È finito il mito del grande Iran?

Giuseppe Acconcia

Le autorità iraniane hanno ammesso l’abbattimento del volo Boeing 737 dell’Ukraine International Airlines per “errore umano”. Questo “imperdonabile” errore, come lo ha definito il presidente Hassan Rouhani, è avvenuto a poche ore dal raid alle basi degli Stati Uniti in Iraq, ordinato dall’esercito iraniano, in seguito all’uccisione nella notte tra il 2 e il 3 gennaio scorso del comandante delle milizie al-Quds, Qassem Soleimani, in un raid Usa nei pressi dell’aeroporto di Baghdad. Questa spiazzante ammissione di responsabilità (per certi versi rivoluzionaria se confrontata con i silenzi di altri Paesi in situazioni simili) è senza dubbio un segno di trasparenza, voluto dalla Guida suprema, Ali Khamenei. Non solo, le forze armate iraniane si sono dette pronte a “riforme essenziali nei processi operativi per evitare simili errori in futuro” e che chi ha commesso l’errore verrà punito. Eppure il ministro degli Esteri, Javad Zarif, ha giustificato l’errore iraniano dovuto a un “momento di crisi causato dall’avventurismo degli Usa”, rilanciando così le responsabilità in campo avversario. Purtroppo, l’abbattimento del Boeing e le 176 vittime che ha causato segneranno inevitabilmente un ridimensionamento sulla valutazione delle capacità militari iraniane.

 

La fine di un mito?

Se, da una parte, la limitata risposta iraniana che ha colpito la base Usa di Ain al-Asad in Iraq poteva essere giustificata da un calcolo razionale per evitare un’escalation del conflitto, dall’altra, l’errore del Boeing 737 non ha nessuna giustificazione. Non solo, ha messo in luce una mancanza di accuratezza più generale del sistema di difesa iraniano, senza precedenti. In altre parole, ha offuscato il mito di un Paese che ha conquistato sul campo e suo malgrado un ruolo essenziale per la gestione dei conflitti nella regione. Fino alla morte di Soleimani, sebbene l’Iran non abbia davvero mai voluto esportare il modello della Repubblica islamica, nata dopo la rivoluzione del 1979, ha dovuto sopperire alle mancanze e alle assenze degli Stati Uniti che non hanno saputo gestire le fasi post-belliche in Iraq e in Afghanistan. Il riconoscimento di questa azione di bilanciamento essenziale, negli interessi dei maggiori attori regionali, inclusa la Russia di Vladimir Putin, è culminato nell’approvazione dell’accordo sul nucleare, raggiunto a Vienna nel luglio del 2015. Ora però si apre una nuova stagione, in cui la vulnerabilità militare iraniana è stata smascherata dagli errori nella risposta all’uccisione di Qassem Soleimani.

 

Iran più forte o più debole?

Che il ruolo regionale iraniano fosse ormai in crisi lo hanno dimostrato altri due eventi che hanno preceduto l’escalation degli ultimi giorni. Prima di tutto le proteste in Iraq dello scorso autunno. A essere attaccati dai manifestanti non sono stati solo gli interessi statunitensi nel Paese ma anche il ruolo iraniano nel periodo seguente alla disastrosa guerra del 2003 che ha segnato la fine del regime di Saddam Hussein. Per ben tre volte è stato attaccato il consolato iraniano a Najaf così come le proteste contro nepotismo, corruzione e disoccupazione giovanile hanno preso di mira sia gli Stati Uniti sia l’Iran. E così Teheran è stata smascherata. Nel perseguire questo ruolo di stabilizzatore regionale ha curato fin qui principalmente i suoi interessi economici, bypassando le sanzioni Usa in Iraq, riempiendo il mercato locale di prodotti iraniani a partire dalle automobili, beneficiando dello status quo, e non ha fatto gli interessi di tutti gli iracheni. Questo è successo non solo in Iraq ma anche in Siria (pensiamo al sostegno incondizionato di Teheran per Bashar al-Assad), in Yemen, in Afghanistan e negli altri Paesi dove movimenti locali come, Hezbollah in Libano, fanno riferimento continuamente nella loro ideologia politica alla Rivoluzione iraniana del 1979. Se il parlamento iracheno ha chiesto la fine della presenza militare statunitense dopo il raid non concordato contro Soleimani, la piazza ha chiesto anche la fine delle interferenze iraniane nel Paese e del sistema settario che incancrenisce le divisioni e continua ad arricchire solo le élite curde, sunnite e sciite. Questo dimostra anche un’altra cosa e una volta di più che la strategia di esportazione della democrazia e di “Grande Medio Oriente”, inaugurata da George Bush con la guerra in Iraq, è completamente fallimentare.

 

Soleimani: un simbolo che muove le masse?

Eppure la possibile fine del mito del grande Iran non sarebbe mai arrivata senza l’assassinio del carismatico generale Soleimani. La sua morte, oltre a favorire chiaramente gli interessi israeliani nella regione, ha suscitato il risveglio dei sostenitori della rivoluzione iraniana della prima ora che sono scesi a milioni in strada (con decine di morti nella calca) per partecipare ai suoi funerali e ricordarlo, in un moto di unità nazionale che mancava in Iran dalla guerra Iran-Iraq (1980-1988). Non sono mancati i giovani iraniani, della diaspora nel mondo e anche nel Paese, che hanno gioito su Instagram e altri social network per questa uccisione, augurandosi un attacco statunitense che finalmente mettesse fine al regime degli ayatollah e alle restrizioni che opprimono tanti giovani iraniani. Dopo la morte di Soleimani, i conservatori iraniani sono più deboli all’interno del sistema politico iraniano e nella regione. Lo dimostrano le lacrime della guida suprema Ali Khamenei ai suoi funerali e l’impossibilità di una risposta militare dura contro gli Stati Uniti per evitare un conflitto che distruggerebbe la Repubblica islamica per come la conosciamo.

 

La natura anti-sistema delle nuove proteste

L’uccisione di Soleimani ha avuto l’effetto immediato di archiviare la stagione delle proteste anti-governative per il caro vita, la disoccupazione e il ritardo nel pagamento dei salari del 2018 e del 2019 per aprire forse una nuova stagione di contestazioni. I giovani iraniani che si sono riuniti alle porte dell’Università di Teheran e a Isfahan dopo l’ammissione di responsabilità nell’abbattimento del Boeing ucraino da parte dei pasdaran iraniani lo scorso sabato hanno una natura anti-sistemica (tra gli slogan si sente “Via il bugiardo”, “Morte a Khamenei”) in continuità con le ondate di proteste, nel 1999, 2003, 2009 e 2011 che chiedevano una radicale riforma del khomeinismo, delle istituzioni e delle consuetudini su cui si fonda la Repubblica islamica. L’uccisione di Soleimani e le seguenti rappresaglie hanno riaperto quindi una spaccatura che non si è mai davvero sopita tra le correnti politiche iraniane, divise tra sostegno incondizionato alle istituzioni post-rivoluzionarie e la necessità di modernità e riforma che parte dai giovani iraniani.

 

Tutto questo non vuol dire che da domani il “grande Iran” sparirà dalla regione o non sarà più lo “stato canaglia” odiato dai Repubblicani che è stato fino ad ora. Non vuol dire neppure che gli Stati Uniti d’ora in avanti avranno vita facile in Medio Oriente con gli annunci strampalati di Trump che avrebbe voluto colpire i siti culturali iraniani, subito smentito dal Pentagono, mentre saranno proprio i jihadisti dello Stato islamico (Isis), fortemente osteggiati da Teheran, ad avere vita più facile del previsto per qualche tempo. L’Iran continuerà invece a essere un attore regionale essenziale e questo lo dimostra la nomina del successore di Qassem Soleimani, l’altrettanto conservatore, Ismail Qani. Non solo, la straordinaria superiorità che hanno dimostrato sul campo le milizie controllate dai pasdaran dalla Siria all’Iraq fino all’Afghanistan proseguirà, soprattutto per le strutturali mancanze degli Stati Uniti. Non è detto poi che questa debacle dei conservatori non apra una strada nuova ai moderati di Zarif e Rouhani per rinegoziare l’accordo sul nucleare, reso carta straccia dall’uscita unilaterale voluta da Trump nel 2018, dalla ripresa dell’arricchimento dell’uranio, dalle debolezze europee e dalle nuove sanzioni annunciate dagli Usa. Questa componente politica potrebbe aprire la strada a una nuova pagina nei rapporti bilaterali con Washington, come auspicato dallo stesso Trump che vorrebbe un Iran “prospero” e utile per fare “business”, come ha chiaramente detto annunciando di non voler rispondere militarmente al raid iraniano alla base di Ain al-Asad. I moderati iraniani potrebbero sfruttare questa fase per avvantaggiarsi in vista del voto per le presidenziali del 2021 che sembravano sicuro appannaggio delle componenti conservatrici di Raisi e Qalibaf, approfittando delle nuove mobilitazioni e della dura sconfitta che l’uccisione di Soleimani chiaramente ha avuto per i conservatori iraniani. Eppure con il 2020, il mito del grande Iran potrebbe essere archiviato. Il suo mito di invulnerabilità, di capacità militare, di difensore anti-imperialista in Iraq, Siria e Afghanistan risulta incontrovertibilmente offuscato. Gli iraniani fanno errori di calcolo, come tutti gli altri attori regionali, e l’abbattimento del Boeing ucraino lo dimostra, anche gli iraniani sono malvisti, come gli Stati Uniti, da parte delle popolazioni di questi Paesi, e le proteste in Iraq lo dimostrano, l’Iran non può fare passi falsi sul piano militare, pena l’annientamento, e la reazione ai raid Usa lo dimostra.

 

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giuseppe acconcia
Giuseppe Acconcia è giornalista professionista e docente di Geopolitica del Medio Oriente all'Università di Padova. Dottore di ricerca in Scienze Politiche all'Università di Londra, è stato Visiting Scholar all'Università della California (UCLA – Centro Studi per il Vicino Oriente), docente all'Università Bocconi e all'Università Cattolica di Milano (Aseri). Si occupa di movimenti sociali e giovanili, Studi iraniani e curdi, Stato e trasformazione in Medio Oriente. Si è laureato alla School of Oriental and African Studies di Londra, è stato corrispondente dal Medio Oriente per testate italiane, inglesi ed egiziane (Il Manifesto, The Independent, Al-Ahram), vincitore del premio Giornalisti del Mediterraneo (2013), autore del documentario radiofonico per Radio 3 Rai “Il Cairo dalle strade della rivoluzione”. Intervistato dai principali media mainstream internazionali (New York Times, al-Jazeera, Rai), è autore de Migrazioni nel Mediterraneo (FrancoAngeli, 2019), The Great Iran (Padova University Press, 2018), Liberi tutti (Oedipus, 2015), Egitto. Democrazia militare (Exorma, 2014) e La primavera egiziana (Infinito, 2012). Ha pubblicato tra gli altri per International Sociology, Global Environmental Politics, MERIP, Zapruder, Il Mulino, Chicago University Press, Le Monde diplomatique, Social Movement Studies, Carnegie Endowment for International Peace, Policy Press, Edward Elgar, Limes e Palgrave.