse bisogno di qualcosa.

Così Erin dovette farsi da parte e rimettersi a sedere. E anch’io dovetti sedermi al suo fianco, dall’altra parte, mentre non vedevo l’ora di andarmene per fare quattro passi con lei.

 

*

[Immagine: Lucien Freud, Interior at Paddington, 1951.]

 

 

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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