“Neuropa” reloaded

[È da poco uscito, per la collana Reloaded di Laurana Editore, l’ebook di Gianluca Gigliozzi, Neuropa. Poema epicomico in prosa, la cui prima edizione a stampa risale al 2005 (per Luca Pensa Ed.). Rispetto alla versione originale il testo è corredato da 32 illustrazioni dell’autore. Qui la pagina Facebook dedicata all’opera. Pubblichiamo un estratto dell’introduzione realizzata da Andrea Inglese per questa nuova edizione e un estratto del romanzo.]

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Dall’INTRODUZIONE

di Andrea Inglese

Per comprendere l’intensità, la ricchezza e l’oltranzismo narrativi che caratterizzano Neuropa possiamo comodamente rifarci al concetto di esperimento, a patto però di precisare che si tratta di un esperimento anamnestico, inteso a regolare le proprie pretese affabulatorie sui due strepitosi motori, grazie ai quali il romanzo moderno, nell’arco che va da Rabelais a Sterne, si è costituito: quello catalogante e quello digressivo. L’uno ambisce a esaurire, completare, concludere l’atto narrativo; l’altro si apre continuamente una via di fuga, rompendo cornici temporali, geografiche, tematiche. Non si parla di tecniche compositive tra le altre, ma di procedimenti che fondano l’estetica romanzesca. Nelle parole di Lakis Proguidis, studioso di Rabelais e del romanzo moderno, questo binomio è “non fusionale, non armonico e non dialettico”, dal momento che oscilla senza tregua e soluzione “tra la necessità e il caso, tra l’imperativo della forma e l’imperativo del caos, tra il logos e l’irrazionale, tra la narrazione per forza mimetica e la digressione arbitraria”. Questa anamnesi è stata realizzata – è importante ricordarlo – non da uno scrittore erudito e maturo, ma da un esordiente che per nove anni ha, con una dedizione infantile, ossia intransigente e senza calcolo, perseguito il suo disegno creativo. E come quasi sempre accade, il lettore accanito ha preparato lo scrittore furioso. Gigliozzi, innanzitutto, ha affrontato l’archivio, attraverso un dispositivo inattuale. Si è servito di un dramma teatrale del 1964, il Marat/Sade di Peter Weiss, in cui radicalismo politico ed estetico vanno di pari passo. Lo spunto che Neuropa raccoglie, facendone il quadro iniziale della narrazione, è un episodio in cui fantastico e documentazione storica coincidono: internato nel manicomio di Charenton, il marchese de Sade mette in scena il 13 luglio del 1808 uno spettacolo sulla morte di Marat avvenuta quindici anni prima, utilizzando come attori gli altri pazienti. Per Weiss è l’occasione di sondare, al di là delle specifiche circostanze storiche, lo scontro tra la visione gnostica di Sade, che lo spinge a una ribellione individuale senza speranza, e la visione millenaristica, utopica, di Marat, che crede nella violenza rivoluzionaria e nel trionfo della collettività. Se Weiss utilizza gli estremisti Marat e de Sade per leggere il Novecento delle guerre mondiali e delle rivoluzioni, Gigliozzi è interessato piuttosto a un’esplorazione genealogica, in cui dell’Età Moderna si privilegia il versante tenebroso e brutale, esemplificato dalle vicende della superpotenza spagnola nel momento del suo declino.

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Da NEUROPA

di Gianluca Gigliozzi

 

CARO DOTTOR BENVIAS,

nonostante siano trascorsi due anni, ancora ripenso al nostro incontro formidabile; a quel pomeriggio soave in cui mi mostraste con quella lente potentissima quali danze si svolgano in ogni minimo scampolo di materia; a quella sera deliziosa in cui voi mi narraste della passione per gli escrementi d’insetto dell’esimio Francesco Redi, di come il geniale Malpighi goda orgasmi decenti solo se accanto al letto dell’amante di turno sia collocata una tagliola che dissezioni piccoli roditori proprio al momento giusto, di come il sottile Borelli si diletti con fanciulletti di quattro anni, dei topi che Hooke usa per i suoi esperimenti all’aria aperta ad Hampton Court, e che in un’aromatica notte di giugno hanno finito per divorare sua moglie, di come molte idee decisive sulla meccanica della circolazione del sangue siano state ispirate al grande William Harvey dalla frusta a cui offre sempre volentieri schiena e fianchi, del timore dell’illustre dottor Tulp di essere trapanato nel cranio e conseguentemente fecondato attraverso questo foro minuscolo da un qualche diavolo pneumatico; timore che ammetto di condividere con quest’alto ingegno, almeno di tanto in tanto. Più che altro patisco di ignavia: recentemente, tra due fazioni in cui si è trovata divisa la mia comitiva di fatiche, non ho saputo decidermi per una delle due; la cosa non è stata ben vista, o meglio fraintesa al punto che tutti costoro, sodali o rivali, hanno supposto che volessi costituire una fazione tutta mia, onde avversarli; negare non è bastato, e così sono stato costretto a schierarmi a malincuore, perdipiù finendo nella parte che ora non è né più una parte, né più qualcosa di più di una parte, essendo rimasto della parte soltanto il Vostro, a cui per non aver parteggiato troppo, si è lasciato questa specie raffazzonata di unità che è un corpo, più o meno intero: parte più, parte meno. Sono attualmente impiegato alla fattoria di un certo Sulpician, al quale occorre uno che sappia metter mano ai libri mastri dei conti, dal momento che il curatore di codesti possenti registri è finito qualche mese fa sotto i colpi dei banditi, piaga della regione, e dal momento che qui son tutti illetterati e bravi a contare solo di falange. Nei momenti liberi penso alla vostra Utopia: una città in cui non accampa Giustizia più di quanta ne accampi adesso, ma in cui, se non altro, la merda non viene gettata per le vie, ma immessa in latrine domestiche e sospinta con un sistema idraulico attraverso condotti metallici snodantesi nelle murature, sotto gli impiantiti, fin giù sotterra, tra interstizi minerali, o a riposare presso letti di fiume, sempre al fine superiore di rigenerare le messi. Nel frattempo, ahimè, bisognerà ancora sopportare questo lezzo, e anche convincersi che dopo tutto ci s’è perfettamente abituati, al punto che la sua mancanza sgomenterebbe senz’altro

andrea inglese

Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ha pubblicato uno studio di teoria del romanzo L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo (2003) e la raccolta di saggi La confusione è ancella della menzogna per l’editore digitale Quintadicopertina (2012). Ha scritto saggi di teoria e critica letteraria, due libri di prose per La Camera Verde (Prati / Pelouses, 2007 e Quando Kubrick inventò la fantascienza, 2011) e sette libri di poesia, l’ultimo dei quali, Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, è apparso in edizione italiana (Italic Pequod, 2013), francese (NOUS, 2013) e inglese (Patrician Press, 2017). Nel 2016, ha pubblicato per Ponte alle Grazie il suo primo romanzo, Parigi è un desiderio (Premio Bridge 2017). Nella collana “Autoriale”, curata da Biagio Cepollaro, è uscita Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016 (Dot.Com Press, 2017). Ha curato l’antologia del poeta francese Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008 (Metauro, 2009). È uno dei membri fondatori del blog letterario Nazione Indiana. È nel comitato di redazione di alfabeta2. È il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini. 

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